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mercoledì 25 agosto 2021

Elisabeth Lamouly, prima donna ghigliottinata per reati comuni dal regime di Vichy

Chi fa ricerca senza essere un ricercatore professionista è continuamente costretto a fare i conti con la scarsità e l'inaccessibilità delle fonti. Soprattutto per il semplice amatore, che se ne occupa senza ricavarne alcun lucro, il rischio di affrontare spese non trascurabili è sempre dietro l'angolo. Gli archivi ormai stanno diventando tutti ad accesso a pagamento e i pochi libri che trattano di questo o quel fatto vanno spesso presi a scatola chiusa, senza sapere fino a quanto siano attendibili, perché tutte le valutazioni che si trovano su di essi sono pubblicitarie.

Non è un caso che si finisca sempre più facilmente a scrivere delle stesse cose, sperando di imbattersi in lettori che ancora non le conoscono.

Dunque, inevitabilmente, un articolo ricavato dai mezzi normalmente disponibili, anche dopo molte ricerche, dovrà essere per forza ridotto a quanto si riesce a sapere: ossia, di solito, non molto.

Nei Paesi occidentali l'esecuzione capitale delle donne è diventata gradualmente un tabù. Forse per un oscuro senso di colpa per lo sterminio di donne innocenti durante i secoli della persecuzione delle streghe, forse per il riconoscimento della realtà per cui, in una società sessista, il sesso considerato inferiore non può vedersi attribuire lo stesso livello di responsabilità di quello considerato superiore. Ci sono state però eccezioni a questa tendenza, in particolare nelle aree dominate dal nazismo (e anche dalle altre dittature, ma dal nazismo in modo particolare), specie quando questo trovava l'appoggio di un collaborazionismo locale per lo più di tendenza cattolica (che, a quel tempo, era ancora piuttosto antisemita e quindi non incline a rifiutare in toto il nazismo).

Un caso esemplare è quello della Francia. Dal 1877 non si eseguivano condanne capitali di donne in Francia, durante il regime di Vichy, duranto appena 3 anni, se ne eseguiranno 5: Elisabeth Lamouly, Georgette Monneron, Germaine Legrand (da alcuni indicata come Germaine Philippe Besse), Marie Louise Giraud, Czeslawa Bilicki.

L'eredità della dominazione nazista si conserverà ancora per qualche anno: infatti, fino al 1949, saranno giustiziate altre 4 donne francesi: Lucienne Thioux, Genèvieve Danelle Calame, Madeleine Mouton, Germaine Leloy-Godefroy. Dopo di quest'ultima, non ci sono state più esecuzioni di donne nei 28 anni in cui la Francia ha conservato la pena capitale.

Tranne Marie Louise Giraud, condannata per aver praticato aborti clandestini (sotto il nazismo la pratica era punita con la morte e anche un uomo fu giustiziato per la stessa ragione), tutte queste donne si erano rese responsabili di delitti efferati, a volte con complici uomini. In questi casi, anche gli uomini coinvolti erano stati condannati alla stessa pena. Tranne che in un caso, nel quale i complici di sesso maschile, a un certo punto, scompaiono dalla vicenda e non risultano tra i giustiziati.

Si tratta della vicenda di Elisabeth Lamouly, coniugata Ducourneau, un'avvelenatrice seriale che sembra uscita da un romanzo di Georges Simenon.

Elisabeth Lamouly dopo l'arresto

Sulla vicenda della Lamouly è uscito recentemente un romanzo, L'empoissoneuse à la digitaline, di Viviane Janouin-Benanti, un'autrice poco nota ma che scrive spesso di delitti, cercando di ricostruire con la fantasia ciò che non risulta dai documenti. Il libro appare comunque arricchito da un discreto repertorio iconografico. Un altro recente volume che tratta questa vicenda in un capitolo è Crimes passionnels de France, di Sylvain Larue, un altro autore che tratta spesso di questi argomenti.


I due libri che trattano il caso

Il resto, lo si apprende dalle poche fonti d'epoca disponibili.

La Lamouly era originaria di Belin, nella Gironda, ed era nata nel 1905. Piuttosto giovane, dopo una normale infanzia borghese, aveva sposato Roger (da alcuni indicato come Jean) Ducourneau, di poco più grande, un uomo tranquillo e probabilmente piuttosto ingenuo, dal quale aveva avuto due figli che, verso la fine degli anni '30, stavano entrando nell'adolescenza (la figlia maggiore Simone, poi coniugata Hultsch, dovrebbe essere nata nel 1923).


