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venerdì 19 giugno 2020

Myles Fukunaga e le tensioni razziali nelle Hawaii


Le manifestazioni antirazziste cui stiamo assistendo in questo periodo in seguito all'uccisione di George Floyd non sono certo una novità per gli Stati Uniti. In una nazione che rappresenta un enorme crogiolo di etnie e sempre soggetta a importanti flussi migratori, la convivenza civile non è stata sempre pacifica, anzi non lo è stata quasi mai.
Un episodio meno noto, ma tutt'altro che marginale, di questa lunga storia di sangue, violenze e ingiustizie, è quello che vide contrapposti i Nisei (discendenti di seconda generazione degli immigrati giapponesi) agli Haole (bianchi e di origine anglosassone) nelle Hawaii della fine anni '20, in seguito al delitto di Myles Yutaka Fukunaga.

Myles Yutaka Fukunaga

Il conflitto era stato latente a lungo. I lavoratori Nisei sfruttati nelle piantagioni di canna da zucchero avevano già affrontato scioperi di massa nel 1909 e nel 1920. Questo delitto e il processo che ne seguì evidenziarono in modo palese le discriminazioni razziali.

Lavoratori Nisei hawaiiani della canna da zucchero, primo '900

Fukunaga era nato il 4 febbraio 1909 a Waialua. Nel 1928 lavorava come inserviente nella dispensa di un hotel di Honolulu. Era un ragazzo solitario e infelice, che una volta aveva già tentato il suicidio. Benché fosse letteralmente spremuto come un limone (il suo orario di lavoro ammontava a 80 ore settimanali), guadagnava pochissimo e viveva in una famiglia oppressa dai problemi economici. In particolare, i suoi genitori erano stati appena sfrattati da casa ad opera della Hawaiian Trust Bank, forse per iniziativa di Frederick Jamieson, un dirigente della banca stessa.
Come vendetta verso questo atto, e forse anche suggestionato dal delito di Leopold e Loeb, Fukunaga decise di rapire e uccidere il figlio decenne di Jamieson, George, detto Gill.

Gill Jamieson

Il 18 settembre 1928, Fukunaga si travestì da infermiere e si recò alla scuola di Punahou frequantata dal piccolo Gill, fece uscire il bambino dalla classe e lo convinse a seguirlo con la scusa di portarlo in ospedale dalla madre ferita in un incidente. I due fecero almeno una parte del viaggio in taxi. Una volta scesi, Fukunaga portò il bambino in un nascondiglio predisposto ad hoc e lo uccise colpendolo alla testa con uno scalpello d'acciaio. Poi inviò una richiesta di riscatto alla famiglia Jamieson, firmandola “I Re Magi” e chiedendo 10.000 dollari. La sera stessa, telefonò anche alla famiglia Jamieson, chiedendo 4.000 dollari. Il padre del bambino glieli portò subito nel luogo designato, Fukunaga si presentò mascherato e li prese, poi andò via annunciando la prossima liberazione del bambino. Ovviamente, non fu liberato nessuno.
Appena si diffuse la notizia, la polizia dichiarò che il messaggio e l'eloquio del rapitore sembravano richiamarsi alla parlata Nisei, scatenando le prime ostilità della popolazione Haole contro i giapponesi. Peraltro, in un primo tempo, fu fermato l'ex autista degli Jamieson, Harry Kaisan, che si riteneva potesse avere forti motivi di rancore verso di loro. Nonostante le pressioni dei poliziotti, che arrivarono fino a drogarlo, Kaisan si rifiutò di confessare qualsiasi addebito.
Il 20 settembre, Fukunaga scrisse una lettera al giornale Honolulu Star-Bulletin, di fatto annunciando che Gill Jamieson era morto. Infatti, il corpo del bambino fu ritrovato quella sera stessa, in una radura vicino al canale Ala Wai, quasi di fronte al Royal Hawaiian Hotel.

Copie delle lettere di Fukunaga

Il 21 settembre, poiché la comunità Nisei si sentiva molto toccata dai fatti e, oltre a esprimere il proprio cordoglio alla famiglia Jamieson, aveva messo una taglia sul responsabile e organizzato squadre di ricerca, Fukunaga tentò di arruolarsi in una di queste squadre, ma non fu accettato in quanto troppo giovane e gracile.

Scuola Nisei hawaiiana, circa 1920

Il 22 settembre, Fukunaga commise l'imprudenza di acquistare un biglietto ferroviario per la sua città natale usando una delle banconote del riscatto. I numeri di serie di queste, infatti, erano stati segnati e, dopo la segnalazione della biglietteria, la polizia lo identificò immediatamente. La polizia perquisì la sua casa, trovando alcuni indizi della sua partecipazione al delitto, e lo arrestò al ritorno da Waialua, la sera del 23.
Foto segnaletiche di Fukunaga

Fukunaga confessò immediatamente e fu mandato a processo nel giro di soli dieci giorni. Il dibattimento si svolse in un clima caratterizzato da manifestazioni degli Haole che chiedevano la pena capitale. Il giudice Alva E. Steadman condusse il processo in modo frettoloso e approssimativo, impedendo di fatto al legale di Fukunaga di citare testimoni a discarico e ignorando le richieste di perizia psichiatrica avanzate dall'insigne psichiatra Lockwood Myrick, per il quale Fukunaga era palesemente infermo di mente. Anche alcuni membri della giuria la pensavano allo stesso modo e rimasero molto perplessi quando Steadman, l'8 ottobre, condannò Fukunaga a morte per impiccagione.
I Nisei protestarono in massa, in particolare dal loro quotidiano Hawaii Hochi, sul quale il direttore Fred Makino denunciò non solo l'abuso costituito dalla condanna di una persona incapace di intendere e volere, ma anche la difformità di trattamento rispetto a delinquenti Haole che avevano ucciso vittime Nisei. Le loro insistenze portarono a petizioni e richieste ufficiali per la revisione del processo. La Corte Suprema delle Hawaii rigettò il ricorso con un provvedimento che conteneva degli errori formali ma che, nonostante questo, fu confermato anche dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.
Fukunaga fu impiccato a Honolulu il 19 novembre 1929.
La posizione dei Nisei non è stata sempre compatta. Jasutaro Soga, direttore del giornale Nippu Jiji, accusò Fred Makino di travisare i fatti. Tuttavia, dopo che nel 1932 cinque ragazzi non Haole, tra i quali c'era anche il Nisei Horace Ida, furono ingiustamente accusati dello stupro di una ragazza Haole, le voci di denuncia delle discriminazioni si moltiplicarono. Studiosi più recenti come Dennis Ogawa e Jonathan Okamura hanno ripreso le posizioni di Fred Makino riguardo la condanna di un infermo di mente con lo scopo palesemente intimidatorio di affermare l'intoccabilità della popolazione bianca. Le Hawaii non sono mai state il paradiso di felice convivenza razziale che alcuni hanno descritto.

