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venerdì 25 giugno 2021

Charles Fryatt: un eroe tra l'incudine e il martello

Una delle strategie militari apparentemente più vincenti ma che nel lungo periodo hanno finito per rivelarsi controproducenti è stata quella della guerra sottomarina attuata dai tedeschi per bloccare i rifornimenti tra gli Alleati e tra questi e i Paesi neutrali, durante la Grande Guerra.

Com'è noto, uno degli elementi che spinsero gli USA ad abbandonare l'isolazionismo e a entrare in guerra accanto a Francia e Regno Unito fu l'affondamento del piroscafo Lusitania, che provocò più di 1200 morti, 123 dei quali cittadini americani, il 20 maggio 1915. Si sospetta addirittura che Winston Churchill avesse potuto evitare la tragedia con una ben più accorta protezione delle navi civili ma non lo avesse fatto proprio nella speranza che un “incidente” di questo tipo facesse cambiare idea all'opinione pubblica americana sulla necessità di partecipare al conflitto.

Dipinto d'epoca sull'affondamento del Lusitania

Un episodio meno noto, ma comunque foriero di importanti conseguenze, si verificò quattordici mesi dopo.

Gli U-Boot tedeschi, avevano l'ordine di attaccare anche navi civili, per il semplice sospetto che trasportassero materiale bellico. A loro volta, le navi civili inglesi avevano il preciso ordine di reagire agli attacchi degli U-Boote, ad esempio speronandoli. Anzi, era previsto che il capitano civile che avesse consegnato la sua nave senza resistenza sarebbe stato giudicato per codardia. Dal punto di vista giuridico, la situazione era molto dubbia, perché da un lato i sommergibili non erano legittimati ad attaccare i civili; mentre, dall'altro, i civili in armi contro il nemico potevano essere giudicati per terrorismo e condannati alla pena capitale.

Un episodio del genere interessò un ufficiale della Marina Mercantile inglese, Charles Algernon Fryatt. Fryatt, nato a Southampton nel 1872, era figlio di un ufficiale di Marina e aveva intrapreso prestissimo la carriera di marinaio. Dal 1892 era entrato nei ranghi della compagnia Great Eastern Railway e dal 1913 prestava servizio come comandante di navi passeggeri.

Charles Fryatt

Passava da una nave all'altra a seconda di quale fosse in servizio, lungo la tratta tra i porti di Harwich, nell'Essex, e Hook of Holland, vicino Rotterdam.

La tratta percorsa da Fryatt

Il porto di Harwich

Hook of Holland

Il 3 marzo 1915, la nave comandata da Fryatt, la SS Wrexham, fu attaccata da un sommergibile tedesco che la inseguì per 74 km. La nave spinse i motori al massimo, viaggiando a una velocità intorno ai 30 Km/h, molto superiore a quella che poteva tenere il sottomarino, e riuscì ad arrivare a Rotterdam senza essere colpita, anche se con i motori danneggiati dallo sforzo.

La Wrexham affonda nel Mar Bianco, nel 1918

La compagnia elogiò Fryatt e gli donò un orologio d'oro con un'iscrizione per celebrare l'impresa.

Un analogo episodio si verificò lo stesso mese, con Fryatt al comando della SS Colchester, che pure riuscì a sfuggire all'attacco.

Una cartolina raffigurante la Colchester

Il 28 marzo, infine, Fryatt era al comando della SS Brussels, quando si ritrovò attaccato dal sommergibile U-33 e senza la possibilità di scappare. In quest'occasione, dando attuazione alle direttive dell'Ammiragliato, tentò di speronare il sommergibile tedesco, senza riuscire a colpirlo ma costringendolo alla fuga.



Tre immagini della Brussels, l'ultima dopo essere stata affondata dai tedeschi a Zeebrugge

Anche questa volta, Fryatt ricevette un orologio d'oro in premio, con una iscrizione per celebrare la sua impresa, ma dall'Ammiragliato. Oltre a questo, una pergamena e una citazione alla Camera dei Comuni.

