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giovedì 26 maggio 2016

Il mistero del dirigibile fantasma, l'Airship L-8

Sui mari, specie durante i periodi di guerra, si sono sempre verificate sparizioni di navi e di aerei che non hanno trovato spiegazione. Si sono persi anche alcuni dirigibili, di cui il più noto è l'Italia di Umberto Nobile: che, dopo aver perso la gondola nell'impatto con il pack al termine del tragico viaggio di esplorazione polare del 1928, si risollevò e riprese a volare senza controllo, portandosi via i 6 uomini che erano rimasti a bordo, di cui non si seppe più nulla.
Il dirigibile Italia alla partenza per il suo ultimo viaggio

Ma un caso più unico che raro è quello dell'Airship L-8 della Marina Militare Americana, nel 1942, in cui il dirigibile tornò indietro da una perlustrazione sul mare, ma senza l'equipaggio che invece risultò disperso. E', in pratica, un caso analogo a quello della nave Mary Celeste del 1872.
La Mary Celeste

L'Airship L-8 era un normale dirigibile della Goodyear, che non era stato progettato per scopi di guerra ma civili, per sostituire un altro dirigibile appena requisito dalla Marina per essere adibito alla difesa costiera. Ma, subito dopo la sua entrata in servizio, c'era stato l'attacco di Pearl Harbor e la Marina aveva requisito altri dirigibili civili per pattugliare il mare di fronte alla West Coast, temendo attacchi di sommergibili giapponesi dal Pacifico.
L'L-8 durante una delle sue missioni


L'L-8 era dunque stato trasferito all'aeroporto militare di Moffett Field, a Sud della Baia di San Francisco, in California, nel febbraio del 1942. Per 6 mesi, aveva svolto missioni di pattugliamento e ricognizione delle acque territoriali californiane senza che ci fosse il minimo problema.
La base di Moffett Field, oggi

La mattina del 16 agosto 1942, sembrava uguale a tante altre. Verso le 06:00, l'L-8 partì dalla pista di Treasure Island, nella Baia di San Francisco, per una ricognizione intorno alle isole Farallon, che si trovano circa 30 miglia al largo.
Le acque territoriali californiane nell'area di San Francisco e le isole Farallon

La Baia di San Francisco e la posizione di Treasure Island

A bordo c'era un equipaggio composto da due uomini: un militare di carriera, il luogotenente Ernest Cody, reduce da missioni molto più pericolose nel Pacifico, e uno di complemento, il guardiamarina Charles Adams, che nella vita civile faceva l'ingegnere. L'L-8 era equipaggiato con un un rudimentale metal detector montato sotto la gondola, che permetteva (sia pure con un minimo tasso di successo, circa il 4%) di percepire tracce della presenza di sommergibili nelle acque marine.
Ernest Cody e Charles Adams

Intorno alle 07:50, mentre erano sull'obiettivo, Cody segnalò via radio alla base di Treasure Island di aver individuato una sospetta chiazza di petrolio in mare al largo delle Farallon Island, e che sarebbe andato a dare un'occhiata. Questa fu la sua ultima comunicazione.
Poco dopo, il peschereccio Daisy Gray e la nave liberty (una classe di navi da trasporto militari) Albert Gallatin, che incrociavano la zona, videro l'L-8 compiere dei giri intorno alle isole Farallon e per poi abbassarsi bruscamente di quota, prendendo la direzione del ritorno verso San Francisco intorno alle 09:00.
Verso le 10:00, poiché l'L-8 non rispondeva più alle chiamate via radio, la base di Treasure Island decise di inviare degli aerei di soccorso a cercarlo e contemporaneamente inviò un messaggio agli aerei in volo sull'area per chiedere se avessero visto il dirigibile. Alle 10:20, un volo civile della Pan Am comunicò di aver visto l'L-8 che si dirigeva verso il San Francisco. Altri testimoni, da una spiaggia, lo videro piegarsi e risalire rapidamente di quota, verso le 10:30.
Alle 10:50, un marinaio fuori servizio che stava recandosi a una spiaggia percorrendo l'autostrada costiera, lo vide e, avendo con sé la fotocamera, gli scattò una fotografia, da cui si vede benissimo che il dirigibile era parzialmente sgonfio e ingovernabile.
La foto scattata dal marinaio fuori servizio

Un'altra immagine scattata poco dopo

Poco dopo, l'L-8 arrivò lentamente a terra, su una spiaggia. Due bagnini cercarono di fermarlo aggrappandosi alle sue funi di guida a terra, ma l'aeronave aveva ancora abbastanza spinta da proseguire per un discreto tratto. Attraversò dei campi di golf e si fermò solo in mezzo a una strada trafficata di Daly City, una cittadina residenziale subito a Sud di San Francisco.
La posizione di Daly City

