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venerdì 29 maggio 2020

Frankie Stewart Silver: la storia dietro la canzone


Un delitto senza testimoni e il controverso processo che ne segue, terminato con una condanna piuttosto frettolosa, sono alla base di una storia capace di superare gli angusti limiti dell'area rurale in cui matura per interessare diverse generazioni di appassionati cultori, che se la sono tramandata in vari modi, inclusa una canzone popolare.

Un paesaggio della contea di Burke in una foto d'epoca

Siamo nella contea di Burke, in North Carolina, all'inizio dell'inverno 1831. Una realtà sociale di contadini e cacciatori, per lo più analfabeti. In una baita di montagna vicino al fiume Toe, affluente del Tennessee, vive una giovane coppia che sembra ben assortita: lui, Charles (Charlie) Silver, nato nel 1812, è un ragazzo alto e forte conosciuto come l'anima delle feste per le sue capacità di ballerino e suonatore; lei, Frances (Frankie) Stuart (riportato più spesso come Stewart), nata tra il 1811 e il 1813, è una ragazza piccola e bionda di un'avvenenza che non è mai passata inosservata, nonché eccellente tessitrice. Si sono sposati prestissimo e hanno una figlia di 13 mesi, Nancy.
La sera del 22 dicembre 1831, nella loro baita, accade qualcosa che non è mai stato definitivamente chiarito. Non si sa se Charlie aggredisca Frankie e se sia o meno la prima volta che accade. Sta di fatto che la moglie reagisce e lo uccide a colpi di ascia.



Non esistono ritratti di Frankie, ma solo interpretazioni artistiche della sua storia

Subito dopo, Frankie si rivolge ai suoi familiari perché la aiutino. La cosa più sensata da fare, se davvero ha colpito il marito per reagire a un'aggressione, sarebbe costituirsi e affrontare un processo. Tuttavia, il panico prende il sopravvento, forse anche per timori legate all'inferiorità sociale: i Silver sono molto più benestanti e influenti degli Stuart.
Di fatto, Frankie, aiutata dalla madre Barbara e dal fratello Blackston, fece a pezzi il corpo del marito e poi cercò di farlo sparire, in parte bruciandolo nel camino e in parte seppellendone le varie parti in luoghi molto distanti tra loro.
Tuttavia, la scomparsa di Charlie non passò inosservata. Il giorno dopo, avrebbe dovuto partecipare a una battuta di caccia con l'amico George Young ma ovviamente non si fece vedere. Frankie dichierò che se n'era andato a caccia in montagna da solo. Presto cominciarono le ricerche. Un amico della famiglia Silver, Jack Collis, si introdusse nella baita della coppia mentre Frankie era assente e la ispezionò accuratamente, ritrovando diversi frammenti di ossa nel camino e le tracce di una grossa chiazza di sangue sul pavimento. Altri resti furono rinvenuti sotto le assi del pavimento. Frankie, sua madre e suo fratello non seppero spiegare la presenza di questi reperti, caddero in contraddizione e furono arrestati tutti e tre il 9 gennaio 1832.
Le iniziative intraprese dal padre di Frankie, Isaiah, portarono alla scarcerazione di Barbara e Blackstone dopo qualche giorno, mentre Frankie fu trattenuta. Il 17 marzo fu formalizzata contro di lei l'accusa di omicidio volontario e fu dunque mandata a processo.
Il dibattimento cominciò il 29 marzo. Si ritiene più o meno unanimemente che la strategia decisa dall'avvocato di Frankie, Thomas Wilson, fosse quella più sbagliata. Infatti Frankie si dichiarò non colpevole, anche se risultavano a verbale delle sue dichiarazioni in cui affermava di aver aggredito suo marito con l'ascia perché lui, mezzo ubriaco, la stava minacciando con una pistola.
Benché non esistano molti riscontri ufficiali in tal senso, in quel periodo, l'idea generale dei loro amici e conoscenti era che Charlie maltrattasse abitualmente Frankie. Nella zona, culturalmente molto arretrata, si dava per scontato che gli uomini godessero del diritto di commettere qualunque tipo di abuso sulle donne e vi erano stati anche dei casi di mariti assolti dopo aver ucciso le mogli perché ritenuti giustificati dalla gelosia o da altre ragioni non meno futili.
I legali dei familiari di Charlie sostennero invece che Frankie avesse ucciso suo marito mentre questo stava dormendo, probabilmente per gelosia, o perché aizzata dai suoi familiari che miravano a venire in possesso dei terreni agricoli che il padre aveva intestato a Charlie al momento del suo matrimonio.
Quello contro Frankie Stuart fu davvero uno strano processo, se rapportato agli standard attuali. Innanzitutto, le leggi in vigore in North Carolina non permettevano agli imputati di essere ascoltati anche come testimoni, quindi il delitto fu illustrato solo attraverso l'interpretazione di indizi assai dubbi. A un certo punto, la giuria sembrava orientata in maggioranza verso un verdetto di non colpevolezza e decise quindi di riascoltare alcune testimonianze. Dopo questo passaggio, all'unanimità, la giuria si espresse per la colpevolezza. Benché non restino trascrizioni delle deposizioni dei testimoni prima e dopo, l'unica interpretazione possibile è che alcune testimonianze siano cambiate, e ci si domanda perché.
Frankie fu quindi condannata all'impiccagione.
Poiché l'avvocato continuava a presentare ricorsi, ci volle più di un anno per arrivare a eseguire la sentenza. Intanto, Frankie trovò il modo di farsi conoscere, perorando la propria causa con lettere che dettava all'avvocato stesso, nelle quali raccontava la vita d'inferno che aveva condotto insieme al marito, violento e spesso ubriaco. Il governatore Montfort Stokes ricevette diverse petizioni che chiedevano la commutazione della pena, ed è piuttosto significativo che tra i firmatari di queste vi fossero anche ben 7 dei 12 giurati che l'avevano giudicata colpevole. Tuttavia, le successive elezioni portarono a uno stallo. Al posto di Stokes, fu eletto proprio il giudice che aveva condannato Frankie, David Swain, che tenne un atteggiamento molto ambiguo sulla faccenda, non chiudendo mai ufficialmente all'ipotesi di grazia, ma temporeggiando fino ad affermare che avrebbe voluto concedere la grazia ma non aveva avuto il tempo di farlo perché l'esecuzione era stata fissata troppo presto. In realtà, rispetto al suo primo termine, l'esecuzione fu posticipata di due settimane, ma Swain dovette affrontare le conseguenze di una caduta da cavallo che ne limitarono le possibilità di lavoro. Anche se, com'è stato notato da più parti, prima della caduta, avrebbe avuto tutto il tempo di provvedere. Si è sostenuto che entrambi i governatori non concessero la grazia perché non tutti i 12 giurati del processo erano favorevoli alla sua concessione.
Certamente, alcune scelte della famiglia di Frankie non lo aiutarono a prendere una decisione a suo favore. Il 18 maggio 1833, visto che la grazia non arrivava, il padre e lo zio della ragazza corruppero delle guardie della prigione di Morganton, dov'era detenuta, e la portarono fuori dopo averle tagliato i capelli e averla fatta vestire con abiti da uomo. L'evasione, però, durò solo qualche ora, perché i tre furono riacciuffati poco prima di riuscire a superare il confine con lo Stato del Tennessee.
La solidarietà popolare per Frankie si espresse in molti modi, di cui il più celebre è una ballata composta da un maestro di Morganton, Thomas S. Scott, che sembra sia stata cantata dal pubblico accorso all'esecuzione della ragazza. Per molto tempo, i versi di questa canzone sono stati attribuiti a Frankie stessa. Il testo è il seguente:

This dreadful, dark and dismal day
Has swept my glories all away,
My sun goes down, my days are past,
And I must leave this world at last.

Oh! Lord, what will become of me?
I am condemned you all now see,
To heaven or hell my soul must fly
All in a moment when I die.”

(“Questa terribile, oscura e lugubre giornata
Ha spazzato via le mie glorie
Il mio sole tramonta, i miei giorni sono passati,
E devo finalmente lasciare questo mondo.

Oh! Signore, che ne sarà di me?
Sono condannato a tutti voi ora vedete,

In paradiso o all'inferno la mia anima deve volare
Tutto in un momento in cui muoio.”)


Su Internet si possono ascoltare diverse versioni della stessa. Eccone un esempio.


Frankie fu impiccata il 12 luglio 1833. Con il cappio al collo, prima che si aprisse la botola, affermò di avere delle dichiarazioni da fare. Ma il padre, che era sotto il palco della forca, le ordinò di tacere. Non sapremo mai quali segreti abbia portato nella tomba.
Per molto tempo si è sostenuto che fu la prima donna a salire sul patibolo nella Storia della contea di Burke, e così è riportato anche sulla sua lapide. In realtà, si tratta di una leggenda, perché prima di lei altre donne erano state giustiziate, soprattutto per stregoneria. Nei 77 anni sucessivi alla sua morte, prima che lo Stato della North Carolina avocasse a sé i processi penali, sottraendoli alla giurisdizione dei tribunali locali, altre 15 donne furono condannate alla pena capitale.
Il padre di Frankie aveva deciso di seppellirla nelle proprietà di famiglia ma, tra il tempo necessario a farsi consegnare il corpo e il caldo umido di luglio, il cadavere cominciò a decomporsi rapidamente, per cui il carro su cui viaggiava fece una sosta in campagna, di lato al sentiero che stava percorrendo, e la ragazza fu sepolta in un punto di terra demaniale solo approssimativamente segnato, poco fuori Morganton. Non avrebbe avuto una lapide fino al 1952, quando Beatrice Cobb, editrice del Morganton News-Herald, ne fece apporre una a proprie spese.





