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mercoledì 23 dicembre 2020

James A. Brussel e le origine del profiling

La pratica del “Profiling” ossia della ricostruzione della personalità di un criminale per provvedere a una sua identificazione anche in mancanza di riconoscimenti diretti, è universalmente nota negli ultimi decenni grazie alla diffusione di film e telefilm seguiti all'uscita dell'autobiografia del celebre cacciatore di serial killer americano John Douglas, “Mindhunter” e del romanzo e poi film da essa ispirato, “Il silenzio degli innocenti”.


Copertine del libro e di una delle sue edizioni italiane 

Douglas (a destra) con il collega Robert Ressler (a sinistra) e il serial killer Ed Kemper



Thomas Harris e il suo celebre libro

Tale pratica però prende origine molto prima, ossia nel 1956. Nel dicembre di quell'anno, il capitano della polizia newyorkese, Howard Finney, si rivolse a un eccentrico ed eclettico psichiatra, James Arnold Brussel, per farsi aiutare a identificare il criminale che la stampa chiamava Mad Bomber, reo di alcuni attentati dinamitardi che non sembravano seguire alcuna logica e avevano già fatto diversi danni e feriti, ma ancora nessun morto.

Il capitano Finney


Brussel negli anni '50 e negli anni '70

Attraverso un accurato procedimento deduttivo, basandosi su indagini antropometriche e statistiche su questo tipo di criminali e sui non molti elementi ricavati dal suo modus operandi, Brussel giunse ad alcune significative conclusioni che, confrontando l'identikit da lui realizzato con una serie di segnalazioni di persone sospette, portarono all'arresto del responsabile degli attentati, George Metesky, un uomo dall'apparenza insospettabile ma preda di una incontrollabile forma di paranoia.
L'arresto di George Metesky

Il buon successo raggiunto indusse la polizia newyorkese a contattare Brussel per un successivo caso apparentemente molto simile, quello del “Dinamitardo della domenica”, attivo nel 1960. Questo criminale era molto più pericoloso di Mad Bomber, le cui azioni avevano un semplice significato dimostrativo: voleva uccidere e ci riuscì, il 6 novembre di quell'anno, quando fece esplodere una bomba in un vagone della metropolitana, uccidendo una ragazza di 15 anni, Sandra Breland. Nonostante alcuni indizi portassero a un uomo piccolo e magro, dall'aria trasandata, né Brussel né altri esperti riuscirono a condurre la polizia sulle tracce del responsabile, anche perché le azioni di questo cessarono bruscamente, in modo tale da non far escludere l'ipotesi di un suo suicidio.


La notizia in un quotidiano del tempo

Intanto, Brussel si era dedicato anche alla soluzione di delitti meno eclatanti, come quello della vedova di mezza età Mary Nerich, aggredita e uccisa a coltellate mentre si ritirava dal lavoro il 23 dicembre 1957. Sebbene la scena del crimine facesse pensare anche alla possibilità di una rapina, la metodica del delitto indusse Brussel a credere che il responsabile potesse essere un giovanissimo di gracile costituzione fisica che, per qualche ragione, ce l'aveva con le figure materne. Brussel pensava che soffrisse di acne e avesse il vizio di lasciare scritte oscene sui muri. Mettendo insieme le due cose, controllando tra studi dermatologici e segnalazioni di atti vandalici, i poliziotti giunsero in pochi giorni a uno studente sedicenne che aveva aggredito la Nerich mentre era in preda alla rabbia dopo una banale lite familiare. In seguito a un brutto voto preso a scuola, era stato duramente criticato dal padre, normalmente oppressivo: e, questa volta, anziché prendere le sue parti come di consueto, anche la madre, normalmente iperprotettiva, si era schierata contro di lui.