Intervennero i vigili del fuoco, già allertati, e per prima cosa si fecero largo nell'involucro che, sgonfiandosi, aveva ricoperto la gondola, per estrarre da questa i membri dell'equipaggio.
Tuttavia, all'interno della gondola, non c'era nessuno.
Uno dei due portelli d'accesso era aperto. Il canotto gonfiabile d'emergenza era al suo posto ma mancavano due giubbotti di salvataggio. La radio e tutti gli strumenti funzionavano perfettamente.
Non c'era nessuna apparente ragione per cui Cody e Adams non dovessero trovarsi a bordo, ma era evidente che erano usciti attraverso il portello aperto, anche se non si capiva come e perché fosse successo.

Immagini scattate dopo che l'L-8 era sceso a terra

L'ipotesi della cattura da parte di un sottomarino giapponese apparve subito alquanto improbabile. Né si può dare molto credito alle spiegazioni di tipo ufologico che sono state puntualmente proposte anche per questo caso. Resta solo le spiegazioni di tipo privato, come quella per cui uno dei due si sarebbe irresponsabilmente sporto dal portello aperto e sarebbe caduto in mare, seguito dall'altro che avrebbe perso l'equilibrio tentando di afferrarlo. Un'altra possibilità, quella che i due siano venuti alle mani e abbiano finito per cadere entrambi di sotto durante una rissa, pure è stata presa in considerazione, e si è parlato addirittura di un fantomatico triangolo amoroso in cui sarebbero stati coinvolti, ma queste ipotesi non sono mai state provate e suonano come semplici illazioni.
Resta il fatto che, nonostante la massiccia operazione di salvataggio lanciata subito dopo dal comando di Moffett Field, in mare, non si trovò la minima traccia dei due.
L'L-8, riparato, è rimasto in servizio per tutta la guerra, poi è stato restituito alla Goodyear, che lo ha usato fino al 1982. Veniva spesso impiegato per riprese televisive, specie di avvenimenti sportivi. La sua gondola è attualmente conservata in un museo dell'aria a Wingfoot Lake, in Ohio, ancora perfettamente funzionante.

La gondola dell'L-8 com'è oggi





giovedì 14 aprile 2016

Al di là dei confini

Un tema che finisce, in un modo o in un altro, per appassionare o coinvolgere chiunque, è quello del paranormale. Si può dire che, per l'uomo moderno, tale argomento abbia preso il posto che, qualche secolo fa, era occupato dalle discussioni di natura teologica (ma, se non altro, discutendo di paranormale non si rischia di finire sul rogo): alcuni lo affrontano con fede cieca, altri con totale scetticismo, altri ancora (purtroppo una minoranza) con una lucidità che non concede nulla alle posizioni estremiste.
E' ovvio, quindi, che i cataloghi delle case editrici siano zeppi di titoli che trattano, dai diversi punti di vista, del paranormale. La moda della New Age, il "bisogno di spiritualità di fine millennio" e, più semplicemente, il fatto che molta gente, almeno in Occidente, non sia afflitta da assillanti preoccupazioni quotidiane e quindi sia libera di passare il tempo pensando a ciò che vuole, fanno il resto.

Se si ha la pazienza di osservare accuratamente i lettori che si incontrano (per esempio su un treno o su una panchina dei giardini pubblici) si può notare facilmente quanto siano apprezzati i volumi che parlano di civiltà scomparse, misteri irrisolti, tradizioni perdute, e qualsiasi altro argomento "esoterico".
Il lettore dotato di una certa esperienza è in grado di distinguere subito il grano dal loglio, per dirla in termini biblici.

Chi scrive ricorda benissimo che, durante la sua infanzia negli anni '70, si potevano trovare dappertutto volumi come quelli pubblicati soprattutto dalla Sugar, ad esempio quelli scritti da Leo Talamonti o Peter Kolosimo, dai titoli molto suggestivi come Universo proibito o Terra senza tempo, che narravano, senza essere apparentemente sfiorati dal minimo dubbio, di imperi scomparsi, civiltà aliene e luoghi in cui poteva accadere di tutto. Tali racconti mancavano sempre della minima base razionale, e nemmeno venivano citate fonti attendibili, ma se non altro erano scritti piacevolmente e, se li si leggeva come un tipo particolare di fantascienza, non facevano rimpiangere il tempo e i soldi spesi.


