Visualizzazione post con etichetta Gialli Medievali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gialli Medievali. Mostra tutti i post

martedì 17 dicembre 2019

Debunking in giallo: "La figlia del tempo" di Josephine Tey


Pochi autori di romanzi gialli sono riusciti a essere così innovativi e non-convenzionali quanto Josephine Tey, la cui fama è però relegata in gran parte a una ristretta cerchia di intenditori.
La Tey, nata a Inverness in Scozia nel 1896, si chiamava in realtà Elizabeth MacKintosh ed esordì nella narrativa con uno pseudonimo maschile, Gordon Daviot, nel 1929. Solo dal quarto libro pubblicato, uscito nel 1936, adottò lo pseudonimo con cui è più nota.

Elizabeth MacKintosh alias Gordon Daviot alias Josephine Tey

Era una persona piuttosto riservata, tanto che la sua biografia lascia aperte non poche questioni. Si sa che era la maggiore delle tre figlie di un commerciante e di un'insegnante, che studiò Educazione Fisica in un college, che lavorò prima come fisioterapista in una clinica di Leeds e poi come insegnante in varie scuole private, che lasciò l'insegnamento in seguito a un incidente occorsole in palestra (fatto che le ispirò uno dei migliori romanzi, “Miss Pym”, che si mise a scrivere dopo essere tornata a casa per assistere il padre invalido dopo la scomparsa della madre. E che la sua riservatezza la portò ad allontanarsi da tutti i tanti amici che si era fatta, soprattutto negli ambienti del teatro, dopo che tra il 1950 e il 1951 le fu diagnosticato un tumore al fegato, malattia di cui morì a Londra nel 1952, prima di compiere 56 anni.




Copertine di alcune edizioni inglesi di romanzi della Tey

Ciò che resta oscuro riguarda soprattutto gli aspetti interiori della sua personalità. Restò sempre nubile e, nei suoi romanzi, temi come l'ambiguità sessuale e le perversioni sono spesso presenti, anche se non trattati in modo esplicito, quanto piuttosto suggeriti in modo discreto. Tuttavia, le testimonianze dirette riferiscono di un grande amore vissuto in gioventù per un ragazzo che poi andò a combattere nella Grande Guerra e fu ucciso sulla Somme nel 1916.
Si fanno dunque due ipotesi prevalenti sull'origine dell'ispettore Alan Grant, il suo personaggio principale, protagonista di cinque dei suoi undici romanzi e presente anche in un sesto con un ruolo secondario. Una delle ipotesi vedrebbe in Grant una proiezione di ciò che la Tey stessa avrebbe voluto essere, e potrebbe essere corroborata dai problemi di identità personale che affliggono Grant nell'ultimo romanzo, “Sabbie canore”, pubblicato postumo dopo essere stato ritrovato in bozza tra le carte dell'autrice. La seconda è molto più romantica e struggente e presenta Grant come un personaggio modellato sulla figura dell'amato perduto prematuramente, la cui vita prosegue in letteratura a compensazione degli anni che non può più vivere nella realtà.
Oltre a quelli già visti, altri temi cari alla Tey sono la facilità con cui si crede ad apparenze fasulle, specie quando mostrano ciò che si vorrebbe vedere; i cambi di identità e i travestimenti; l'uso strumentale delle bugie per manipolare una o più persone; i segreti nascosti dietro le situazioni apparentemente più insospettabili. In questo senso, la Tey è la prima innegabile antesignana di una generazione di grandi gialliste capaci di scavare a fondo nella psicologia criminale e nelle più recondite ragioni che possono indurre non solo a commettere dei delitti, ma anche a subirli o a smascherarli: come, ad esempio, Patricia Highsmith, Margaret Yorke, Margaret Millar e soprattutto Ruth Rendell, che ha portato questo genere di romanzi fino ai vertici della narrativa contemporanea, travalicando i limiti del genere.
La Tey, si diceva, ha scritto undici romanzi (più la biografia di un personaggio storico, il visconte di Claverhouse, e dodici opere teatrali, delle quali solo quattro sono state rappresentate nel corso della sua vita, peraltro con buon successo), ma solo otto di questi sono gialli. Tutti questi otto gialli sono stati tradotti in Italiano, anche se non sono tutti reperibili con la stessa facilità perché usciti con differenti editori. 






