Dietro lo pseudonimo di Anna Kormik c'è una intellettuale polacca che per gran parte della sua vita ha operato dietro le quinte, ma riuscendo ugualmente a rivestire un ruolo di tutto rispetto nella cultura del suo Paese.
Irena Szymańska, nata Wiernik, venuta al mondo a Lodz il 17 febbraio 1921 e morta a Varsavia l'8 maggio 1999, era figlia di industriali ebrei ma dovette interrompere gli studi di medicina intrapresi a Liegi per tornare in patria allo scoppio della guerra. Sposò un giornalista, Zygmunt Szymański, ed ebbe da lui la figlia Janina (1940-2007). Essendo tutti biondi e prestanti, grazie a documenti falsi, riuscirono a passare inosservati tra i nazisti. Tuttavia, i genitori di Irena, Simon e Rosza, che pensavano di emigrare in Palestina, furono convinti da collaborazionisti a consegnarsi ai nazisti per essere alloggiati all'Hotel Polski di Varsavia, in attesa di essere trasferiti o scambiati con prigionieri. In realtà si trattava di una trappola per catturare e derubare ebrei facoltosi e gli ospiti dell'Hotel Polski furono quasi tutti deportati e uccisi nel 1943.
Dopo la guerra, Irena trovò un lavoro da fattorina presso la casa editrice Czytelnik, con la quale collaborò in ruoli sempre più importanti per 24 anni. Riprese anche gli studi e nel 1952 si laureò in Filologia romanza a Varsavia. Per qualche tempo, lavorò anche all'ambasciata polacca a Berlino, dove ebbe occasione di stringere amicizia con Bertolt Brecht e sua moglie, Helena Weigel.
L'unico a essere arrivato in Italia è il primo, Kto się bał Stefana Szaleja... , proposto dal Giallo Mondadori il 17 giugno 1979, numero 1585 della collana e titolo Chi ha paura di Stefan Szalej?.
Alla circostanza è presente Andrzej Bartosz, un ex insegnante di latino che è diventato poliziotto e poi docente universitario, anche se continua a collaborare con la polizia. Si trova lì per puro caso, avendo accompagnato lì l'ex allieva Krystyna Jaremko, moglie del grafico Henryk, amante della moglie di Szalej, Weronika. Bartosz conduce l'inchiesta insieme al tenente Stanislaw Kawecki, soprattutto tenendo approfonditi interrogatori dei presenti. Nessuno ha visto altri versare qualsiasi cosa nei caffé, non si sa come il veleno sia arrivato in quello di Szalej. Tuttavia è vero che ci sono molte persone che avrebbero avuto qualche ragione per avercela con la vittima, sia per ragioni di lavoro che per ragioni personali. La soluzione del caso emergerà da un passato piuttosto lontano. Alcuni lettori hanno notato che la lettura è un'occasione per imparare come sono fatte alcune ricette tipiche della cucina polacca.
La figura di Andrej Bartosz si ispira a quella di uno intellettuale amico dell'autrice, Jan Wiktor Brzechwa, pseudonimo di J. W. Lesman (1898-1966), avvocato, scrittore e traduttore di cultura cosmopolita e dagli interessi vastissimi.
Il secondo romanzo firmato Anna Kormik, Cicha śmierć (1980) è stato piuttosto criticato dai lettori polacchi, probabilmente gli unici a leggerlo, perché troppo intellettuale e filosofico. Al centro di questa trama c'è un sospetto suicidio, peraltro molto dubbio. Vi ricompaiono gli investigatori Bartosz e Kawecki, che intanto ha fatto carriera ed è diventato capitano.
