La Lamouly da ragazza e un'immagine del suo matrimonio

A posteriori, la Lamouly fu descritta come una donna fredda e cinica, da sempre interessata all'uso dei veleni, al punto che qualcuno arrivò a paragonarla alla Marquise de Brinvilliers. Non si sa se questo sia vero ed è possibile che sia un'invenzione per rendere più appetibile la sua storia da parte dei giornalisti, ma resta il fatto che la sua difesa si basò sul fatto che fosse stata letteralmente costretta da altri (i suoi amanti) ad avvelenare le sue vittime, ma lei fu condannata mentre i suoi amanti non lo risultano, quindi è evidente che il tribunale non giudicò attendibile questa ricostruzione.

La Lamouly non mostrò alcuna tendenza criminale fino al 1937. Quell'anno, la madre, Emma Lamouly, che viveva con lei e la sua famiglia, la scoprì a farsela con un amante, un giovane algerino che i vari resoconti indicano con nomi diversi (Ahmed, Hamoud, Amar) e che non si sa nemmeno di preciso cosa facesse, secondo alcune fonti un bracciante che lei aveva fatto assumere dal marito per lavorare nella proprietà di famiglia e secondo altre un militare.

La madre le diede l'ultimatum: o chiudeva con l'amante o avrebbe detto tutto al marito. La Lamouly promise di sistemare la faccenda ma prese tempo e, intanto, il 31 agosto 1937, la madre morì improvvisamente per quello che a tutti (compresi i medici) sembrò un attacco di cuore.

Dopo la perdita della madre, la Lamouly sembrava molto abbattuta e il marito, pensando di farle cosa gradita, le propose di lasciare il soffocante mondo provinciale di Belin e di trasferirsi a Bordeaux, dove contava di prendere in gestione un bar molto frequentato in Rue de Faures. Elisabeth fu subito d'accordo, ma solo a patto di portarsi dietro l'algerino come lavorante.

Il bar dei Ducourneau

Il marito accettò, ma dovette evidentemente rendersi conto che qualcosa non andava, perché dopo un poco pretese di allontanare l'algerino dalla loro famiglia. A questo punto, l'algerino tornò in Africa, non si capisce bene se rispedito in Algeria tramite foglio di via per qualche malefatta minore o se trasferito in Marocco in quanto militare (le fonti divergono).

Elisabeth si abituò facilmente all'assenza del suo amante perché nel frattempo lo aveva già rimpiazzato con un altro. Gilbert-Édouard Camou, nato nel 1918, descritto come uno scioperato e anche piuttosto violento. Camou pretendeva che Elisabeth divorziasse dal marito ma conservasse la proprietà del bar: cosa impossibile perché i capitali investiti nell'impresa erano soprattutto del marito. Quando Elisabeth glielo fece finalmente presente, Camou le procurò (così affermò lei) una certa quantità di digitalina, una sostanza ricavata dalla Digitalis purpurea, pianta appartenente alle Plantaginacee, impiegata da molto tempo sia come farmaco utile per affrontare certe affezioni circolatorie, sia come veleno. Poiché la composizione della digitalina e il suo meccanismo di azione sono stati scoperti solo nel dopoguerra, oggi il suo uso è regolato da protocolli sanitari che garantiscono una certa sicurezza e un basso rischio di effetti collaterali, grazie anche all'esistenza di antidoti. A quel tempo, i dosaggi erano molto più approssimativi, i rischi parecchio più elevati e gli antidoti non esistevano.


La Digitalis purpurea

La Digossina, uno dei suoi principi attivi


Un primo tentativo di avvelenare Ducourneau fallì perché il dosaggio non si rivelò sufficiente. Al secondo tentativo, Elisabeth somministrò al marito una dose da cavallo e l'uomo morì, in circostanze analoghe a quelle della morte di Emma Lamouly, il 25 ottobre 1938.

Il resto della storia è quasi banale. Sebbene i Ducourneau fossero nuovi di Bordeaux, Camou era invece ben noto a tutti e la sua relazione con una donna sposata era già di dominio pubblico (probabilmente lo stesso Ducourneau ne era al corrente). La morte improvvisa del marito, ancora giovane e in ottima salute, insospettì qualcuno e la Gendarmeria si ritrovò tempestata di lettere anonime che accusavano la moglie.

Convocata dai gendarmi, davanti alla prospettiva di esumare il corpo di Ducourneau per cercare i residui di qualche veleno, Elisabeth crollò immediatamente e ammise di avergli somministrato la digitale, ma affermando di essere stata costretta con le minacce da Camou. Presa dalla foga, confessò anche l'omicidio della madre, affermando in quel caso di essere stata costretta con le minacce dall'algerino.