La notizia un un quotidiano del tempo

Non sempre i rapporti di Brussel con la polizia furono idilliaci. Le loro diverse posizioni si ritrovarono in contrasto insanabile a proposito del “Caso delle Ragazze in Carriera”. Nell'agosto del 1963, uno sconosciuto penetrò nell'appartamento condiviso da 3 ragazze di buona famiglia in un residence e ne uccise barbaramente due, forse stuprandone anche una dopo morta. Erano la ventunenne Janice Wylie (nipote dello scrittore Philip Wylie), aspirante attrice, e la ventitreenne Emily Hoffert, una giovane e ambiziosa insegnante. La polizia arrestò per questo delitto prima un giovane di colore, George Withmore, poi uno bianco, Richard Robles. Entrambi provenivano dai bassifondi della città e avevano un passato da piccoli delinquenti. Secondo Brussel, l'assassino delle due ragazze era uno che non aveva nulla a che fare con la malavita, probabilmente un uomo distinto che godeva della loro fiducia (in particolare di Janice che gli aveva aperto in vestaglia mentre era sola in casa e lo aveva fatto entrare, ed era stata uccisa per prima; dopodiché Emily era rientrata ed era stata uccisa a sua volta, però era stata ritrovata completamente vestita), elemento che restringeva enormemente il campo delle ricerche, dato che nessuna delle due poteva essere considerata una ragazza “facile”.

Janice Wylie e Emily Hoffert

Tuttavia, né la polizia né i giudici vollero ascoltare Brussel e, una volta scagionato Withmore con l'arresto di Robles, quest'ultimo fu condannato all'ergastolo. Solo nel 1986 ammise in termini molto generici di aver commesso il delitto, però si decise a farlo quando seppe che senza una confessione non sarebbe stato considerato riabilitato e ritenuto degno di passare a misure alternative. Robles è stato liberato nel 2020.

George Withmore e Richard Robles al momento dei loro arresti

Tra il 1964 e il 1966, Brussel fu impegnato prima nella caccia e poi nell'esame del cosiddetto “Strangolatore di Boston”. Questo criminale, che si introduceva facilmente nella abitazioni di donne sole, cominciò la sua carriera stuprando e uccidendo cinque donne di mezza età o anziane, seguendo sempre un modus operando abbastanza simile, nell'estate del 1962. 

Dal dicembre dell'anno successivo, nel giro di un mese, stuprò e uccise altre sei donne, stavolta giovani, con una sola eccezione. Desta particolare impressione la coincidenza per cui una di esse, Beverly Samans, abitava proprio accanto a un'altra giovane che, sotto l'impressione di questo delitto, preferì non vivere più da sola e trasferirsi in un appartamento condiviso con due amiche: questa ragazza era Emily Hoffert.

In seguito, gli sono stati attribuiti altri due delitti, per un totale di 13



Le 13 vittime

Il profilo realizzato da Brussel e da altri esperti si rivelò utilissimo quando finalmente venne arrestato un indiziato. Si trattava di un uomo che si introduceva nelle case di donne sole e ne stuprava le proprietarie, ma senza ucciderle e senza esercitare su esse alcuna particolare violenza a parte immobilizzarle sul letto. Una delle vittime lo aveva descritto in modo tale da ottenere un preciso identikit e questo aveva portato all'arresto di un ex militare, Albert DeSalvo.


Albert DeSalvo e il suo arresto

Brussel esaminò lungamente DeSalvo all'ospedale psichiatrico Bridgewater e giunse alla conclusione che fosse uno schizofrenico, da non ritenersi responsabile delle sue azioni, e quindi da rinchiudere in manicomio e tenere sotto cura, anziché recludere in galera. Nonostante la sua posizione fosse sostenuta anche da altri psichiatri, al processo, la giuria e la corte decisero che DeSalvo era responsabile e colpevole e lo mandò in galera all'ergastolo.

DeSalvo riuscì brevemente a evadere di galera poco dopo la condanna, ma fu rapidamente ripreso. Fu ucciso in carcere da un altro detenuto, rimasto ignoto, il 25 novembre 1973.

Brussel bollò con parole di fuoco la condanna, sostenendo che un inutile furore giustizialista aveva privato la psichiatria della possibilità di studiare un caso da manuale, e quindi di prevenire chissà quanti delitti successivi.