Alcune immagini della tomba di Frankie (il cui cognome da coniugata è riportato erroneamente come Silvers) tratte dal sito http://www.deweyfox.com/frankiesilver.htm

Come destino postumo, le andò comunque meglio che a Charlie, il quale ha tre tombe, poiché i suoi resti vennero rinvenuti in momenti diversi e seppelliti in luoghi distanti tra loro.
Non si sa bene quali nonni allevarono la figlia Nancy, ma tutto lascia credere che visse a lungo. Sposò in prime nozze un certo David Parker, morto nella guerra di secessione, e in seconde nozze un certo William Robinson, dal quale avrebbe avuto un figlio destinato a diventare un importante ufficiale della Marina Militare. Il secondo matrimonio non finì bene, perché il marito si mise a molestare sessualmente una delle sue figlie di primo letto e Nancy lo lasciò. Nessun documento riporta l'anno della sua morte, probabilmente risalente alla fine del XIX o all'inizio del XX.. Sulla tomba, che si trova a Mount Grove, nella contea di Macon, quindi lontano da quelle dei suoi genitori, è registrata come Nancy Parker.






martedì 21 gennaio 2020

L'incendio di Peshtigo tra fantasiose ipotesi e realtà riportate


Un caso da manuale di disastro dovuto all'incuria umana diventa l'oggetto di una speculazione tra lo pseudoscientifico e il soprannaturale.
A riferircene, sono diverse fonti, tra cui l'ineffabile (e infaticabile) Charles Berlitz. L'episodio è datato domenica, 8 ottobre 1871: giorno passato alla Storia per il Grande Incendio di Chicago (“Great Chicago Fire”), che bruciò oltre 17.000 edifici e lasciò sul campo circa 300 vittime.
Un'illustrazione d'epoca sull'incendio di Chicago

Foto d'epoca di Chicago subito dopo l'incendio

Molto meno noto è il fatto che, lo stesso giorno, diversi altri incendi scoppiarono nelle zone vicine. Il più importante di questi si ebbe a Peshtigo, una cittadina del Wisconsin a breve distanza dal lago Michigan, circa 400 km a Nord di Chicago. Fu un disastro molto più grande in termini di vite umane, dato che il bilancio finale parla di 2500-3000 morti.
La distanza tra Chicago e Peshtigo

Berlitz (ma non solo lui) spiega la coincidenza di questi incendi disasatrosi ricorrendo alla teoria proposta a suo tempo dal politico del Minnesota Ignatius Donnelly (1831-1901), già appassionato sostenitore dell'ipotesi del continente sommerso sotto l'Oceano Atlantico con la civiltà che ospitava, l'Atlantide. In un libro del 1887, Donnelly propose come causa un corpo celeste, la cometa di Biela, scoperta nel 1872 e apparsa più volte a scadenze ventennali, che nel 1846 si era presentata spaccata in due; attesa per il 1866, non si era ripresentata, salvo poi ricomparire in parte (la testa, si ritenne) nel 1872, suddivisa in una pioggia di meteoriti. Secondo Donnelly, nel 1871, la coda staccata della cometa aveva raggiunto la terra, bombardandola sotto forma di meteoriti arroventate che avrebbero innescato gli incendi.
Ignatius Donnelly


Le copertine di due bestseller di Donnelly ancora in commercio negli Usa, mentre non è possibile trovare quella del libro sui fatti di Peshtigo

La cometa di Biela in una rappresentazione artistica che mostra come si presentò nel 1846

