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martedì 27 agosto 2019

Jean Harlow: la morte evitabile di una star di Hollywood


In realtà si chiamava Harlean Carpenter, ma si fece conoscere con il nome d'arte di Jean Harlow, che era il nome di sua madre. Sua madre che era nata nel 1891 in una ricca famiglia di immobiliaristi di Kansas City ed era stata data in sposa a 17 anni, senza tenere molto da conto la sua volontà, a un non meno facoltoso dentista, Mont Carpenter, che aveva 14 anni più di lei. Il matrimonio era fallito presto e il suo unico risultato era stato la nascita di Harlean, il 2 marzo 1911.




Jean Harlow al culmine del suo successo

Jean Harlow madre, che ottenne la tutela esclusiva della bambina, la fece crescere come una piccola principessa, anche se ne trascurò non poco l'educazione, trasportandola fino all'Illinois per seguire il nuovo compagno, un certo Marino Bello. Harlean lasciò e riprese la scuola ma poi non la finì, perché già nel 1927 sposò un certo Chuck Fremont McGrew, rampollo diciannovenne di una ricca famiglia locale.
Harlean Carpenter da adolescente

Fu proprio Chuck a portarla a Los Angeles, l'anno dopo, per sottrarla alla fastidiosa influenza della madre. La giovane coppia viveva di rendita passando da una festa all'altra. Finché Harlean accompagnò un'amica, Rosalie Roy, che ambiva a diventare attrice, ai casting di un film. La Roy non superò le selezioni, mentre Harlean fu notata subito. Incoraggiata dalla madre, che nel frattempo l'aveva raggiunta, si presentò anche lei a un provino e, dopo essere stata impiegata in alcune piccole produzioni, fu ingaggiata dagli Hal Roach Studios con un contratto quinquennale e l'eccellente paga di 100 dollari a settimana. Assunse allora il nome della madre, Jean Harlow. Il contratto fu rescisso dopo solo 3 mesi, durante i quali però riuscì a partecipare a 3 comiche con Stanlio e Ollio che la fecero conoscere al grande pubblico.
A quel punto divorziò da Chuck e tornò a vivere insieme alla madre, che le faceva da agente. L'avvento del cinema sonoro la favorì, perché mise in difficoltà molte dive di origine straniera che parlavano l'Inglese con forte accento.
L'attrice insieme alla madre

Si impose abbastanza rapidamente come star, soprattutto dopo il successo di “La donna di platino” in cui fu diretta dal grande Frank Capra ed esibì per la prima volta quel colore di capelli che sarebbe stato il suo marchio caratteristico, insieme al tipico disegno delle sopracciglia. Sembra che il colore fosse il risultato dell'applicazione settimanale di una mistura di sapone Lux, acqua ossigenata, ammoniaca e candeggina Clorox. Questa pratica finì comunque per indebolire i capelli al punto che l'attrice a un certo punto prese a perderli e dovette sostituirli in scena con delle parrucche. Le sopracciglia, invece, venivano rasate e ridisegnate a matita.
Locandina di "La donna di platino"

La carriera di Jean Harlow come diva di Hollywood è durata giusto 6 anni, costellati anche da singolari scandali: l'inspiegabile suicidio del suo secondo marito, il regista, sceneggiatore e produttore Paul Bern (che si sparò per ragioni mai appurate il 5 settembre 1932; due giorni dopo, l'ex compagna di Bern, l'ex attrice Dorothy Millette, che gli aveva fatto visita la notte del suicidio, si uccise a sua volta gettandosi nel fiume Sacramento mentre lo attraversava in battello); la frequentazione di alcuni importanti rappresentanti della malavita organizzata, come Abner Zwillman e Bugsy Siegel, che aveva conosciuto tramite il patrigno Marino Bello; una storia con il pugile Max Baer nonostante questo fosse a sua volta sposato; un matrimonio forse bianco, di sola apparenza per tacitare proprio la fama di sfasciafamiglie conseguente alla storia con Baer, con uno dei suoi migliori amici, il direttore della fotografia Harold Rosson. 