Nello stesso periodo, alcuni intraprendenti scrittori americani fecero fortuna scrivendo best-sellers su questioni "irrisolte", anche perché letteralmente inventate di sana pianta: un esempio autorevole è quello di Charles Berlitz, che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo rivelando le "Verità nascoste" dietro il Triangolo Maledetto delle Bermude o l'Area 51 di Roswell; ma anche Jay Anson, con il suo Orrore di Amityville, non se l'è cavata male. Contemporaneamente, in Italia, arrivarono anche i libri più vecchi firmati da Vincent Gaddis. Anche in questi casi, restiamo al livello di Talamonti e Kolosimo: in pratica, simpatici da leggere ma inattendibili a qualsiasi livello.





Durante gli anni '80, invece, la gente era più che altro impegnata a fare soldi e, quindi, esoterismo e spiritualità venivano considerati, più o meno, roba da minorati. Potrebbe sembrare che sia stato un progresso, ma non è così: si trattava, infatti, di un atteggiamento dettato non dalla razionalità, ma dal cinismo. Inoltre,il fatto che la maggior parte delle storie si siano rivelate inventate e la maggior parte delle prove false, non significa che si debba fare di tutta l'erba un fascio.

Alcune questioni, non molte, meriterebbero ben altra attenzione: e il rifiutarle in blocco perché ritenute non foriere di immediati guadagni (ogni forma di ricerca, com'è noto, ha bisogno di finanziamenti, e chi finanzia lo fa sempre con un preciso tornaconto), non è affatto scientifico, ma anti-scientifico.
Un aspetto positivo della faccenda è stato, però, il poter ritornare su quanto si sapeva senza rischiare di scatenare discussioni interminabili o fantasie di emuli privi di freni inibitori. Questa occasione è stata colta da pochi, lucidi studiosi della materia, tra i quali spicca il nome di Mike Dash, ricercatore di Storia a Cambridge e divulgatore piuttosto noto nei paesi anglofoni. Il suo più importante libro sul paranormale, Borderlands, uscito nel 1988, ha impiegato più di un decennio ad arrivare nel nostro paese; la traduzione italiana, Al di là dei confini, è uscita infatti nel 1999, grazie a Corbaccio.



Nella sua breve introduzione al volume, Dash chiarisce subito il suo punto di vista: sulla maggior parte degli argomenti trattati non si dispone di nessuna prova concreta; ma non esistono prove concrete neppure del contrario: dunque, non si può rifiutare tutto in blocco. E' opportuno, tuttavia, affrontare la lettura con una certa dose di scetticismo; poi, per comodità di esposizione (è facilmente intuibile) non si può infarcire il racconto di termini come "supposto", "presunto", "apparente", "sedicente", etc.: ma il lettore deve essere pronto a inserirli, mentalmente, un po' dappertutto.
Il fatto che Dash sia inglese lo mette, in un certo senso, in una posizione particolare. Il Regno Unito è, infatti, il paese in cui, nel XIX secolo, si sono tentati gli studi scientifici più seri sul paranormale. Non pochi scienziati (basta ricordare William Crookes, inventore del primo tubo catodico e premio Nobel per la Chimica nel 1907 in seguito alla scoperta del Tallio; Alfred Russell Wallace, coautore della teoria dell'evoluzione dei viventi tramite variazioni casuali e selezione naturale di Darwin); e Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, che di professione era medico, ci hanno rimesso un po' della loro credibilità postuma; 
William Crookes

Alfred Russell Wallace

Arthur Conan Doyle

A quel tempo, com'è facile immaginare, i mezzi di indagine erano alquanto rudimentali e qualsiasi truffatore abbastanza esperto e furbo poteva farla franca senza troppi problemi (l'esperienza moderna insegna anche che i trucchi possono essere talmente sofisticati che, per evitare inganni, non basta la presenza degli scienziati, tra i testimoni: occorrono anche i prestigiatori). Bisogna poi aggiungere che gli scienziati sono uomini come gli altri, soggetti alle loro stesse debolezze e quindi, a modo loro, facilmente influenzabili (Crookes è stato il più autorevole testimone delle capacità della medium Florence Cook, ma c'è il sospetto che ne sia stato anche l'amante, e questo getta qualche ombra sulla sua attendibilità).
Florence Cook

Una foto di Katie King, lo "spirito" evocato da Florence Cook 

Una stampa d'epoca che ritrae Florence Cook smascherata come impostora durante una seduta spiritica

Per farla breve, dopo un paio di decenni di illusioni e imbrogli smascherati, gli scienziati inglesi misero al bando gli esperimenti sul paranormale e non vollero più saperne niente (chi voglia approfondire la storia può leggere Detective dell'impossibile di Colin Wilson, uscito nel 1984 e tradotto in italiano da Sugar nel 1987: fermo restando che Wilson non possiede lo stesso rigore di Dash e che le sue conclusioni sono condivisibili solo fino a un certo punto).


