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martedì 21 gennaio 2020

L'incendio di Peshtigo tra fantasiose ipotesi e realtà riportate


Un caso da manuale di disastro dovuto all'incuria umana diventa l'oggetto di una speculazione tra lo pseudoscientifico e il soprannaturale.
A riferircene, sono diverse fonti, tra cui l'ineffabile (e infaticabile) Charles Berlitz. L'episodio è datato domenica, 8 ottobre 1871: giorno passato alla Storia per il Grande Incendio di Chicago (“Great Chicago Fire”), che bruciò oltre 17.000 edifici e lasciò sul campo circa 300 vittime.
Un'illustrazione d'epoca sull'incendio di Chicago

Foto d'epoca di Chicago subito dopo l'incendio

Molto meno noto è il fatto che, lo stesso giorno, diversi altri incendi scoppiarono nelle zone vicine. Il più importante di questi si ebbe a Peshtigo, una cittadina del Wisconsin a breve distanza dal lago Michigan, circa 400 km a Nord di Chicago. Fu un disastro molto più grande in termini di vite umane, dato che il bilancio finale parla di 2500-3000 morti.
La distanza tra Chicago e Peshtigo

Berlitz (ma non solo lui) spiega la coincidenza di questi incendi disasatrosi ricorrendo alla teoria proposta a suo tempo dal politico del Minnesota Ignatius Donnelly (1831-1901), già appassionato sostenitore dell'ipotesi del continente sommerso sotto l'Oceano Atlantico con la civiltà che ospitava, l'Atlantide. In un libro del 1887, Donnelly propose come causa un corpo celeste, la cometa di Biela, scoperta nel 1872 e apparsa più volte a scadenze ventennali, che nel 1846 si era presentata spaccata in due; attesa per il 1866, non si era ripresentata, salvo poi ricomparire in parte (la testa, si ritenne) nel 1872, suddivisa in una pioggia di meteoriti. Secondo Donnelly, nel 1871, la coda staccata della cometa aveva raggiunto la terra, bombardandola sotto forma di meteoriti arroventate che avrebbero innescato gli incendi.
Ignatius Donnelly


Le copertine di due bestseller di Donnelly ancora in commercio negli Usa, mentre non è possibile trovare quella del libro sui fatti di Peshtigo

La cometa di Biela in una rappresentazione artistica che mostra come si presentò nel 1846

La possibilità appare estremamente remota. I meteoriti raccolti una volta caduti a terra appaiono freddi al tatto e, se pure qualche frammento si fosse arroventato attraversando l'atmosfera, sarebbe esploso in volo e non a terra.
Peraltro, non è neppure necessario andare a elaborare un meccanismo così improbabile. Nel pieno rispetto del Rasoio di Occam, ci si può tranquillamente attenere ai fatti accertati, che ci forniscono una grande quantità di indizi decisivi.
Innanzitutto, l'area era ricoperta da foreste fittissime, al punto che si diceva che in certi Stati uno scoiattolo avrebbe potuto passare da un confine all'altro senza mai toccare terra, solo saltando da un albero all'altro.
Proprio per la ricchezza delle sue risorse forestali, l'area stava subendo importanti trasformazioni. La comunità dei suoi residenti era formata in gran parte da boscaioli, ma vi erano anche agricoltori e operai intenti a costruire la linea ferroviaria che avrebbe operato soprattutto nel settore merci per trasportare i tronchi degli alberi tagliati. Tutte queste categorie di manovali facevano ampio uso del fuoco per bonificare i terreni dalle radici degli alberi tagliati. Piccoli incendi venivano accesi ogni giorno. A questi, si devono aggiungere gli incendi accidentali, dovuti ad esempio all'emissione di scintille da parte dei motori a vapore dei mezzi ferroviari.
Da oltre un anno, l'area era anche soggetta a una persistente siccità, che aveva seccato i torrenti rendendo difficile il trasporto dei tronchi via acqua e messo in serie difficoltà l'agricoltura di sussistenza delle tribù native della zona.
In pratica, l'intera area era letteralmente ricoperta di legno secco, o usato anche come materiale per costruire tutte le strutture o destinato a essere trasportato altrove. Praticamente, qualsiasi incendio avrebbe potuto estendersi e rigenerarsi senza trovare ostacoli. Ce n'erano già stati alcuni, nelle settimane precedenti, ma erano stati domati prima che si estendessero.
L'incendio di Peshtigo ha lasciato pochi testimoni (la percentuale di residenti morti fu altissima) e il più importante tra essi è un sacerdote cattolico nato in Francia nel 1825, Peter Pernin, che scrisse un libro sul fatto, pubblicato nel 1874.
Padre Peter Pernin