L'orologio donato a Fryatt

Le navi che facevano la spola tra Harwich e Hook of Holland viaggiavano di notte nel più totale oscuramento, ma il 23 giugno 1916 qualcuno a bordo della Brussels non rispettò l'ordine e la nave fu sorpresa dai tedeschi, che la circondarono con 5 cacciatorpediniere e la catturarono con l'intero equipaggio. La nave fu trasportata prima a Zeebrugge e poi a Bruges. Fryatt e l'equipaggio furono condotti al campo di prigionia di Ruhleben, vicino Berlino.




Immagini dell'equipaggio della Brussels

A tradire Fryatt furono i due orologi che aveva ricevuto per le imprese precedenti. Il 16 luglio, i giornali annunciarono che Fryatt sarebbe stato processato per terrorismo, perché reo di aver attaccato un sottomarino tedesco senza essere un militare. L'accusa consisteva anzi nell'averlo affondato, benché i tedeschi sapessero benissimo che l'U-33 era tutto intero e ancora in servizio nel Mar Nero.

L'U-38, sommergibile della stessa classe (U-31) cui apparteneva l'U-33

Il 27 luglio 1916, Fryatt fu processato per direttissima nel municipio di Bruges e condannato rapidamente a morte senza neppure essere ascoltato. La sentenza fu confermata quasi in tempo reale dal Kaiser e fu eseguita alle 19 dello stesso giorno, tramite fucilazione, in un'area del porto. Fryatt fu poi frettolosamente seppellito fuori città, accanto ad altri “terroristi” belgi trucidati in precedenza.

Il municipio di Bruges, dove si tenne il processo

La prima tomba di Fryatt, vicino Bruges

L'esecuzione fu annunciata con un proclama in olandese, francese e tedesco firmato dall'ammiraglio Schroder, comandante del porto navale di Bruges.

Il proclama dell'esecuzione

La notizia data dalla stampa inglese

Nel dopoguerra, ossia nel 1919, i tedeschi avrebbero costituito una commissione giuridica per verificare se l'esecuzione di Fryatt violasse il Diritto internazionale. Tale commissione giudicò la condanna legittima ma avanzò dei dubbi sulla necessità di eseguirla. La decisione non fu unanime, perché due membri, Eduard Bernstein e Oskar Cohn, la definirono espressamente “un ingiustificabile omicidio giudiziario”.

Viceversa, già il 31 luglio, il primo ministro britannico Herbert Henry Asquith, riferendo alla Camera dei Comuni, parlò senza mezzi termini di “atroce crimine contro le leggi delle nazioni e gli usi della guerra”, esprimendo il desiderio di vedere puniti con ogni mezzo i suoi responsabili. Il presidente della Great Eastern Railway, Claud Hamilton, usò invece l'espressione “omicidio puro e brutale”. In generale, sia la stampa degli Alleati, sia quella dei Paesi neutrali, bollò l'esecuzione di Fryatt con parole di fuoco.

È opinione comune che la condanna e l'esecuzione di Fryatt non siano state del tutto illegittime perché la materia in questione non era precisamente regolamentata: tuttavia, furono quanto mai inopportune. Sicuramente, chi le decise intendeva inviare un messaggio intimidatorio al personale civile delle navi nemiche. L'effetto fu quello opposto a quanto si desiderava: in seguito alla notizia, il numero di arruolamenti volontari nel Regno Unito crebbe in modo significativo.

Proiettili di cannone che ricordano l'esecuzione

Furono aperte sottoscrizioni per realizzare monumenti al capitano ucciso, il principale dei quali fu una lapide inaugurata a Londra, presso la stazione di Liverpool Street, a un anno esatto di distanza dell'esecuzione.

La lapide che ricorda Fryatt vicino alla stazione di Liverpool Street

La famiglia di Fryatt (l'uomo era sposato e aveva sette figli) ricevette una pensione annua di 250 sterline dalla Great Eastern Railway, una di 100 dal governo e un'assicurazione sulla vita di 300 sterline. L'orfanonotrofio del Royal Merchant Seaman offrì due borse di studio per i figli. Perfino il re si prese il disturbo di scrivere personalmente alla vedova.

La moglie e i figli di Fryatt, sei femmine e un maschio, destinato a diventare marinaio come il padre

I discendenti di Fryatt però cambiarono nome per il timore che, in caso di invasione tedesca, potessero esserci delle ritorsioni contro di loro.