Chiariamolo subito: il libro di Mike Dash non è una lettura agevolissima. E' scritto bene, scorrevolmente, ma è pur sempre lungo circa 450 pagine, con continui richiami alle note (che occupano altre 60 pagine circa, dopo il testo). Insomma, è un bel mattone. L'enorme numero di argomenti che affronta può disorientare: è praticamente impossibile riassumerlo in poche righe.
Tuttavia, chi abbia la determinazione di leggerlo da cima a fondo, non si pentirà della fatica. Il metodo di esposizione di Dash è semplice ed efficace: si parla dei casi citati a sostegno dell'evento paranormale, ma cercando di spiegarli alla luce delle conoscenze scientifiche attuali; poi, si sottolinea quali casi o quali dettagli non possono essere spiegati in questo modo e quindi potrebbero meritare maggiori indagini. Nella migliore tradizione del pensiero scientifico, Dash adopera il "rasoio di Occam", cioè provvede prima a vagliare il probabile, poi passa al possibile: solo se questi non danno risultati si rivolge all'improbabile e, se proprio non c'è altro, all'ipotesi dell'impossibile.
Vediamo un esempio significativo (anche in virtù di una impressionante fotografia posta nel repertorio iconografico): l'autocombustione umana. Nei casi portati a sostegno della teoria per cui alcune persone potrebbero incendiarsi da sole (che, come sanno i lettori di fantascienza, ha ispirato anche un interessante romanzo di Bob Shaw), le "stranezze" dei fenomeni osservati (i corpi carbonizzati quasi completamente, soprattutto a livello del tronco, ma senza che il fuoco abbia danneggiato ciò che stava intorno ad essi) vengono spiegati grazie al contributo di vigili del fuoco e specialisti nel soccorso degli ustionati: in effetti, sembra che, se una persona prende fuoco all'altezza del tronco (ad esempio rovesciandosi addosso della brace mentre indossa un capo di vestiario di tessuto infiammabile), le fiamme si sviluppano verso l'alto e sono alimentate dal grasso corporeo, quindi tendono a distruggere le parti in cui il grasso si concentra e ad estinguersi senza altri danni se, al di sopra della persona in fiamme, non trovano nulla cui propagarsi.

Quasi tutti i casi più noti si spiegano in questo modo, tenendo conto del fatto che le vittime sono state rinvenute dopo qualche ora, e dunque il fuoco aveva avuto tutto il tempo di divorarle. L'unico caso dubbio è quello cui si riferisce la fotografia di cui si è detto: una donna di 51 anni, residente a Drexel Hill, Pennsylvania, che fu vista bruciare in appena sei minuti da una nipote che era nella stessa stanza. L'inizio dell'incendio viene correlato al fatto che la donna stesse fumando: ma non si spiega in alcun modo la rapidità dell'evento.


Nella sezione relativa agli avvistamenti di "alieni", Dash sottolinea come, nella stragrande maggioranza dei casi, l'aspetto delle "creature" osservate sia simile o identico a quelle oggetto di precedenti osservazioni, oppure a "mostri" inventati dal cinema o dagli autori di fumetti, oppure ancora a figure della mitologia locale.
Un ufologo di fede assoluta potrebbe spiegare il primo caso sostenendo che si tratta di "alieni" provenienti dalla stessa civiltà, ma è molto più realistico parlare di autosuggestione (sono un tipo impressionabile, vedo l'identikit del "marziano" su un giornale o in TV, ci penso sopra a lungo e, di notte, con poca luce, credo di riconoscerlo in un bagliore troppo lontano per essere identificato o in una figura in movimento che magari è la mia vicina che porta a spasso il cane) o di burla.
Allo stesso modo, i casi di "reincarnazione" (una persona che, sotto ipnosi, manifesta i ricordi di un'altra persona vissuta secoli prima) potrebbero spiegarsi con il fenomeno della criptoamnesia, cioè il fatto che, con l'accumularsi dei ricordi nella mente, alcuni di essi potrebbero restare seppelliti in un angolo della mente in modo tale che questa non li riconosca più come propri; al normale livello di coscienza, non verrebbero mai fuori, mentre l'ipnosi potrebbe farli riemergere in forma di ricordi attribuiti ad altri. Dash cita a sostegno di questa teoria il caso di una donna inglese in cui si riteneva si fosse reincarnata una strega arsa sul rogo durante il XVI secolo. In effetti, ciò che la donna manifestava sotto ipnosi come "ricordi di una precedente vita" conteneva alcuni dati precisi, ad esempio il nome della strega e il fatto che il suo processo si fosse tenuto nel 1556: ma un ricercatore accertò che, in realtà, una strega con quel nome era stata processata nel 1566, dieci anni dopo. La spiegazione della discrepanza, come fu poi accertato, stava nel fatto che, nelle fonti successive della storia (risalenti al XIX secolo), un errore di stampa aveva trasformato il 1566 in 1556. Dunque, la supposta "medium" doveva essere venuta a conoscenza della storia in modo indiretto, attraverso un documento che conteneva l'errore. A quanto pare, comunque, la donna era in perfetta buona fede.