Il libro di Padre Pernin

Padre Pernin stava tornando da una breve battuta di caccia nei boschi insieme a un ragazzo che gli aveva fatto da guida, al crepuscolo, quando entrambi si ritrovarono, senza alcun preavviso, circondati dalle fiamme. Fortunatamente, erano presenti altri uomini che, battendo sugli arbusti fino a spegnerli, rallentarono la progressione del fuoco, permettendo ai due di uscire dal bosco e correre con loro verso l'abitato.
Qui, però, la situazione non era migliore. C'era fumo dappertutto e la gente non sapeva cosa fare. Alcuni, ottimisticamente, se ne andarono a cena, mentre altri rimasero in strada a discutere. Man mano che scendeva la notte, si rendeva sempre più evidente come all'orizzonte si stesse alzando un bagliore rosso, sempre più vistoso, accompagnato da un suono simile a un ruggito, che si faceva sempre più forte.
Infatti, quasi improvvisamente, la cittadina fu investita da una densa nuvola di fumo, che appiccò il fuoco dappertutto. Perfino quelli che avevano collegato le pompe ai pozzi capirono che ogni resistenza sarebbe stata inutile e tentarono la fuga. Molte persone presero fuoco mentre correvano. Altre riuscirono a raggiungere il fiume che attraversava la città e aveva lo stesso nome di questa, ma anche quelli che non si tuffarono prontamente bruciarono vivi.
Illustrazione d'epoca raffigurante l'incendio

Foto colorizzata che mostra l'area dopo l'incendio

Giornale locale con articoli sull'incendio

Altra immagine scattata subito dopo l'incendio

Altra pubblicazione d'epoca

Le particolari condizioni di pressione atmosferica fecero sì che le fiamme e il fumo passassero ripetutamente sulla superficie dell'acqua, costringendo quelli che si erano tuffati a tenere a lungo la testa sotto, con il risultato che diversi tra essi annegarono; poiché l'incendio durò a lungo (Padre Pernin restò nel fiume per oltre 5 ore), altri sopravvissuti morirono per ipotermia e forza di rimanere immersi nell'acqua fredda. Bruciò anche una goletta che si trovava all'ancora sul fiume, la George L. Newman, ma l'equipagio sopravvisse.
Al di fuori del fiume, sopravvissero solo quei pochi che erano riusciti a trovare rifugio dentro qualche caverna di roccia, dove l'incendio non arrivò. Una circostanza che si ritenne miracolosa fu che alcune religiose, guidate da suor Adele Brise (di origine belga, vissuta dal 1831 al 1896, e destinata a diventare una veggente, per la quale è in corso un processo di beatificazione), insieme ad alcuni profughi, si rifugiarono in una cappella nella località di Robinsonville, poco distante, e sopravvissero benché l'area circostante fosse bruciata completamente.
Suor Adele Brise

La moria di persone fu nulla in confronto a quella di animali. Nemmeno gli uccelli del bosco riuscirono a salvarsi, perché le fiamme furono talmente alte da raggiungerli e risucchiarli nel vortice.
Altri incendi, nelle stesse ore, colpivano altre località del Midwest, come Holland, Manistee e Port Huron. Alla fine, risultò distrutta un'area di foresta complessivamente più grande dell'intero stato del Rhode Island.
Molti dei sopravvissuti erano gravemente ustionati o feriti. Nel pomeriggio del giorno seguente, arrivarono i primi soccorsi dalla cittadina di Marinette, distante una dozzina di km e toccata solo marginalmente dalle fiamme. Gli infermi che non morirono prima furono trasportati in questa città.
Soccorsi meglio organizzati dovettero attendere, perché anche le linee telegrafiche erano andate distrutte. Qualche volontario dovette raggiungere Green Bay, a circa 80 km, prima di trovare un ufficio telegrafico funzionante. Il governatore del Wisconsin, Lucius Fairchild (1831-96), un eroe della Guerra di Secessione e convinto abolizonista della schiavitù, ricevette la notizia il 10 ottobre, mentre era già in viaggio con un convoglio di soccorsi per la città di Chicago: sua moglie Frances Bull (1846-1925), nota filantropa, fece staccare una parte del convoglio e lo dirottò a Peshtigo. Successivamente arrivarono altri soccorsi dal resto degli Stati Uniti.
Lucius Fairchild militare, con il braccio sinistra appena amputato