Abner Zwillmam (1904-59): morì per un suicidio molto dubbio

Benjamin "Bugsy" Siegel (1906-47): morì ucciso da un killer
La Harlow con Paul Bern (1889-1932)

La Harlow con Max Baer (1909-59)
La Harlow con Harold Rosson (1895-1988)

Ma fu caratterizzata soprattutto dall'interpretazione di diversi film dal successo planetario, come “Pranzo alle otto”, “Argento vivo” o “La donna del giorno”, in cui lavorò accanto ai più famosi divi del periodo, soprattutto Clark Gable, insieme al quale formò un'accoppiata pressoché irresistibile sullo schermo.
In scena con Clark Gable



Altre immagini in scena

Durante la lavorazione del musical “Tentazione bionda” (1933), in cui fu doppiata nelle parti musicali dalla cantante Virginia Verrill, incontrò l'attore William Powell, che si era da poco separato da un'altra diva emergente, Carole Lombard. Powell, considerato il più raffinato gentiluomo dell'ambiente di Hollywood, la fece innamorare sul serio e, anche se i due non si sposarono mai, questa fu la storia più importante della sua vita.
La locandina di "Tentazione bionda"

Insieme a William Powell

L'epilogo della sua vita arrivò, apparentemente, all'improvviso.
Fino al 1937, sembrava che la giovane diva (26 anni) scoppiasse di salute e vitalità. Ma, nel gennaio di quell'anno, durante un viaggio a Washington per partecipare a delle raccolte di fondi di beneficenza, si ammalò di una influenza che la tenne a letto fino alla notte degli Oscar. Dopo la cerimonia, sembrava che stesse meglio: doveva lavorare alle riprese di un nuovo film, “Saratoga”, ma queste dovettero essere rinviate per il sopraggiungere di una infezione del sangue che la colpì, per la quale fu ricoverata in ospedale e le furono estratti i denti del giudizio.
Locandina di "Saratoga"

Le riprese del film cominciarono il 22 aprile di quell'anno. Jean Harlow vi partecipò sentendosi sempre peggio, fino al 20 maggio, quando cominciò a lamentarsi di spossatezza, nausea, ritenzione di liquidi e dolori addominali. Il medico che la seguiva, Ernest Fishbaugh, conoscendo la sua anamnesi, attribuì i disturbi a patologie di cui la Harlow soffriva periodicamente, come la colecistite, e a una nuova infezione virale. Purtroppo, il medico ignorava che, da qualche tempo, la Harlow contraeva infezioni in continuazione e si scottava molto facilmente appena si esponeva per poco tempo al sole.
Dopo aver girato l'ultima scena il 29 maggio, la Harlow dovette essere trasportata in camerino dal suo partner Gable, che chiamò subito Powell perché la portasse a casa. Il giorno dopo, visto che la Harlw non migliorava, Powell contattò la madre della stessa, che era in viaggio, chiedendole di tornare per assisterla stabilmente.
L'ultima foto della Harlow, scattata proprio il 29 maggio 1937 pochi minuti prima che si sentisse male, con il regista Jack Conway e Clark Gable

Powell e la madre ebbero cura di allestire una piccola camera di degenza dotata di tutti i requisiti necessari per l'assistenza sanitaria e di ingaggiare delle infermiere che la seguissero 24 ore su 24. Jean Harlow fu curata così, a casa, per la colecistite, mostrando qualche piccolo miglioramento. Ma il 6 giugno, un giorno prima del suo previsto rientro sul set, Clark Gable osservò che appariva molto gonfia e che il suo alito sapeva di urina. Richiamato il dottor Fishbaugh, questo si portò dietro un collega, Leland Chapman, che diagnosticò una grave insufficienza renale e dispose l'immediato trasferimento della donna al Good Samaritan Hospital di Los Angeles, la sera stessa. A quel punto, la Harlow aveva anche problemi di vista e non riconosceva le persone che la circondavano.
Jean Harlow, scivolata nel come poco dopo il ricovero, morì alle 11,37 del 7 giugno 1937. Come causa di morte, il certificato ufficiale riporta un edema cerebrale conseguente a un'insufficienza renale irreversibile.
Powell e la madre dell'attrice durante il funerale della Harlow

