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sabato 4 novembre 2017

Morte nell'acqua: il caso Natalie Wood

Si chiamava, in realtà, Natalja Nikolaevna Zacharenko, ma con un nome simile non avrebbe mai fatto carriera nello show business hollywoodiano, e a inizio carriera glielo cambiarono in Natalie Wood.
Inizio carriera che fu peraltro precocissimo. Nata da una coppia di immigrati russi il 20 luglio 1938, esordì in un film intitolato Happy Land che uscì nel 1943, a meno di 5 anni. Prima di compierne 10, dopo diversi altri ruoli da caratterista, divenne veramente famosa, grazie al ruolo della bambina che non crede all'esistenza di Babbo Natale, in Il miracolo della 34a Strada, uscito nel 1947.
E' abbastanza raro, oggi come allora, che le attrici bambine (come anche gli attori bambini) di successo proseguano una felice carriera anche da adulte. Spesso, agenti rapaci o genitori irresponsabili, finiscono per sfruttare le piccole star spremendole come limoni e non lasciandole libere di crescere come si deve, per cui la loro vita successiva sarà un inferno di nevrosi, vizi autodistruttivi ed errori. Per Natalie Wood, invece, le cose non andarono così: la sua carriera da adulta è anche più prestigiosa di quella da bambina, e annovera parecchi successi, con non pochi riconoscimenti di livello (3 nomination all'Oscar e 3 Golden Globe vinti).
Natalie Wood nel 1956

Natalie Wood negli anni '70

Fu senz'altro aiutata, in questo, dalla scelta di essere attrice sul serio, studiando per diventarlo senza adagiarsi sulla notorietà del nome, oltre che dalla particolare bellezza, piuttosto al di fuori dei normali canoni hollywoodiani: bassa (152 cm) e formosa (ma non fu mai in sovrappeso), lineamenti gradevolmente marcati e vagamente esotici (infatti spesso interpretò ruoli di “straniera”, come mediterranea, indiana o russa), grandi occhi scuri.
I suoi film importanti sono talmente tanti che si fa fatica a indicarne uno in particolare: basti pensare a Gioventù bruciata, a Sentieri selvaggi, a West Side Story, a Splendore nell'erba, a Lo strano mondo di Daisy Clover, a Questa ragazza è di tutti...
Con James Dean sul set di Gioventù bruciata

Con Robert Wagner in Splendore nell'erba

In Lo strano mondo di Daisy Clover

Con Robert Redford in Questa ragazza è di tutti

In West Side Story

Nella maturità, meno richiesta al cinema, lavorò moltissimo in televisione, sempre con grande successo.
Ebbe una vita privata vivace ma sostanzialmente abbastanza equilibrata, per gli standard di Hollywood: giovanissima, nel 1957, sposò Robert Wagner, nato nel 1930, un giovane attore di successo con cui formò per alcuni anni una coppia molto affiatata, fino al divorzio (1962) per ragioni mai precisate, forse legate alla vita troppo dispendiosa che Wagner imponeva alla moglie e ai conseguenti problemi economici nonostante gli ottimi guadagni. Successivamente, dal 1969 al 1972, fu sposata con il produttore Richard Gregson, da cui ebbe la figlia Natasha nel 1970. Dopo questo secondo divorzio, tornò insieme a Wagner e si risposò con lui nello stesso 1972. Nel 1974, la coppia ebbe una figlia, Courtney.

Durante il primo matrimonio con Robert Wagner

Durante il secondo matrimonio con Wagner

Tutto sembrava andare a gonfie vele, quando Natalie morì improvvisamente, in un assurdo incidente, la notte del 29 novembre 1981.
I fatti sono stati ricostruiti in base alle deposizioni dei tre testimoni, che poi sono anche gli unici indiziati di avere avuto un ruolo nei fatti stessi, anche se questo ruolo non è stato mai definitivamente chiarito. Il primo è Robert Wagner, il secondo è un altro famosissimo attore, Christopher Walken, nato nel 1943, il terzo è il marinaio che conduceva lo yacht della coppia, lo Splendour, Dennis Davern.