Fairchild con la moglie Frances Bull

Oggi, un museo cittadino e un santuario mariano (nella cappella in cui sopravvissero suor Adele e gli altri) ricordano il fatto.
Il cimitero di Peshtigo




domenica 26 novembre 2017

Fedelissima alla Bestia: la storia di Lynette Fromme

La recente scomparsa di Charles Manson ha riportato sulle pagine dei giornali gli spaventosi delitti di cui si resero responsabili gli adepti della sua “famiglia” alla fine degli anni '60.
La Giustizia ha avuto la mano pesantissima sui diretti responsabili di quei crimini. Non solo Manson, ma anche tutti gli esecutori materiali delle stragi (in gran parte giovani donne), da allora, non sono più usciti di galera e una (Susan Atkins) vi è anche morta, a 61 anni, nel 2009.
La “famiglia” di Manson comprendeva però anche altri elementi, che non furono coinvolti direttamente nei crimini e di conseguenza, pur soggetti a indagini, ne uscirono senza conseguenze. La maggior parte di essi, però, dopo la dispersione del gruppo, continuò a vivere ai margini della legge e alcuni finirono comunque per cacciarsi in grossi guai. Per esempio, Lynette Fromme.
Lynette Fromme (in primo piano) in una foto di gruppo della "famiglia" di Manson
Lynette e altre tre ragazze della "famiglia"

La Fromme rappresenta un caso un po' particolare nell'ambito della “famiglia” di Manson. A differenza di quasi tutti gli altri adepti del guru satanista, non proveniva da una realtà sociale degradata e non aveva alle spalle alcuna storia di abbandono o abusi. Era nata il 22 ottobre 1948 in una famiglia alto-borghese della California (il padre era un ingegnere aeronautico) ed aveva concluso regolarmente le scuole superiori pur avendo avuto qualche piccolo problema per l'uso di droghe negli ultimi anni. Da bambina, aveva studiato danza in una scuola prestigiosa e fatto parte di una compagnia chiamata Westchester Lariats, che aveva ottenuto abbastanza successo da andare in tournée in Europa e esibirsi alla Casa Bianca.
Lynette in un annuario scolastico

La serena esistenza borghese di Lynette Fromme era terminata quando, in contrasto con il padre che la voleva per forza all'università, se n'era andata di casa e si era messa a fare la vagabonda, nel 1967. La vita on the road era più dura del previsto e, quando incontrò casualmente Charles Manson, fu colpita dal suo carisma e si unì al suo gruppo. Qui, le diedero il soprannome che le sarebbe sempre rimasto, Squeaky (squittio, stridulo), anche se esistono due versioni su come questo fu coniato. Secondo una, in seguito a un suono che lei emise quando il proprietario della fattoria che ospitava la comunità, George Spahn, la toccò inavvertitamente; secondo un'altra, il soprannome le fu dato da Manson stesso per i suoni che Lynette emetteva durante i rapporti sessuali.
Durante il processo per le stragi del 1969, Lynette restò accampata fuori del tribunale insieme a quasi tutti gli altri membri della “famiglia” che non erano stati arrestati. Quando Manson e gli altri imputati si incisero una X sulla fronte, fece lo stesso e approfittò delle non molte occasioni in cui qualche giornalista provò a intervistarla per proclamare l'innocenza di Manson e predicare la filosofia apocalittica di questo. Riuscì comunque a farsi infliggere due lievi condanne, che le costarono due brevi soggiorni in galera, una per aver cercato di intimidire dei testimoni con delle minacce e l'altra per oltraggio alla Corte.
Lynette e altre ragazze della "famiglia" fuori del tribunale durante il processo a Manson