Dorothy Luckett, ultima figlia di Fryatt, morta a 102 anni nel 2016

Dopo la guerra, nel 1919, il corpo di Fryatt fu recuperato dall'ambasciatore Walter Townley e riportato a Londra in pompa magna insieme alla salma dell'infermiera Edith Cavell (pure fucilata dai tedeschi a Schaerbeeck in Belgio, il 12 ottobre 1915, per aver aiutato dei prigionieri a fuggire) e a quella del Milite Ignoto. 

Edith Cavell (1865-1915)

L'8 luglio 1919 fu celebrato il servizio funebre nella Cattedrale di St. Paul, poi Fryatt fu sepolto definitivamente nella Chiesa di Tutti i Santi, nell'Upper Dovercourt, dove riposa ancora oggi.



funerale e tomba definitiva di Fryatt

Alla storia di Fryatt è stato dedicato un film australiano del 1917. Oggi sono intitolate a suo nome diverse strutture e anche una montagna in Canada, il Monte Fryatt, alto 3361 metri. Fa parte dello stesso massiccio cui appartiene il Brussel Peak (3145 m) che ricorda la sua nave.

Monte Fryatt

Brussel Peak

La SS Brussel, ribattezzata Brugge dai tedeschi, fu utilizzata e poi affondata da questi nel porto di Zeebrugge dopo l'armistizio del 1918. Recuperata dai belgi, fu restituita agli inglesi e, con il nome Lady Brussel, prestò servizio traghetto nel mare d'Irlanda, finché fu radiata e demolita nel 1929.

Le altre due navi comandate da Fryatt, la Wrexham e la Colchester, erano già affondate durante la guerra, mentre erano adibite a trasporti militari. L'U-33 sopravvisse alla guerra e fu demolito nel 1919.






giovedì 10 maggio 2018

Bruno Franceschini, il "traditore" di Cesare Battisti


Un argomento storico frequentemente oggetto di fastidiose intromissioni da parte di improvvisati revisionisti è quello relativo alla figura di Cesare Battisti. Attualmente, infatti, non è raro imbattersi in pagine che, esibendo una improbabile “filo-asburgicità” ai limiti dell'assurdo, si lasciano andare a tirate pesantemente offensive nei confronti del “traditore”, non di rado compiacendosi anche di esibire, accompagnate da commenti entusiastici, le impressionanti immagini fotografiche della sua esecuzione.
Più che alla necessità di revisione storica, certe pagine devono evidentemente la loro esistenza a qualche forma di psicopatologia criminale da cui sono affetti i loro autori, ed è veramente un problema il fatto che solo raramente il web riesca a censurarle o l'autorità giudiziaria riesca a perseguire certi soggetti nel modo che sarebbe lecito aspettarsi in uno Stato di Diritto.
Va aggiunto, però, che la figura di Battisti è stata sempre oggetto di ogni forma di strumentalizzazioni, anche di stampo patriottico, le quali, pur non raggiungendo i livelli di delirio dei revisionisti filo-asburgici, appaiono all'occhio imparziale come esagerate e fastidiose. Una di queste è, probabilmente, quella che vede al centro la figura di Bruno Franceschini, l'alfiere (originario di Tres, oggi confluito in Pedraia, vicino Trento) dell'Esercito austriaco da sempre additato dagli italiani come il “traditore” che svelò agli austriaci la reale identità di Battisti dopo la cattura di quest'ultimo.
In realtà, moltissime delle pubblicazioni d'epoca che trattano della vicenda rivelano già a una prima lettura una posizione pesantemente preconcetta verso il Franceschini, che il giornale irredentista “La libertà”, già nel 1917 indicava non solo come traditore di Battisti ma anche come notorio vigliacco che mandava i suoi subordinati a morire restandosene ben nascosto al sicuro. Tale affermazione sembra chiaramente smentita dal fatto che Franceschini, qualche tempo dopo l'esecuzione di Battisti, fu ferito in combattimento abbastanza gravemente da trascorrere poi una lunghissima degenza e convalescenza all'ospedale militare di Vienna, dove era ancora al momento dell'armistizio del 4 novembre 1918.
Di Franceschini, il web non riporta alcuna immagine. Si sa che era nato 2 gennaio 1894 da una numerosa famiglia borghese (padre direttore didattico, madre maestra), che fu un ottimo studente e si laureò in Ingegneria a Vienna. Qui si trasferì definitivamente dopo l'annessione del Trentino all'Italia, senza più tornare al suo paese perché continuamente minacciato di morte, e diresse una piccola azienda di cui finì per diventare comproprietario. Morì il 30 agosto 1970.
Secondo le interpretazioni moderne, basate anche sulle rivelazioni dello storico dilettante (ed ex cartografo reduce della Seconda Guerra Mondiale) Gianni Pieropan, il ruolo di Franceschini nella cattura ed esecuzione di Battisti va molto ridimensionato. Sembra che, già da qualche giorno prima dell'offensiva di Monte Corno in cui l'irredentista fu catturato, gli austriaci sapessero della sua presenza in zona d'operazioni, per via delle rivelazioni di alcuni prigionieri che si erano lamentati di un ufficiale fanatico che li mandava tutti a morire senza alcuno scrupolo, identificato appunto come Battisti, e che da Vienna fossero arrivati ordini ben precisi sull'opportunità di catturare, processare e uccidere il “traditore”. Va aperta a questo punto una parentesi per chiarire cosa eventualmente dovettero dire i prigionieri a proposito di Battisti, perché la figura dell'ufficiale sanguinario sembra troppo costruita su misura della propaganda. Infatti, pare che Battisti fosse molto insistente (ma non più della media degli ufficiali italiani del suo tempo, stiamo pur sempre parlando di un Esercito su cui un macellaio come Luigi Cadorna aveva un potere assoluto) con i suoi uomini, ma che usasse motivarli all'attacco dicendo che, se si fossero impegnati coraggiosamente, la guerra sarebbe finita prima.
Gianni Pieropan (1914-2000)