La diffusissima leggenda per cui la Harlow non sarebbe stata curata fino al 6 giugno, per colpa della madre che, fanatica seguace di una setta religiosa, l'avrebbe segregata in casa limitandosi a interminabili sedute di preghiera, finché Powell e Gable, forzando la porta, avrebbero finalmente scoperto le reali condizioni dell'attrice, facendola ricoverare troppo tardi in ospedale, è destituita di ogni fondamento.
Resta però il fatto che la gravità delle condizioni della Harlow fu molto sottovalutata finché queste non precipitarono. Nemmeno era completamente nota la sua storia clinica. Da ragazza, nel 1926, aveva sofferto di una grave scarlattina, malattia che lascia spesso strascichi a livello renale, come la glomerulonefrite. Alcuni segni, come la carnagione sempre più grigiastra, il gonfiore da ritenzione idrica e la facilità a scottarsi, dovevano chiaramente orientare da subito la diagnosi verso un grave problema renale.
Il suo ultimo film, “Saratoga”, fu completato riscrivendo alcune scene senza il suo personaggio e utilizzando delle controfigure, ed ottenne un notevole successo.

giovedì 25 gennaio 2018

Berton Roueché e i misteri della Medicina

L'interesse per i temi e i casi medici, che oggi ispira una quantità incalcolabile di fiction televisive, non è certo cosa degli ultimi anni.
In passato, prima ancora che la televisione cominciasse a monopolizzare la materia con le prime fiction poco specialistiche ma ottimamente raccontate (dall'umanissimo “Dottor Kildare” all'infallibile medico legale “Quincy”), la pratica della medicina e la sua irrinunciabile componente di “detection” sono state presentate con grande successo da narratori e giornalisti.
Richard Chamberlain nei panni del Dottor Kildare

Jack Klugman nei panni del Dottor Quincy

Tra i bestseller del XX secolo incentrati sulla medicina, oltre a tantissimi romanzi firmati da autori di cassetta come Henry Denker e Frank Slaughter, troviamo opere che mostrano anche un notevole valore letterario, come “Nessuno resta solo” e “Tu partorirai con dolore” di Morton Thompson e “Corpi e anime” di Maxence van der Meersch.


Henry Denker (1912-2012) e uno dei suoi romanzi più famosi, in edizione originale e italiana




Frank G. Slaughter (1908-2001) e uno dei suoi romanzi più famosi, in edizione originale e italiana



Maxence Van der Meersch (1907-51) e due edizioni del suo "Corpi e anime"






Morton Thompson (1907-53), due edizioni di "Tu partorirai con dolore" (biografia romanzata di Ignaz Semmelweiss) e due edizioni del suo "Nessuno resta solo", da cui fu tratto anche un film con Robert Mitchum

Ma il vero protagonista della medicina narrata al grande pubblico è stato un giornalista americano, Berton Roueché.
Roueché nacque a Kansas City, Missouri, il 16 aprile 1910 e compì i suoi studi laureandosi in Giornalismo presso l'Università statale della sua città. Già abbastanza famoso come cronista in Kansas, nel 1936 sposò una nipote del generale Eisenhower, dalla quale ebbe un unico figlio nel 1942. Nel 1944 fu assunto come redattore dalla prestigiosa rivista “New Yorker” che, visto il suo interesse per i temi medici e la sua capacità di trattarli attirando l'attenzione del pubblico, nel 1946 creò apposta per lui la sezione “Annali di medicina”, dandogli la possibilità di scegliere tra tutti casi medici che gli interessavano per ricavarne storie avvincenti e vere al tempo stesso.
Berton Roueché

Roueché fu, allo stesso tempo, un giornalista scientifico e un autore di thriller, capace di essere premiato anche dalla Mystery Writers of America nel 1954 con un Raven Award per un suo testo che è una raccolta di sorprendenti casi clinici.
Dalle sue opere sono stati tratti alcuni film, di cui il più noto è “Dietro lo specchio” (1956) di Nicolas Ray, con James Mason, sugli effetti collaterali di una cura dell'artrite a base di massicce somministrazioni di cortisone.