In questo caso, non occorre possedere la fantasia di un Philip K.Dick per comprendere come, tutto sommato, nel mentre sembra che si chiuda una porta, in realtà se ne apre un'altra. Il fenomeno della criptoamnesia sotto ipnosi, meriterebbe indagini molto approfondite, se non altro in virtù delle applicazioni che potrebbe trovare, ad esempio, nelle testimonianze giudiziarie. Un aspetto su cui anche Dash sembra d'accordo è che la possibile spiegazione di certi fenomeni potrebbe portare alla loro ridefinizione in termini diversi (da "paranormale" a "normale"), attraverso nuove e imprevedibili scoperte scientifiche o nuove e imprevedibili applicazioni di ciò che già sappiamo.
In sintesi, il fascino del paranormale sulle menti razionali è soprattutto questo: il dubbio che, in realtà, grattata via la crosta delle truffe e degli equivoci, si aprano all'improvviso vie di ricerca e di esplorazione mai battute prima, simili a foreste vergini e impervie che possono nascondere chissà quali tesori. E un altro dubbio, non meno importante del primo, è che (per mancanza di preparazione, di attenzione, di determinazione) finora si siano trascurati tutti quei segni che potevano mostrare la strada giusta, abbandonandoli ad altri che (ancora meno preparati, meno attenti, meno determinati) si sono cacciati in una serie di vicoli ciechi.



lunedì 21 marzo 2016

Perduti sul tetto del mondo

Nel primo pomeriggio dell'8 giugno 1924, il geologo e alpinista inglese Noel Odell risaliva la pista aperta tra i campi V e VI allestiti alle quote 7680 m e 8170 m dagli altri membri della spedizione scientifica di cui faceva parte. Era incaricato di raccogliere campioni di rocce e di portare rifornimenti ai compagni George Leigh Mallory e Andrew Irvine che, quella stessa mattina, avrebbero dovuto partire per il decisivo assalto alla cima. Questa spedizione, la terza organizzata dalla Royal Society nel giro di 4 anni, sarebbe stata anche l'ultima, perché ormai i fondi disponibili si erano esauriti. Stava cominciando la stagione dei monsoni, in cui le cime himalayane sono continuamente spazzate da tempeste, e da un giorno all'altro poteva rendersi necessario tornare precipitosamente a valle.
L'itinerario previsto per l'ascensione

