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giovedì 14 giugno 2018

Pearl Curran e lo “spirito” di Patience Worth


Nel XIX secolo, soprattutto nella seconda parte, molti autorevoli scienziati si giocarono almeno una parte della propria reputazione indagando seriamente, ma anche piuttosto ingenuamente, su numerosi casi di fatti “paranormali”. Lo smascheramento delle truffe e delle contraffazioni di cui furono vittime ha portato gli scienziati delle generazioni successive a essere estremamente scettici su tutto ciò che a qualunque titolo appartiene all'ambito del paranormale, in modo tale che, tranne qualche dubbio episodio di studi militari, gli studi sul paranormale sono stati completamente banditi da qualsiasi laboratorio scientifico serio.
Questa è la principale ragione per cui uno studioso molto attendibile di paranormale, benché le sue teorie siano sempre quanto meno discutibili, Colin Wilson, in polemica con Martin Gardner, ha affermato che “la Scienza ufficiale ha posto troppo indietro lo steccato di delimitazione tra cosa è degno di essere indagato e cosa no”.
Colin Wilson (1931-2013)

Martin Gardner (1914-2010)

La questione non è semplice da affrontare, anche perché la ricerca vive di finanziamenti che non sono mai abbastanza e non ha senso sprecarne per inseguire risultati incerti e difficilmente riproducibili.
Uno dei casi che, al tempo in cui il paranormale veniva studiato scientificamente, tennero banco più a lungo è quello che coinvolse quale soggetto una casalinga americana, Pearl Curran, che si diceva capace di mantenersi in contatto con lo spirito di una donna emigrata dal Regno Unito agli Usa nel XVII secolo, Patience Worth.
Pearl Curran

Pearl Leonore Pollard nacque in Illinois il 15 febbraio 1883, crebbe in Texas, lasciò presto le scuole in cui non aveva brillato ma seguì alcuni studi di musica che le permisero di guadagnare qualcosa insegnandola. Nel 1907, sposò un uomo discretamente benestante, John Howard Curran, e andò a vivere con lui a St.Louis.
Nel 1912, spinta dalla sua amica Emily Grant Hutchings, che era stata a sua volta interessata al tema da un conoscente che l'aveva convinta di potersi mettere in contatto con i suoi antenati, cominciò a dedicarsi allo spiritismo. Le due donne acquistarono una tavoletta Ouija (si legge "weegee") e cominciarono a tenere delle sedute spiritiche in casa Curran.
Una tavoletta Ouija

Nell'estate del 1913, dopo una serie di “comunicazioni” piuttosto interlocutorie, la tavoletta cominciò a “parlare” alle due donne, dichiarandosi uno spirito appartenente a una donna inglese vissuta dal 1649 al 1694, emigrata dal Dorsetshire rurale agli Stati Uniti intorno al 1680.
Alcune informazioni furono fornite dallo spirito stesso, altre dedotte dalle sue affermazioni quando la storia divenne di interesse giornalistico grazie agli articoli a essa dedicati da Casper Yost, editore dell'importante testata locale “St.Louis Globe-Democrat”.
Casper Yost (1864-1941), secondo da destra in ultima fila, con la redazione del "St.Louis Golbe-Democrat"

A quel punto, Pearl Curran non interrogava più Patience Worth attraverso la tavoletta Ouija ma veniva letteralmente posseduta da lei, visualizzando direttamente i suoi ricordi, dal paesaggio inglese in cui era cresciuta al viaggio in una goletta a tre alberi, al suolo del nuovo continente, per arrivare alla morte violenta di Patience, uccisa dagli indiani.
Non è stata trovata alcuna documentazione dell'esistenza di una Patience Worth nel Dorsetshire alla metà del XVII secolo. Risultano alcune Patience Worth tra gli abitanti delle prime colonie americane, ma in nessun caso le date coincidono con quelle indicate da Pearl Curran. Né il nome compare tra i passeggeri delle navi provenienti dal Regno Unito.
Dal 1916, Pearl Curran cominciò a scrivere e pubblicare opere letterarie (romanzi e poesie soprattutto) che affermava esserle dettate direttamente da Patience Worth. Il successo di queste opere (alcune poesie finirono anche antologizzate in raccolte di un certo rilievo insieme a opere di Amy Lowell, Edgar Lee Masters e Edna St.Vincent Millay.