Un ultimo caso celebre in cui Brussel fu coinvolto risale al 1966 ed è quello relativo ai delitti attribuiti al dottor Carl Anthony Coppolino, un giovane anestesista che fu condannato per aver ucciso la moglie, Carmela Coppolino, anch'essa medico, e fu sospettato anche di aver ucciso un altro uomo, il colonnello in pensione William Farber, marito della sua amante, Marjorie Farber. Anche su questa condanna, Brussel espresse parecchi dubbi, soprattutto perché le principali accuse venivano dalla Farber, a suo giudizio molto più coinvolta di quanto volesse far credere.




Il dottor Coppolino, la moglie Carmela, il colonnello Farber e la moglie Marjorie

Brussel raccolse i resoconti di queste storie in un volume autobiografico pubblicato nel 1968, che fu un successo planetario.






Diverse edizioni, inclusa quella italiana, del libro di Brussel

Brussel era nato a New York il 22 aprile 1905, aveva studiato in Pennsylvania e aveva lavorato a lungo per conto delle Forze Armate e nei dipartimenti di Sanità pubblica prima di affermarsi come professionista. Aveva l'hobby di elaborare cruciverba, che uscivano su diversi quotidiani. Morì il 21 ottobre 1982.

Negli anni '50 si provò anche come autore di gialli psicologici. Il suo unico titolo noto del genere, “Just murder, darling!” si fa ricordare per lucidità e originalità.



Il romanzo di Brussel e la sua versione italiana, uscita nei "Gialli Segreti"

L'avvocato Glen Gordon scopre che la moglie Ellen, sposata in seconde nozze dopo che entrambi sono rimasti vedovi, ha ripreso una relazione con un suo ex, l'agente immobiliare Ralph Briscoe. Benché tutto faccia pensare che Ellen sia stata coinvolta di malavoglia nell'adulterio e voglia troncarlo il prima possibile, Glen è ossessionato dalla gelosia e medita una terribile vendetta. Dopo essersi procurato un alibi inattaccabile, segue Ellen in casa di Ralph e, mentre i due sono a letto, colpisce a morte l'uomo con un oggetto contundente e colpisce la donna tramortendola prima che possa riconoscerlo. Le manomette poi l'auto in modo che essa sia impossibilitata ad allontanarsi dalla scena del delitto senza lasciare tracce evidenti.

L'impeccabile comportamento di Glen in tribunale, dopo che Ellen è stata arrestata, anziché migliorare la posizione di questa, la peggiora, e alla donna viene inflitta una pesante pena detentiva.

Glen racconta la vicenda in prima persona: lo scritto è redatto in forma di un memoriale segreto che Glen ha redatto dopo aver appreso di essere affetto da una grave malattia in modo che Ellen possa leggerlo dopo la sua morte.

Di questo romanzo esiste anche una versione italiana, ma è conosciuta pochissimo.

venerdì 8 febbraio 2019

Il fascino perverso della follia criminale di Olga Hepnarová


Le storie con al centro le figure di adolescenti criminali hanno sempre fatto vendere parecchie copie di libri e parecchi biglietti cinematografici, e non smettono di eccitare le folle di spettatori, che di solito, nella loro ignoranza, vedono in queste vicende o la conferma delle proprie sgangherate teorie educative o degli esempi di ribellione spontanea a un mondo ingiusto.
Invece, quasi tutti i casi di questi crimini riguardano ragazzi con grossi problemi, non semplici nevrosi, ma vere e proprie psicosi come la paranoia o la schizofrenia, che le famiglie scambiano per normali passaggi della crescita, sottovalutandone enormemente il pericolo, forse anche per il rifiuto dello stigma sociale dell'avere “un pazzo in casa” e delle dicerie che sicuramente nascerebbero in giro sull'origine della follia.
Alcuni casi sono diventati addirittura quasi leggendari, benché riguardino figure che, al di là dell'efferatezza dei loro crimini, dovrebbero se mai ispirare un senso di pena, come il Pierre Rivière raccontato dal grande storico Michel Foucault, il primo vero pazzo assassino che riuscì a sollecitare, nella Francia del 1835, una seria discussione sull'infermità mentale e l'incapacità di intendere e volere che può nascondersi dietro spaventosi delitti. Il libro di Foucault, che ha ispirato negli anni '70 anche un film di René Allio, è ancora un classico da leggere ad ogni costo per avvicinarsi al tema.