Locandine originale e italiana del film

Ma la maggiore influenza, Roueché l'ha avuta sulla televisione: moltissimi episodi della celeberrima serie del Dottor House, portato alla celebrità dall'interpretazione di Hugh Laurie, sono ispirati appunto a casi trattati da Roueché.
Hugh Laurie (al centro) con il cast della serie

Roueché scrisse almeno 20 libri. Molti sono raccolte di articoli già usciti nella sua rubrica del “New Yorker”, ma alcuni sono romanzi di suspense, 4 dei quali ottennero un discreto successo non solo di critica ma anche di pubblico.
Invecchiando, diradò la sua attività. L'ultimo suo libro uscì nel 1987. Il 28 aprile 1994, appena tornato a casa ad Amanagnsett, Long Island, da un ricovero ospedaliero per un enfisema polmonare le cui cure non avevano portato ad alcun miglioramento, si uccise con un colpo di fucile alla testa.
Nel 1996, i suoi ultimi sette articoli, mai usciti prima in un libro, apparvero in un volume postumo.
Roueché è uno scrittore molto preciso e attento, apperentemente freddo e lucido, ma capace di illustrare benissimo, senza fronzoli, le reazioni e gli stati d'animo sia delle vittime di casi clinici apparentemente inspiegabili, sia dei medici che affrontano e risolvono questi misteri.
In Italiano, sono apparse due sue antologie di casi medici:
“Annals of Medical detection” (1954) è uscito nei da Longanesi nel 1955 con il titolo “Il medico è anche poliziotto” è stato ristampato in edizione Pocket nel 1974;


“The Orange Man and other narrative of Medical detection” (1971) è invece uscito da Bompiani nel 1974 con il titolo “L'uomo arancione”.


Ogni vicenda narrata in questi volumi si esaurisce nel giro di 15-20 pagine e comincia in un clima di perfetta normalità: “Nella città X, il giorno tot, un uomo fu ricoverato in ospedale con questi sintomi...” o “Per il dottor Y, medico condotto della città di X, il giorno tot avrebbe dovuto essere uno come tanti, ma...” sono solo due modelli di incipit tipici di Roueché.
Dalla normalità apparente, nelle sue storie, ci si ritrova proiettati, in men che non si dica, nella realtà di un incubo su cui aleggia costantemente l'ombra della morte o addirittura quella della strage. Focolai di epidemie di malattie che si credevano dimenticate, tossinfezioni alimentari che si nascondono nei piatti preparati per normali riunioni festive di famiglia, conseguenze di comportamenti pericolosi messi inconsapevolmente in atto per lunghi periodi e altri terrificanti pericoli che si nascondono nelle pieghe della vita quotidiana di normali abitanti di città e paesi, esplodono improvvisamente come dal nulla, mentre degli specialisti quasi anonimi, armati solo della loro preparazione e del loro buonsenso, li combattono senza farsi prendere mai dal panico. Anche se non sono rari i casi mortali, la regola nelle vicende di Roueché è l'happy end: il pericolo per ora è debellato, la medicina ha vinto di nuovo, ma non si deve mai abbassare la guardia.
Gli scritti di Roueché non sono istruttivi solo per le nozioni di igiene e medicina che trasmettono in modo semplice e chiaro, ma anche perché sottolineano con esemplare chiarezza che il principale rischio per la salute di qualcuno sta nella sua ignoranza o superficialità. Nelle storie di Roueché, le malattie, specie quelle mortali, non arrivano mai per caso.
Dei romanzi suspense di Roueché, in Italiano, ne è stato tradotto solo uno, “Fago” del 1977, tradotto da Sonzogno nel 1979 con il titolo “Un sosia per morire”.