Tuttavia, Lynette, per la sua fedeltà a Manson, finì per ritrovarsi coinvolta in un altro contesto criminale, potenzialmente pericolosissimo. Manson, che aveva sempre propagandato idee razziste, temeva di essere aggredito in carcere da altri detenuti neri, specie quelli che si erano fatti musulmani per seguire Malcolm X. Per questo, prese contatto con la Aryan Brotherhood (Fratellanza Ariana), la principale e più violenta gang di detenuti americani, responsabile di gran parte degli omicidi che avvengono in carcere, anch'essa connotata da forti inclinazioni razziste. Il patto era che Manson avrebbe fornito ragazze disinibite e disponibili della sua “famiglia” ai membri della Fratellanza in libertà e in cambio sarebbe stato protetto dai membri detenuti. Lynette, insieme ad altre due ragazze, Nancy Pitman e Priscilla Cooper, andarono a offrirsi a due membri della Fratellanza, Micahel Monfort e James Craig. Questi erano spietati assassini e, appena si presentò l'occasione, aggiunsero un altro atroce delitto al loro curriculum.
Nell'estate del 1972, il nuovo gruppo, vagabondando per la California e mantenendosi con i proventi di rapine e altri furti, finì per stabilirsi accanto alla modesta casa isolata dei coniugi James e Lauren Willett, che avevano avuto una bambina da poco. Non si è mai accertato con esattezza cosa accadde, ma nel settembre dello stesso anno i due furono uccisi. Forse Lauren Willett morì solo perché, ubriaca o drogata, si prestò a un tragico gioco di roulette russa, ma quello di James Willett è sicuramente un omicidio premeditato, perché l'uomo fu costretto a scavarsi la fossa da solo prima di essere sparato. Probabilmente, si era reso conto che Monfort e Craig erano due banditi e stava per andare a denunciarli.
La bambina, fortunatamente, fu ritrovata viva e messa in un istituto, quando la vicenda venne scoperta dalla polizia, nel novembre successivo.
Lynette fu arrestata per questo crimine ma, dopo circa due mesi e mezzo, venne rilasciata perché riuscì a dimostrare che, nel momento in cui si erano consumati i due delitti, si trovava a Stockton, per visitare un altro membro della “famiglia”, William Goucher, detenuto presso il locale carcere per rapina. Gli altri 4 membri del gruppo furono tutti processati e condannati.
Quando Manson, dopo la condanna, fu trasferito alla prigione di Folsom, Lynette andò a vivere, insieme all'amica Sandra Good, in una casa fatiscente di Sacramento, per stargli il più vicino possibile. Nel 1973 provò a scrivere un libro sulla sua esperienza all'interno della “famiglia”: il manoscritto, che comprendeva anche disegni e foto, arrivò a superare le 600 pagine. Tuttavia, discutendone con altri membri del gruppo, giunse alla conclusione che un simile documento sarebbe stato troppo compromettente e abbandonò il progetto.

Lynette e Sandra Good

Nel 1975, in coincidenza con la data di un concerto a Los Angeles nell'ambito di un tour dei Led Zeppelin, Lynette cercò di prendere contatto con Jimmy Page per avvisarlo di un ipotetico “pericolo” che correva e arrivò a parlare con un dirigente della loro casa discografica, Danny Goldberg, che le promise di recapitare il messaggio. Ma a Page non accadde nulla di preoccupante, né allora né dopo.
Lynette e Sandra Good sembravano aver sposato la causa dell'ecologia e in particolare della tutela delle foreste di sequoie in California, che peroravano vestendosi di lunghe tuniche con cappuccio, una (Lynette) rossa e l'altra (Sandra) azzurra. Era anche questo un omaggio a Manson, che a volte chiamava l'una “Red” per i capelli rossi e l'altra “Blue” per gli occhi azzurri. Con l'obiettivo ufficiale di sensibilizzare il presidente Gerald Ford sul tema delle sequoie, il 5 settembre 1975, Lynette lo avvicinò al parco Capitol di Sacramento, durante la preparazione di un evento ufficiale. Appena tirò fuori dalla veste la Colt M1911 calibro 45 che teneva nascosta sotto la veste, l'agente Larry Buendorf dei servizi segreti le si avventò addosso e la disarmò. Subito dopo fu ammanettata e arrestata dai poliziotti presenti.

Due immagini dell'arresto di Lynette

Al processo, Lynette rifiutò di fornire la minima collaborazione. Mentre il procuratore Dwayne Keyes la definiva “piena di odio e violenza” durante la sua requisitoria, gli scagliò contro la mela che stava mangiando nella gabbia degli imputati, facendogli volare via gli occhiali. Fu condannata all'ergastolo.
Solo qualche anno dopo, nel 1980, ammise di non aver avuto intenzione di uccidere Ford ma solo di compiere un gesto dimostrativo. La prova di questo era che la pistola era priva di otturatore e che l'otturatore era stato trovato sul pavimento della stanza d'albergo in cui Lynette aveva dormito nella notte tra il 4 e il 5 settembre.