La possibilità appare estremamente remota. I meteoriti raccolti una volta caduti a terra appaiono freddi al tatto e, se pure qualche frammento si fosse arroventato attraversando l'atmosfera, sarebbe esploso in volo e non a terra.
Peraltro, non è neppure necessario andare a elaborare un meccanismo così improbabile. Nel pieno rispetto del Rasoio di Occam, ci si può tranquillamente attenere ai fatti accertati, che ci forniscono una grande quantità di indizi decisivi.
Innanzitutto, l'area era ricoperta da foreste fittissime, al punto che si diceva che in certi Stati uno scoiattolo avrebbe potuto passare da un confine all'altro senza mai toccare terra, solo saltando da un albero all'altro.
Proprio per la ricchezza delle sue risorse forestali, l'area stava subendo importanti trasformazioni. La comunità dei suoi residenti era formata in gran parte da boscaioli, ma vi erano anche agricoltori e operai intenti a costruire la linea ferroviaria che avrebbe operato soprattutto nel settore merci per trasportare i tronchi degli alberi tagliati. Tutte queste categorie di manovali facevano ampio uso del fuoco per bonificare i terreni dalle radici degli alberi tagliati. Piccoli incendi venivano accesi ogni giorno. A questi, si devono aggiungere gli incendi accidentali, dovuti ad esempio all'emissione di scintille da parte dei motori a vapore dei mezzi ferroviari.
Da oltre un anno, l'area era anche soggetta a una persistente siccità, che aveva seccato i torrenti rendendo difficile il trasporto dei tronchi via acqua e messo in serie difficoltà l'agricoltura di sussistenza delle tribù native della zona.
In pratica, l'intera area era letteralmente ricoperta di legno secco, o usato anche come materiale per costruire tutte le strutture o destinato a essere trasportato altrove. Praticamente, qualsiasi incendio avrebbe potuto estendersi e rigenerarsi senza trovare ostacoli. Ce n'erano già stati alcuni, nelle settimane precedenti, ma erano stati domati prima che si estendessero.
L'incendio di Peshtigo ha lasciato pochi testimoni (la percentuale di residenti morti fu altissima) e il più importante tra essi è un sacerdote cattolico nato in Francia nel 1825, Peter Pernin, che scrisse un libro sul fatto, pubblicato nel 1874.
Padre Peter Pernin

Il libro di Padre Pernin

Padre Pernin stava tornando da una breve battuta di caccia nei boschi insieme a un ragazzo che gli aveva fatto da guida, al crepuscolo, quando entrambi si ritrovarono, senza alcun preavviso, circondati dalle fiamme. Fortunatamente, erano presenti altri uomini che, battendo sugli arbusti fino a spegnerli, rallentarono la progressione del fuoco, permettendo ai due di uscire dal bosco e correre con loro verso l'abitato.
Qui, però, la situazione non era migliore. C'era fumo dappertutto e la gente non sapeva cosa fare. Alcuni, ottimisticamente, se ne andarono a cena, mentre altri rimasero in strada a discutere. Man mano che scendeva la notte, si rendeva sempre più evidente come all'orizzonte si stesse alzando un bagliore rosso, sempre più vistoso, accompagnato da un suono simile a un ruggito, che si faceva sempre più forte.
Infatti, quasi improvvisamente, la cittadina fu investita da una densa nuvola di fumo, che appiccò il fuoco dappertutto. Perfino quelli che avevano collegato le pompe ai pozzi capirono che ogni resistenza sarebbe stata inutile e tentarono la fuga. Molte persone presero fuoco mentre correvano. Altre riuscirono a raggiungere il fiume che attraversava la città e aveva lo stesso nome di questa, ma anche quelli che non si tuffarono prontamente bruciarono vivi.
Illustrazione d'epoca raffigurante l'incendio

Foto colorizzata che mostra l'area dopo l'incendio

Giornale locale con articoli sull'incendio

Altra immagine scattata subito dopo l'incendio

Altra pubblicazione d'epoca

Le particolari condizioni di pressione atmosferica fecero sì che le fiamme e il fumo passassero ripetutamente sulla superficie dell'acqua, costringendo quelli che si erano tuffati a tenere a lungo la testa sotto, con il risultato che diversi tra essi annegarono; poiché l'incendio durò a lungo (Padre Pernin restò nel fiume per oltre 5 ore), altri sopravvissuti morirono per ipotermia e forza di rimanere immersi nell'acqua fredda. Bruciò anche una goletta che si trovava all'ancora sul fiume, la George L. Newman, ma l'equipagio sopravvisse.
Al di fuori del fiume, sopravvissero solo quei pochi che erano riusciti a trovare rifugio dentro qualche caverna di roccia, dove l'incendio non arrivò. Una circostanza che si ritenne miracolosa fu che alcune religiose, guidate da suor Adele Brise (di origine belga, vissuta dal 1831 al 1896, e destinata a diventare una veggente, per la quale è in corso un processo di beatificazione), insieme ad alcuni profughi, si rifugiarono in una cappella nella località di Robinsonville, poco distante, e sopravvissero benché l'area circostante fosse bruciata completamente.
Suor Adele Brise

La moria di persone fu nulla in confronto a quella di animali. Nemmeno gli uccelli del bosco riuscirono a salvarsi, perché le fiamme furono talmente alte da raggiungerli e risucchiarli nel vortice.
Altri incendi, nelle stesse ore, colpivano altre località del Midwest, come Holland, Manistee e Port Huron. Alla fine, risultò distrutta un'area di foresta complessivamente più grande dell'intero stato del Rhode Island.
Molti dei sopravvissuti erano gravemente ustionati o feriti. Nel pomeriggio del giorno seguente, arrivarono i primi soccorsi dalla cittadina di Marinette, distante una dozzina di km e toccata solo marginalmente dalle fiamme. Gli infermi che non morirono prima furono trasportati in questa città.
Soccorsi meglio organizzati dovettero attendere, perché anche le linee telegrafiche erano andate distrutte. Qualche volontario dovette raggiungere Green Bay, a circa 80 km, prima di trovare un ufficio telegrafico funzionante. Il governatore del Wisconsin, Lucius Fairchild (1831-96), un eroe della Guerra di Secessione e convinto abolizonista della schiavitù, ricevette la notizia il 10 ottobre, mentre era già in viaggio con un convoglio di soccorsi per la città di Chicago: sua moglie Frances Bull (1846-1925), nota filantropa, fece staccare una parte del convoglio e lo dirottò a Peshtigo. Successivamente arrivarono altri soccorsi dal resto degli Stati Uniti.
Lucius Fairchild militare, con il braccio sinistra appena amputato