soldati Nisei Hawaiiani nella Seconda Guerra Mondiale

Stella Nakadate, Miss Nisei Hawaii, 1955

Ragazze Nisei Hawaiiane in costume tradizionale, 1966



venerdì 29 maggio 2020

Frankie Stewart Silver: la storia dietro la canzone


Un delitto senza testimoni e il controverso processo che ne segue, terminato con una condanna piuttosto frettolosa, sono alla base di una storia capace di superare gli angusti limiti dell'area rurale in cui matura per interessare diverse generazioni di appassionati cultori, che se la sono tramandata in vari modi, inclusa una canzone popolare.

Un paesaggio della contea di Burke in una foto d'epoca

Siamo nella contea di Burke, in North Carolina, all'inizio dell'inverno 1831. Una realtà sociale di contadini e cacciatori, per lo più analfabeti. In una baita di montagna vicino al fiume Toe, affluente del Tennessee, vive una giovane coppia che sembra ben assortita: lui, Charles (Charlie) Silver, nato nel 1812, è un ragazzo alto e forte conosciuto come l'anima delle feste per le sue capacità di ballerino e suonatore; lei, Frances (Frankie) Stuart (riportato più spesso come Stewart), nata tra il 1811 e il 1813, è una ragazza piccola e bionda di un'avvenenza che non è mai passata inosservata, nonché eccellente tessitrice. Si sono sposati prestissimo e hanno una figlia di 13 mesi, Nancy.
La sera del 22 dicembre 1831, nella loro baita, accade qualcosa che non è mai stato definitivamente chiarito. Non si sa se Charlie aggredisca Frankie e se sia o meno la prima volta che accade. Sta di fatto che la moglie reagisce e lo uccide a colpi di ascia.



Non esistono ritratti di Frankie, ma solo interpretazioni artistiche della sua storia

Subito dopo, Frankie si rivolge ai suoi familiari perché la aiutino. La cosa più sensata da fare, se davvero ha colpito il marito per reagire a un'aggressione, sarebbe costituirsi e affrontare un processo. Tuttavia, il panico prende il sopravvento, forse anche per timori legate all'inferiorità sociale: i Silver sono molto più benestanti e influenti degli Stuart.
Di fatto, Frankie, aiutata dalla madre Barbara e dal fratello Blackston, fece a pezzi il corpo del marito e poi cercò di farlo sparire, in parte bruciandolo nel camino e in parte seppellendone le varie parti in luoghi molto distanti tra loro.
Tuttavia, la scomparsa di Charlie non passò inosservata. Il giorno dopo, avrebbe dovuto partecipare a una battuta di caccia con l'amico George Young ma ovviamente non si fece vedere. Frankie dichierò che se n'era andato a caccia in montagna da solo. Presto cominciarono le ricerche. Un amico della famiglia Silver, Jack Collis, si introdusse nella baita della coppia mentre Frankie era assente e la ispezionò accuratamente, ritrovando diversi frammenti di ossa nel camino e le tracce di una grossa chiazza di sangue sul pavimento. Altri resti furono rinvenuti sotto le assi del pavimento. Frankie, sua madre e suo fratello non seppero spiegare la presenza di questi reperti, caddero in contraddizione e furono arrestati tutti e tre il 9 gennaio 1832.
Le iniziative intraprese dal padre di Frankie, Isaiah, portarono alla scarcerazione di Barbara e Blackstone dopo qualche giorno, mentre Frankie fu trattenuta. Il 17 marzo fu formalizzata contro di lei l'accusa di omicidio volontario e fu dunque mandata a processo.
Il dibattimento cominciò il 29 marzo. Si ritiene più o meno unanimemente che la strategia decisa dall'avvocato di Frankie, Thomas Wilson, fosse quella più sbagliata. Infatti Frankie si dichiarò non colpevole, anche se risultavano a verbale delle sue dichiarazioni in cui affermava di aver aggredito suo marito con l'ascia perché lui, mezzo ubriaco, la stava minacciando con una pistola.
Benché non esistano molti riscontri ufficiali in tal senso, in quel periodo, l'idea generale dei loro amici e conoscenti era che Charlie maltrattasse abitualmente Frankie. Nella zona, culturalmente molto arretrata, si dava per scontato che gli uomini godessero del diritto di commettere qualunque tipo di abuso sulle donne e vi erano stati anche dei casi di mariti assolti dopo aver ucciso le mogli perché ritenuti giustificati dalla gelosia o da altre ragioni non meno futili.
I legali dei familiari di Charlie sostennero invece che Frankie avesse ucciso suo marito mentre questo stava dormendo, probabilmente per gelosia, o perché aizzata dai suoi familiari che miravano a venire in possesso dei terreni agricoli che il padre aveva intestato a Charlie al momento del suo matrimonio.
Quello contro Frankie Stuart fu davvero uno strano processo, se rapportato agli standard attuali. Innanzitutto, le leggi in vigore in North Carolina non permettevano agli imputati di essere ascoltati anche come testimoni, quindi il delitto fu illustrato solo attraverso l'interpretazione di indizi assai dubbi. A un certo punto, la giuria sembrava orientata in maggioranza verso un verdetto di non colpevolezza e decise quindi di riascoltare alcune testimonianze. Dopo questo passaggio, all'unanimità, la giuria si espresse per la colpevolezza. Benché non restino trascrizioni delle deposizioni dei testimoni prima e dopo, l'unica interpretazione possibile è che alcune testimonianze siano cambiate, e ci si domanda perché.
Frankie fu quindi condannata all'impiccagione.
Poiché l'avvocato continuava a presentare ricorsi, ci volle più di un anno per arrivare a eseguire la sentenza. Intanto, Frankie trovò il modo di farsi conoscere, perorando la propria causa con lettere che dettava all'avvocato stesso, nelle quali raccontava la vita d'inferno che aveva condotto insieme al marito, violento e spesso ubriaco. Il governatore Montfort Stokes ricevette diverse petizioni che chiedevano la commutazione della pena, ed è piuttosto significativo che tra i firmatari di queste vi fossero anche ben 7 dei 12 giurati che l'avevano giudicata colpevole. Tuttavia, le successive elezioni portarono a uno stallo. Al posto di Stokes, fu eletto proprio il giudice che aveva condannato Frankie, David Swain, che tenne un atteggiamento molto ambiguo sulla faccenda, non chiudendo mai ufficialmente all'ipotesi di grazia, ma temporeggiando fino ad affermare che avrebbe voluto concedere la grazia ma non aveva avuto il tempo di farlo perché l'esecuzione era stata fissata troppo presto. In realtà, rispetto al suo primo termine, l'esecuzione fu posticipata di due settimane, ma Swain dovette affrontare le conseguenze di una caduta da cavallo che ne limitarono le possibilità di lavoro. Anche se, com'è stato notato da più parti, prima della caduta, avrebbe avuto tutto il tempo di provvedere. Si è sostenuto che entrambi i governatori non concessero la grazia perché non tutti i 12 giurati del processo erano favorevoli alla sua concessione.
Certamente, alcune scelte della famiglia di Frankie non lo aiutarono a prendere una decisione a suo favore. Il 18 maggio 1833, visto che la grazia non arrivava, il padre e lo zio della ragazza corruppero delle guardie della prigione di Morganton, dov'era detenuta, e la portarono fuori dopo averle tagliato i capelli e averla fatta vestire con abiti da uomo. L'evasione, però, durò solo qualche ora, perché i tre furono riacciuffati poco prima di riuscire a superare il confine con lo Stato del Tennessee.
La solidarietà popolare per Frankie si espresse in molti modi, di cui il più celebre è una ballata composta da un maestro di Morganton, Thomas S. Scott, che sembra sia stata cantata dal pubblico accorso all'esecuzione della ragazza. Per molto tempo, i versi di questa canzone sono stati attribuiti a Frankie stessa. Il testo è il seguente:

This dreadful, dark and dismal day
Has swept my glories all away,
My sun goes down, my days are past,
And I must leave this world at last.

Oh! Lord, what will become of me?
I am condemned you all now see,
To heaven or hell my soul must fly
All in a moment when I die.”

(“Questa terribile, oscura e lugubre giornata
Ha spazzato via le mie glorie
Il mio sole tramonta, i miei giorni sono passati,
E devo finalmente lasciare questo mondo.

Oh! Signore, che ne sarà di me?
Sono condannato a tutti voi ora vedete,

In paradiso o all'inferno la mia anima deve volare
Tutto in un momento in cui muoio.”)


Su Internet si possono ascoltare diverse versioni della stessa. Eccone un esempio.


Frankie fu impiccata il 12 luglio 1833. Con il cappio al collo, prima che si aprisse la botola, affermò di avere delle dichiarazioni da fare. Ma il padre, che era sotto il palco della forca, le ordinò di tacere. Non sapremo mai quali segreti abbia portato nella tomba.
Per molto tempo si è sostenuto che fu la prima donna a salire sul patibolo nella Storia della contea di Burke, e così è riportato anche sulla sua lapide. In realtà, si tratta di una leggenda, perché prima di lei altre donne erano state giustiziate, soprattutto per stregoneria. Nei 77 anni sucessivi alla sua morte, prima che lo Stato della North Carolina avocasse a sé i processi penali, sottraendoli alla giurisdizione dei tribunali locali, altre 15 donne furono condannate alla pena capitale.
Il padre di Frankie aveva deciso di seppellirla nelle proprietà di famiglia ma, tra il tempo necessario a farsi consegnare il corpo e il caldo umido di luglio, il cadavere cominciò a decomporsi rapidamente, per cui il carro su cui viaggiava fece una sosta in campagna, di lato al sentiero che stava percorrendo, e la ragazza fu sepolta in un punto di terra demaniale solo approssimativamente segnato, poco fuori Morganton. Non avrebbe avuto una lapide fino al 1952, quando Beatrice Cobb, editrice del Morganton News-Herald, ne fece apporre una a proprie spese.





Alcune immagini della tomba di Frankie (il cui cognome da coniugata è riportato erroneamente come Silvers) tratte dal sito http://www.deweyfox.com/frankiesilver.htm

Come destino postumo, le andò comunque meglio che a Charlie, il quale ha tre tombe, poiché i suoi resti vennero rinvenuti in momenti diversi e seppelliti in luoghi distanti tra loro.
Non si sa bene quali nonni allevarono la figlia Nancy, ma tutto lascia credere che visse a lungo. Sposò in prime nozze un certo David Parker, morto nella guerra di secessione, e in seconde nozze un certo William Robinson, dal quale avrebbe avuto un figlio destinato a diventare un importante ufficiale della Marina Militare. Il secondo matrimonio non finì bene, perché il marito si mise a molestare sessualmente una delle sue figlie di primo letto e Nancy lo lasciò. Nessun documento riporta l'anno della sua morte, probabilmente risalente alla fine del XIX o all'inizio del XX.. Sulla tomba, che si trova a Mount Grove, nella contea di Macon, quindi lontano da quelle dei suoi genitori, è registrata come Nancy Parker.






domenica 26 aprile 2020

Il Destino di Burton Abbott, la vittima giudicata colpevole


Che la sfortuna possa perseguitare un uomo innocente fino a ucciderlo si mette in conto nella realtà, ma che a essa possa aggiungersi anche la legge diventa un'ipotesi inaccettabile per il buon senso. Eppure questo è accaduto molte volte durante i processi penali, soprattutto nei Paesi come gli Usa, in cui le condanne capitali sono state spesso comminate ed eseguite con una disinvoltura indegna di un Paese civile.
I casi che potrebbero essere citati sono tanti, ma uno dei più celebri è relativo a un processo che alla metà degli anni '50 appassionò tutta l'America durante il suo svolgimento, che peraltro non fu affatto tra i più corretti. I tentativi della difesa di annullarlo per ottenere un nuovo giudizio furono poi frustrati dalla volontà dell'amministrazione di chiudere il caso alla svelta, anche a costo di affrettare i tempi dell'esecuzione al di là di quello che era permesso da leggi e regolamenti.
Ma andiamo per ordine.
Si parte naturalmente da un delitto, un delitto mostruoso ed efferato. La vittima si chiama Stephanie Bryan ed è una studentessa di 14 anni, figlia di un medico di Berkeley, California, che scompare nel pomeriggio del 28 aprile 1955 dopo aver attraversato il parcheggio dell'Hotel Claremont. Il 1° e il 5 maggio arrivano due lettere con richieste di riscatto alla famiglia, poi i rapitori non si fanno più sentire.