Due immagini dello Splendour

Christoper Walken all'epoca dei fatti

La Wood, Wagner e Walken passarono la serata del 28 novembre, un sabato, proprio sullo yacht, al largo dell'isola di Santa Catalina, la più vicina a Los Angeles delle Channels Islands. Natalie e Walken stavano finendo di girare un film (Brainstorm – generazione elettronica, che sarebbe uscito nel 1983) e lei lo aveva invitato a trascorre il weekend insieme. All'epoca, circolarono voci sul fatto che Walken potesse essere l'amante di Natalie o che addirittura tra i tre fosse in corso un triangolo amoroso, ma nulla è mai stato provato.
Durante la serata, i tre bevvero parecchio, come spesso accade in queste occasioni, e a un certo punto, sotto l'effetto dell'alcol, Wagner e Walken si appisolarono. In precedenza, Natalie e Wagner avevano avuto un litigio piuttosto acceso, ma senza particolari conseguenze, come testimoniarono Walken e Davern. Quando si svegliarono, in piena notte, Natalie non era più con loro.
Fu ritrovata annegata a circa un km e mezzo di distanza dallo Splendour, la mattina dopo. A poca distanza da lei, c'era un canotto di salvataggio appartente alla stessa imbarcazione.
Inizialmente si parlò anche di suicidio, ma il verdetto dell'inchiesta ufficiale condotta dalla capitaneria di porto fu di annegamento accidentale. Secondo i periti, Natalie Wood fu svegliata dal rumore del canotto che, fissato male alla imbarcazione, vi sbatteva contro; nel tentativo di legarlo meglio cadde in acqua e non riuscì più a risalire a bordo né dello yacht né del canotto, finché l'effetto combinato dell'acqua fredda e dei tanti alcolici bevuti le fece perdere conoscenza, dopodiché annegò.
Tale versione è stata messa ripetutamente in dubbio sia dalla sorella di Natalie (Lana Wood, anch'essa attrice, nota come Bond girl in Una cascata di diamanti), per la quale Natalie sarebbe stata spinta in acqua probabilmente da Wagner. A sostegno di questa ipotesi c'è il fatto che l'autopsia avrebbe evidenziato una escoriazione sul volto e dei lividi sulle braccia, possibili segni di colluttazione. Ma tali segni sono interpretabili anche alla luce dei tentativi di risalire almeno sul canotto che la donna avrebbe compiuto. Anche la testimonianza raccolta da una donna imbarcata su uno yacht vicino, per la quale, nella notte, una voce femminile chiamò ripetutamente aiuto nella notte, finché una voce maschile le rispose di non preoccuparsi, non è probante, dato che non si è riusciti mai a stabilire se la voce fosse o meno quella di Natalie.
Lana Wood (nata nel 1946) al tempo di Una cascata di diamanti

Lana e Natalie Wood

Anche Dennis Davern accusa Wagner, ma in un altro modo. Secondo lui, Wagner allertò troppo tardi la capitaneria di porto, lasciando che Natalie annegasse senza soccorsi. Secondo Davern, questo potrebbe dimostrare che Wagner era interessato a far morire Natalie per chiuderle la bocca, dato che in acqua ce l'aveva spinta lui. Tuttavia, nulla dimostra che Wagner si sia svegliato prima del momento in cui cominciò a cercare la moglie e allertò la capitaneria di porto.
Dennis Davern nel 2010

Dennis Davern e Natalie Wood sullo Splendour

Cotro queste versioni c'è un giudizio tecnico molto qualificato, quello di Thomas Noguchi, il principale patologo forense della Contea di Los Angeles, che ha trattato il caso nel suo libro Il coroner indaga. Secondo Noguchi, che esaminò il cadavere, i suoi effetti personali e la scena dei fatti, la ricostruzione dell'inchiesta è corretta su certi dettagli ma incompleta su altri.
Thomas Noguchi (nato nel 1927)