E' incentrato sulla vicenda, piuttosto inquietante, di una coppia borghese che sta affrontando un periodo di decadenza seguito al trauma della morte dell'unico figlio ucciso in Vietnam. I due mettono a punto un piano per incassare l'assicurazione sulla vita del marito, un dirigente editoriale in pensione, uccidendo uno spiantato che gli assomiglia molto in modo da renderlo irriconoscibile. E' soprattutto la moglie a insistere: e il marito, che narra la storia in prima persona, sembra dipendere in tutto dalla volontà di lei. Tanto è vero che, quando dovrà momentaneamente sparire per darle modo di incassare i soldi e poi raggiungerlo, perderà la testa e finirà per far saltare tutto il piano.
Come opera non è delle più originali, ma si legge con piacere sia perché è breve e essenziale e sia per quel clima di tragedia che aleggia sui personaggi dal primo rigo fino alla sorprendente rivelazione che imprime alla vicenda quella che sarà poi la svolta determinante.


domenica 18 giugno 2017

Scienziati contro il verme assassino: l'Ancylostoma e i trafori alpini

Il mondo industriale moderno sembra aver dimenticato il peso delle parassitosi nella mortalità della gente comune vissuta fino a pochi decenni fa. Spaventati come siamo dalle nostre tipiche malattie da sedentarietà e ipernutrizione (cardiopatie e tumori), ignoriamo completamente che i nostri antenati venivano sterminati da microrganismi e piccoli vermi che entravano all'interno del loro corpo in condizioni di scarsa igiene, solitamente tipiche di contesti sociali degradati o di sfruttamento lavorativo indiscriminato.
La malattia che ha ucciso più persone nella Storia è la malaria, che accompagna l'Uomo da almeno 50.000 anni, è stata documentata con precisione già in Cina nel 2700 a.C. ed era presente in ampie zone costiere e paludose dell'Italia fino agli anni '30, mentre è ancora diffusissima nei Paesi del Terzo Mondo dove uccide ancora oltre 400.000 persone ogni anno; è dovuta all'infestazione da parte di un protozoo, il Plasmodium (ne esistono diverse varietà, ma la più diffusa è il P. Falciparum, che è anche quello che provoca l'infezione più grave), trasmesso dalla puntura delle zanzare anofele. I plasmodi si riproducono asessualmente all'interno dei globuli rossi del sangue, distruggendoli per uscirne fuori e infettarne di nuovi. Si manifesta con attacchi di febbre molto alta che vanno e vengono, gonfiore di fegato e milza, grave anemia, tachicardia e delirio. La morte sopraggiunge in seguito ai gravi danni epatici, renali e cerebrali conseguenti.
Campione di sangue umano infetto da P. Falciparum

Il ciclo vitale dei plasmodi

La zanzara anofele, che ne è il vettore

Le aree tropicali, per la loro ricchissima biodiversità dovuta all'abbondanza di luce solare e acqua piovana, dalle quali partono innumerevoli catene alimentari, sono piene di insidie di questo genere per l'uomo, il cui sistema immunitario non è quasi mai in grado di difendersi stroncando l'infestazione all'inizio. Un altro caso notissimo è quello della Malattia del sonno, dovuta a un altro protozoo, il Trypanosoma, trasmesso dalla puntura della mosca tze tze. Si manifesta con una fase emolinfatica caratterizzata da dolori, febbre e ingrossamento dei linfonodi del collo, cui segue una fase neurologica con apatia e letargia che rendono il malato incapace di provvedere ai propri elementari bisogni, finché i danni cerebrali non lo conducono a morte.
Campione di sangue umano infetto da Trypanosoma