Alcune edizioni italiane di romanzi della Tey. A volte, lo stesso libro è uscito con titoli diversi presso diversi editori

Il libro che è considerato il suo capolavoro assoluto, che oggi si può leggere in edizione Sellerio, è “La figlia del tempo” (titolo tratto da un antico proverbio inglese: “La verità è figlia del tempo”), un giallo molto atipico, un giallo storico concepito però non come un classico romanzo storico ma come un romanzo in cui si svolge, alla metà del XX secolo, un'indagine su un fatto storico del XV secolo. Non un fatto storico qualunque ma uno dei più importanti misteri lasciati in eredità all'Inghilterra dalle oscure trame dei suoi secoli passati: la scomparsa dei principini dalla Torre di Londra, ufficialmente tra la primavera e l'estate del 1483, mentre erano sotto la custodia dello zio paterno, il principe Riccardo di Glouchester, appena salito al trono con il nome di Riccardo III.
In pratica, l'ispettore Grant, mentre si trova ricoverato in ospedale per la frattura di una gamba dopo un incidente subito durante l'inseguimento di un malvivente, ammazza il tempo dedicandosi soprattutto alla lettura di libri di Storia, una materia che lo affascina molto. Trovandosi davanti alla figura del principe reietto Riccardo III, che un'intera e compatta tradizione vuole assassino dei suoi nipoti allo scopo di occupare il loro posto nella successione al trono, Grant scopre improvvisamente di avere dei grossi dubbi sul fatto che le cose siano andate esattamente come gli è stato sempre insegnato a scuola e come è sempre stato mostrato dalle più svariate fonti, a partire da Shakespeare. E la prima cosa che scopre è che Shakespeare (così come Thomas More che lo ispirò) sostiene una cosa falsa, ossia che Riccardo fosse nano, gobbo e storpio (uno scheletro rinvenuto nel 2012 a Leicester, dove Riccardo fu sepolto dopo essere stato ucciso durante la battaglia di Bosworth nel 1485, e successivamente identificato come quello del re, mostra che al massimo soffriva di una certa scoliosi). Successivamente, Grant si rende conto che tutti i documenti originali che trattano della figura di Riccardo sono posteriori di diversi anni alla sua scomparsa e che i primi tra questi, che hanno rappresentato la base di quelli successivi, sono tutti opera di fedelissimi cortigiani di Enrico VII Tudor, il vincitore di Bosworth e successore di Riccardo sul trono inglese. Ricontrollando con occhio da poliziotto i possibili moventi che potevano indurre a eliminare i principini, poi, appaiono più realistici quelli di Enrico piuttosto che quelli di Riccardo. Con l'aiuto di un amico storico, Grant ricostruirà una versione alternativa a quella che normalmente viene raccontata, affrontando anche, con considerazioni tutt'altro che banali, il tema di quanto sia facile manipolare la Storia passata per chi detiene il potere o calunniare le persone morte che non possono più difendersi.
Lo stile della Tey non è mai serioso o verboso, anzi la lettura di tutti i suoi libri viene agevolata dal suo umorismo raffinato e gentile, come si confà a una scrittrice colta senza essere pedante e sicura del proprio talento narrativo.



Le edizioni italiane di La figlia del tempo


sabato 15 aprile 2017

Tra Cold Case e CSI: Cangrande I della Scala

Cangrande (originariamente Can Francesco) della Scala è una delle più importanti figure di aristocratici e guerrieri nella frammentata e turbolenta Italia del XIV secolo. Nato nel marzo del 1291 da una famiglia di nobili veronesi, a soli 20 anni, divenne il leader dei ghibellini della sua città. Estese rapidamente la sua influenza fino alle città di Padova, Vicenza e Treviso, mentre la sua fedeltà all'imperatore Enrico VII gli valse il titolo di Vicario Imperiale di Mantova. Fu anche un importante mecenate di artisti, primo tra tutti Dante Alighieri.
Ritratto di Cangrande I della Scala