Il libro di Noguchi in cui si parla di Natalie Wood


I due volumi di Noguchi tradotti in Italiano negli anni '80

Noguchi sostiene che Natalie, con la mente annebbiata dall'alcol e furiosa con Wagner e Walken per qualcosa che era stato detto durante la discussione, durante la notte decise di lasciarli e di tornare a terra con il canotto. Lo yacht, infatti, era ormeggiato in una baia, abbastanza vicino alla riva da poter raggiungere questa in pochi minuti. Per fare questo, mise in mare il canotto di salvataggio e poi cercò di saltarci dentro, ma lo mancò e finì in acqua. Non riuscendo a risalire sullo yacht, poi, provò ad aggrapparsi al canotto, che le correnti spingevano lontano dall'imbarcazione. A un certo punto, si rese conto che non ce l'avrebbe mai fatta, ma intanto le correnti avevano spinto lei e il canotto ancora più vicini alla riva, per cui avrebbe potuto tentare di raggiungere questa a nuoto. E probabilmente ce l'avrebbe anche fatta, se non fosse stato per alcuni elementi sfavorevoli: l'acqua fredda della notte di fine autunno, l'alcol ingerito che facilitava la dispersione del calore e quindi il sopraggiungere dell'ipotermia, il peso degli abiti che indossava, che non si era mai tolta (un pigiama, una giacca a vento e un paio di calzini) e che ora dovevano essere completamente zuppi d'acqua, al punto da ostacolarle i movimenti.
Per questa ragione, mentre tentava di raggiungere la riva a nuoto, Natalie perse conoscenza per sfinimento e annegò, mentre la corrente le spingeva ancora il canotto vicino.
Non sappiamo se le cose siano andate davvero così e, certo, una simile dinamica sembra rendere ancora più assurda la tragedia della scomparsa accidentale di una giovane donna. Per il momento, però, questa rimane la ricostruzione più attendibile di quanto accadde quella notte.
Robert Wagner oggi

Christopher Walken oggi




sabato 15 aprile 2017

Tra Cold Case e CSI: Cangrande I della Scala

Cangrande (originariamente Can Francesco) della Scala è una delle più importanti figure di aristocratici e guerrieri nella frammentata e turbolenta Italia del XIV secolo. Nato nel marzo del 1291 da una famiglia di nobili veronesi, a soli 20 anni, divenne il leader dei ghibellini della sua città. Estese rapidamente la sua influenza fino alle città di Padova, Vicenza e Treviso, mentre la sua fedeltà all'imperatore Enrico VII gli valse il titolo di Vicario Imperiale di Mantova. Fu anche un importante mecenate di artisti, primo tra tutti Dante Alighieri.
Ritratto di Cangrande I della Scala

Ritratto (immaginario) di Dante Alighieri

Cangrande morì improvvisamente, nel pieno dell'ascesa e in età ancora molto giovane, il 22 luglio 1329, a Treviso, città che aveva appena occupato con il suo esercito. Il decesso fu inizialmente attribuito a una tossinfezione intestinale o a un attacco di malaria (la malattia infettiva che ha ucciso più persone al mondo nella Storia. Il Veneto, come gran parte delle pianure italiane, ne era infestato, e lo stesso Dante Alighieri ne era morto 8 anni prima). Non mancarono, tuttavia, voci per cui Cangrande sarebbe stato avvelenato. All'epoca, era assolutamente impensabile che si potesse compiere un'autopsia e queste voci restarono senza seguito. Fu poi seppellito nella cattedrale di Santa Maria Antica a Verona, davanti alla quale c'è la sua statua equestre.
La statua equestre di Cangrande I davanti Santa Maria Antica
Il sarcofago di Cangrande I

Nel febbraio 2004, un'equipe di ricercatori del Dipartimento di Paleopatologia dell'Università di Pisa, guidata dal prof. Gino Fornaciari, ottenne il permesso di riesumare i resti del condottiero per effettuare degli esami autoptici. Aprendo la tomba, vi si rinvenne il corpo mummificato (naturalmente, senza imbalsamazione) in condizioni decisamente buone, che permisero di svolgere tutti gli esami necessari presso l'Ospedale Maggiore di Verona.
Come apparve la mummia di Cangrande I all'apertura del sarcofago

I controlli furono tutti svolti in modo da intaccare il meno possibile i resti. Cangrande apparve agli esami obiettivi e radiologici come un uomo di una certa prestanza fisica (non meno di 175 cm, parecchio per quel periodo), ben nutrito e di grande sviluppo muscolare, ma anche soggetto a iniziali problemi artrosici ai gomiti e alle ginocchia, evidentemente in seguito agli sforzi dovuti all'uso delle armi e al tanto tempo trascorso a cavallo. I polmoni mostravano poi un inizio di enfisema polmonare, dovuto con ogni probabilità al fumo inalato sostando vicino a bracieri e focolari per riscaldarsi, dato che a quel tempo i camini non erano ancora stati inventati.