Alcuni libri firmati "Patience Worth"

La situazione ebbe un imprevisto sviluppo nel 1922. Quell'anno, John, il marito di Pearl, morì improvvisamente lasciandola incinta del loro primo figlio, che sarebbe nato 6 mesi dopo. Dovendo sostenere la propria famiglia (oltre al neonato, manteneva anche la propria madre che l'aveva raggiunta), nonostante l'aiuto finanziario dell'ammiratore Herman Behr, Pearl Curran cominciò a tenere conferenze, dando un importante contributo alla rinascita del movimento spiritista negli Usa. Tuttavia, in assenza del marito, si rivelò incapace di gestire le sue finanze, specie dopo la morte della madre. La sua situazione economica rimase sempre precaria, così come quella familiare, dato che si sposò altre due volte ma in ambo i casi le unioni naufragarono rapidamente.
Nel 1930, si spostò in California, invitata dall'amica Dotsie Smith che era disposta ad ospitarla. Qui, continuò a “tenersi in contatto” con Patience Worth fino al 25 novembre 1937 in cui, secondo la testimonianza della Smith, lo spirito la avvertì di tenersi pronta a morire. Benché fosse sana al momento della “rivelazione”, Pearl Curran si ammalò di polmonite dopo pochi giorni e morì il 3 dicembre dello stesso anno.
Il primo a scrivere di Patience Worth fu, come detto, nel 1916, il giornalista Casper Yost, che però non arrivò a nessuna conclusione definitiva pur essendo un credente dello spiritismo. Nel 1927, un altro studioso, Walter Franklin Prince, scrisse un grosso volume analizzando anche tutte le opere scritte da Pearl Curran arrivando alla conclusione che questa storia provava come il subconscio fosse o molto più complesso di quanto immaginato o sottoposto a influenze a noi sconosciute. Tuttavia, in tempi più recenti, il filosofo Robert Todd Carroll, dopo aver studiato l'opera di Prince, criticò duramente la superficialità con cui lo studio era stato condotto.
Un'edizione moderna del libro di Yost
Walter Franklin Prince (1863-1934)

Robert Todd Carroll (1945-2016)

Per lo studioso di parapsicologia Stephen E. Braude, Patience Worth non era mai esistita, ma era solo una creazione del subconscio con cui Pearl Curran faceva emergere una parte repressa della propria personalità.
Stephen E. Braude (1945)

Già nel 1914, lo piscologo Morton Prince, visitando la Curran, era giunto alle stesse conclusioni, poi ribadite da altri psicologi ancora, come Charles E. Cory, che la vide del 1919.
Morton Prince (1854-1929)

Recentemente (1989) gli psicologi Leonard Zusne e Warren H. Jones, in un saggio sul Pensiero Magico, evidenziato come la formazione culturale della Curran si rifletta ampiamente nel lessico che usa nella redazione delle opere di Patience Worth e che esiste una sospetta coincidenza tra il trauma della morte del padre di Pearl (maggio 1913) e l'inizio di queste rivelazioni (luglio 1913).
Il libro di Zusne (1924-2003) e di Jones (m. 2016)

Un altro psicologo, Richard Wiseman, nel 2011, ha ribadito che il lessico delle opere della Curran non è compatibile con quello del XVII secolo, a parte che tra le opere stesse c'è anche un romanzo ambientato in età vittoriana, ossia due secoli dopo la morte di Patience. Nel 2012, analoghi concetti sono stati espressi da Joe Nickell, un altro ricercatore.
Richard Wiseman (1966)

Joe Nickell (1944)