Ritratto (immaginario) di Dante Alighieri

Cangrande morì improvvisamente, nel pieno dell'ascesa e in età ancora molto giovane, il 22 luglio 1329, a Treviso, città che aveva appena occupato con il suo esercito. Il decesso fu inizialmente attribuito a una tossinfezione intestinale o a un attacco di malaria (la malattia infettiva che ha ucciso più persone al mondo nella Storia. Il Veneto, come gran parte delle pianure italiane, ne era infestato, e lo stesso Dante Alighieri ne era morto 8 anni prima). Non mancarono, tuttavia, voci per cui Cangrande sarebbe stato avvelenato. All'epoca, era assolutamente impensabile che si potesse compiere un'autopsia e queste voci restarono senza seguito. Fu poi seppellito nella cattedrale di Santa Maria Antica a Verona, davanti alla quale c'è la sua statua equestre.
La statua equestre di Cangrande I davanti Santa Maria Antica
Il sarcofago di Cangrande I

Nel febbraio 2004, un'equipe di ricercatori del Dipartimento di Paleopatologia dell'Università di Pisa, guidata dal prof. Gino Fornaciari, ottenne il permesso di riesumare i resti del condottiero per effettuare degli esami autoptici. Aprendo la tomba, vi si rinvenne il corpo mummificato (naturalmente, senza imbalsamazione) in condizioni decisamente buone, che permisero di svolgere tutti gli esami necessari presso l'Ospedale Maggiore di Verona.
Come apparve la mummia di Cangrande I all'apertura del sarcofago

I controlli furono tutti svolti in modo da intaccare il meno possibile i resti. Cangrande apparve agli esami obiettivi e radiologici come un uomo di una certa prestanza fisica (non meno di 175 cm, parecchio per quel periodo), ben nutrito e di grande sviluppo muscolare, ma anche soggetto a iniziali problemi artrosici ai gomiti e alle ginocchia, evidentemente in seguito agli sforzi dovuti all'uso delle armi e al tanto tempo trascorso a cavallo. I polmoni mostravano poi un inizio di enfisema polmonare, dovuto con ogni probabilità al fumo inalato sostando vicino a bracieri e focolari per riscaldarsi, dato che a quel tempo i camini non erano ancora stati inventati.

Tac di Cangrande I
Il tessuto polmonare di Cangrande I

I dati più importanti, però, si ottennero dagli esami obiettivi e istologici degli organi addominali, in particolare intestino e fegato, che erano discretamente ben conservati.
La malattia mortale di Cangrande iniziò dopo che il condottiero si dissetò con le acque molto fredde della sorgente dei Santi Quaranta, alle porte di Treviso, provocandosi una congestione. Uno dei suoi medici (di cui non è stato tramandato il nome, ma si sa che il successore di Cangrande, Mastino II, lo fece successivamente impiccare, anche se le ragioni ufficiali di questa condanna non sono note) lo prese in cura, ma Cangrande non migliorò. La sintomatologia, che si presentava soprattutto con vomito e diarrea, peggiorò costantemente fino al decesso, nel giro di 4 giorni.
Il fegato di Cangrande, all'esame istologico, non apparve cirrotico come ci si aspettava, ma fibrotico, fatto che ne aveva facilitato la conservazione. I campioni prelevati, sottoposti ad analisi tossicologiche da parte del prof. Franco Tagliaro dell'Università di Verona, evidenziarono la presenza di molte sostanze di uso comune a quel tempo, anche nella preparazione degli alimenti (camomilla, gelso nero, passiflora, ecc) ma soprattutto di una quantità abnorme di digossina e digitossina, due molecole presenti nella Digitalis purpurea, utilissime nella cura delle disfunzioni cardiache (ma all'epoca di Cangrande questo non era noto) e molto tossiche ad alti dosaggi o per bioaccumulo nel tempo.
Il fegato di Cangrande I e il suo aspetto al microscopio




Le analisi tossicologiche che attestano la presenza e la quantità di digossina e digitossina