Stephanie Bryan

Il 16 luglio 1955, una donna di nome Georgia Abbott, residente ad Alameda, poco distante da Berkeley, contatta la polizia perché, nel seminterrato della casa che divide con il marito, il figlio di 4 anni e la suocera, ha trovato una borsa contenente un documento di identità intestato a Stephanie. La polizia compie un sopralluogo sul posto e scopre altri effetti personali della ragazza, come gli occhiali e il reggiseno. La suocera di Georgia, Elsie Moore, dichiara di aver già visto la borsa nel seminterrato e di non averla aperta, non sospettando nulla.
Viene interrogato anche il marito di Georgia, Burton Abbott, un ventisettenne che studia Contabilità all'Università della California. Quando gli viene chiesto l'alibi per il 28 aprile, Abbott dichiara che si trovava presso un capanno di proprietà della sua famiglia nella campagne di Weaverville, sempe in Califormia ma a oltre 500 km di distanza. Il 20 luglio, mentre il capanno viene ispezionato, uno dei tanti civili che si sono uniti alle ricerche, un venditore di automobili di nome Leroy Myers, richiama l'attenzione del giornalista Edward Montgomery del San Francisco Examiner e del fotografo Bob Bryant su un tumulo di terra smossa qualche centinaio di metri dietro il capanno stesso. Dallo scavo che segue, emerge il corpo già notevolmente decomposto di Stephanie.

Il luogo in cui venne rinvenuto il corpo

Burton Abbott viene arrestato e incriminato con l'accusa di stupro e omicidio.


Burton Abbott durante gli interrogatori

Il processo si tiene a Oakland. Le prove sono solo circostanziali: nulla indica che Burton Abbott abbia direttamente avuto a che fare con la ragazza. Tuttavia, il procuratore distrettuale J. Frank Coakley non rinuncia a nulla pur di ottenere un verdetto di colpevolezza. Descrive, non si sa in base a quali risultanze scientifiche, Abbott come un maniaco sessuale, che avrebbe ucciso Stephanie perché questa si sarebbe difesa durante uno stupro. Ma in realtà lo stato di decomposizione del corpo non ha permesso di accertare né le cause della morte (che si presume avvenuta per strangolamento) né se vi sia stata una violenza sessuale. Né Abbott sembra un tale energumeno dal quale ci si possa aspettare chissà quali violenze: tra l'altro, soffre anche di tubercolosi e ha notevoli problemi respiratori, non avrebbe mai la forza di trascinare e seppellire un cadavere.

J. Frank Coakley (1897-1983)

Coakley porta in aula come prove anche i reperti disponibili, compresi i residui di abiti trovati addosso al corpo quando è stato disseppellito, impregnati di un odore di decomposizione che impressiona tutti. L'avvocato della difesa, Stanley D. Withney, protesterà inutilmente.

I reperti esibiti al processo

La madre di Stephanie al processo, insieme alla testimone che aveva visto la ragazza per ultima

L'opinione pubblica sembra favorevole alla colpevolezza di Abbott e questo orienta la scelta dei giurati: che, dopo 47 giorni di dibattimento e 51 ore di camera di consiglio, lo giudicano colpevole di entrambi i reati, dopodiché il giudice Wade Snook lo condanna alla camera a gas.
Tra ricorsi e appelli, passano 13 mesi dalla condanna.
L'esecuzione avviene in circostanze particolarmente drammatiche, il 15 marzo 1957, a San Quentin. L'orario previsto è le 10 del mattino. Il nuovo legale di Abbott, George T. Davis, un fiero avversario della pena capitale, passa tutta la mattinata a cercare di ottenere un rinvio, perché la data è stata fissata troppo presto (ci sono almeno 2 settimane di anticipo rispetto ai termini di legge) e non tutte le autorità deputate hanno avuto la possibilità di visionare gli incartamenti del processo, per cui non è ancora detto che Abbott non possa ottenerne una revisione. Ma gli uffici giudiziari statali e federali fanno a scaricabarile e l'unico che possa smuovere la situazione è il governatore della California, Goodwin J. Knight. Il quale, però, in quel momento, è in visita ufficiale sulla portaerei Hancock nella Baia di San Francisco. Non riuscendo a raggiungerlo in altri modi, Davis gli lancia un appello tramite un canale televisivo: Knight risponde e concede una sospensione di un'ora. Durante questo tempo, gli appelli di Davis alla Corte Suprema e al Tribunale distrettuale federale vengono respinti. Ma ci sono le condizioni per chiedere un ulteriore rinvio a Knight. Tuttavia, questo è irreperibile. Ha dato a Davis due numeri telefonici assicurando che li avrebbe lasciati liberi, invece Davis li trova a lungo occupati entrambi. Quando finalmente Knight risponde, sono le 11,12 e Burton Abbott sta uscendo dalla cella per raggiungere la camera a gas. La discussione tra Knight e Davis è rapida, ma non abbastanza. Knight concede un nuovo rinvio e chiama il suo segretario, Joseph Babich, perché avvisi la direzione del carcere.