Fin qui si parlerebbe di problemi psicologici della Curran emersi in questo singolare modo. Ma esistono anche delle teorie per le quali la Curran mise in atto una frode, del tutto consapevolmente.
Il primo a parlarne fu il filosofo James Hyslop che, in un articolo del 1916 sul “Journal of American Society for Psychical Research”, dichiarò che il marito di Pearl, John Curran, aveva architettato tutto dopo essersi fatto un po' di cultura sull'Inglese antico leggendo Chaucer e inventando il linguaggio di Patience Worth con una mistura di Inglese antico e dialetto dei Monti Ozarks. Hyslop accusò anche Yost di essere al corrente di tutto e di coprire tutta la macchinazione perché la pubblicità faceva vendere bene il suo libro sull'argomento. Da qui nacque una polemica che coinvolse Curran e la Hutchings, che si affrettarono a smentire scrivendo al “Mirror”, ma Hyslop ribadì le sue accuse citando anche dei testimoni. Ancora nel 1938, un articolo anonimo sulla rivista “ASPR” contestò le accuse di Hyslop, che ormai era morto da tempo e non poteva ribattere. Ma, recentemente, uno studioso di Letteratura, Daniel Shea, ha affermato che probabilmente Hyslop aveva ragione.
James Hyslop (1854-1920)

Daniel Shea 


Locandine di recenti spettacoli ispirati al caso di Patience Worth







giovedì 29 marzo 2018

Lord Halifax e le sue storie di fantasmi


Le storie di fantasmi non sono certo nate nel Regno Unito, ma di sicuro questo è la patria delle storie di fantasmi più celebri e dei più importanti cliché che le accompagnano, a partire da quello delle case infestate, grazie alle sue lunghe notti invernali, alla sua alta concentrazione di castelli e dimore antiche, spesso edifici passati per diverse proprietà e in modo non sempre trasparente, ma anche alla presenza di boschi e grotte che sono a loro volta scenari perfetti per altri tipi di leggende soprannaturali. Per non parlare dell'influenza del folklore celtico, del quale molti elementi (pensiamo alla “banshee”, lo spirito che si lamenta nelle vicinanze di una casa quando questa sta per essere visitata dalla Morte) sono stati importati nei racconti soprattutto ottocenteschi.
La più importante “enciclopedia” dei fantasmi inglesi è sicuramente quella realizzata, con un lungo e incessante lavoro, da parte di un illustre collezionista di storie, Charles Lindley Wood, secondo visconte di Halifax, vissuto dal 7 giugno 1839 al 19 gennaio 1934, Master of Art in Legge a Oxford nel 1865, cattolico, per lungo tempo presidente della English Church Union, una società che aveva l'obiettivo di mediare il dialogo tra cattolici e anglicani onde evitare gli eccessi dei secoli precedenti. Tuttavia, in questa veste, ottenne veramente pochissimi risultati, perché è vero che non ci furono discriminazioni di minoranze religiose, ma le due Chiese restarono sempre ostili l'una all'altra.
Dal suo matrimonio con Lady Elizabeth Fortescue nacquero 6 figli, 4 maschi e 2 femmine. Con gran dolore dei genitori, 3 dei figli maschi morirono all'età di 7, 15 e 20 anni. Il figlio superstite, Edward (1881-1959), fu ambasciatore negli Usa e viceré dell'India, diventando il primo Conte di Halifax nel 1944. Le due figlie fecero ottimi matrimoni, una con un barone e l'altra con un generale.
Lord Halifax

Non si è mai capito esattamente se Lord Halifax credesse veramente alle storie che raccoglieva o facesse finta di crederci per puro divertimento. Secondo le persone che gli stavano accanto, dichiarava di crederci fermamente. Aveva contatti in tutto il Paese con gente che era incaricata di spedirgli resoconti dettagliati, se possibile accompagnati da “prove” quali ritagli di giornale o testimonianze giurate, su ogni avvenimento “paranormale” che si verificava. A volte riceveva anche alcuni di questi collaboratori come ospiti in casa propria, per farsi raccontare i fatti a voce: e, negli ultimi anni, quando l'età avanzata lo aveva reso quasi sordo, gli ospiti dovevano letteralmente gridare per farsi comprendere.
Perfino sul letto di morte, lucidissimo benché avesse oltre 94 anni, volle che i suoi cari gli facessero compagnia leggendogli storie di fantasmi. Morì proprio mentre l'amico J. G. Lockwood, che in seguito sarebbe stato il suo primo biografo, gli stava leggendo “L'uomo nella gabbia di ferro”, una storia di casa aristocratica infestata ambientata tra il 1785 e il 1786, con una ulteriore coda nel 1887, già oggetto di un racconto da parte di un celebre intellettuale del tempo, il reverendo anglicano Sabine Baring-Gould (1834-1924) che, tra una pubblicazione di carattere religioso e un saggio sulle tradizioni popolari (pare che abbia firmato oltre 1200 opere) trovò il modo di redigere diverse famose storie di fantasmi.
Il rev. Sabine Baring-Gould

Lord Halifax raccolse le sue storie di fantasmi per scopo personale, senza pensare alla loro pubblicazione. Anche se in vita pubblicò diversi articoli su case infestate e fenomeni simili, l'edizione in volume delle sue storie si ebbe solo nel 1936, quando era già morto.