Tac di Cangrande I
Il tessuto polmonare di Cangrande I

I dati più importanti, però, si ottennero dagli esami obiettivi e istologici degli organi addominali, in particolare intestino e fegato, che erano discretamente ben conservati.
La malattia mortale di Cangrande iniziò dopo che il condottiero si dissetò con le acque molto fredde della sorgente dei Santi Quaranta, alle porte di Treviso, provocandosi una congestione. Uno dei suoi medici (di cui non è stato tramandato il nome, ma si sa che il successore di Cangrande, Mastino II, lo fece successivamente impiccare, anche se le ragioni ufficiali di questa condanna non sono note) lo prese in cura, ma Cangrande non migliorò. La sintomatologia, che si presentava soprattutto con vomito e diarrea, peggiorò costantemente fino al decesso, nel giro di 4 giorni.
Il fegato di Cangrande, all'esame istologico, non apparve cirrotico come ci si aspettava, ma fibrotico, fatto che ne aveva facilitato la conservazione. I campioni prelevati, sottoposti ad analisi tossicologiche da parte del prof. Franco Tagliaro dell'Università di Verona, evidenziarono la presenza di molte sostanze di uso comune a quel tempo, anche nella preparazione degli alimenti (camomilla, gelso nero, passiflora, ecc) ma soprattutto di una quantità abnorme di digossina e digitossina, due molecole presenti nella Digitalis purpurea, utilissime nella cura delle disfunzioni cardiache (ma all'epoca di Cangrande questo non era noto) e molto tossiche ad alti dosaggi o per bioaccumulo nel tempo.
Il fegato di Cangrande I e il suo aspetto al microscopio




Le analisi tossicologiche che attestano la presenza e la quantità di digossina e digitossina

Anche negli altri reperti, in particolare nei residui di feci ancora presenti nell'intestino, furono rinvenute grandi e inspiegabili quantità delle due molecole.
Il quadro sintomatologico della malattia di Cangrande è perfettamente compatibile con quello dell'avvelenamento da Digitalis purpurea.
La Digitalis pupurea

Cangrande fu dunque avvelenato da uno dei suoi medici.
Ma chi fu il mandante del delitto?
Non è facile dirlo. Il Signore di Verona aveva ovviamente moltissimi nemici, e la sua ascesa doveva sembrare preoccupante a molti, anche perché pareva inarrestabile. Poco prima che morisse, un poeta guelfo (Niccolò de' Rossi) che certo non era suo simpatizzante, aveva profetizzato che sarebbe diventato Re d'Italia entro un anno.
Non era però facile raggiungere la sua corte dall'esterno, quindi è più facile pensare che il delitto sia maturato proprio all'interno della sua stessa cerchia.
Il principale indiziato è dunque il successore, il nipote Mastino II (1308-51), che governò insieme al fratello maggiore Alberto, anche se il ruolo di questo appare puramente formale. Mastino Della Scala non aveva le stesse qualità diplomatiche e militari dello zio, tant'è che il suo governo si ridusse a una serie di campagne militari velleitarie e di pesanti sconfitte che ridimensionarono il ruolo di Verona nello scacchiere dei Comuni italiani. In compenso, era un uomo ambiziosissimo e privo di scrupoli, anche verso i suoi stessi parenti: nel 1338, sospettando che un altro zio, Bartolomeo della Scala, stesse tramando contro di lui, lo uccise personalmente trafiggendolo con la spada. Bartolomeo della Scala era il vescovo di Verona e fu ucciso proprio davanti al Palazzo vescovile. Dopo questo delitto, Verona restò senza vescovo per 5 anni.
Il palazzo vescovile di Verona, oggi
Statua equestre di Mastino II della Scala a Verona. Non ne esistono ritratti



Senza i risultati dell'autopsia, Mastino II non poteva sapere che Cangrande era stato avvelenato e, di conseguenza, condannare a morte il medico assassino. Ma, evidentemente, lo sapeva lo stesso, anche senza bisogno degli esami. La stessa esecuzione del medico può apparire come il tentativo di mettere a tacere definitivamente un testimone molto scomodo.

domenica 23 ottobre 2016

Il Dottore contro Barbablù: Bernard Spilsbury smaschera George Joseph Smith

Erano tre donne sole, non più giovanissime, ma neanche tanto vecchie da aver abbandonato ogni speranza di farsi una famiglia in futuro. Avevano la sfortuna di essere cresciute nell'Inghilterra tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, quando l'emigrazione verso le Americhe, l'Australia e le colonie, portava via molti giovani uomini, che partivano in cerca di fortuna e difficilmente tornavano. Intorno al 1910, tutti i giornali che pubblicavano annunci matrimoniali erano pieni di inserzioni di giovani donne nubili, mentre quelle di uomini celibi erano molto più rare.
Si chiamavano Bessie Mundy, nata nel 1877, Alice Burnham, nata nel 1888, e Margaret Lofty, nata nel 1876. Erano tutte e tre ragazze di famiglie medio-borghesi, non troppo istruite ma sufficientemente ambiziose da sognare, oltre al matrimonio e ai figli, anche un lavoro che permettesse una minima autonomia economica. Bessie aveva studiato da segretaria, Alice da infermiera e Margaret era una dama di compagnia.
Bessie Mundy