Lynette fotografata durante gli interrogatori

La sua condotta in galera fu peraltro pessima. Nel 1979 dovette essere trasferita da un carcere a un altro per aver aggredito Julienne Busic, una ex attivista che denunciava le violazioni dei diritti umani nella Jugoslavia di Tito ma era stata condannata all'ergastolo per il dirottamento di un aereo. Nel 1987, riuscì a evadere dal campo correzionale in Virginia presso cui era stata spostata, ma fu ripresa dopo due giorni mentre cercava di raggiungere la California nell'assurdo tentativo di incontrare ancora Manson. Da allora, fu detenuta in Texas.
Il 14 agosto 2009, dopo una serie di rinvii e di udienze con risultati negativi, è stata rilasciata in libertà vigilata e si è trasferita a Marcy, vicino New York. Non ha mai rinnegato nulla del suo terrificante passato, ma ormai è solo una donna anziana e sola, che non può più nuocere a nessuno.
Lynette Fromme oggi



venerdì 27 ottobre 2017

Le premonizioni di Aberfan

Aberfan è un villaggio del Galles meridionale, posto in una valle tra colline ricche di foreste di conifere, il cui sottosuolo è ricchissimo di minerali. L'economia della zona si è basata per secoli sull'estrazione di carbone, e tra i suoi abitanti ci sono sempre stati molti minatori.
Per molto tempo, sulla principale collina tra quelle che sovrastano Aberfan, chiamata Mynydd Merthyr e alta 493 m, l'attività delle miniere ha accumulato detriti di carbone e di altri minerali. Tali accumuli apparivano piuttosto pericolosi ma nessuno prese provvedimenti fino al disastro del 21 ottobre del 1966.
Quel giorno, in seguito a diversi giorni di piogge forti e insistenti, i detriti si gonfiarono di acqua fino a diventare una massa liquida e, staccatisi dalla superficie, scesero a valle, prima travolgendo due fattorie e poi spingendosi fino al centro di Aberfan. Il volume dei detriti in movimento è stato stimato in 160.000 mc, di cui 120.000 furono depositati lungo le pendici della collina e 40.000 arrivarono fino al paese.


Alcune immagini del disastro

Ad Aberfan, quella mattina, c'era un tempo molto nebbioso e nessuno vide arrivare la massa di rocce e fango. In un primo tempo, il rumore fece pensare al passaggio di un Jet, poi le vibrazioni del terreno diedero l'idea di un terremoto (eventualità molto rara nell'area), ma comunque tutto avvenne in tempi talmente rapidi che nessuno riuscì a dare l'allarme o a organizzare l'evacuzione dei punti più a rischio.
L'edificio più esposto era la scuola primaria Pantglas, in cui i bambini erano appena entrati per l'ultimo giorno di lezione prima delle vacanze di Mid-term. Per festeggiare l'arrivo di queste vacanze, erano andati a cantare in coro degli inni nella sala riunioni, che per una tragica fatalità era proprio dal lato affacciato verso il Mynydd Merthyr. Stavano cominciando ad avviarsi nelle aule quando si udì il rombo e il pavimento prese a tremare. Alcuni insegnanti, memori delle esercitazioni per la sicurezza, ordinarono di ripararsi sotto i banchi, ma ovviamente non servì a nulla. La massa di detriti travolse la scuola distruggendola quasi completamente e seppellendo nel fango quasi tutti quelli che vi erano dentro.
Complessivamente, morirono 144 persone, tra le quali 116 bambini e 28 adulti.
Alcuni dei bambini morti

Alcuni degli insegnanti morti


La scuola come si presentò ai soccorritori

I funerali delle vittime rappresentarono un importante evento per l'intero Regno Unito. Nove giorni dopo il disastro, anche la Regina e il Principe Consorte visitarono il luogo. Quando Elisabetta ricevette un mazzo di fiori da una bambina superstite, fu vista piangere in pubblico per la prima volta.
Il contraccolpo del fatto per i superstiti ebbe una portata enorme, non solo a livello economico ma soprattutto sul piano psicologico. In pochi anni, i problemi come separazioni e divorzi, alcolismo, consumo di droghe e psicofarmaci, aumentarono vertiginosamente.