Michel Foucault (1926-84)

Una edizione francese del suo libro su Pierre Rivière

Una delle edizioni italiane

Locandina del film di Allio

Il protagonista Claude Hébert in una scena del film

La lucidità e l'umanità di Foucault sembrano invece lasciate in disparte da chi successivamente ha trattato il tema ispirandosi a fatti reali. Un esempio evidente sembra essere quello del veneziano Roberto Succo, assassino dei propri genitori che sembrava riabilitato nonostante una diagnosi di schizofrenia, fuggito dal carcere approfittando di un permesso di studio, efferato serial killer di almeno 5 vittime oltre i genitori durante una fuga per mezza Europa caratterizzata da una sequenza di rapine e stupri, infine suicida a 27 anni subito dopo essere stato ricatturato. A Succo, oltre alle più svariate opere d'arte, sono stati dedicati diversi libri, uno dei quali (Je te tue, di Pascale Froment, 1991) è stato tradotto anche in un film (Roberto Succo, di Cédric Kahn, 2001) molto criticato per quella che è stata definita una vera vacuità di contenuto.

Roberto Succo (1962-88)

Il libro di Pascale Froment

Locandina del film

Un caso molto meno noto in Occidente, ma che nel suo Paese ha ispirato un altro film, è quello dell'ultima donna vittima della pena capitale in Cecoslovacchia, Olga Hepnarová, responsabile però non di una serie di delitti ma di uno solo, una strage in cui persero la vita 8 persone.
La Hepnarová, nata a Praga il 30 giugno 1951 in una famiglia piuttosto benestante (padre bancario, madre dentista), fu inizialmente solo una bambina con problemi relazionali, che nel tempo la portarono a lasciare la scuola per un centro psichiatrico, dopo del quale riuscì a terminare l'obbligo scolastico e a seguire un corso per rilegatrice, anche se poi trovò lavoro come autista.
In questo periodo, visse in alcuni villaggi intorno a Praga. Il rapporto con la famiglia, specie con il padre e la sorella maggiore, era pessimo, solo la madre si sforzava di recuperarlo. Aveva grossi problemi con la sua sessualità, mai del tutto definita, che dall'età di 17 anni la portava ad avere rapporti sia con uomini sia con donne, con preferenza per queste ultime.


Due immagini di Olga Hepnarová

Nel 1970, il padre ereditò una fattoria a Zábrodí, in campagna, e nello stesso anno la madre propose a Olga di passare un periodo di vacanza lì in estate. Durante la permanenza, Olga concepì un piano per distruggere l'immobile, facendo esplodere delle bombole di gas in modo da provocare un incendio. Mise in atto questo proposito la notte del 7 agosto, ma i presenti, sua sorella e l'anziana coppia di inquilini che era andata a vivere nella fattoria, si svegliarono per l'esplosione e spensero l'incendio prima che facesse danni. Lo scoppio fu giudicato accidentale e considerato tale finché Olga stessa ne parlò, nel corso di una visita psichiatrica, nel 1973. Addusse come movente l'esasperazione per le continue dispute economiche in famiglia.
Successivamente, il suo stato psicologico peggiorò, fino a sfociare in una paranoia conclamata. Era convinta che tutti ce l'avessero con lei e raccontava di non poter andare in giro, perché veniva aggredita per strada senza che nessuno la difendesse. Parlava di suicidarsi, ma in realtà aveva in mente un gesto clamoroso, qualcosa che l'avrebbe posta all'attenzione di tutti.Cercò inutilmente di procurarsi un'arma da fuoco per compiere una strage sparando sui passanti in piazza Venceslao.
Dai primi del 1973, lasciata definitivamente, viveva in un ostello, anche se aveva comprato una piccola casa di legno in campagna, nel villaggio di Oleško. Qui si ritirò in solitudine nel luglio dello stesso anno, per alcuni giorni, al termine dei quali abbandonò la sua auto, una Trabant, di cui aveva sempre avuto una cura maniacale, e tornò a Praga.
Il 10 luglio, doveva sostenere l'esame per la patente che l'avrebbe abilitata a guidare i camion. Prima di andarci, spedì due lettere quasi identiche alle agenzie giornalistiche The Free Word e The Young World, spiegando le ragioni di ciò che stava per fare.
Le lettere si concludevano entrambe così:
Sono una solitaria, una donna distrutta. Una donna distrutta dalla gente. Ho una sola scelta: uccidermi o uccidere gli altri. Ho scelto di ripagare chi mi odia. Sarebbe troppo facile lasciare questo mondo come un’anonima suicida, la società è troppo indifferente. Quindi, la mia sentenza è: Io, Olga Hepnarova, vittima della vostra bestialità, vi condanno a morte.
Alle 13,30, appena sostenuto l'esame, con lo stesso camion di cui si era servita, un Praga RN, si diresse lungo l'attuale via Milada Horáková e puntò il mezzo contro la piccola folla, circa una trentina di persone, che stava aspettando il tram in piazza Strossmayer, piombando su di essa a tutta velocità.
Tre persone morirono all'istante, altre tre nello stesso giorno e due nei giorni successivi, per un totale di otto. Ci furono anche dodici feriti, sei dei quali in modo grave.