Anche negli altri reperti, in particolare nei residui di feci ancora presenti nell'intestino, furono rinvenute grandi e inspiegabili quantità delle due molecole.
Il quadro sintomatologico della malattia di Cangrande è perfettamente compatibile con quello dell'avvelenamento da Digitalis purpurea.
La Digitalis pupurea

Cangrande fu dunque avvelenato da uno dei suoi medici.
Ma chi fu il mandante del delitto?
Non è facile dirlo. Il Signore di Verona aveva ovviamente moltissimi nemici, e la sua ascesa doveva sembrare preoccupante a molti, anche perché pareva inarrestabile. Poco prima che morisse, un poeta guelfo (Niccolò de' Rossi) che certo non era suo simpatizzante, aveva profetizzato che sarebbe diventato Re d'Italia entro un anno.
Non era però facile raggiungere la sua corte dall'esterno, quindi è più facile pensare che il delitto sia maturato proprio all'interno della sua stessa cerchia.
Il principale indiziato è dunque il successore, il nipote Mastino II (1308-51), che governò insieme al fratello maggiore Alberto, anche se il ruolo di questo appare puramente formale. Mastino Della Scala non aveva le stesse qualità diplomatiche e militari dello zio, tant'è che il suo governo si ridusse a una serie di campagne militari velleitarie e di pesanti sconfitte che ridimensionarono il ruolo di Verona nello scacchiere dei Comuni italiani. In compenso, era un uomo ambiziosissimo e privo di scrupoli, anche verso i suoi stessi parenti: nel 1338, sospettando che un altro zio, Bartolomeo della Scala, stesse tramando contro di lui, lo uccise personalmente trafiggendolo con la spada. Bartolomeo della Scala era il vescovo di Verona e fu ucciso proprio davanti al Palazzo vescovile. Dopo questo delitto, Verona restò senza vescovo per 5 anni.
Il palazzo vescovile di Verona, oggi
Statua equestre di Mastino II della Scala a Verona. Non ne esistono ritratti



Senza i risultati dell'autopsia, Mastino II non poteva sapere che Cangrande era stato avvelenato e, di conseguenza, condannare a morte il medico assassino. Ma, evidentemente, lo sapeva lo stesso, anche senza bisogno degli esami. La stessa esecuzione del medico può apparire come il tentativo di mettere a tacere definitivamente un testimone molto scomodo.

domenica 22 gennaio 2017

Domini Wiles tra pulps truculenti e mystery medievali

Il modello del mystery ambientato nel periodo medievale, portato al successo planetario da Il nome della rosa di Umberto Eco nel 1980, non è stato inventato dal semiologo italiano, ma esisteva già da qualche tempo e otteneva un notevole successo critico e di pubblico, specialmente nel Regno Unito.
Il primo romanzo della serie di Brother Cadfael di Ellis Peters, è infatti datato 1977. In precedenza c'erano state diverse occasionali escursioni di autori più o meno noti in quel tipo di cornice, con risultati generalmente decorosi. Con Brother Cadfael, comincia invece una serie che si protrarrà per 17 anni, 20 romanzi e un'antologia di 3 racconti, tradotta più o meno in tutte le lingue e venduta in milioni di copie, il cui successo è ben lungi dal dirsi esaurito, come attestano l'uscita di antologie concepite in suo onore, come Past poisons o Chronicles of crime (una scelta tradotta in Italiano di questi racconti si può leggere in L'arte del delitto, pubblicato da Fanucci) e la continua riproposizione in tv dell'ottima serie di telefilm tratti da questo ciclo, interpretati da Derek Jacobi.
Edith Pargeter (1913-95), scrittrice di mistery con lo pseudonimo di Ellis Peters

Una edizione originale di un romanzo con Brother Cadfael

Inizialmente, 3 romanzi con Brother Cadfael furono proposti dal Giallo Mondadori tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80