Andrew Irvine e George Mallory poco prima di partire

Noel Odell

Verso le 12,50, Odell guardò verso la cima della montagna e vide distintamente i suoi compagni che si arrampicavano sul ghiaccio, in mezzo a due sporgenze denominate Primo e Secondo Gradino, a una quota che stimò intorno agli 8600 m. Erano in ritardo rispetto alla tabella di marcia, ma procedevano speditamente e distavano meno di 250 m dalla vetta, che è a quota 8848 m. Poi, l'infittirsi della nuvolosità gli impedì di seguirli ancora.
Nel resto della giornata, continuò le sue ricerche geologiche, tra l'altro scoprendo alcuni importantissimi fossili, ma a un certo punto fu interrotto dall'arrivo di una tempesta. Mantenendosi in vicinanza della tenda del campo VI, passò un paio d'ore a urlare, convinto che i compagni stessero tornando indietro e che potessero orientarsi solo seguendo la sua voce, dato che la visibilità era azzerata. Alle 16, 30, Mallory e Irvine non erano ancora tornati: Odell aveva l'ordine di tornare al campo V prima che facesse buio, in ogni caso, e se ne andò.
La mattina dopo, appena possibile, ritornò al campo VI insieme ad altri membri della spedizione. Di Mallory e Irvine non c'era traccia. Per alcune ore, furono perlustrati i dintorni, ma inutilmente. La spedizione ritornò mestamente in patria annunciando che la cima non era stata conquistata e che i due atleti erano dispersi per sempre.
Per la nazione britannica, questo evento rappresentò una tragedia paragonabile a quella della spedizione Scott, perita mentre rientrava dal raggiungimento del Polo Sud, nel 1912, dove era stata preceduta dai norvegesi guidati da Amundsen. A quel tempo, l'impero britannico copriva quasi un terzo delle terre emerse e, per lo spirito nazionalistico tipico di quegli anni, l'idea che gli inglesi non avessero conquistato per primi nessuno dei due poli (quello Nord era stato raggiunto dall'americano Peary nel 1909, anche se moderne ricerche hanno ipotizzato che, per via della fitta nuvolosità e del movimento dei ghiacci sotto di sé, Peary abbia frainteso i rilevamenti astronomici e si sia fermato a qualche km dall'effettivo polo geografico: in tal caso, anche il Polo Nord sarebbe stato raggiunto per la prima volta da Amundsen, con il dirigibile “Norge” nel 1926) suonava intollerabile. L'Everest, considerato il “terzo polo”, rappresentava perciò una conquista cui ambiva una nazione intera.
A questo, si deve aggiungere il fascino dei due protagonisti della vicenda, soprattutto quello di Mallory. A quasi 38 anni, questo appariva l'archetipo dell'eroe senza macchia e senza paura. Laureato in Storia a Cambridge, brillante scrittore, docente in prestigiose scuole private e poi avviato a una brillante carriera sempre a Cambridge, amico di artisti (per alcuni dei quali aveva posato come modello) e di intellettuali come quelli del “gruppo di Bloomsbury”, ufficiale di artiglieria ferito in combattimento e decorato al valore durante la Grande Guerra (il suo fratello minore, Trafford, generale di aviazione, avrebbe poi guidato la difesa dall'invasione nazista durante la “battaglia d'Inghilterra” nel 1940): un curriculum, insomma, pazzesco. Era anche considerato un uomo di straordinaria bellezza fisica: ma, anziché indulgere alle facili conquiste, era legatissimo alla giovane moglie Ruth Turner e ai tre figli che aveva avuto da lei.
Un giovane Mallory studente a Cambridge

Mallory nella maturità

Andrew Irvine, invece, era un ragazzo di appena 22 anni, studente di Ingegneria a Manchester, campione di diverse discipline atletiche e noto tombeur de femmes. Sebbene non fosse un alpinista espertissimo, Mallory lo aveva voluto con sé fino al momento più impegnativo, perché Irvine possedeva uno straordinario talento per riparare le attrezzature deteriorate o per ricavarne di nuove dai cascami delle altre al momento del bisogno, e più di una volta era riuscito a far funzionare bombole, fornellini o altri oggetti indispensabili che parevano definitivamente perduti.
Andrew Irvine

Il dolore collettivo dell'intera nazione inglese non fu nulla rispetto al peso del lutto per le rispettive famiglie. Né i genitori di Irvine né la moglie di Mallory si ripresero più dalla perdita dei loro cari. Ruth Turner, che aveva solo 32 anni quando restò vedova, non si risposò più e condusse una vita appartata, dedita solo ai figli, fino alla morte precoce nel 1942, a soli 49 anni.
Ruth Turner Mallory

La vetta dell'Everest fu poi conquistata dal neozelandese Edmund Hillary e dal nepalese Tenzing Norgay il 29 maggio 1953. Restava però il dubbio se fossero davvero i primi, o se Mallory e Irvine li avessero preceduti e poi fossero periti lungo la via del ritorno. Gran parte degli esperti pensa che non sia stato possibile, ma ci sono anche parecchie voci discordanti.
Edmund Hillary e Tenzing Norgay sull'Everest nel 1953

Nel 1933, era stata ritrovata la piccozza di Irvine alla quota 8400 m, posta su una roccia come se vi fosse stata appoggiata e non finita per caso, ma non si capiva come ci fosse arrivata. Nel 1936 l'alpinista inglese Francis Sydney Smythe, nel corso di un'altra spedizione fallita, aveva visto, guardando con il telescopio, un corpo in fondo a un canalone ma non era riuscito né a raggiungerlo né a fotografarlo. Ne avrebbe scritto però in una lettera indirizzata l'anno dopo a Edward Norton, direttore della spedizione in cui Mallory e Irvine scomparvero. A rivelarlo, è stato nel 2013 il figlio Tom Smythe, che stava scrivendo la biografia del padre, nato nel 1900 e morto di malaria subito dopo un'altra spedizione sull'Everest nel 1949, dopo aver letto la minuta della lettera inviata a Norton in un vecchio diario.
Francis Sydney Smythe