Battisti, che era arruolato come alpino con il grado di tenente, fu accerchiato e catturato il 10 luglio 1916. A prendersi il merito dell'operazione furono il tenente Vinzenz Braun e i bersaglieri austriaci Alois Wohlmuth e Franz Strazligg. Un altro soldato, Johann Widegger, cita Franceschini come colui che riconobbe l'altro irredentista catturato nella stessa operazione, Fabio Filzi, di cui era stato compagno di liceo. Filzi, a differenza di Battisti che si era dichiarato subito con il suo vero nome, aveva fornito delle false generalità.
Filzi e Battisti catturati

Battisti condotto nelle retrovie

In realtà, però, nel rapporto ufficiale austriaco, Franceschini è citato semplicemente come interprete. Essendo l'unico militare del reparto a conoscere l'Italiano (quasi tutti i soldati trentini arruolati dall'Austria erano stati spediti altrove perché non avessero la tentazione di fraternizzare con gli italiani. Franceschini no, perché era un così noto austriacante da aver avuto anche problemi per questo con i suoi compagni di scuola), dovette effettuare il riconoscimento ufficiale di Battisti, la cui identità era peraltro già ben nota agli austriaci.
Dunque, Franceschini fu sicuramente anti-italiano, ma non ebbe un ruolo importante nella fine di Batttisti. Molto più dubbia è la sua posizione rispetto a Filzi, che prestava servizio nello stesso reparto di Battisti come sottotenente. La figura di Filzi è tanto oscurata da quella di Battisti (benché abbia ricevuto la stessa decorazione, la medaglia d'oro al valor militare alla memoria) che è difficile sapere se gli austriaci sapessero o meno della sua presenza in zona di operazioni. Secondo gli atti del processo, si faceva passare per un tale Francesco Brusarosco ma fu ugualmente riconosciuto da un roveretano. Siccome Franceschini aveva studiato nello stesso suo liceo a Rovereto, è possibile, se non probabile, che il roveretano in questione sia lui.
La sera del 12 luglio 1916, al Castello del Buonconsiglio di Trento, Battisti e Filzi furono impiccati uno dopo l'altro, dopo essere stati giudicati colpevoli di alto tradimento da una corte marziale.
Battisti condotto al patibolo