Alice Burnham

Margaret Lofty

Tutte e tre coronarono il loro sogno di sposare un uomo affascinante, sempre conosciuto attraverso un'inserzione, ma la frase conclusiva delle loro fiabe non fu la consueta “e vissero felici e contenti”.
Il 26 agosto 1910, a Bristol, Bessie sposò un certo Henry Williams, che poche settimane dopo la lasciò perché impegnato in viaggi di lavoro. Il matrimonio andò avanti tra alti e bassi, con lui spesso distante e lei che era costretta a sovvenzionarlo attingendo ai risparmi faticosamente messi da parte, finché sembrò che Henry avesse finalmente fatto l'affare della vita e, libero da preoccupazioni economiche, la portò in vacanza in una pensione dotata di tutti i confort nella rinomata località turistica di Herne Bay, nel Kent, subito a Est della Manica. Era il luglio del 1912. Purtroppo Bessie non stava molto bene, soffriva soprattutto di dolori di testa e di spossatezza, ragione per cui fu visitata alcune volte da un medico locale, che le diagnosticò una forma di epilessia. La mattina del 13 luglio, mentre il marito era al mercato per comprare del pesce fresco, Bessie decise di farsi un bagno nella vasca che era stata installata ad hoc nella loro stanza. Al ritorno, il marito la trovò priva di conoscenza e con la testa sott'acqua; chiamò lo stesso medico che l'aveva visitata, Frank French, ma questi non poté far altro che constatarne la morte. Ne seguì una breve inchiesta giudiziaria, tenutasi il 15 luglio, conclusa con il verdetto di morte accidentale in seguito a un attacco epilettico. Bessie fu sepolta a Herne Bay il 16. Dopo aver scritto alcune lettere ai parenti di lei, il 18 luglio Henry Williams partì da Herne Bey e da allora non si seppe più nulla di lui.
Bessie Mundy con il marito Henry Williams

La vasca di Herne Bay in cui annegò Bessie Mundy

Nella tarda estate del 1913, Alice, una ragazza cresciuta nel Buckinghamshire che si era poi trasferita nella località costiera di Southsea, vicino Portsmouth, per lavorare da infermiera in una casa privata, conobbe un uomo di nome George Smith e si fidanzò con lui. Smith non piacque affatto ai genitori di Alice, che lo giudicarono subito un manipolatore: ma Alice non volle intendere ragioni e lo sposò ugualmente, il 4 novembre. Per il viaggio di nozze, la coppia si recò a Blackpool, località turistica di mare del Lancashire, a Nord del Galles, affittando una stanza in una pensione. Qui, quasi subito, Alice cominciò ad accusare sintomi di spossatezza e continui dolori di testa. Il dottor George Billings, cui il marito la portò prontamente a farsi visitare, la trovò in buona salute nonostante il sovrappeso e i postumi di un recente intervento di peritonite, subito all'inizio dell'estate. Ipotizzò invece che soffrisse di una qualche forma di epilessia. Il 12 dicembre 1913, poche ore dopo aver spedito alla madre una cartolina in cui raccontava di stare bene e di essere felicissima insieme al marito, Alice fece un bagno nella vasca che si trovava nella stanza di fronte a quella in cui lei e suo marito avevano preso alloggio. A un certo punto, i padroni di casa, che erano al piano di sotto, notarono l'acqua che sgocciolava dal soffitto e, temendo che la donna avesse riempito troppo la vasca, chiesero al marito di avvertirla. Questi, però, appena aperta la porta del bagno, si mise a gridare, chiedendo di chiamare il dottor Billings. Il dottore, che abitava vicino, accorse subito, ma trovò Alice già morta, annegata nella vasca in cui era svenuta durante il bagno. L'inchiesta, tenutasi il giorno dopo, accertò che la morte era stata accidentale. Il 15 dicembre, subito dopo il funerale di Alice, George Smith partì in treno da Blackpool e da quel momento non si seppe più nulla di lui.
La vasca di Blackpool in cui annegò Alice Burnham