Il ciclo vitale dei tripanosomi

La mosca tze tze che ne è il vettore

Ma un problema altrettanto importante è quello rappresentato dalle infestazioni da vermi, come le Tenie (noti anche come vermi solitari), le Filarie e gli Ancylostomi.
Le Tenie si prendono mangiando carne infetta delle loro larve, alcuni tipi (T. Solium, T. Saginata) si stabiliscono nell'intestino e assorbono le sostanze nutritive attraverso la cute, mentre altri (Echinococco) possono raggiungere ogni distretto del corpo, dando vita a cisti che producono sintomi da compressione analoghi a quelli delle masse tumorali.
Una tenia estratta da un intestino umano

La testa (scolice) della tenia, con cui l'animale si attacca alle pareti interne del lume intestinale

Il ciclo vitale delle tenie

Le Filarie si prendono dalla puntura della zanzara, specie quella tigre, e si stabiliscono nel sistema circolatorio o in quello linfatico. Possono provocare enormi gonfiori degli arti occludendo i vasi linfatici e gravi danni cardiaci, spesso mortali (soprattutto in cani e gatti, che ne sono facilmente soggetti anche in Italia).
Un esemplare di filaria 

Cuore di cane infestato da filarie

Arto umano anormalmente gonfio in seguito a infestazione da filarie

Il ciclo vitale delle filarie

Questi parassiti possono essere combattuti in molti modi, sia direttamente sia sterminando gli insetti che ne sono i vettori. Infatti, in molte zone, l'incidenza della loro infestazione è stata drasticamente abbassata da adeguati interventi di igiene pubblica.
Il più infido dei parassiti di questo tipo è, però, l'Ancylostoma. Questo è un verme che allo stato larvale è praticamente invisibile e vive nel terreno. Da qui può passare all'uomo attraverso ogni tipo di contatto diretto. Nell'uomo, si moltiplica e invade soprattutto le vie digerenti e respiratorie, succhiando il sangue dai tessuti e provocando gravi emorragie e infezioni, fino alla morte del malato.
Testa di Ancylostoma

Ancylostoma maschio e femmina

Ciclo vitale dell'Ancylostoma

Organi riproduttivi del maschio

Duodeno umano infestato da Ancylostoma
Segni della penetrazione dell'Ancylostoma in un piede umano

La storia dell'Ancylostoma, in Italia, è strettamente legata a quella dei trafori ferroviari alpini realizzati, soprattutto con la Svizzera, tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX. Anche se l'infestazione è stata sempre diffusa nelle campagne e nelle miniere, la sua incidenza sulla popolazione non aveva mai raggiunto i livelli che furono toccati tra gli operai addetti allo scavo dei trafori, così alti da indurre la sospensione dei lavori di scavo del San Gottardo, nel 1879-80.
Il traforo ferroviario del San Gottardo oggi, dal lato svizzero

A quel punto, la direzione della clinica medica generale di Torino inviò nella zona un veterinario, Edoardo Perroncito, che aveva già alle spalle l'eradicazione della Cercaria (un altro parassita, dei bovini) dalle campagne del Canavese. Perroncito identificò nelle autopsie degli operai morti (scavatori e addetti ai forni) la presenza di almeno tre diversi parassiti, tra i quali il più frequente e diffuso, nonché quello dai più nefasti effetti, era proprio l'Ancylostoma.
Edoardo Perroncito (1847-1936) ospite di una scuola elementare

Dopo una serie di sopralluoghi nei cantieri, giunse alla conclusione che gli operai si infettavano soprattutto per colpa delle pessime condizioni igieniche in cui lavoravano. Non disponevano di bagni e facevano i loro bisogni negli stessi punti in cui lavoravano. Respiravano poi il fango misto agli escrementi che sollevavano durante i lavori di scavo. Usavano scarpe vecchie e rotte con le quali sguazzavano nel fango pieno di larve, che entravano nel loro corpo attraverso la pelle dei piedi. All'interno degli scavi, la temperatura e l'umidità erano così alte da creare una sorta di sub-clima tropicale.
La sua relazione obbligò le imprese appaltatrici del lavoro a provvedere in modo adeguato all'igiene dei cantieri e il numero delle infestazioni diminuì rapidamente.
Perroncito si ingegnò a trovare quanto prima un rimedio per curare gli operai già infettati e trovò che l'estratto di felce maschio, una pianta perenne comune nei boschi, che spesso cresce alla base delle querce, riusciva ad uccidere rapidamente i vermi.
La felce maschio