L'esecuzione in una stampa del tempo





Altre immagini delle due esecuzioni

Su questo punto, si apre un'altra questione. Il loro processo fu legittimo o no?
Dall'esame delle carte processuali, compiuto anche da qualificati giuristi come Sandro Canestrini, sembra che Filzi potesse essere processato e perfino condannato, ma Battisti no. Filzi, un avvocato nato in Istria nel 1884 ma vissuto prevalentemente in Trentino, aveva disertato dall'Esercito Austriaco, per il quale aveva prestato giuramento nel 1905, emigrando clandestinamente in Italia nel novembre del 1914 per non ritrovarsi a combattere contro gli italiani se questi fossero entrati in guerra. Sin dall'aprile del 1916 era già stato dichiarato ufficialmente come disertore.
La situazione di Battisti era diversa. L'irredentista, docente universitario nato nel 1875, si era trasferito in Italia nell'agosto del 1914 dopo aver ottenuto dalle autorità austroungariche un regolare passaporto. Con l'arruolamento nell'Esercito italiano era diventato cittadino italiano a tutti gli effetti. Ma, anche se questo non gli fosse stato riconosciuto, se fosse stato ancora cittadino austriaco, sarebbe stato anche un deputato al Parlamento austriaco (non esisteva alcun provvedimento formale di decadenza) e quindi non poteva essere giudicato da una corte marziale.
L'esecuzione di Battisti, preceduta dal linciaggio morale della folla e praticata in modo inutilmente sadico dal boia che lasciò spezzare la prima corda per poterlo impiccare una seconda volta, è stata dunque un crimine, senza se e senza ma, checché ne dicano i revisionisti della domenica.
Piuttosto, va sottolineato come la propaganda italiana spostò l'attenzione da Filzi a Battisti per poter fare di Franceschini un capro espiatorio. Sebbene moralmente ripugnante, il suo riconoscimento di Filzi era un atto perfettamente legittimo, dunque non valeva la pena di accostarlo a questo. Come traditore di Battisti, invece, apparve chiaramente come un mostro.




sabato 8 luglio 2017

La fucilazione del soldato Eddie Slovik

Durante la Prima Guerra Mondiale, raccontano le statistiche, 35 soldati dell'Esercito Statunitense sono stati giustiziati dopo essere stati condannati dalle corti marziali, tutti per gravi reati (stupri e soprattutto omicidi) commessi a danno di civili o commilitoni. Durante la Seconda Guerra Mondiale, ne sono stati giustiziati 102, per le stesse ragioni. Dal 1942 al 1948, oltre 2800 militari americani hanno disertato e 49 di questi sono stati condannati a morte, ma in 48 casi la condanna è stata annullata da un'autorità superiore a quella che l'aveva emessa. L'unico disertore americano che sia finito davanti al plotone d'esecuzione, dal 1864 a oggi, è stato un ragazzo di Detroit, di origine polacca. Si chiamava Eddie Slovik.
Eddie Slovik nel 1944 durante l'addestramento

Slovik nacque in una modesta famiglia di immigrati (il nome originario era Slowikowski) il 12 febbraio 1920 e si mise nei guai già dall'età di 12 anni, commettendo piccoli reati, soprattutto furti di minimo valore e disturbo della quiete pubblica. A 22 anni, nel 1942, si era già fatto 4 anni tra riformatorio e galera, anche se nel tempo si era trasformato in un detenuto modello, disciplinato e molto collaborativo con il personale che provava a riabilitarlo. Rilasciato sulla parola, grazie anche alle referenze del carcere, trovò un discreto lavoro come operaio in una ditta di forniture idrauliche della sua città, alle dipendenze dell'italo-americano James Montella.
Si rivelò un lavoratore corretto e scrupoloso, guadagnandosi tutta la stima del suo datore di lavoro. Alla “Montella”, conobbe una ragazza di qualche anno più grande di lui, carina e vivace nonostante i vistosi esiti di una poliomielite infantile, che si chiamava Antoinette Wisniewski (pure di origine polacca) e lavorava nell'ufficio contabilità. Il 7 novembre 1942, Eddie e Antoinette si sposarono e andarono a vivere nello stesso immobile dei genitori di lei, al piano di sopra.
Il matrimonio di Eddie e Antoinette 