Fairchild con la moglie Frances Bull

Oggi, un museo cittadino e un santuario mariano (nella cappella in cui sopravvissero suor Adele e gli altri) ricordano il fatto.
Il cimitero di Peshtigo




venerdì 29 novembre 2019

I Molly Maguires e l'impronta della mano di Alexander Campbell


Durante gli anni '70 del XIX secolo, la sempre maggiore diffusione dell'acciaio portò a un supersfuttamento delle miniere di carbone e, soprattutto, degli uomini che vi lavoravano. Il fenomeno procedette incontrollato in mancanza di una qualsiasi legislazione sociale, e fu particolarmente accentuato nell'area della Pennsylvania orientale, che nel periodo immediatamente precedente si era riempita di irlandesi immigrati in seguito alla carestia del 1847.
L'arbitrio e l'abuso da parte dei proprietari delle miniere e delle loro milizie erano così accentuati e la repressione dei tentativi di sindacalizzazione così brutale che un gruppo di minatori scelse di affrontare la questione con altrettanta violenza, dando vita a un'organizzazione terroristica chiamata “Molly Maguires”, che nacque in seno all'Antico Ordine degli Hiberniani, un'organizzazione pacifica di mutua assistenza tra gli operai, l'unica sul territorio a essere aperta anche agli immigrati.
Le vicende relative all'attività dei Molly Maguires sono state oggetto di diversi resoconti, tra i quali è rimasto particolarmente famoso il film “I cospiratori”, diretto nel 1968 da Martin Ritt e interpretato da Sean Connery e Richard Harris. 
Locandina del film di Ritt con Connery e Harris

Nel tempo, l'argomento è stato studiato soprattutto dagli storici del Diritto, che hanno messo in luce come, nell'occasione, lo Stato degli Usa cedette completamente la propria sovranità a dei soggetti privati, i proprietari delle miniere, permettendo loro di creare milizie di polizia e di ricorrere a detectives privati da infiltrare tra i minatori, e non interferendo nemmeno quando, una volta catturati i principali esponenti dei Molly Maguires, questi furono condannati a morte attraverso dei processi farsa basati su prove molto dubbie, per non dire inconsistenti.
Fu, insomma, un amaro anticipo di quanto sarebbe successo poi ad Chicago nel 1886, con gli attentati e i disordini di Haymarket dovuti all'attività di agenti provocatori, che portarono successivamente alla condanna capitale degli innocenti leader sindacali che negli stessi giorni stavano guidando manifestazioni assolutamente pacifiche.
A differenza dei sindacalisti di Haymarket, tuttavia, i Molly Maguires qualche delitto lo commisero. Radicati nelle principali contee minerarie, si organizzarono in modo da eliminare persecutori, spie e crumiri attraverso il “sistema reciproco”, tale che le squadre della morte attive in una contea provenivano sempre da un'altra contea in modo che i loro componenti non fossero facilmente identificabili. Una iniziale serie di delitti restò in questo modo impunita.
I proprietari delle miniere si rivolsero quindi alla Pinkerton, l'agenzia investigativa che già si era fatta conoscere nella caccia ai fuorilegge. Allan Pinkerton decise quindi di infiltrare nel movimento un proprio agente, il trentenne James McParlan, pure lui immigrato irlandese. McPartland giunse nella cittadina di Port Clinton il 27 ottobre 1873 facendosi passare per il minatore disoccupato James McKenna.
Allan Pinkerton (1819-84)

James McParlan (1844-1919)