Alcune immagini scattate sul luogo dell'incidente nei minuti successivi

Il luogo come è oggi 

Olga fuggì dal mezzo, inseguita dai passanti, che in realtà pensavano che avesse perso accidentalmente il controllo del mezzo e fosse in stato di choc, per cui volevano aiutarla prima che si facesse male a sua volta. Quando fu finalmente fermata, dichiarò subito che si era trattato di un atto deliberato e, di conseguenza, fu arrestata.
Il processo si svolse tra la fine del 1973 e i primi mesi del 1974. Sebbene la linea di difesa dei suoi avvocati fosse centrata sulla schizofrenia e sulla conseguente incapacità di intendere e volere, Olga non diede loro la minima collaborazione e si limitò a dichiarare che non era pentita di ciò che aveva fatto, ma solo rammaricata che ci fossero stati così pochi morti e che i suoi genitori non fossero tra le vittime.
Dopo che un collegio di periti psichiatrici l'ebbe dichiarata sana di mente e capace di intendere e volere, il 6 aprile 1974, Olga fu condannata a morte. Sua madre non si arrese e propose appelli prima alla Corte Suprema, poi alla Corte Suprema Federale e infine si appellò al premier Ludovic Strougal, che in quel periodo faceva anche le veci del presidente della Repubblica Ludwig Svoboda, chiedendo la grazia.
Tutti questi tentativi furono respinti e la condanna confermata.
Il 13 marzo 1975, Olga Hepnarová fu impiccata nel carcere praghese di Pankrác.
Il nome di Olga Hepnarová ritornò alla ribalta delle cronache nel 2006, durante il processo a Viktor Kalivoda, un ex poliziotto che aveva ucciso tre persone scelte a caso nell'ottobre del 2005. Dal carcere, in cui si sarebbe poi suicidato dopo la condanna all'ergastolo, Kalivoda scrisse di essersi ispirato proprio a Olga Hepnarová (sebbene fosse nato oltre due anni dopo la sua esecuzione).
Viktor Kalivoda (1977-2010)

Il personaggio di Olga Hepnarová non ha ispirato solo delitti, ma anche canzoni, saggi, romanzi (in particolare uno famoso di Bohumir Hrabal, Ponorné říčky (L'uragano di novembre, 1990), in cui il boia che esegue la condanna, per il rimorso, diventa un fiero oppositore della pena capitale) e almeno un film, una coproduzione ceco-slovacco-polacco-francese del 2016, intitolata Já, Olgá Hepnarová (Io, Olgá Hepnarová), la cui protagonista è l'attrice polacca Michalina Olzańska, diretto da Petr Kadza. Questo film, mai arrivato in Italia, ha ottenuto diversi riconoscimenti sia in patria sia all'estero.
Bohumir Hrabal (1914-97)


Il suo libro e la traduzione in Italiano


Michalina Olzańska in alcune scene del film

Locandina del film