Margaret, tra la fine del 1913 e i primi del 1914, a Bristol, aveva avuto una tumultuosa relazione, probabilmente la prima della sua vita, con un certo Wlliam Gilbert, che però aveva lasciato dopo aver scoperto che era già sposato. Nel dicembre del 1914 se ne andò improvvisamente da casa, lasciando alla madre, alla sorella e al fratello un biglietto in cui spiegava che si recava a Londra a lavorare come dama di compagnia presso un'anziana aristocratica. Con un secondo biglietto, spiegò che il lavoro le era stato procurato da un'amica che anch'esse conoscevano. In realtà, se ne andò a Bath, celebre stazione termale del Somerset, per sposare un certo John Lloyd, da poco conosciuto. La coppia si sposò a Bath il 17 dicembre. Poi si spostarono a Londra, dove però trovarono già occupata la stanza in una pensione che Lloyd aveva prenotato. Ne trovarono un'altra a Highgate ma, quasi subito, Lloyd dovette portare la moglie nello studio del dottor Stephen Bates, lì vicino, dato che essa soffriva di spossatezza e dolori di testa ricorrenti. Poiché aveva anche un po' di febbre, le diagnosticò un'influenza e le raccomandò di riposare. La sera del 18 dicembre 1914, sentendosi meglio, Margaret volle fare un bagno, mentre il marito suonava l'inno sacro Più vicino a te, o Signore (lo stesso che si diceva fosse stato l'ultimo pezzo eseguito dall'orchestra del Titanic durante l'affondamento) sull'armonium di cui la loro stanza era dotata. Poi John Lloyd uscì per comprare dei pomodori per la cena della moglie. Al ritorno, appena salito, giunto alla stanza da bagno, cacciò un grido e chiese aiuto. La padrona di casa lo trovò che cercava di estrarre il corpo esanime della moglie dalla vasca. Accorse anche il poliziotto Stanley Heath, che si trovava di ronda per strada, chiamato dalla padrona di casa; infine arrivò anche il dottor Bates, cui Margaret apparve subito morta. Il giorno dopo, arrivò sul posto un cugino di Margaret, Frederick Kilvington, cui i familiari aveva chiesto di verificare come stessero andando le cose dopo che finalmente Margaret li aveva avvisati del suo matrimonio. Kilvington fu presente anche all'inchiesta, che cominciò il 22 dicembre e si concluse il 1° gennaio 1915 con un verdetto di morte accidentale. Il funerale si svolse comunque il 23 dicembre. Dopo l'inchiesta, John Lloyd partì da Londra e nessuno seppe più nulla di lui.
In quel tempo in cui le notizie venivano diffuse solo dai giornali e quelle di cronaca nera solo dai giornali locali, non era facile che qualcuno collegasse tra loro diverse morti avvenute a notevole distanza l'una dall'altra. Era cominciata anche la prima guerra mondiale, che occupava le pagine di gran parte delle testate. Ma il padre di Alice Burnham, Charles, non era mai stato molto convinto delle circostanze in cui era morta la figlia e, quando lesse le circostanze della morte di Margaret Lofty, contattò immediatamente Scotland Yard, che affidò il caso al detective Arthur Neil, del commissariato di Kentish Town, nato nel 1868. Neil era un segugio che aveva già risolto alcuni casi difficili tra cui quello dell'avvelenatore George Chapman. Quasi subito scoprì che un albergatore di Blackpool, Joseph Crossley, aveva già messo in relazione le due morti e avvisato la polizia.
Le ricerche di Neil, che interrogò ripetutamente tutti i testimoni, tesero inizialmente ad accertare se George Smith e John Lloyd fossero la stessa persona.
Arthur Neil

I casi cominciarono a diventare particolarmente interessanti quando si scoprì che le due donne morte avevano stipulato, poco prima del decesso, delle polizze assicurative il cui unico beneficiario era il marito. Neil fece mettere sotto sorveglianza lo studio del notaio Walter Davies di Londra, che John Lloyd aveva incaricato di riscuotere la polizza assicurativa e, il 1° febbraio, i poliziotti di turno fermarono un uomo la cui descrizione coincideva con quella di Lloyd. Costui confermò la propria identità ma negò di essere George Smith. Tuttavia, quando gli dissero che sarebbe stato trattenuto il tempo necessario a far arrivare Charles Burnham, il padre di Alice, ammise di essere George Smith, anzi George Joseph Smith, nato a Bethnal Greem l'11 gennaio 1872. Disse anche che le sue due mogli erano morte entrambe accidentalmente, per pura coincidenza.
George Joseph Smith