McPartland, per alcuni mesi, lavorò in miniera e frequentò i locali degli altri minatori, poi fu finalmente ammesso nell'Antico Ordine degli Hiberniani e, da qui, entrò nei Molly Maguires. Dovette passare oltre un anno, però, prima che fosse coinvolto in qualche fatto di sangue.
Fu nell'estate del 1875 che Jack Kehoe, capo dei Molly Maguires, lanciò l'offensiva. Il 28 giugno di quell'anno, quattro sicari armati spararono a Billy Thomas ferendolo gravemente. McParlan, pur al corrente del piano, non intervenne per non far saltare la sua copertura. Una settimana dopo, all'alba, fu ucciso il vigilante Benjamin Yost nella cittadina di Tamaqua. Un mese dopo, tre sicari uccisero un sovrintendente di vigilanza, attivissimo nella repressione delle manifestazioni, John P. Jones. Un mese ancora dopo, fu la volta di un altro sovrintendente, Thomas Sargent, e di un minatore crumiro, il gallese William Uren, a Wiggan's Patch. Quest'ultimo episodio ebbe una conseguenza ancora più tragica, perché alcuni vigilanti credettero di identificare tra gli assassini un minatore, Charles O'Donnell, assaltarono casa sua e lo uccisero insieme alla figlia e al figlio.
Molto ingenuamente, un certo Kerrigan, con cui era entrato in confidenza, raccontò a McParlan che il vigilante Yost era stato ucciso per errore. Il vero bersaglio era un suo collega, Bernard McCarron, con il quale aveva scambiato il turno. Kerrigan mostrò a McParlan anche l'arma del delitto e gli fece i nomi dei due colleghi che lo avevano aiutato nell'omicidio. McParlan rischiò di essere designato come assassino del sovrintendente Jones, ma riuscì a evitarlo fingendosi malato. In un modo o in un altro, McParlan riuscì ad apprendere sia il nome di quello che lo aveva sostituito sia i nomi del cinque sicari di Wiggan's Patch.


Tre episodi in stampe del tempo
Un biglietto del tempo con una minaccia di morte

Ai primi del 1876 scattò la retata, e i principali membri dei Molly Maguires furono arrestati dai vigilanti e dagli agenti della Pinkerton. Nei successivi processi, tenuti a Pottsville, oltre a disporre di un'assistenza legale molto carente, dovettero vedersela anche con giurie dalle quali i padroni delle miniere avevano preteso e ottenuto di espellere tutti i cittadini americani di origine irlandese. Quasi tutti i giurati erano di origine tedesca, non conoscevano perfettamente l'Inglese e furono sottoposti a ogni genere di intimidazioni.
Il piatto forte delle udienze fu la deposizione di McParlan, il 6 maggio 1876. La rivelazione della sua reale identità provocò una reazione di dolore da parte del pubblico, in mezzo ai quali c'era molta gente che lo aveva conosciuto e gli era stata amica.
La vicenda processuale fu comunque molto complessa e, in ogni caso, si concluse con la condanna di 19 Molly Maguires all'impiccagione per la serie di omicidi che abbiamo visto e per altri che furono loro addebitati.
Le prime 10 sentenze furono eseguite il 21 giugno 1877, in due sedi separate: nella prigione di Mauch Chunk furono impiccati quattro uomini per l'omicidio di John P. Jones e in quella di Pottsville altri sei per gli omicidi di Yost, Sanger e Uren. Le esecuzioni sarebbero andate avanti fino al 16 gennaio 1879. Il leader dei Molly Maguires, Jack Kehoe, fu impiccato il 18 dicembre 1878.
Jack Kehoe (1837-78)

Alla prima serie di esecuzioni è legato un episodio singolare, spesso citato dagli appassionati di paranormale. Uno dei condannati, Alexander Campbell, nato a Donegal in Irlanda nel 1833 e proprietario di una locanda in cui i Molly Maguires si riunivano, sicuramente non coinvolto direttamente in nessun omicidio ma condannato lo stesso alla forca, protestò un'ultima volta la sua innocenza quando le guardie andarono a prenderlo per l'esecuzione e, dopo aver strofinato la mano nel terreno che faceva da pavimento alla sua cella, la numero 17, la sbatté contro un muro, lasciando un'impronta ben visibile e dichiarando che questa sarebbe rimasta lì per sempre a testimoniare la sua innocenza.
Alexander Campbell

L'impronta, stando a quel che si dice, avrebbe poi resistito a ogni tentativo di lavaggio e sarebbe ricomparsa anche dopo degli interventi drastici, ossia più di una ritinteggiatura del muro e perfino dopo la demolizione di questo, per ordine dello sceriffo Biegler, nel 1930.
L'impronta come appare oggi
La prigione di Mauch Chunk

La prigione finì in disuso nel 1995 e, dopo qualche tempo, divenne un'attrazione turistica, soprattutto per via dell'impronta nella cella numero 17. Nel 2004, due scienziati forensi, James Starr della George Washington University e Jeff Kercheval della polizia scientifica di Hagerstown, compirono un rapido studio dell'impronta stessa, utilizzando la fotografia a infrarossi. Stabilirono che non era stata dipinta né con vernici né con altri mezzi, ma restarono ugualmente molto scettici riguardo la sua origine paranormale. 
Il professor James Starr