Alcuni dei momenti di quel giorno e dei successivi

Tra gli psichiatri che si occuparono di assistere gli abitanti di Aberfan c'era anche John C. Barker, uno specialista che nel dicembre del 1967 pubblicò, sul Journal of the Society for Psychical Research, uno studio che esaminava 35 casi di testimonianze riguardanti fenomeni di precognizione del disastro da parte di persone coinvolte, tra cui diversi bambini che erano morti.
Il caso più significativo è quello di una bambina di 10 anni, Eryl Mai Jones, che due notti prima del disastro aveva sognato che la scuola era scomparsa, sostituita da una massa nera. La bambina sognò anche di essere morta e sepolta ma il sogno non le fece paura, perché accanto a lei c'erano i suoi miglior amici, Peter e June. Dopo il disastro, Eryl Mai fu effettivamente sepolta, insieme alle altre vittime, in una grande fossa comune, e a suoi due lati furono composti i due bambini che le erano apparsi nel sogno.
Questa storia fu raccontata a Barker da un sacerdote locale e poi confermata dai genitori della bambina.
La coincidenza tra la premonizione e i fatti sembra essere eccezionale ma va detto che anche uno come lo pischiatra Ian Stevenson, docente alla scuola di Medicina della Charlottesville University in Virginia, Usa, principale sostenitore della teoria per cui il disastro del Titanic fu preceduto da diversi episodi di premonizione, anche se cita l'episodio di Aberfan a sostegno delle sue idee, mette in guardia contro l'uso di prove aneddotiche di questo tipo, non sempre attendibili e spesso alterate da suggestione, ricordi di copertura o semplice fantasia di chi le riferisce come testimone.
Peraltro, il disastro di Aberfan fu tutt'altro che inaspettato e imprevedibile. Il National Coal Board, che gestiva la miniera, era da tempo bombardato da iniziative dei cittadini locali preoccupati per la propria sicurezza, che si erano intensificate nel tempo. Il Consiglio Comunale aveva stigmatizzato già nel 1963 la pratica di inumidire dei detriti molto duri per ammorbidirli prima di depositarli sugli altri, temendo che le successive infiltrazioni potessero facilitare le frane. Un consigliere comunale, l'anno dopo, scrisse al NCB apposta per sottolineare il fatto che la scuola si trovasse nella posizione piùà a rischio in caso di frane. Nel 1965, la direttrice della scuola, Ann Jennings, presentò al Consiglio della Contea una petizione firmata dai genitori degli alunni per chiedere alle autorità di intervenire, vista l'inerzia del NCB nell'affrontare la questione. La Jennings e i figli di molti firmatari sarebbero morti nel disastro. A forza di insistere, il NCB si era mosso e, dopo aver accertato che le masse sulla cima della collina si erano effettivamente mosse nel tempo, aveva smesso di scaricare detriti su di questa. Ma non aveva rimosso quelli che già vi si trovavano e, per questo, dopo un lungo e complicato processo civile, l'ente fu condannato a pagare la somma complessiva di 160.000 sterline di risarcimenti, mentre il suo presidente, Lord Robens, che non si era nemmeno recato sul posto appena ricevuta la notizia, perché impegnato a ricevere l'investitura a Rettore dell'Univeristà del Surrey, fu costretto a dimettersi.
Il governo, insoddisfatto dell'ammontare dei risarcimenti, aprì a favore dei superstiti e delle famiglie dei morti una sottoscrizione che portò a raccogliere 1.606.929 sterline, ossia una somma dieci volte superiore.
Resta da chiarire se le premonizioni, se ci furono, si ebbero spontaneamente o per reazione al clima di allarme che, evidentemente, aleggiava sul villaggio da tempo. Ma questo, al momento, è impossibile stabilirlo.
Il cimitero di Aberfan