Gli indizi a disposizione di Neil per incriminare Smith erano comunque molto scarsi. Non si capiva come avesse potuto annegare le due donne avendo solo pochi secondi a disposizione, senza lasciare il minimo segno di colluttazione e senza usare alcuna droga o alcun veleno. Allora Neil chiese l'aiuto di Bernard Spilsbury, un medico londinese, nato nel 1877, che si stava facendo un gran nome come patologo forense e che aveva dato un grande contributo alla risoluzione di difficili casi giudiziari, primo fra tutti il delitto Crippen.
Bernard Spilsbury nel suo studio

Spilsbury fece esumare entrambe le donne e praticò sui corpi delle scrupolose autopsie, ma senza arrivare a nessuna conclusione definitiva.
Intanto, poiché tutti i giornali trattavano questa storia, cominciarono ad affluire altre notizie. Un ispettore di polizia di Kent Heard avvisò Neil della morte sospetta, analoghe a quelle oggetto delle indagini, a Herne Bay nel luglio 1912. A Neil bastò mostrare le foto di George J. Smith ai conoscenti della coppia per vedersi confermare che anche Bessie Mundy era stata sposata con lui. Due morti dello stesso tipo erano già abbastanza incredibili da accettare come frutto della casualità, tre era assurdo il solo pensarci.
Infatti, appena le notizie trovarono ulteriore diffusione, cominciarono a saltare fuori ulteriori dettagli sulla vita di George J. Smith. Emerse infatti che, dopo un primo matrimonio celebrato nel 1898, senza aver mai divorziato, aveva sposato un'altra donna già l'anno successivo. In ambo i casi, le mogli erano state abbandonate dopo poco, e lasciate a secco di contanti. Nel 1901 era finito in galera, per aver rubato nella casa in cui serviva come domestico. Rilasciato, era emigrato in Canada, per tornare in patria prima del 1908. Dal 1908 al 1914, nascondendosi dietro 7 diverse identità, aveva sposato 7 donne diverse, le 3 vittime e altre 4 che aveva derubato senza ucciderle.
Edith Pegler, un'altra delle donne sposate da Smith sotto falso nome

Alice Reavil, un'altra delle "mogli" di Smith

Intanto, il dottor Spilsbury continuava ad arrovellarsi sulle modalità con cui si sarebbero consumati i delitti, perché di delitti doveva per forza trattarsi. Fino a quel punto, Smith poteva essere processato in quanto bigamo e truffatore, ma nessuna prova metteva in dubbio l'ipotesi che le 3 vittime fossero morte accidentalmente. Spilsbury decise allora di compiere qualche test, simulando l'annegamento di una persona in una vasca da bagno di una lunghezza inferiore all'altezza della donna stessa. Ingaggiò una provetta istruttrice di nuoto e Neil provò ogni tecnica possibile per cacciarle la testa sott'acqua mentre lei era distesa in una vasca. In tutti i casi, la donna si difese in modo tale da non lasciare dubbi sul fatto che l'eventuale colluttazione avrebbe lasciato segni inconfondibili.
Poi, quasi per caso, mentre pensavano di abbandonare queste ricerche, Spilsbury e Neil si fecero venire l'idea di afferrare le caviglie della donna e tirarle bruscamente, in modo da farla finire con la testa sott'acqua in una frazione di secondo. Questo esperimento rischiò di finire in tragedia, perché, pur venendo estratta dalla vasca dopo pochi istanti, la coraggiosa nuotatrice apparve del tutto incosciente, e restò in queste condizioni per quasi mezz'ora, nonostante Spilsbury stesso e altri medici facessero di tutto per rianimarla, riprendendosi a fatica solo quando ormai la situazione sembrava disperata. Raccontò di non ricordare nulla di quanto accaduto.
Una ricostruzione dell'esperimento di Spilsbury
La ricostruzione di un delitto mostrata in cera nel museo di Madame Tussaud