Alcune edizioni classiche del libro

Spessissimo, i suoi corrispondenti erano ecclesiastici, sia cattolici sia anglicani, dato che evidentemente li considerava delle fonti particolarmente attendibili.
Non tutte le storie sono di ambientazione britannica, dato che tra le amicizie di Lord Halifax c'erano anche ufficiali di Marina con contatti oltre oceano. Ce n'è ad esempio una ambientata nel Canada settentrionale nel 1853 e relativa al trasporto della salma di un commerciante di pelli deceduto durante un viaggio (Lord Halifax annota diligentemente che si chiamava Augustus Richard Peers, che era un anglo-irlandese nato nel 1820 e che morì dopo una breve malattia a Fort McPherson): durante il viaggio, mentre la slitta era bloccata da una tempesta di neve, i cani da slitta affamati si avvicinavano al cadavere richiamati dal suo odore e questo li allontanava con il comando a mettersi in riga (“Marche!”, che è anche il titolo della storia), come raccontato nel 1885 dal testimone diretto Roderick Mcfarlane.
Il tema del morto la cui anima non avrà pace finché il corpo non avrà degna sepoltura (oggetto della prima storia nota di fantasmi, che si trova in una lettera di Plinio il Giovane redatta nel II sec. d. C.) si ritrova in storie come “La bara di Renishaw” in cui mostra anche dei sottintesi vagamente erotici, dato che lo spirito si manifesta baciando con le sue labbra gelate le giovani donne che dormono occasionalmente in una stanza di un castello; poi, durante dei successivi lavori di ristrutturazione, salta fuori che sotto il pavimento della stanza è seppellita una bara vecchia di almeno 2 o 3 secoli, contenente ossa umane.
Nella maggior parte, le storie raccolte da Lord Halifax sono piuttosto brevi, poche pagine al massimo. Alcune sono tanto brevi che l'autore le raccoglie in paragrafi di un'unica storia a tema.
Le storie contenute nell'edizione del 1936 sono una settantina. In Italiano, il libro ha avuto almeno 3 versioni, ma tutte solo parziali. Ci sono 26 storie nell'edizione cartonata Sugar del 1968, poi ripubblicata in tascabile da Longanesi nel 1974. Diventano 50 nell'edizione Odoya del 2016, che oltre a essere la più completa è anche la meglio curata. Ma per vedere un'edizione integrale, evidentemente, il lettore italiano deve ancora pazientare.


Le tre edizioni italiane del libro



venerdì 4 agosto 2017

I fantasmi del volo 401

Una delle più celebri storie di fantasmi del XX secolo è quella che nasce dalla vicenda di un disatro aereo americano, avvenuto la sera del 29 dicembre 1972, quando un Lockheed L-1011 Tristar della Eastern Airlines, proveniente da New York, volo 401, cadde nelle paludi delle Everglades in Florida, a pochi km dall'aeroporto di Miami.
L'aereo, chiamato Aircraft 310, poteva imbarcare fino a 229 passeggeri ma aveva a bordo complessivamente 173 persone, compresi 13 membri dell'equipaggio. In conseguenza dell'impatto, avvenuto alla velocità di oltre 400 km/h, morirono 101 persone, 99 delle quali istantaneamente o nei minuti immediatamente successivi, nonostante il tempestivo arrivo dei soccorsi. Il bilancio avrebbe potuto essere molto più grave se il suolo paludoso non avesse assorbito gran parte dell'energia dell'urto.
Un Tristar come quello coinvolto nell'incidente
Un'immagine del disastro