Intanto, nei decenni successivi, l'Everest, prima è stato difficile da raggiungere per via del controllo da parte della Cina maoista delle sue principali vie d'accesso, e poi è stato meta di spedizioni spesso organizzate in modo spesso caotico e irresponsabile: sui suoi versanti si trovano decine di cadaveri di alpinisti, turisti, guide e portatori, vittime di qualche incidente. Durante una di queste spedizioni, nel 1975, il cinese Wang Hongbao prese contatto con un gruppo americano, annunciando di aver visto il cadavere di un occidentale vestito come gli alpinisti degli anni '20 intorno alla quota 8400 m. Purtroppo, prima di poter fornire altri dettagli, Wang restò a sua volta vittima di una frana.
Finalmente, solo nel 1999, una spedizione americana organizzata da Tom Holzel e guidata da Conrad Anker, ritrovò il corpo di Mallory, a 8170 m, sotto un tratto detto Linea Gialla in cui gli incidenti sono particolarmente frequenti per via della roccia friabile. La posizione corrispondeva a quella del corpo visto 63 anni prima da Francis Sydney Smythe, ma non si sa se la testimonianza di questo sia stata presa in considerazione durante la ricerca.
Tom Holzel
Conrad Anker

Il freddo secco lo aveva conservato benissimo. Si capiva che era morto in seguito a una caduta da grande, ma non grandissima altezza, mentre stava discendendo. Addosso non aveva né la foto di sua moglie, che aveva promesso di lasciare sulla cima una volta raggiunta, né la fotocamera. La spedizione lo seppellì sul posto, erigendo un tumulo di pietre come monumento.
Come si presentava il corpo di Mallory al momento del ritrovamento

La questione della fotocamera è stata molto dibattuta. E' quasi certo che, a portarla, fosse Irvine. Ma molti sostengono che, se pure i due arrivarono alla cima, lo fecero quando era già notte, e quindi gli eventuali scatti potrebbero essere inservibili.
Nel 2010, Tom Holzel ha annunciato di aver individuato il corpo di Irvine a 8425 m, basandosi su ingrandimenti di foto scattate dai satelliti artificiali nella zona in cui fu ritrovata la piccozza nel 1933. Non si capisce se Irvine sia morto anche lui cadendo o assiderato dopo essersi sfinito nel cercare inutilmente di soccorrere Mallory. Holzel ha lanciato una raccolta di fondi per raccogliere i 200.000 dollari necessari ad allestire una nuova spedizione: ma, dopo cinque anni, la somma non è stata ancora messa insieme.
Una delle immagini satellitari che, secondo Holzel, mostrerebbero il corpo di Irvine

Negli ultimi tempi, presso alcuni circoli di esperti, ha preso piede la “teoria della piccozza”, basata sulla posizione in cui è stata ritrovata la piccozza di Irvine. Secondo questa teoria, Mallory e Irvine avrebbero compiuto l'ascensione insieme fino alla base del Secondo Gradino, poi Mallory avrebbe chiesto al compagno di aiutarlo a issarsi su e poi lo avrebbe lasciato lì con la consegna di aspettarlo al ritorno per un tempo ragionevole, ma tornare comunque al campo VI prima che facesse buio. Questo perché la quantità di ossigeno rimasta nelle bombole (sull'Everest l'aria è così rarefatta che è difficilissimo arrivarci senza bombole: il primo a riuscirci è stato Reinhold Messner , accompagnato da Peter Habeler, nel 1978: poi è stato seguito da altri 11 alpinisti) era scarsa (Mallory non amava portarsene dietro molte, perché ingombravano e pesavano) e sarebbe stata insufficiente per l'ascensione completa di entrambi. Mallory sarebbe dunque salito portandosi la bombola di riserva ancora piena, mentre a Irvine sarebbero rimaste le due bombole parzialmente consumate utilizzate fino ad allora dai due. Mallory sarebbe poi giunto in cima, ma quando la luce cominciava già ad affievolirsi, e la tempesta in corso gli avrebbe impedito di ripercorrere al ritorno la stessa strada dell'andata. A quel punto, avrebbe preso un'altra strada, passando sotto la Linea Gialla: qui, per lo sfinimento e la scarsa visibilità, o forse perché colpito da una pietra straccata dal vento forte, sarebbe caduto, ma solo per pochi metri. Prova di questo sarebbe il fatto che il corpo non presentava gravi ferite, tolta quella alla testa che determinò la morte e la gamba fratturata nella caduta. Irvine, invece, sarebbe rimasto vittima della sua devozione a Mallory (tra di due, durante la spedizione, era nata un'amicizia molto forte): ne avrebbe aspettato il ritorno per troppo tempo e, con poco ossigeno nelle bombole e quindi al cervello, sarebbe stato vittima di problemi di attenzione e concentrazione, prima dimenticando la piccozza su una pietra e poi precipitando al primo ostacolo. Il corpo di Irvine, dunque, potrebbe non essere quello che Holzel e Anker vorrebbero recuperare, anche perché la sua posizione non coincide perfettamente con quella del corpo visto da Wang Hongbao.
Secondo la "teoria della piccozza", il corpo di Irvine sarebbe poco sopra quello di Mallory