George T. Davis (1908-2006)

Goodwin Knight (1896-1970) con Richard Nixon nel 1958 

Sono le 11,18, quando arriva la telefonata di Babich alla linea diretta del braccio della morte, ma in quel momento le 16 palline che sciogliendosi nell'acido solforico avrebbero liberato il gas letale sono già cadute nel relativo recipiente. Il giornalista George Draper di The Chronicle, uno dei testimoni ufficiali, dirà poi che Abbott aveva inizialmente trattenuto il fiato, ma al primo respiro morì rapidamente.
Subito dopo che Abbott ha reclinato la testa, arriva la telefonata di Babich, e il guardiano Harley Teets gli risponde che ormai è troppo tardi per fermare l'esecuzione.
La moglie di Abbott, Georgia, se ne andò a vivere altrove. Il figlio, Christopher, era troppo piccolo per ricordare i fatti: solo da adulto apprese delle circostanze della morte del padre. Sia i fratelli sia soprattutto la madre di Burton Abbott erano fermamente convinti della sua innocenza e, anche dopo l'esecuzione, cercarono di farla riconoscere, soprattutto la madre, che sarebbe morta all'età di 100 anni nel 2004. Elsie Moore, in particolare, insistette sostenendo che bisognava indagare di più su suo fratello, un camionista di San Leandro di nome Wilbur Moore, che frequentava sia casa loro sia il capanno di Weaverville e che avrebbe avuto ogni possibilità di seminare indizi capaci di incastrare Burton. La Moore dichiarò di avere dei testimoni che il tribunale non aveva ammesso al dibattimento.

Elsie Moore al processo, al centro, con la moglie di Burton, Georgia, in primo piano

Sicuramente, la colpevolezza di Burton Abbott fu tutt'altro che provata. Anzi, sembra certo che fosse innocente e che sia stato incastrato. Ma da chi?
Una teoria alquanto sconvolgente in tal senso arriva da John W. Cameron, un ex poliziotto che dopo la pensione si è messo a fare ricerche sui cold cases. Nel 2014, Cameron scrive un libro in cui sostiene che una enorme quantità di delitti irrisolti o dalla dubbia attribuzione potrebbe essere stata commessa da Edward Wayne Edwards (1933-2011), un istrionico serial killer condannato infine a morte per l'omicidio del figlio adottivo allo scopo di incassare una polizza assicurativa e deceduto per cause naturali in carcere quattro mesi prima dell'esecuzione, ma sicuramente coinvolto in almeno altri 5 delitti.

Il libro di John Cameron


Due immagini, da giovane e da anziano, di Edward Wayne Edwards

Cameron ipotizza perfino che Edwards possa essere responsabile di delitti famosi e atroci, come quello di Elizabeth Short, la Black Dahlia, nel 1947, e quello della piccola JonBenét Ramsey nel 1996. Le sue teorie sono state molto criticate, ma la sua ricostruzione del ruolo di Edwards nel caso Bryan appare abbastanza credibile, anche perché desunta da una serie di informazioni contenute in uno dei libri autobiografici che Edwards scrisse per vantarsi delle sue prodezze, però alterando sistematicamente i nomi delle vittime.

Elizabeth Short (1924-47) in primo piano

JonBenét Ramsey (1990-96)

Secondo Cameron, Edwards, che nel 1955 si trovava nella Califormia meridionale e si faceva passare per il dottor James Garfield Langley, sarebbe riuscito ad attirare la ragazza in trappola promettendole di procurarle per 10 dollari una torta per il compleanno del padre, cui Stephanie intendeva fare una sorpresa, risparmiando la somma ad hoc. Una volta uccisa la ragazza, Edwards avrebbe scelto Abbott quale capro espiatorio perché i due si assomigliavano fisicamente e possedevano un'auto dello stesso tipo, una Chevy del 1949-50. In seguito, Edwards si sarebbe disfatto della sua, vendendola a Minneapolis.
Dopo aver nascosto la borsa e gli altri reperti del delitto nel seminterrato degli Abbott (che, tra il delitto e il ritrovamento degli effetti personali della ragazza, era stato visitato da parecchie persone senza che nessuno vi notasse nulla), il 15 luglio 1955 (quindi il giorno prima del ritrovamento), Edwards avrebbe poi assunto l'identità del venditore di auto Leroy Myers e guidato il giornalista Montgomery e il fotografo Bryant al corpo che lui stesso aveva sepppellito.


venerdì 29 novembre 2019

I Molly Maguires e l'impronta della mano di Alexander Campbell


Durante gli anni '70 del XIX secolo, la sempre maggiore diffusione dell'acciaio portò a un supersfuttamento delle miniere di carbone e, soprattutto, degli uomini che vi lavoravano. Il fenomeno procedette incontrollato in mancanza di una qualsiasi legislazione sociale, e fu particolarmente accentuato nell'area della Pennsylvania orientale, che nel periodo immediatamente precedente si era riempita di irlandesi immigrati in seguito alla carestia del 1847.
L'arbitrio e l'abuso da parte dei proprietari delle miniere e delle loro milizie erano così accentuati e la repressione dei tentativi di sindacalizzazione così brutale che un gruppo di minatori scelse di affrontare la questione con altrettanta violenza, dando vita a un'organizzazione terroristica chiamata “Molly Maguires”, che nacque in seno all'Antico Ordine degli Hiberniani, un'organizzazione pacifica di mutua assistenza tra gli operai, l'unica sul territorio a essere aperta anche agli immigrati.
Le vicende relative all'attività dei Molly Maguires sono state oggetto di diversi resoconti, tra i quali è rimasto particolarmente famoso il film “I cospiratori”, diretto nel 1968 da Martin Ritt e interpretato da Sean Connery e Richard Harris. 
Locandina del film di Ritt con Connery e Harris

Nel tempo, l'argomento è stato studiato soprattutto dagli storici del Diritto, che hanno messo in luce come, nell'occasione, lo Stato degli Usa cedette completamente la propria sovranità a dei soggetti privati, i proprietari delle miniere, permettendo loro di creare milizie di polizia e di ricorrere a detectives privati da infiltrare tra i minatori, e non interferendo nemmeno quando, una volta catturati i principali esponenti dei Molly Maguires, questi furono condannati a morte attraverso dei processi farsa basati su prove molto dubbie, per non dire inconsistenti.
Fu, insomma, un amaro anticipo di quanto sarebbe successo poi ad Chicago nel 1886, con gli attentati e i disordini di Haymarket dovuti all'attività di agenti provocatori, che portarono successivamente alla condanna capitale degli innocenti leader sindacali che negli stessi giorni stavano guidando manifestazioni assolutamente pacifiche.
A differenza dei sindacalisti di Haymarket, tuttavia, i Molly Maguires qualche delitto lo commisero. Radicati nelle principali contee minerarie, si organizzarono in modo da eliminare persecutori, spie e crumiri attraverso il “sistema reciproco”, tale che le squadre della morte attive in una contea provenivano sempre da un'altra contea in modo che i loro componenti non fossero facilmente identificabili. Una iniziale serie di delitti restò in questo modo impunita.
I proprietari delle miniere si rivolsero quindi alla Pinkerton, l'agenzia investigativa che già si era fatta conoscere nella caccia ai fuorilegge. Allan Pinkerton decise quindi di infiltrare nel movimento un proprio agente, il trentenne James McParlan, pure lui immigrato irlandese. McPartland giunse nella cittadina di Port Clinton il 27 ottobre 1873 facendosi passare per il minatore disoccupato James McKenna.
Allan Pinkerton (1819-84)