La copertina di Life dedicata all'evento




sabato 9 settembre 2017

Lonnie Athens e la socializzazione violenta

Tutti gli psicologi, i sociologi e i criminologi che si sono occupati dell'origine della violenza criminale, hanno sempre proposto teorie che spiegavano il fenomeno solo parzialmente, perché comprendevano parecchie eccezioni.
Esempi classici sono quello del bambino sottoposto a violenza che poi diviene a sua volta violento, o quello del violento che trova nella prepotenza inflitta agli altri il rimedio alla propria mancanza di autostima. Benché questi modelli possano andare bene per descrivere molti casi, è innegabile che al mondo esistono persone che non sono diventate violente pur subendo violenze da bambini e persone violente che hanno di se stesse una considerazione da semidei, pompata dal timore che ispirano negli altri.
La teoria più esaustiva sull'origine della violenza si deve al criminologo americano Lonnie H. Athens, nato a Richmond, Virginia, il 25 marzo 1949 e formatosi alla Virginia Tech e poi alla University State of Wisconsin, oggi docente di criminologia alla Seton Hall University.
Lonnie Athens



Alcuni libri di Athens

L'unico tradotto finora in Italiano

Athens è stato, prima che un ricercatore sul campo, uno studioso attentissimo al metodo, capace di riallacciarsi alla classica tradizione della filosofia neoempirista, in particolare a quella di David Hume (1711-76), dal quale ha mutuato il “metodo degli universali”, che identifica a posteriori la causa e l'effetto (in modo sempre provvisorio e perfettibile) tramite l'individuazione degli attributi specifici di una popolazione campione. In più, ha studiato a fondo la “psicologia sociale” di George Herbert Mead (1867-1931), uno dei padri della Sociologia, attentissimo a identificare e definire i rapporti tra l'individuo e l'ambiente in cui si forma e le loro conseguenze.
David Hume

George Herbert Mead

Dopo aver lavorato a lungo sulle popolazioni carcerarie di California e Iowa ed essere stato garante per la libertà vigilata e sulla parola in Virginia, Athens ha elaborato una nuova teoria sulla genesi della violenza nell'uomo, quella della socializzazione violenta.
La teoria di Athens, oltre a essere la più omnicomprensiva, è l'unica che si concentri anche sulla violenza istituzionalizzata, ossia quella di forze dell'ordine e forze armate, e non a caso è stata ripetutamente citata da storici che si sono occupati di stragi di civili da parte dei nazisti. In particolare, dall'americano Richard Rhodes (nato nel 1937) che ha studiato a fondo l'attività degli Einsatzgruppen, ossia i gruppi speciali di SS creati per procedere all'eliminazione di intere comunità di civili durante le invasioni sul fronte orientale, in Polonia e in Urss.
Richard Rhodes