La successiva inchiesta della National Transportation Safety Board (NTSB) dimostrò che il disastro si era verificato per una incredibile fatalità. Mentre stava cominciando la discesa verso l'aeroporto di Miami, l'equipaggio si era reso conto di un malfunzionamento di una spia, la mancata accensione della luce di posizione che avrebbe dovuto indicare la corretta discesa nella posizione giusta del carrello anteriore del carrello. Dalle conversazioni radio con la torre di controllo di Miami, risultò che secondo il comandante e l'ingegnere di volo la spia non si era accesa solo perché la lampadina era fulminata, mentre il carrello sarebbe sceso regolarmente al suo posto. Il comandante inviò l'ingegnere nel vano sotto la cabina di pilotaggio (il “buco infernale” in gergo) a controllare lo stato delle lampadine ma, poiché l'ingegnere non riusciva a venire a capo della situazione, a un certo punto decise di scendere anche lui a dargli una mano. Così facendo, urtò accidentalmente la cloche, spostandola dalla modalità “mantenimento di quota” alla modalità “beccheggio” (“Pitch”) ossia discesa graduale. Poiché in quel momento l'aereo procedeva guidato dal pilota automatico, nessuno se ne accorse. Quando il velivolo scese dalla quota iniziale di circa 600 metri a quella di meno di 100 metri, suonò un breve allarme acustico ma anche questo passò inosservato per via del trambusto provocato in cabina dalla faccenda della spia difettosa, anche perché a occuparsene avrebbe dovuto essere l'ingegnere di volo, in quel momento impegnato nel vano inferiore.
L'analisi dei rottami mostrò che il comandante e l'ingegnere non si erano sbagliati, riguardo al problema: il carrello anteriore era regolarmente sceso in posizione e la lampadina della relativa spia non si era accesa in quanto fulminata. La sostituzione tempestiva di un pezzo da pochi dollari avrebbe salvato la vita di 101 persone.
L'inchiesta non poté giovarsi molto del contributo dei diretti interessati, perché il comandante Robert Loft (un 55enne che volava dagli anni '30 ed era classificato al 50° posto tra gli oltre 4000 piloti delle principali compagnie aeree americane) morì tra i rottami della cabina di pilotaggio mentre i primi soccorsi cercavano di estrarlo; mentre l'ingegnere di volo Donald Repo (un 51enne con 25 anni di servizio immacolato nella Eastern Airlines) raggiunse ancora vivo un ospedale di Miami ma morì dopo 2 giorni senza riprendere conoscenza; il primo ufficiale Albert Stockstill (un 39enne che costruiva piccoli velivoli per hobby) era già deceduto sul colpo nell'impatto.
Le autopsie accertarono che Repo era affetto da un fastidioso raffreddore e che Loft aveva un tumore cerebrale non diagnosticato nell'area della vista, ma nessuna delle due situazioni era tale da condizionare significativamente l'operato dei due.
Robert Loft e Donald Repo
Foto di gruppo delle hostess del volo 401, dalla fotocamera di una di esse: tre moriranno nel disastro