Il meccanismo era chiaro. Smith, che tutti i conoscenti descrivevano come un uomo dallo sguardo magnetico, capace quasi di ipnotizzare chi gli stava davanti, aveva inventato una tecnica infallibile per far perdere conoscenza a una persona distesa in una vasca, così che annegasse in un modo apparentemente naturale.
Il processo, relativo al solo assassinio di Bessie Mundy, cominciò il 22 giugno 1915, in una Londra già provata dai primi bombardamenti compiuti dalla Germania utilizzando dei dirigibili Zeppelin. Smith era abbastanza sicuro di sé: aveva ingaggiato come difensore Edward Marshall Hall, il miglior penalista inglese del tempo, e sapeva di avere contro di sé solo prove indiziarie. Anche allo scrittore Edgar Wallace, che seguiva il processo per conto di alcuni giornali, sembrò tranquillissimo.
Tuttavia, non aveva fatto i conti con la personalità di Spilsbury. Quando il pubblico ministero Archibald Bodkin chiamò a testimoniare il patologo, questi si rivelò una personalità ben più magnetica e convincente dell'accusato. Nonostante Marshall Hall lo controinterrogasse a lungo cercando di farlo cadere in contraddizione, non mostrò mai il minimo segno di cedimento e confermò la sua teoria su tutti i punti.
Smith fotografato durante il processo 

Edward Marshall Hall

Il 1° luglio 1915, dopo soli 22 minuti di camera di consiglio, la giuria dichiarò Smith colpevole dell'assassinio di Bessie Mundy. Il giudice Scrutron lo condannò all'impiccagione. Marshall Hall propose immediatamente appello all'Old Bailey, ma anche questo fu respinto, il 29 luglio, da Lord Reading.
George J. Smith fu impiccato, il 13 agosto 1915, nel carcere di Maidstone, dal celebre boia John Ellis, che poi nelle sue memorie si vantò di aver impiegato complessivamente 46 secondi a svolgere l'intera procedura, dal momento in cui Smith era uscito dalla cella a quello in cui l'effetto combinato del cappio e della caduta lo avevano ucciso istantaneamente. Ellis era un boia molto preciso, e nei giorni precedenti aveva studiato attentamente la conformazione fisica di Smith in maniera da predisporre il tipo giusto di cappio e la lunghezza migliore della corda per determinare una morte istantanea.
Il boia John Ellis

Fino all'ultimo, Smith protestò la sua innocenza, a sorpresa sostenuto anche dal cappellano della prigione e dal vescovo di Croydon, che era stato a visitarlo. L'avvocato Marshall Hall era invece convinto che fosse colpevole ma successivamente dichiarò che lo aveva comunque difeso perché oppositore della pena capitale. La sera prima dell'esecuzione, Smith scrisse a una delle donne che aveva sposato illegalmente, Edith Pegler, dichiarandole il proprio amore eterno, e al notaio Walter Davies per ringraziarlo dei suoi servigi.
Arthur Neil continuò la sua brillante carriera in polizia fino a diventare, nel 1919, uno dei 4 Big Four, ossia i responsabili generali di Scotland Yard. Anche Marshall Hall continuò con successo la sua carriera forense. Spilsbury continuò a essere coinvolto in tutti i maggiori casi criminali del suo tempo, e anche in operazioni militari come la Mincemeat, con cui nel 1943 gli inglesi fecero arrivare via mare ai tedeschi il cadavere di un finto ufficiale annegato (in realtà un clochard morto per un'intossicazione da veleno per topi) che aveva con sé una valigia con carte che trattavano di una imminente invasione del Peloponneso: i tedeschi ci cascarono e concentrarono lì le difese, lasciando sguarnita la Sicilia dove poi avvenne l'effettiva invasione.
Infine, divorziato dalla moglie, colpito da una serie di lutti (un figlio brillante medico morto sotto i bombardamenti nel 1940, la sorella prediletta morta nel 1941 e un figlio disabile che aveva sempre tenuto con sé come assistente, morto di malattia nel 1945) e sfinito da una serie di malattie croniche che la vecchiaia incombente aggravava sempre più, Spilsbury il 17 dicembre 1947, dopo aver lavorato per tutta la giornata, si chiuse nel suo laboratorio e si uccise con il gas. Aveva da poco compiuto 70 anni.
La giornalista Jane Robins gli ha dedicato un bel libro, The magnificent Spilsbury, in cui si tratta in modo particolare del caso delle mogli annegate.
The magnificent Spilsbury (2010)

La traduzione italiana (2011)

L'autrice, Jane Robins

Secondo gli storici e i criminologi moderni, Spilsbury fu un genio e un pioniere nel suo campo, ma la sua fama di infallibilità è sicuramente esagerata. Alcuni si sono spinti ad affermare che in molti dei processi in cui si arrivò a una condanna grazie alle sue perizie (compreso quello celeberrimo del dottor Crippen e perfino quello di Smith), le giurie si lasciarono influenzare dalla sua personalità molto più che dal valore delle prove, che alla luce delle conoscenze attuali appare molto dubbio.