Chiamato per la leva militare, fu inizialmente scartato per i suoi precedenti penali. Successivamente, però, fu considerato idoneo, nonostante la costituzione gracile, e arruolato a partire dal 24 gennaio 1944. Il 20 agosto dello stesso anno, fu inviato al fronte nel Nord-Est della Francia, alle dipendenze del 109° reggimento di fanteria.
Già durante l'ultimo tratto del viaggio verso il fronte, trovandosi improvvisamente sotto un bombardamento, Slovik abbandonò il convoglio e, insieme al commilitone John Tankey, cercò di tornare indietro. I due furono però sorpresi da una unità della polizia militare canadese che andava alla ricerca di soldati sbandati, dato che in quel periodo la situazione era molto caotica e i nuovi arrivati avevano molta difficoltà a trovare le unità cui erano stati assegnati.
Slovik e Tankey rimasero presso i canadesi per sei settimane, poi furono finalmente rispediti verso la loro unità, che raggiunsero il 7 ottobre. Il giorno dopo, 8 ottobre, Slovik si presentò al suo comandante di compagnia, capitano Ralph Grotte, e chiese di essere assegnato a un'unità di retroguardia anziché a una di prima linea. La richiesta fu respinta.
La mattina dopo, il 9 ottobre, Slovik abbandonò di nuovo l'unità, incamminandosi verso le retrovie, nonostante Tankey cercasse di dissuaderlo. Giunto al primo quartier generale, scrisse una lettera che cercò di far pervenire al comandante del reggimento, affidandola a un cuoco. Nella lettera, confessava di essere già scappato e di non essersi perso la volta precedente, e dichiarava che sarebbe scappato ancora se lo avessero assegnato di nuovo a un'unità di prima linea.
Il cuoco e altri soldati cercarono di convincere Slovik a distruggere quello scritto così compromettente, ma lui non volle sentire ragioni. Intervenne allora il tenente colonnello Ross Henbest, che prima cercò di convincere Slovik a ritornare sui suoi passi, promettendogli che non ci sarebbero state sanzioni a suo carico, e poi, davanti a un altro rifiuto, gli fece aggiungere alla lettera una postilla in cui dichiarava di essere pienamente consapevole delle conseguenze giuridiche delle sue dichiarazioni.
Slovik fu imprigionato e ricevette poi la visita di un altro tenente colonnello, Henry Sommer, che gli propose due alternative: o tornare alla sua unità o essere assegnato a un'altra, sempre di prima linea, senza che si facesse menzione della sua fuga. Slovik rifiutò entrambe le possibilità.
Sicuramente, Slovik era al corrente del fatto che tutte le condanne a morte pronunciate per diserzione fino ad allora erano state poi annullate, e riteneva che un periodo di carcere fosse preferibile alla morte in combattimento, che considerava pressoché certa.
Sfortunatamente per lui, i fatti cospirarono a suo danno. Mentre era detenuto, gli americani lanciarono l'attacco della Foresta di Hurtgen, nelle Ardenne, ai confini tra Germania e Belgio, e, sfavoriti dal momento climatico che impediva l'azione dei cacciabombardieri, si impantanarono senza riuscire ad avanzare, subendo gravi perdite ad opera delle difese tedesche (33.000 morti americani contro meno di 16.000 tedeschi). In quel periodo, i tassi di diserzione tra gli statunitensi furono altissimi.
Slovik fu processato dalla corte marziale l'11 novembre. L'accusa, rappresentata dal capitano John Green, ebbe facile gioco, anche perché, come fu annunciato dal suo difensore, capitano Edward Woods, Slovik si rifiutò di testimoniare. In poche ore, i nove ufficiali della corte, emisero la scontata sentenza di morte. Questa fu confermata e appoggiata dal comandante di Divisione, Maggior Generale Norman Cota, convinto che la notizia di una fucilazione avrebbe scoraggiato i potenziali disertori nelle Ardenne.
Il generale Norman Cota (1893-1971)

Il 9 dicembre, Slovik inoltrò la domanda di grazia al comandante supremo delle Forze Armate statunitensi, Dwight David Eisenhower, futuro presidente degli Usa dal 1953 al 1961. Non avrebbe potuto scegliere un momento meno adatto. La settimana successiva, i tedeschi contrattaccarono nelle Ardenne, gli americani furono costretti a ritirarsi e le diserzioni aumentarono. Il 23 dicembre, Eisenhower confermò la condanna di Slovik.
D.D, Eisenhower (1890-1969) quando era comandante supremo dell'Esercito americano