La vicenda, oltre a occupare per lungo tempo le pagine di cronaca dei giornali, ebbe ovviamente moltissimi strascichi giudiziari, amministrativi e assicurativi.
Ciò che invece non è altrettanto ovvio è che, già nei mesi successivi al fatto, cominciarono a circolare storie di apparizioni dei membri dell'equipaggio deceduti in altri aerei e voli della Eastern Airlines.
Una di queste racconta che, nel 1973, addirittura il vice-presidente degli Usa, che stava partendo dall'aeroporto JFK per recarsi il Florida su un altro Tristar, sarebbe stato accompagnato alla sua cabina di lusso da un ufficiale alto ed elegante, che poi sarebbe scomparso all'improvviso, la cui descrizione corrisponde a quella di Robert Loft. Le pagine che la riportano, non precisano quale sia stato il vice-presidente coinvolto, dato che nel 1973 la carica fu occupata fino a ottobre da Spiro Agnew, che poi si dimise dopo un'accusa di evasione fiscale, e successivamente da Gerald Ford, che sarebbe diventato presidente nel 1974.
In un altro racconto, a un ingegnere di volo di un Tristar, intento a svolgere un controllo pre-volo appare Donald Repo, seduto al posto del primo ufficiale, che gli dice di aver già svolto i controlli e che tutto va bene, prima di scomparire.
Un altro racconto ancora narra dell'apparizione del volto di Repo sul quadro degli strumenti che il comandante di un altro Tristar stacontrollando e della sua voce che dice “Non ci sarà mai più un altro incidente su un Tristar. Non lo permetteremo.”
Un'altra storia è quella in cui in un Tristar che sta volando a 13.000 metri di quota si sente un colpo proveniente dal “buco infernale”, i membri dell'equipaggio aprono il portello per vedere di cosa si tratta e si trovano davanti, per un istante, Repo, che subito dopo scompare.
Repo sarebbe poi apparso altre volte soprattutto in cambusa o addirittura in mezzo ai passeggeri.
Ma l'apparizione considerata più importante e clamorosa è quella in cui, in un fantomatico volo 903 da New York a Città del Messico, la hostess Fay Merryweather, intenta a preparare i pasti in cambusa, si trova davanti la faccia di Repo aprendo un forno elettrico, e gli sente dire “Attenzione al fuoco durante questo volo.” Il volo finisce bene, ma al ritorno c'è un piccolo incendio a bordo che costringe il velivolo a tornare precipitosamente a Città del Messico. Indagini successive scoprono che il forno in cui è apparso Repo era stato inizialmente montato sul Tristar del volo 401 e, una volta recuperato intatto nella zona del disastro, era stato rimontato sul nuovo aereo.
Anche se lo scrittore John G. Fuller, nel suo libro The Ghost of Flight 401 (che ha ispirato un celebre tv movie) cita oltre 20 apparizioni di Loft e Repo solo tra il 1973 e il 1976, sembra che le storie abbiano preso origine dalla dichiarazione di un pilota intervistato da una importante rivista americana di sicurezza aeronautica, la Flight Safety Foudation. Questo pilota, mentre conduceva un Tristar, aveva avuto un'avaria a un motore ed era stato costretto a un atterraggio d'emergenza. Nel descrivere le sue sensazioni in quel momento, aveva detto, ironicamente, “Ho visto il fantasma di Don Repo accanto a me.” Questo episodio fu riportato da Fuller come verità inconfutabile.
In seguito alla pubblicazione del libro di Fuller, alcuni ex dipendenti della Eastern Airlines aggiunsero altri dettagli più o meno fantasiosi alla vicenda. Uno arrivò a dichiarare che Frank Borman, il maggiore azionista della compagnia, avrebbe assunto un santone per praticare un esorcismo sui suoi aerei. Queste illazioni sono cessate quando Borman, dopo aver liquidato tutta la faccenda come “merda” ha cominciato a minacciare azioni legali contro i responsabili.
Il dettaglio di Donald Repo che appare in un forno recuperato dal Tristar caduto è ai limiti dell'umorismo involontario. E' stato accertato, infatti, che modello e marca dei forni montati su quel Tristar non sono gli stessi dei forni montati su altri Tristar, particolarmente proprio su quello del volo 903.
Don Repo appare nel forno, in un fotogramma del tv movie tratto dal libro di Fuller

I familiari di Robert Loft hanno denunciato John G. Fuller per violazione della privacy, poiché Fuller avrebbe impiegato il nome del loro congiunto deceduto per imporre all'attenzione del pubblico come vera una storia che è a tutti gli effetti inventata. Il tribunale ha dato loro torto, affermando che il nome di Loft era ormai così famoso da appartenere di fatto al pubblico dominio.



giovedì 23 febbraio 2017

Storie di fantasmi australiani

Tra le più note storie di fantasmi raccontate con dovizia di particolari dall'instancabile Charles Berlitz nei suoi libri (nella fattispecie, World of Strange Phenomena, del 1988), una delle più suggestive è quella di Frederick Fisher, che avrebbe smascherato il proprio assassino tornando dall'aldilà apposta per indicare a un conoscente il luogo in cui rinvenire il cadavere.
Rappresentazione ottocentesca dell'apparizione di Frederick Fisher