Restano però due interrogativi che questa teoria lascia irrisolti. Se non è di Irvine, allora, quel corpo tra le rocce a 8425 m, a chi appartiene? E poi, il più importante: se Mallory raggiunse da solo la vetta, perché non aveva con sé la fotocamera, unico strumento con cui poteva documentare l'ascensione agli occhi del mondo?


mercoledì 9 marzo 2016

La "mission" di questo blog

Questo blog tratta di misteri, ma seriamente. Nel senso che non ci troverete mai post in cui si rivelano fantomatiche verità nascoste sparate a tutte maiuscole, né tesi complottistiche evidenziate da ampio uso di grassetti e corsivi tra le parole chiave.
Questo blog è redatto da uno che ha una passione per i misteri, sia quelli veri sia quelli inventati, ma cerca di non perdere mai di vista la distinzione tra gli uni e gli altri. E, soprattutto, quando si parla di quelli veri, parte sempre dal presupposto che non si deve credere a nulla, fino a prova contraria.
I misteri sono tali perché qualcosa che è accaduto non ha trovato alcuna spiegazione, o perché ce ne sono talmente tante possibili che è difficile sceglierne una sola in modo razionale, per cui i sostenitori di ognuna finiscono per credere in essa quasi per un atto di fede, e sono pronti sia ad prendere sul serio qualsiasi elemento la avalli, sia a scartare senza esitazioni qualsiasi elemento la smentisca. Bisogna sempre tenerne conto, mentre si leggono le loro appassionate perorazioni.
I più affascinanti misteri sono piuttosto lontani nel tempo: ma, anche quando si a che fare con quelli vicini, il problema è quello che le informazioni disponibili non sono mai di prima mano. Chiunque metta mano a una storia, ci aggiunge qualcosa di suo. Questo può avvenire in buona fede o in malafede.
Parlando di misteri del mare (un argomento che ha fatto vendere milioni e milioni di copie di libri, ispirato centinaia tra film e documentari, insomma ha mosso un indotto economico piuttosto consistente), non ho alcun dubbio personale sul fatto che, ad esempio, Vincent Gaddis fosse un credulone in buona fede e Charles Berlitz un furbo di tre cotte consapevole di aver trovato la gallina dalle uova d'oro nella credulità altrui. I due, se si vanno a leggere i loro libri, raccontano praticamente le stesse cose: ma il modo in cui le propongono mostra una notevole differenza di impostazione. Gaddis cita tutte le sue fonti, Berlitz praticamente nessuna. Chiunque voglia approfondire qualcuna delle più incredibili (e purtroppo fasulle) storie raccontate da Gaddis, può farlo senza problemi. Per riuscirci con Berlitz, invece, occorre essere dei segugi, perché le tracce che lascia sono davvero poche. Per questa ragione, quando non ci sono abbastanza riferimenti per controllare le origini di una tesi, ossia quasi sempre, è meglio, molto meglio, essere scettici, ma tanto scettici...
I misteri di cui tratteremo qui saranno in parte storie vere e in parte storie inventate, ma avendo sempre cura di precisare quando sono vere e quando sono inventate. L'intenzione principale, però, è quella di mettere insieme una "diversa storia del mistero", che non sia un doppione delle altre che si trovano in giro. Nel senso di dare spazio, quando possibile, ad argomenti che non sono stati mai trattati, o almeno trattati in Italiano.
A volte si parlerà di sparizioni, a volte di delitti, ma anche di altre circostanze. Si parlerà molto di "gialli", nel senso di narrativa mystery e thriller. Cercando sempre, il più possibile, di essere originali, trattando temi nuovi per il pubblico medio del web o riproponendoli da un punto di vista nuovo.
Queste, almeno, sono le intenzioni. Sarà poi il pubblico a valutare fino a quanto le promesse saranno state mantenute.