James McParlan (1844-1919)

McPartland, per alcuni mesi, lavorò in miniera e frequentò i locali degli altri minatori, poi fu finalmente ammesso nell'Antico Ordine degli Hiberniani e, da qui, entrò nei Molly Maguires. Dovette passare oltre un anno, però, prima che fosse coinvolto in qualche fatto di sangue.
Fu nell'estate del 1875 che Jack Kehoe, capo dei Molly Maguires, lanciò l'offensiva. Il 28 giugno di quell'anno, quattro sicari armati spararono a Billy Thomas ferendolo gravemente. McParlan, pur al corrente del piano, non intervenne per non far saltare la sua copertura. Una settimana dopo, all'alba, fu ucciso il vigilante Benjamin Yost nella cittadina di Tamaqua. Un mese dopo, tre sicari uccisero un sovrintendente di vigilanza, attivissimo nella repressione delle manifestazioni, John P. Jones. Un mese ancora dopo, fu la volta di un altro sovrintendente, Thomas Sargent, e di un minatore crumiro, il gallese William Uren, a Wiggan's Patch. Quest'ultimo episodio ebbe una conseguenza ancora più tragica, perché alcuni vigilanti credettero di identificare tra gli assassini un minatore, Charles O'Donnell, assaltarono casa sua e lo uccisero insieme alla figlia e al figlio.
Molto ingenuamente, un certo Kerrigan, con cui era entrato in confidenza, raccontò a McParlan che il vigilante Yost era stato ucciso per errore. Il vero bersaglio era un suo collega, Bernard McCarron, con il quale aveva scambiato il turno. Kerrigan mostrò a McParlan anche l'arma del delitto e gli fece i nomi dei due colleghi che lo avevano aiutato nell'omicidio. McParlan rischiò di essere designato come assassino del sovrintendente Jones, ma riuscì a evitarlo fingendosi malato. In un modo o in un altro, McParlan riuscì ad apprendere sia il nome di quello che lo aveva sostituito sia i nomi del cinque sicari di Wiggan's Patch.


Tre episodi in stampe del tempo
Un biglietto del tempo con una minaccia di morte

Ai primi del 1876 scattò la retata, e i principali membri dei Molly Maguires furono arrestati dai vigilanti e dagli agenti della Pinkerton. Nei successivi processi, tenuti a Pottsville, oltre a disporre di un'assistenza legale molto carente, dovettero vedersela anche con giurie dalle quali i padroni delle miniere avevano preteso e ottenuto di espellere tutti i cittadini americani di origine irlandese. Quasi tutti i giurati erano di origine tedesca, non conoscevano perfettamente l'Inglese e furono sottoposti a ogni genere di intimidazioni.
Il piatto forte delle udienze fu la deposizione di McParlan, il 6 maggio 1876. La rivelazione della sua reale identità provocò una reazione di dolore da parte del pubblico, in mezzo ai quali c'era molta gente che lo aveva conosciuto e gli era stata amica.
La vicenda processuale fu comunque molto complessa e, in ogni caso, si concluse con la condanna di 19 Molly Maguires all'impiccagione per la serie di omicidi che abbiamo visto e per altri che furono loro addebitati.
Le prime 10 sentenze furono eseguite il 21 giugno 1877, in due sedi separate: nella prigione di Mauch Chunk furono impiccati quattro uomini per l'omicidio di John P. Jones e in quella di Pottsville altri sei per gli omicidi di Yost, Sanger e Uren. Le esecuzioni sarebbero andate avanti fino al 16 gennaio 1879. Il leader dei Molly Maguires, Jack Kehoe, fu impiccato il 18 dicembre 1878.
Jack Kehoe (1837-78)

Alla prima serie di esecuzioni è legato un episodio singolare, spesso citato dagli appassionati di paranormale. Uno dei condannati, Alexander Campbell, nato a Donegal in Irlanda nel 1833 e proprietario di una locanda in cui i Molly Maguires si riunivano, sicuramente non coinvolto direttamente in nessun omicidio ma condannato lo stesso alla forca, protestò un'ultima volta la sua innocenza quando le guardie andarono a prenderlo per l'esecuzione e, dopo aver strofinato la mano nel terreno che faceva da pavimento alla sua cella, la numero 17, la sbatté contro un muro, lasciando un'impronta ben visibile e dichiarando che questa sarebbe rimasta lì per sempre a testimoniare la sua innocenza.
Alexander Campbell

L'impronta, stando a quel che si dice, avrebbe poi resistito a ogni tentativo di lavaggio e sarebbe ricomparsa anche dopo degli interventi drastici, ossia più di una ritinteggiatura del muro e perfino dopo la demolizione di questo, per ordine dello sceriffo Biegler, nel 1930.
L'impronta come appare oggi
La prigione di Mauch Chunk

La prigione finì in disuso nel 1995 e, dopo qualche tempo, divenne un'attrazione turistica, soprattutto per via dell'impronta nella cella numero 17. Nel 2004, due scienziati forensi, James Starr della George Washington University e Jeff Kercheval della polizia scientifica di Hagerstown, compirono un rapido studio dell'impronta stessa, utilizzando la fotografia a infrarossi. Stabilirono che non era stata dipinta né con vernici né con altri mezzi, ma restarono ugualmente molto scettici riguardo la sua origine paranormale. 
Il professor James Starr

Tra l'altro, scoprirono che non si è mai capito bene a quale delle due mani di Campbell appartenesse, perché le diverse versioni, nel tempo, sono discordanti. Di questo studio, trattarono in un contributo pubblicato sul bollettino dell'American Academy of Forensics Sciences del settembre 2004.