Due immagini del primo '900 del presunto luogo dell'apparizione

Più in dettaglio, la vicenda risale al 1826. Fisher, nato nel 1791, era un ex galeotto inglese condannato alla deportazione in Australia. Questo non significa necessariamente che fosse un delinquente: Arthur Koestler, nelle sue Riflessioni sull'impiccagione, ricorda che a quei tempi si poteva finire sul patibolo anche per un furto dal valore di 40 pence, l'equivalente del costo di un fazzoletto ricamato; la causa più comune di incarcerazione, tuttavia, era l'accattonaggio: i senza fissa dimora erano numerosissimi, anche perché le industrie del tempo (quasi sempre tessili) avevano il solo obbligo verso i dipendenti di retribuirli in base all'anzianità, e quindi tendevano a licenziare il personale con più anni di servizio per sostituirlo con apprendisti cui spettava un salario più basso (riportato in Breve storia del lavoro di Melvin Kranzberg e Joseph Gies).
In effetti, dopo pochi anni di lavori forzati, Fisher fu graziato per buona condotta e ricevette una concessione relativa a un appezzamento di terra (in Australia la terra abbondava) nel territorio di Campbelltown, Nuovo Galles del Sud, che riuscì a far fruttare con successo, diventando un piccolo possidente relativamente benestante, proprietario di una casa e di diversi animali. Nel 1825, però, tornò per un breve periodo in prigione, per via di debiti non pagati e, poco dopo il suo rilascio, scomparve, il 17 giugno 1826, dopo aver pagato alcuni suoi salariati e aver detto che andava a bere qualcosa con un amico.
La posizione di Campbelltown rispetto a Sydney, distante circa 60 km

Il suo vicino e migliore amico George Worrall, anche lui un ex galeotto inglese rilasciato per buona condotta, dichiarò che Fisher aveva deciso di tornare nella madrepatria ed era partito per imbarcarsi. Tuttavia, qualche tempo dopo, un altro abitante di Campbelltown, James Hurley (da alcune fonti riportato come Farley), tornando a casa in una notte di luna piena, vide una figura che emanava luce bianca, quella di un uomo seduto sullo steccato che separava la strada dai binari della ferrovia. La figura, dall'aspetto terrificante, gemette e indicò ripetutamente un torrente che scorreva oltre la liena ferroviaria, guarda caso proprio dietro alla fattoria di Fisher. Hurley svenne per l'emozione e la paura ma, appena ripresosi, corse ad avvertire le autorità. Un gruppo di operai si mise a dragare il torrente, rinvenendo il corpo semi-decomposto di Fisher il 31 ottobre 1826. Messo alle strette, Worrall finì per confessare di aver ucciso l'amico per errore, scagliando un pezzo di metallo per colpire un cavallo imbizzarrito che stava puntando minacciosamente su entrambi e colpendo accidentalmente Fisher che si trovava sulla traiettoria.
Non fu creduto, anche perché nei giorni precedenti aveva cercato di vendere tutte le proprietà di Fisher sostenendo di averle acquistate da lui prima della partenza, benché non esistesse alcun atto di compravendita a suo nome, mentre invece a casa sua furono ritrovati tutti gli atti di compravendita a nome di Fisher, evidentemente sottratti a quest'ultimo dopo morto.
Worrall fu impiccato il 5 febbraio 1827.
La storia del fantasma di Fisher fu raccontata per la prima volta sull'almanacco (un tipo di pubblicazione periodica inventata da Benjamin Franklin e molto diffusa a quel tempo nei Paesi anglofoni) Tegg Monthly Magazine, n°1, marzo-luglio 1836, da un autore rimasto sconosciuto, e da allora è stata ripresa molte altre volte, prima di arrivare a Berlitz.
Se andiamo a vedere le carte relative al processo, ancora disponibili a Sydney dove fu celebrato (alcuni documenti riportano che fu celebrato a Forbes, sempre nel Nuovo Galles del Sud, ma questa città è stata fondata solo nel 1861 e la sua area risulta disabitata fino al 1834, quando vi furono scoperte alcune miniere d'oro; oltre al fatto che la distanza tra Forbes e Campbelltown è circa 8 volte quella tra Campbelltown e Sydney), dell'apparizione del fantasma non si fa menzione neppure una volta. Sono riportate tutte le testimonianze, dalle quali emergono ulteriori dettagli che sembrano indicare la malafede di Worrall. Ad esempio, Worrall riferì che Fisher aveva acquistato un biglietto per partire sulla nave Lord St. Vincent, ancorata a Sydney. Ma in quel periodo nessuna nave con quel nome o nomi simili era mai passata per Sydney. Worrall aveva anche attribuito la fuga di Fisher al bisogno di sottrarsi a dei creditori, ma risultava invece che Fisher, dopo l'esperienza del carcere appena trascorsa, fosse ormai in regola con tutti. Worrall non aveva un alibi per la notte della scomparsa di Fisher e, pur essendo in possesso dei beni di Fisher, evitava di parlare di questo quando qualcuno sollevava la questione della sua scomparsa.
I sospetti su Worrall dovevano essere stati già piuttosto pesanti, dato che il ministro delle Colonie Alexander Mcleay aveva promesso una ricompensa di 20 sterline a chi avesse ritrovato Fisher o il suo corpo. A ritrovare Fisher erano stati alcuni operai aborigeni che partecipavano alle ricerche nella squadra di un certo George Luland, o Newland secondo altre versioni, un poliziotto che aveva scoperto delle tracce di sangue su una palizzata vicina al fiume: anche se non è chiaro dove sia stato rinvenuto, dato che un referto parla di corpo ritrovato seppellito in un campo di lato al torrente e un altro di corpo estratto direttamente dal torrente. La posizione del corpo fu comunque scoperta per via dell'odore di putrefazione che questo emanava, riconosciuto da un aborigeno di nome Gilbert. Appena scoperto il corpo, il capo della polizia di Campbelltown, Robert Burke, andò ad arrestare Worrall.
Dettaglio alquanto inquietante, il funzionario del governo che amministrava la proprietà di Fisher in attesa che il fratello, suo unico erede, arrivasse da Sydney, si suicidò durante l'esercizio di questa funzione, nello stesso 1827. Ma non esiste alcun collegamento tra i due fatti.
La vicenda del fantasma di Fisher, dunque, è pura fantasia.
Gli abitanti di Campbelltown, tuttavia, hanno reso questa storia lo spunto per far diventare la loro cittadina una importante attrazione turistica. Molti edifici del tempo sono sono stati restaurati e fanno bella mostra di sé in città (la ex casa di Worrall è diventata il teatro cittadino); ogni anno, Campbelltown ospita un festival dedicato ai fantasmi, che si tiene dal 3 al 18 novembre, con sfilate di carri e maschere e manifestazioni di altro tipo.