L'esecuzione fu fissata per il 31 gennaio 1945.
Alle 10,04 di quel giorno, Slovik fu condotto all'interno di un cortile nel villaggio alsaziano di Sainte-Marie-aux-Mines, dove lo aspettava il plotone di esecuzione, composto da soldati del reggimento che aveva abbandonato.
Moltissimi anni dopo, un soldato di quel plotone, Nick Gozik, pure lui di origine polacca e della stessa età di Slovik, raccontò che i soldati si aspettavano di veder trascinare lì a fatica un uomo urlante che si dibatteva in preda a una paura incontrollabile, mentre furono molto sorpresi nel vedere arrivare Slovik apparentemente calmissimo, nella sua divisa spogliata delle insegne e con una coperta sulle spalle per proteggersi dal gelo. Gozik, che aveva passato diversi mesi in prima linea, lo giudicò l'uomo più coraggioso che avesse mai visto.
Nick Gozik nel 2014

Prima di essere legato al palo e bendato, Slovik gridò ai soldati che stavano per fucilarlo che l'Esercito non lo uccideva per la diserzione, una cosa che avevano già fatto tanti altri senza conseguenze, ma per sacrificare un capro espiatorio, e che lui come capro espiatorio era perfetto, essendo già un pregiudicato. Si comportò però molto gentilmente con il cappellano militare che lo assisteva.
I soldati del plotone rimasero scossi sia dalle parole di Slovik sia dall'annuncio che il condannato era un disertore. Al momento di sparare, i 12 uomini (uno dei fucili, come da tradizione, era stato caricato a salve), nonostante distassero da lui poco più di 10 metri, spararono quasi tutti fuori bersaglio. Slovik fu centrato da soli 4 colpi, fatto che mandò in bestia il comandante e il medico che doveva accertare il decesso. Tuttavia, sebbene dopo la prima scarica respirasse ancora, Slovik cessò di vivere circa 15 secondi dopo, mentre i soldati del plotone ricaricavano le armi.
Gozik, dopo la guerra, tornò a casa dalla moglie e dal figlio, ebbe altri 5 figli e andò a lavorare in una farmacia. Si dimenticò di Slovik fino a quando vide nella vetrina di una libreria un volume dedidato alla sua vicenda, opera del giornalista William Bradford Huie. A 94 anni, nel 2014, Gozik raccontò la sua versione dei fatti, che coincide generalmente con quella di Huie.
Il libro di Huie, pubblicato nel 1954, è scrupoloso e coraggioso. L'autore, sebbene fosse un esperto di cose militari e con molte amicizie tra i generali, non si fece scrupolo di sostenere apertamente che Eisenhower, a quel tempo presidente degli Usa, aveva calcato esageratamente la mano e commesso un'ingiustizia ostinandosi a volere a tutti i costi la morte di quel povero soldato.


Diverse edizioni del libro di W.B. Huie

L'edizione italiana, pubblicata nel 1955 da Rizzoli

Nonostante fosse un soggetto interessantissimo e avesse subito destato l'attenzione di produttori cinematografici e divi del calibro di Frank Sinatra, il libro di Huie diventò un film solo 20 anni dopo, nel 1974, per la regia di Lamont Johnson, con Martin Sheen nella parte di Slovik.
La locandina del film 

Martin Sheen (Slovik) e Mariclare Costello (Antoinette) nel film

La vedova di Slovik, Antoinette, inviò a ben sette presidenti americani, da Truman a Carter, l'istanza per la riabilitazione del marito, ma nessuno le rispose mai. Morì a 64 anni, nel 1979.
Antoinette Wisniewski Slovik (1915-79) poco prima di morire

Il corpo di Slovik, inizialmente sepolto in un cimitero militare americano francese di Fère-en-Tardenois, insieme ad altri 95 soldati giustiziati per reati comuni, è stato riportato negli Usa solo nel 1987, in seguito agli sforzi di un altro veterano americano di origini polacche, Bernard Calka, che convinse il presidente Reagan a ordinare il trasferimento e raccolse con una colletta gli 8000 dollari necessari a pagare le spese.
Oggi Slovik riposa nel cimitero Woodmere di Detroit, accanto a sua moglie.

Le tombe di Slovk e di sua moglie