Il libro di Rhodes sugli Einsatzgruppen e la sua traduzione in Italiano

Dalle interviste con migliaia di criminali violenti, Athens ha isolato la sequenza minima di esperienze sociali violente condivise in tutte le loro biografie e ha poi verificato come questa sequenza risultasse assente o incompleta nelle persone che, pur avendo sperimentato la violenza, non hanno poi commesso reati violenti.
E' abbastanza inquietante la rassomiglianza tra i momenti di questa sequenza e l'addestramento militare o paramilitare.
La socializzazione violenta è un processo che passa per quattro fasi, ognuna delle quali propedeutica all'altra, anche se i tempi di passaggio possono essere molto variabili:
  1. la Brutalizzazione;
  2. la Belligeranza;
  3. la Condotta Violenta;
  4. la Virulenza.
La prima è involontaria, viene inflitta al soggetto indipendentemente dalla sua volontà. Le altre sono il frutto di sue decisioni completamente libere.
Una volta completato il processo di socializzazione violenta, ogni ulteriore atto di violenza è un atto deliberato e non una semplice reazione a una qualsiasi provocazione.
La Brutalizzazione si compie attraverso tre tipi di esperienza, che si possono vivere in diversi modi e in diverse circostanze, in qualsiasi ordine: l'Assoggettamento violento (uso o minaccia di violenza per sottomettere il soggetto stesso al suo potere); il Raccapriccio (in seguito allo spettacolo dell'assoggettamento di persone simili o vicine al soggetto); l'Addestramento alla violenza (insegnamento da parte di altre persone violente a reagire violentemente alle provocazioni).
Si può notare come molti bambini, soprattutto cresciuti nei decenni passati (ma avviene ancora in molte parti del mondo), siano stati brutalizzati con la scusa di educarli. In alcuni Paesi, come la Germania della prima parte del XX secolo, queste forme di “educazione” erano la regola e godevano del massimo prestigio sociale, fatto che contribuì sicuramente a facilitare la diffusione di comportamenti criminali durante la dittatura di Hitler.
La Brutalizzazione è un trauma che lascia il soggetto privo di riferimenti e valori, demoralizzato, con una identità personale del tutto disgregata. L'obiettivo della brutalizzazione, infatti, è distruggere la personalità. Una volta raggiunto questo, il soggetto deve riorganizzarsi in qualche modo ed è la violenza stessa ad offrirgli la via più comoda per farlo.
Si passa dunque alla fase successiva, la Belligeranza.
Qui, il soggetto decide di ricorrere alla violenza come strumento per risolvere i suoi rapporti con gli altri. Non si tratta di una violenza incontrollata ma di una violenza che al soggetto stesso appare necessaria per mantenere il benessere fisico e psicologico di se stesso e delle persone care, in pratica una violenza puramente difensiva. Il soggetto belligerante è ancora abbastanza razionale da rendersi conto che l'uso della violenza espone comunque a pericoli, e non ha senso correrne se non si ha una buona ragione per farlo.
Il passaggio successivo è la Condotta Violenta. Qui, il soggetto comincia a perdere di vista i rischi che corre e a essere disposto a tutto pur di reagire a una qualsiasi provocazione. Tanto più grave è la provocazione, tanto più esplosiva potrà essere la sua violenza. E' un momento molto difficile per il soggetto stesso, perché mette alla prova la sua nuova identità personale, basata proprio sull'esercizio della violenza. Se questa non ottiene il successo sperato, il soggetto può rimanerne tanto demoralizzato da suicidarsi. In effetti, nei gruppi sociali caratterizzati da una forte potenzialità criminale, i tassi di violenza e di suicidio sono inversamente proporzionali, tanto che Athens si chiede se il suicidio possa essere una via alternativa per la risoluzione dei conflitti scatenati dalla Brutalizzazione.
Se invece questa Condotta Violenta ha successo, il soggetto ne rimane particolarmente soddisfatto. Non a caso, questo è uno stadio molto stabile, che non comporta necessariamente delle inclinazioni criminali. I Violenti Marginali che ne fanno parte concepiscono la violenza in chiave puramente difensiva e, in quest'ottica, possono essere perfettamente inseriti nella società nelle vesti di difensori delle sue istituzioni, come soldati o poliziotti. L'addestramento di questi è svolto bene quando li lascia in condizioni tali da non superare questo stadio.
Ma basta che arrivino alcuni elementi disturbanti, quali il Rinforzo sociale dell'identità violenta e la conseguente risoluzione a ricorrere a questa a prescindere dalle necessità difensive, per raggiungere il quarto stadio, quello criminale, della Virulenza.
L'esercizio della violenza per assoggettare gli altri può dare al soggetto delle sensazioni molto gratificanti, un senso di potenza che è raro ottenere in altri modi. Lo spettacolo del timore che si incute nel prossimo può essere inebriante, con un effetto simile a quello di una droga. A quel punto, il soggetto non può più aspettare l'occasione difensiva che gli dia la possibilità di provarlo, ma va a crearsi tutte le occasioni possibili attraverso l'uso di una violenza offensiva, indipendentemente da qualunque tipo di provocazione.
Si cade quindi in un comportamento stabilmente criminale, che le società non tollerano, non tanto per i suoi singoli effetti, quanto per i problemi che provoca all'organizzazione di cui il soggetto fa parte. Il soldato o il poliziotto criminale, oltre che essere pericolosi per le potenziali vittime, lo sono anche per i loro commilitoni, dato che la loro condotta non persegue più gli obiettivi del gruppo di cui fanno parte ma degli obiettivi del tutto personali, che non hanno nulla a che fare con i primi. In altri termini, è facile che non ubbidiscano più agli ordini. Per questo, nelle organizzazioni militari e paramilitari, la violenza criminale è sempre poco o nulla tollerata e spesso pesantemente sanzionata.

Il lavaggio del cervello propagandistico può facilitare il passaggio dalla Condotta Violenta alla Virulenza, semplicemente, facendo percepire come minacciose o pericolose delle persone che non lo sono affatto. Il soggetto si abitua alla Virulenza pur essendo convinto di praticare la violenza solo per difendersi. Ciò fu fatto in modo mostruosamente esemplare durante il regime nazista di Hitler, quando la propaganda indusse i tedeschi a vedere negli ebrei e in altre minoranze il capro espiatorio di ogni male. Con le conseguenze che conosciamo benissimo. 



Alcune immagini che documentano i crimini degli Einsatzgruppen, immortalati dagli stessi autori