Immagini dal Festival dei Fantasmi di Campbelltown

La casa di George Worrall trasformata in teatro cittadino


Riferimenti locali alla storia di Fisher

Dopo quella di Fisher, infatti, sono nate molte altre storie di fantasmi nella zona.
La più recente (riportata dai giornali locali nel 2016) è quella relativa alla ragazza insanguinata e piangente dagli abiti stracciati che infesterebbe la stazione ferroviaria di Macquarie Fields, a meno di 15 km da Campbelltown. Tale ragazza sarebbe stata investita da un treno.
La stazione ferroviaria di Macquarie Fields

Indagini recenti hanno appurato che una donna fu effettivamente investita da un treno in arrivo a Macquarie Fields, alle 15,53 di sabato 7 luglio 1906. La donna si chiamava Emily Kay Georgenson, era nata in Scozia il 19 giugno 1864 e si era trasferita in Australia con la famiglia, al seguito del padre, capitano di navi mercantili, nel 1879. Nubile, da qualche tempo non stava bene ed era stata ricoverata in un “ospedale” (forse un manicomio) di Wahroonga, perché sofferente di “insonnia e malinconia”. Quel giorno, aveva avuto il permesso di far visita ad alcuni parenti a Glenfield, ma era stata accompagnata da un'infermiera. Al ritorno, Emily era sfuggita alla sorveglianza di questa, saltando giù dal treno un attimo prima della partenza (l'infermiera sarebbe poi scesa alla prima fermata, Ingleburn, e avrebbe tentato inutilmente di raggiungerla), poi era salita su un altro convoglio diretto a Macquarie Fields. Qui, era scesa e si era rifugiata momentaneamente in un capanno per gli attrezzi vicino ai binari. All'arrivo del treno successivo, era corsa sui binari e si era gettata sotto le rotaie. I medici legali che lavorarono sul caso non ebbero mai dubbi sul fatto che si trattasse di un suicidio.
La posizione di Macquarie Fields rispetto a Campbelltown

La distanza tra Macquarie Fields a Glenfield

La distanza tra Macqarie Fields e Ingleburn

La distanza tra Wahroonga e Macquarie Fields