Tra l'altro, scoprirono che non si è mai capito bene a quale delle due mani di Campbell appartenesse, perché le diverse versioni, nel tempo, sono discordanti. Di questo studio, trattarono in un contributo pubblicato sul bollettino dell'American Academy of Forensics Sciences del settembre 2004.

giovedì 6 dicembre 2018

Il delitto di Montalto Uffugo che ispirò "Pagliacci" di Leoncavallo


Umberto Saba ha scritto, una volta, “il bel canto è italiano, il cinematografo americano, il romanzo poliziesco inglese”: ma non si può negare che alcune delle più celebri opere liriche italiane mettano in scena delle trame, oltre che molto adatte a una trasposizione cinematografica, anche parecchio “noir”, ossia vicine a un poliziesco non tanto all'inglese, quanto all'americana.
Tali, queste opere, anche perché a volte ispirate da fatti di cronaca nera, così come era anche abbastanza prevedibile nel periodo tra fine '800 e primi del '900, in cui dominava la narrativa verista. Quelle considerate le più importanti opere liriche veriste sono “Cavalleria rusticana” di Pietro Mascagni (tratta, notoriamente, da una novella di Giovanni Verga) e “Pagliacci” di Ruggiero Leoncavallo, ispirata appunto a un delitto reale.
Giovanni Verga (1840-1922)

Ruggiero Leoncavallo (1857-1919)


Locandina e spartito d'epoca di "Cavalleria rusticana"

Leoncavallo, nato a Napoli nel 1857, figlio di un magistrato, durante la giovinezza risiedette in varie località del Sud Italia, seguendo i trasferimenti per lavoro del padre Vincenzo. In particolare, risiedette per alcuni anni a Montalto Uffugo, in provincia di Consenza, dove iniziò anche gli studi musicali e cui restò sempre legato, anche perché nel 1903 ne ricevette la cittadinanza onoraria.
L'opera cui Leoncavallo (morto poi a Montecatini nel 1919) deve la fama imperitura, appunto “Pagliacci”, appartiene in modo particolare alla sua creatività, dato che ne scrisse sia la musica sia il libretto, quest'ultimo ispirandosi chiaramente a un delitto che lo vide testimone, consumatosi la sera del 4 marzo 1865, quando un domestico della sua famiglia, Gaetano Scavello, di 24 anni, fu pugnalato a morte all'uscita del locale teatro, per ragioni di rivalità amorose, dai fratelli Luigi e Giovanni D'Alessandro.

Locandine e spartiti d'epoca di "Pagliacci"

Nel 1995, una studentessa calabrese, Luisa Longobucco, realizzò la sua tesi di laurea in Lettere ricostruendo tutta la storia dell'opera, eseguita per la prima volta il 21 maggio 1892 a Milano, a partire proprio dalle circostanze del delitto, ricostruite attraverso i documenti d'epoca. Tale lavoro è poi stato pubblicato dall'editore Rubbettino nel 2003.