giovedì 10 gennaio 2019

Dalla Storia alla Letteratura al Cinema: Hans Kohlhaase


La Sassonia è oggi uno dei sedici “Bundesländer”, ossia Stati federati, che costituiscono la Germania, grazie alla riunificazione del 1990 (nei 45 anni precedenti aveva fatto parte della Germania Est) e si trova ai confini con Polonia e Repubblica Ceca, in un'area che nel corso dei secoli è passata per vicende storiche travagliatissime. In effetti, il toponimo Sassonia, nel tempo, ha indicato territori di estensione molto variabile e la Sassonia dell'VIII secolo non corrisponde a quella del XV, così come quella attuale non corrisponde a nessuna delle due precedenti.
Prima della riunificazione tedesca del XIX secolo, la Sassonia apparteneva all'ex Sacro Romano Impero, inizialmente (circa intorno al 700 d. C.) indicata come ducato e poi successivamente, dal 1423, come principato. I suoi “principi elettori” (ossia appartenenti al ristretto collegio qualificato a eleggere l'imperatore) appartenevano alla dinastia Wettin, che nel 1485 divisero il territorio tra due fratelli, la Turingia assegnata a Ernesto (principe e capostipite della “linea ernestina”) con capitale a Wittenberg, e la Sassonia assegnata a Alberto (duca e capostipite della “linea albertina”) con capitale a Dresda.
La Sassonia del tempo: la Turingia in rosso e la Sassonia in giallo

Le due casate avrebbero tenuto nei secoli successivi dei comportamenti molto differenti, con parecchie conseguenze a livello di divisioni, aggiunte e perdite di territori, ma non è questo che ci occuperemo adesso.
Nella prima parte del XVI secolo, la Sassonia fu interessata da una serie di gravi disordini, la cui origine era da ricercarsi nella vicenda privata di un sopruso commesso da un nobile sassone ai danni di un borghese originario del Bundesländer che si trova a Nord della Sassonia, il Brandeburgo (all'epoca, occorre sempre ricordarlo, i confini tra Sassonia e Brandeburgo non coincidevano con quelli attuali).
Nell'ottobre del 1532, il mercante Hans Kohlhaase, nato intorno al 1500, originario di Cölln (oggi quartiere periferico di Berlino, all'epoca parte del Brandeburgo) e discendente da una famiglia benestante di fabbri e sarti, si stava recando alla fiera di Lipsia, in Sassonia, quando dei “bravi” al servizio del nobile sassone Gunther von Zaschwitz lo attaccarono, mentre attraversava il villaggio di Wellaune, e gli rubarono due cavalli, accusandolo di averli precedentemente rubati a von Zaschwitz.
A Kohlhaase fu impedito di mandare a chiamare a Lipsia delle persone che avrebbero potuto attestare la sua buona fede e fu interrogato da un magistrato locale in modo così arrogante e intimidatorio da determinare in lui uno scoppio d'ira che lo portò a minacciare con un coltello e a schiaffeggiare uno degli uomini di von Zaschwitz, prima di andarsene e proseguire il viaggio a piedi.
Un ritratto di Kohlhaase 

Kohlhaase arrivò di conseguenza con grave ritardo alla fiera, con notevole danno per i suoi affari. Al ritorno, ripassando obbligatoriamente per Wellaune, gli uomini di von Zaschwitz gli chiesero un riscatto per la liberazione degli animali. Kohlhaase non solo non pagò, ma chiese un risarcimento per i danni che aveva subito, tramite una lettera redatta dall'ufficiale giudiziario di Bitterfeld. Arrivato a casa, si rivolse al suo sovrano, il principe di Brandeburgo Joachim I Nestor (1484-1535) Quest'ultimo cercò la mediazione del principe di Sassonia Johann Frederich I (1503-54), che mise la faccenda in mano al tribunale.
Joachim I Nestor di Brandeburgo
Johann Frederich I di Sassonia

Il 13 maggio 1533, a Burg Düben, si discusse la causa. Kohlhaase, assistito da un avvocato, chiese l'archiviazione dell'accusa di furto che pendeva ancora su di lui, il rimborso del doppio del valore dei cavalli e 150 fiorini per i danni economici subiti con il ritardo alla fiera. Von Zaschwitz pretendeva invece 12 fiorini per il mantenimento dei cavalli. Kohlhaase accettò di pagare il mantenimento e ridusse la propria richiesta di risarcimento a soli 4 fiorini, a patto di riavere i cavalli. Ma questi, che nel frattempo erano stati sfruttati nei lavori di campagna pur non essendo animali adatti a quelle attività, gli furono restituiti in condizioni così pessime che uno morì il giorno dopo la restituzione.
La reazione di Kohlhaase fu di rinunciare alle vie legali, per passare alle vie di fatto, violando quella “pace perpetua” che, dal 1495, assegnava tutti i poteri giudiziari alle autorità istituzionali, vietando ogni forma di giustizia privata. Nel 1534, scrisse e diffuse una “lettera feudale” con cui esortava tutti quelli che fossero vittime di soprusi da parte dei sassoni a ribellarsi contro di essi. Anche se non si hanno notizie di fatti violenti importanti, i sassoni si rivolsero alla magistratura del Brandeburgo, ma questa rispose che Kohlhaase aveva rinunciato a tutti i suoi diritti di cittadinanza brandeburghesi e pertanto non era più perseguibile come cittadino brandeburghese.
Da quel momento in poi, nella Sassonia settentrionale, ossia l'area più prossima al Brandeburgo, si verificarono sempre più atti vandalici, soprattutto incendi, dei quali fu incolpato Kohlhaase. Un nobile sassone della zona, Eustachius von Schlieben (1490-1568), si offrì come mediatore e, con molta fatica, a forza di sottoscrizioni di dichiarazioni giurate, riuscì a ottenere un accordo extragiudiziale piuttosto favorevole a Kohlhaase, che veniva scagionato dalle precedenti accuse e otteneva un risarcimento dagli eredi di von Zaschwitz, morto nel frattempo. Tuttavia, il principe elettore Joahnn Friderich I annullò tutto e impose una taglia di 100 talleri su Kohlhaase, ormai considerato un bandito.
Kohlhaase si rivolse anche a Martin Lutero, che gli consigliò espressamente di evitare la violenza.
Kohlhaase in visita a Lutero, in una stampa del tempo