L'intera serie è stata pubblicata da Longanesi e nei tascabili della Tea



Alcune antologie in onore della Peters e la loro traduzione in Italiano

Derek Jacobi nei panni di Brother Cadfael nella serie TV

Tra gli autori che, nel tempo, sono stati sedotti dal fascino del mystery medievale, un posto di rilievo spetta a Domini Highsmith, una stranissima figura di scrittrice che, a metà degli anni '90, pubblicò una serie di 3 romanzi aventi per protagonista un altro frate detective, Father Simeon, attivo a Beverley, Yorkshire, tra il 1180 e il 1191. E' interessante notare come la figura del protagonista sia stata ispirata all'autrice da un uomo realmente vissuto in quel periodo e dalle iscrizioni che si leggono sulla sua tomba a Beverley Minster. Father Simeon, come Brother Cadfael, ha una origine cavalleresca ma, a differenza dell'altro, non è anziano ma giovane. Questo aprirà interessanti e clamorosi sviluppi alle sue storie, anche se non possiamo avere idea di dove possano portare, perché il ciclo, come detto, si interrompe bruscamente al terzo romanzo.


Copertine dei tre romanzi di Domini Highsmith con Father Simeon 

Domini Highsmith era nata proprio a Beverley, Yorkshire, dove avrebbe trascorso tutta la sua vita, nel 1942, da una famiglia di origine ebrea. Negli ultimi anni di vita, pubblicò 2 romanzi autobiografici in cui raccontò la sua difficile giovinezza, segnata da continui maltrattamenti. Visse collaborando con la radio e poi con la televisione, dopo essersi fatta conoscere inizialmente come autrice di poesie nel dialetto dello Yorkshire. Tra gli anni '70 e gli anni '80 scrisse alcuni romanzi noir incredibilmente violenti, firmati Domini Wiles, che ottennero un notevole successo soprattutto in Francia, pubblicati da Gallimard. Morì in solitudine nel 2003. In patria, è poco più che dimenticata, salvo che per i romanzi con Father Simeon.
Un'immagine giovanile di Domini Highsmith (1942-2003)



Alcune immagini di Beverley, Yorkshire

Il Beverley Minster, dove è sepolto il personaggio che ispirò Father Simeon

In Italia, ha avuto la sorte di essere pubblicata in una collana effimera ma molto coraggiosa e originale, varata da Mondadori all'inizio del 1981 e chiusa dopo 15 numeri mensili l'anno seguente, il Giallo d'azione Mondadori. In questa collana, accanto a classici di Hammett e Chandler che non venivano riproposti da molto tempo e ad autori di notevole fama in quel periodo (Lawrence Block, Richard Stark, Basil Copper, Joe Gores, Jeff Sutton), uscirono romanzi distantissimi dal gusto del pubblico medio, come quelli firmati dallo svizzero Daniel Odier con lo pseudonimo Delacorta o l'incredibile Duffy, il doppio di Dan Kavanagh, un noir il cui protagonista è bisessuale e non fa nulla per nasconderlo. Infine, un romanzo italiano, I nostri padri hanno mangiato la frutta acerba, firmato Giacomo Eliot, dietro il quale si nasconde il futurologo Roberto Vacca.


Copertine di alcuni romanzi usciti nel Giallo d'azione Mondadori


Duffy, il doppio e la sua edizione origibale

Ma il miglior testo della collana è quello uscito con il numero 2 nel febbraio 1981, Chi ha tradito?, in originale The betrayer, proprio quello firmato Domini Wiles (uscito originariamente nel 1979 e tradoto l'anno seguente in Francese con il titolo Les pas beaux).
Nel mondo anglofono, questo libro sembra sparito, al punto che, girando per il web, non si trova nemmeno un'immagine della sua sovracoperta illustrata in qualche edizione inglese o americana. Ed è un peccato, perché questa storia ambientata in un ricco paesotto della provincia americana (dove l'autrice non era mai stata, similmente a James Hadley Chase) sembra perfetta per ispirare un film alla Quentin Tarantino, ha perfino tutti i tempi e i dialoghi giusti per essere trasposta su pellicola.