Sappiamo dunque, dai verbali dei carabinieri, che il magistrato inquirente, Francesco Marigliano, assistito dal cancelliere Tommaso Bonelli, il 7 marzo 1865 convocò quattro conoscenti dello Scavello, due muratori e due sarti, affinché ne riconoscessero il corpo.
Fu poi separatamente interrogato il padre della vittima, Carmine, domestico. Questi raccontò che la sera del 5 marzo il figlio Gaetano si era recato a teatro per vedere un'opera lirica e, all'uscita, ma ancora all'interno del locale, mentre chiacchierava con l'amico Pietro Ammirata, era stato aggredito dai fratelli Luigi e Giovanni D'Alessandro, che avevano trascorso la serata camminando su e giù davanti al teatro, con lo scopo evidente di tendere un'imboscata a qualcuno che doveva uscirne. I due gli vibrarono altrettante coltellate, una che lo colse al braccio e l'altra al ventre, poi si diedero alla fuga. Sebbene il giovane fosse rapidamente soccorso, la seconda ferita era troppo grave per sopravvivere, e la morte sopraggiunse alle 2 di notte. Al fatto assistettero almeno 9 testimoni.
Altre testimonianze attestarono che, il giorno prima del delitto, Scavello aveva percosso un adolescente che era al servizio dei D'Alessandro, non si sa per quale motivo, e già subito dopo i due fratelli si erano presentati a lui con i coltelli spianati, ma non erano riusciti a colpirlo perché diverse persone si erano messe in mezzo, permettendo a Scavello di allontanarsi.
Giovanni D'Alessandro fu arrestato in casa sua, la notte stessa del delitto e negò immediatamente di aver colpito Scavello. Luigi D'Alessandro, invece, si costituì a Cosenza il giorno dopo, affermando di non aver partecipato a nessuna aggressione e di aver lasciato Montalto perché aveva sentito dire che volevano arrestare suo fratello e non voleva essere messo in mezzo.
L'autopsia accertò che Scavello era morto in seguito alla massiva emorragia insorta quando la coltellata, infertagli sotto l'ombelico, gli aveva tagliato l'arteria ipogastrica sinistra.
Il numero dei testimoni aumentava man mano che la ricostruzione andava avanti. Tre amici di Scavello raccontarono che il pomeriggio del 4 marzo erano con lui a casa di uno di essi, vicino alla fontana detta del Somaro; vedendo arrivare una donna per la quale provava un certo interesse, accompagnata da un ragazzo al servizio dei D'Alessandro, Pasquale Esposito, Scavello invitò gli amici a scendere insieme a lui, perché gli sembrava che la coppia volesse appartarsi in una vecchia torre. In strada, Scavello si mise a infastidire Esposito, appena uscito dalla torre, e, quando questi non rispose alle sue provocazioni, lo colpì leggermente con un bastone.
Questo è quanto dichiararono gli amici di Scavello. Più verosimilmente, la donna e il ragazzo furono infastiditi da Scavello perché questo era interessato alla prima e forse cercò anche di metterle le mani addosso, ottenendone un netto rifiuto. Infatti la donna, di cui non è stato tramandato il nome, non aveva niente a che fare con Esposito ma rappresentava anche l'oggetto del desiderio di Luigi D'Alessandro e probabilmente preferiva quest'ultimo a Scavello.
Comunque, Esposito andò a chiamare i padroni e, prima che Scavello e gli amici potessero rincasare, questi si prentarono armati di una frusta, anche se Luigi D'Alessandro si limitò a schiaffeggiare Scavello quando questi rispose in modo indisponente alle sue domande. Allora Scavello gli tirò contro un sasso, senza colpirlo, e fu a quel punto che i due tirarono fuori i coltelli. Il trambusto aveva fatto affacciare parecchi degli abitanti della strada, che videro Scavello allontanarsi e i suoi amici frapporsi tra lui e i due D'Alessandro che lo minacciavano. In particolare, un uomo che era sceso in strada sentì ripetutamente i due minacciare di morte Scavello, precisando che alla prima occasione lo avrebbero fatto fuori.
Un altro testimone riferì che la sera del 5 marzo i due fratelli si erano presentati al teatro entrando e lasciando Esposito a fare da palo fuori, e che il ragazzo aveva candidamente raccontato che tutti e tre erano lì per uccidere Scavello.
Altri quattro testimoni dissero di aver visto un uomo fuggire dal teatro: uno di essi precisò di aver riconosciuto Luigi D'Alessandro, con cui aveva anche parlato. D'Alessandro era molto agitato e aveva fretta di andare lontano.
Pietro Ammirata, che era ai piedi della scalinata del teatro con Scavello quando questo fu aggredito, era voltato dall'altra parte quando avvenne il fatto, e se ne rese conto solo dalle grida di dolore dell'amico. Un altro testimone vide però distintamente Luigi D'Alessandro vibrare il colpo al braccio e il fratello Giovanni quello al ventre.
Diversi altri testimoni, nella notte, videro fuggire sia Luigi sia Giovanni D'Alessandro, il secondo ancora con il coltello in mano.
L'inchiesta fu condonna inizialmente proprio dal padre di Leoncavallo, ma questi dovette poi ritirarsi in quanto troppo direttamente coinvolto, lasciandola al procuratore Marigliano. Al processo, seguito dopo poco, Luigi D'Alessandro fu condannato a 20 anni di reclusione, suo fratello Giovanni ai lavori forzati a vita.
Veduta del centro storico di Montalto Uffugo

Santuario di S. Maria della Serra a Montalto Uffugo

Bozzetto per le scenografie di "Pagliacci" realizzato da Rocco Ferrari e chiaramente ispirato a Montalto Uffugo

A distanza di molti anni, Leoncavallo non dimenticava la sostanza dei fatti (era molto legato a Scavello, assunto apposta per badargli) ma ne confondeva i dettagli. Raccontò infatti di ricordare un delitto in cui aveva visto un uomo accoltellato in un teatro da un altro uomo vestito da pagliaccio, che aveva già accoltellato sua moglie in scena nella finzione teatrale appena vista. Il lavoro lo prese talmente che impiegò appena venti giorni a redigere il libretto. Tuttavia, il suo editore, Ricordi, rifiutò quest'ultimo, ritenendolo troppo ardito nella sua mescolanza di circostanze comiche e tragiche. Leoncavallo non si perse d'animo e lo propose allora a Sonzogno, che lo accettò. L'immediato successo dell'opera e l'entusiasmo ridestato da questa in artisti del calibro di Arturo Toscanini avrebbero dato ragione a entrambi.



Immagini dalla rappresentazione del 2014 al teatro Petruzzelli di Bari, diretta da Marco Bellocchio, che si è ispirato all'opera anche per un "corto"