Nel 1535, Kohlhaase visse come un bandito, anche se quasi certamente gli furono attribuiti anche atti di violenza commessi in realtà da altri. L'unica azione sicuramente ascrivibile a lui è l'incendio di un mulino a Gömnigk, il 26 maggio. Successivamente, Eustachius von Schlieben riuscì a raggiungerlo e a convincerlo a trattenersi in attesa di un nuovo giudizio in tribunale.
Tuttavia, questo giudizio si fece aspettare molto e arrivò solo nel 1537. Intanto, era morto il principe elettore di Brandeburgo, Joachim I Nestor, e il suo successore, Joachim II Hector (1505-1571), si rivelò sempre meno interessato alla risoluzione della vicenda, arrivando a rilasciare a Kohlhaase un salvacondotto valido per tutto il Brandeburgo, in data 5 febbraio 1536. Il giudizio del 1537 lasciò le cose in sospeso e ne fu convocato un altro per l'inizio del 1538. In quest'occasione, la Sassonia chiese espressamente al Brandeburgo di imprigionare Kohlhaase, il cui salvacondotto fu annullato in luglio. Il 23 dello stesso mese, Kohlhaase rapì un mercante di Wittenberg, Georg Reich, e lo tenne come ostaggio fino all'11 agosto, quando dovette sfuggire precipitosamente a un tentativo di cattura. Reich fu dato per disperso ma tornò a casa qualche settimana dopo.
Joachim II Hector di Brandeburgo

Il Brandeburgo autorizzò allora la magistratura sassone ad operare sul suo territorio. In poche settimane, i sassoni arrestarono, torturarono e giustiziarono circa 300 contadini sospetti di essere complici di Kohlhaase. Quest'ultimo reagì formando una piccola banda che attraversava il Paese compiendo ogni sorta di azioni di vendetta verso chiunque collaborasse con i sassoni. Il 7 novembre, alla testa di un gruppo di 35 uomini, saccheggiò il villaggio di Marzanha.
Nel 1539, le autorità brandeburghesi perseguivano ufficialmente Kohlhaase: ma gran parte della popolazione, stanca dei soprusi dei sassoni, era con lui. Le violenze della banda di Kohlhaase continuavano. Il principe elettore di Sassonia prese in considerazione la possibilità di offrirgli un accordo, sollecitato in tal senso anche da quello del Brandeburgo, al quale si era rivolta la moglie di Kohlhaase in cerca di aiuto.
Tuttavia, nel febbraio del 1540, Kohlhaase esagerò. Fino ad allora, le sue attività si erano svolte a danno dei sassoni o dei brandeburghesi collaborazionisti, ma stavolta si rivolse contro il suo stesso principe elettore, attaccando e depredando un carico di argento di sua proprietà mentre transitava nel villaggio di Kohlhasenbrück. A questo punto, il principe Joachim II Hector non poteva rimanersene con le mani in mano. Kohlhaase fu arrestato mentre si trovava in famiglia, a Berlino.
Il processo fu molto rapido, l'accusa di violazione della Pace Perpetua era molto grave. Il 22 marzo 1540, Kohlhaase e i suoi complici furono condannati a morte. La sentenza fu eseguita nell'attuale Strausberger Platz: non si sa esattamente quale tipo di supplizio gli fu somministrato (la ruota o la decapitazione) perché i relativi incartamenti sono andati perduti.
Oltre due secoli e mezzo dopo, il drammaturgo tedesco Heinrich von Kleist, che era anche un ottimo autore di racconti, lesse quanto era rimasto sulla vicenda e decise di trarne una storia narrativa, che uscì in forma parziale su una rivista nel 1808 e in forma definitiva in un volume di racconti nel 1810. Nacque così il “Michael Kohlhaas”, un classico della letteratura del primo '800.
Heinrich von Kleist (1777-1811)
Frontespizio della prima edizione in volume





Alcune delle tante edizioni tedesche

Una delle tante edizioni italiane

Nella finzione di Kleist, la vicenda è ulteriormente drammatizzata dal fatto che Kohlhaas, il protagonista, dopo aver subito lo stesso sopruso della realtà, viene respinto in tutte le sue azioni legali in quanto borghese e non aristocratico, quindi estraneo alle connivenze con cui i detentori del potere si proteggono a vicenda. Inoltre, sua moglie viene accidentalmente uccisa mentre cerca di consegnare una supplica al principe brandeburghese. Cominciano così le violenze di Kohlhaas, che si interrompono solo per l'intercessione di Lutero, cui l'uomo è devoto. Tuttavia, in attesa di una definizione giudiziaria del caso, avviene che uno dei luogotenenti della sua banda, facendosi forte del suo nome, continui le violenze dandosi a ogni sorta di razzie e vandalismi, così il salvacondotto di Kohlhaas viene ritorato e l'uomo è arrestato dai sassoni e condannato a morte. Ma il principe elettore del Brandeburgo ne reclama e ne ottiene l'estradizione.
Mentre viene portato a Berlino, Kohlhaas riceve la visita di un uomo sconosciuto che altri non è se non il principe elettore di Sassonia, interessato a un misterioso foglio che Kohlhaas porta con sé, contenente la profezia di una zingara sul destino della casa regnante sassone, che farebbe seguito a un'altra nefasta profezia già avveratasi. Il principe, per sottrarre il foglio a Kohlhaas, recluta una zingara che va a visitarlo in carcere, ma per combinazione questa è proprio l'autrice della profezia, che consiglia a Kohlhaas di decidere secondo coscienza cosa farne.
Il principe elettore di Brandeburgo conferma la condanna di Kohlhaas ma infligge anche una dura condanna allo junker sassone che lo ha sottoposto ai propri abusi di potere. Kohlhaas va al patibolo, ma con la soddisfazione di vedere riconosciute le sue ragioni. In ultimo, viene a sapere della presenza del principe elettore sassone all'esecuzione, con l'intenzione di sottrargli il foglio con la profezia dopo morto e, riconosciuto l'uomo in mezzo alla folla, distrugge il foglio stesso ingoiandolo subito prima di essere decapitato.
Il racconto di von Kleist, oltre a innumerevoli edizioni, ha avuto anche almeno due versioni cinematografiche. Una di Volker Schlöndorff nel 1969 e una di Arnaud des Pallières nel 2015.

Locandine dei due film