Chi ha tradito? e le sue edizioni inglese e francese

Tutto nasce dal colpo che un delinquente elegante e ambizioso, Wilder, decide di mettere a segno nella gioielleria gestita da Lancing e Warwick, la cui cassaforte è piena di diamanti. Per fare questo, ingaggia il fedele collaboratore Kevin Rey e un altro bandito, che però si fa arrestare per un altro reato il giorno prima del colpo, costringendo i due a sostituirlo con un certo Joe Craven, un ragazzo ottuso e violento che si rivelerà un pessimo acquisto.
Il piano sembra inizialmente perfetto, ma le cose cominciano ad andare storte da subito. I tre riescono a entrare nella gioielleria fingendosi poliziotti e sorprendendo Lancing con la sua amante, la giovane Shirley, ma la cassaforte non può essere aperta senza la seconda chiave, che è in mano all'altro socio, Warwick, in quel momento assente. I banditi prendono Lancing e Shirley in ostaggio e si trasferiscono a casa di Lancing, una villa in posizione isolata e tranquilla, dove sorprendono la moglie di Lancing, Catherine, ancora mezzo addormentata.
Lancing, sotto la minaccia delle armi, chiama Warwick dicendogli che c'è un problema grosso e che per risolverlo occorre aprire la cassaforte. Warwick ci mette parecchio ad arrivare e intanto la situazione degenera. Eccitati dopo aver consumato un bel po' di alcolici della riserva di Lancing e dalla disponibilità delle due donne, i tre banditi le stuprano a turno, anche se Wilder e Rey fanno fatica a contenere gli istinti sadici e brutali di Craven, che è sempre più fuori controllo.
Quando arriva Warwick, anche lui viene preso in ostaggio e, insieme a Lancing, è costretto ad accompagnare i banditi alla gioielleria, mentre le due donne restano legate e chiuse in casa. Alla gioielleria, la situazione precipita. Nella foga di portarsi via fuori i diamanti con il minimo intoppo possibile, Craven chiude Warwick nel caveau, in pratica seppellendolo vivo, perché l'uomo ha ancora con sé una delle due chiavi che servono per l'apertura dall'esterno, mentre l'altra è rimasta fuori.
Presi dal panico, i tre banditi riportano gli ostaggi a casa, accusandosi a vicenda. Già da prima, si fidavano pochissimo l'uno dell'altro e adesso scoppia una guerra di tutti contro tutti, con gli ostaggi in mezzo. Mentre Wilder e Rey litigano, Craven uccide Shirley nel corso di un ulteriore stupro particolarmente violento e, a quel punto, i compagni decidono finalmente di eliminarlo. Poi però Wilder ammazza anche Rey.
Lansing è perplesso riguardo al fatto che Wilder era al corrente di dettagli del negozio chenon erano noti a nessuno salvo Warwick e Lansing stesso, Wilder ha scoperto che Lansing non è un onesto commerciante come voleva far credere, ma un ricettatore la cui attività legale copriva il traffico di diamanti di contrabbando. Lancing tenta di fare un accordo per salvare se stesso e la moglie, offrendo al bandito il contenuto dei suoi conti in Svizzera, ma Wilder rifiuta, affermando che tanto, in ogni caso, si prenderà tutto lo stesso. E, a questo punto, rivela chi è stata la sua talpa: Catherine, esasperata dai continui tradimenti del marito, si è cercata un amante anche lei e, sfortunatamente, si è imbattuta proprio in Wilder, e da qui è nata l'dea del colpo perfetto.
Ma, proprio in quel momento, marito e moglie approfittano di un suo attimo di distrazione per saltargli addosso e disarmarlo. Nel conflitto a fuoco che segue, Lancing uccide Wilder ma, subito dopo, viene ucciso a sua volta da Catherine. La donna poi si farà trovare riversa sul corpo del marito, seminuda e coperta di sangue, apparentemente sconvolta e in stato confusionale, dai poliziotti, dopo aver chiesto aiuto per telefono.
Dei 5 noir firmati Domini Wiles, in Francia, oltre a questo, ne sono stati tradotti altri due: Death flight, del 1977, tradotto come La mort a des ailes nel 1978 e incentrato su un dirottamento aereo; e Skin deep, del 1978, tradotto come T'es plus mon frère nel 1979, che tratta del conflitto razziale tra una maggioranza bianca e una minoranza nera.



Domini Highsmit ha firmato anche libri non thriller e un altro thriller con lo pseudonimo di Amy Van Hassen (Menace, del 1981) ma questo romanzo non è stato mai tradotto.