Tuttavia, non tutto il mondo medico prese sul serio le sue conclusioni. Molti ritenevano ancora che i vermi avessero un ruolo marginale nella mortalità degli operai, dovuta soprattutto a denutrizione e super-sfruttamento. A questo scetticismo non era estranea una certa scarsa considerazione di Perroncito come studioso, dato che a volte le sue conclusioni erano apparse parecchio fantasiose (secondo studi moderni, Perroncito aveva delle grandi intuizioni ma non disponeva dei mezzi tecnici per dimostrarle a fondo).
Anche se i fattori socio-economici non andavano sottovalutati, l'influenza delle infestazioni elmintiche non poteva essere negata. In soccorso di Perroncito arrivò un brillante medico pavese, direttore dell'ospedale di Varese, Ernesto Parona, che aveva già compiuto importanti lavori di parassitologia anche in collaborazione con Giovan Battista Grassi, lo scienziato che identificò per primo il rapporto tra la zanzara anofele e la diffusione della malaria.
Giovan Battista Grassi (1854-1925). Purtroppo sul web non si trovano immagini di Ernesto Parona (1849-1902)

Parona studiò la diffusione della malattia su 249 pazienti, ex operai del traforo del San Gottardo, ricoverati nel suo ospedale e giunse alle stesse conclusioni di Perroncito. Inoltre, seguendo le indicazioni di quest'ultimo, curò i suoi malati con l'estratto di felce maschio, ottenendo un tasso molto soddisfacente di guarigioni. La sua sperimentazione servì anche a definire con precisione i dosaggi di estratto di felce maschio con cui affrontare l'infestazione senza produrre troppi effetti collaterali.
Dopo l'intervento di Parona, nessuno mise più in dubbio le conclusioni di Perroncito.
Qualche anno dopo, nel 1888, partirono gli scavi per un altro traforo ferroviario, quello del Sempione. Perroncito riuscì a convincere le autorità a inviare sul posto, come ufficiale sanitario, un giovane medico di sua fiducia, Giuseppe Volante. Questo, man mano che prendeva forma la comunità dei minatori (che arrivarono anche a fondare con le loro famiglie una vera e propria cittadina, Balmalonesca, oggi disabitata da tempo ma ancora visitabile, una vera e propria ghost town), si ingegnò a prevenire in tutti i modi la comparsa dell'Ancylostoma, a partire dalle selezioni degli operai, in cui scartò chiunque sembrasse affetto da parassitosi, fino alla costruzione di impianti sanitari molto moderni (docce e bagni con spogliatoi riscaldati). Il risultato fu che, durante i lavori di scavo del Sempione, l'infestazione da Ancylostoma ebbe un'incidenza bassissima e i pochi malati furono tutti prontamente curati.
L'ingresso del tunnel del Sempione, lato italiano

Un cantiere del Sempione 

Veduta d'epoca di Balmalonesca

Una famiglia di emigranti meridionali a Balmalonesca

Perroncito e Giuseppe Volante (1871-1936)

Volante si impegnò, insieme a un parroco, un sindacalista e un direttore didattico provenienti da paesi vicini come Varzo e Iselle, anche ad abituare gli operai (molti dei quali erano emigranti provenienti dal Sud Italia) a rispettare le norme igieniche in casa e a mandare i figli a scuola. Passò tanto tempo nelle gallerie ad assistere i lavoratori, che alla fine si ammalò come loro di insufficienza respiratoria per via delle troppe polveri respirate, malattia di cui sarebbe poi morto nel 1936, a 65 anni.