La sua linea di difesa era chiaramente incongruente. Se era stato Camou a consigliarle di servirsi dela digitale, come mai lei l'aveva già usata l'anno prima e non ci aveva pensato da sola? Lo aveva dimenticato nel frattempo?

Una pubblicazione periodica che nel 1938 raccontò la vicenda

Non si sa se l'algerino sia stato rintracciato e abbia deposto al processo. Alcuni giornali parlano di ricerche in corso, ma a un certo punto la sua figura svanisce dai resoconti. Camou invece fu sicuramente processato per complicità, ma riuscì a evitare la pena capitale.

Nell'aprile del 1940, Elisabeth Lamouly fu condannata a morte tramite ghigliottina per il duplice omicidio della madre e del marito. Gli appelli e la domanda di grazia servirono solo a differire l'esecuzione ai primi giorni dell'anno successivo.


Testata d'epoca e articolo sul processo Lamouly

Fino ad allora, a Bordeaux, le esecuzioni capitali erano state pubbliche e molto seguite, l'ultima risaliva al 1933. La ghigliottina era stata spostata in vari punti della città ma, in tempi recenti, si era deciso di riservare lo spettacolo delle esecuzioni capitali ai soli testimoni autorizzati. La ghigliottina si trovava dunque all'interno delle mura del centro di custodia cautelare Hâ.

La precauzione di rendere il più possibile discrete le esecuzioni si rivelò quanto mai opportuna in questo caso. Elisabeth Lamouly, con l'approssimarsi del momento, aveva dato sempre maggiori segni di perdita del controllo. Quando i gendarmi andarono a prelevarla nella sua cella, la mattina del 9 gennaio 1941, si dibatté al punto che essi dovettero legarla e portarla di peso alla ghigliottina. Non fu neanche possibile vestirla, per cui la donna venne giustiziata nuda.

Questi dettagli, taciuti dalla stampa del tempo per una sorta di ipocrita pruderie, sarebbero emersi solo in tempi successivi.




La notizia dell'esecuzione, ripresa dallo stesso lancio di agenzia, riportata da due quotidiani del tempo






martedì 19 gennaio 2021

La scomparsa della "Admiral Karpfanger" dalle parti di Capo Horn nel 1938

Anche chi non capisce nulla di mare e di imbarcazioni conosce di fama la “Amerigo Vespucci”, “la più bella nave del mondo”, il veliero a tre alberi, in servizio dal lontano 1931, che è la più antica e la più celebre nave scuola della Marina Militare Italiana.

Tutte le Marine dei diversi Stati addestrano i loro ufficiali su navi di questo tipo, spesso con lunghe “crociere” che sono tali per la lunghezza del percorso e il numero degli scali, non certo perché vi si viaggi comodi come nelle crociere turistiche, perché la vita di bordo è molto impegnativa per tutto il personale, senza distinzione di grado.

Meno conosciuta di quella dell'addestramento militare è la prassi seguita da alcune compagnie marittime mercantili, oggi caduta in disuso, di addestrare i propri ufficiali in crociere analoghe a quelle della Marina Militare.

A tal scopo, infatti, all'inizio del XX secolo, furono commissionate e costruite alcune navi appositamente progettate per questo servizio, ossia navi mercantili in grado di trasportare, oltre a un adeguato carico, anche un certo numero di passeggeri in grandi camerate anziché in piccole cabine.

Di queste navi, tutte a vela, risulta che ne siano state costruite almeno cinque, secondo uno schema che illustra come il mondo della cantieristica navale fosse decisamente globalizzato già a quel tempo: la “Kobenhavn” (chiatta a 5 alberi commissionata da una società danese) e la “Compte de Smet de Naeyer” (fregata a 3 alberi commissionata da una società belga) furono realizzate in cantieri inglesi; la “Herzogin Cecilie” (brigantino a 4 alberi commissionato da una società tedesca) e la “L'Avenir” (“barque” a 4 alberi commissionata da una società belga) furono realizzate in cantieri tedeschi; la “Viking” (“barque” a 4 alberi commissionata da una società danese) fu realizzata in cantieri danesi.


La "Kobenhavn"

La "Compte de Smet de Naeyer"

La "Herzogin Cecilie"

"L'Avenir"

La "Viking"

Tutte queste imbarcazioni hanno avuto carriere piuttosto lunghe e spesso avventurose. Fa eccezione la “Compte de Smet de Naeyer”, una nave decisamente sfortunata, che già si capovolse e affondò in cantiere prima del varo, nel 1904, e finì per affondare durante uno dei primi viaggi, mentre andava da Anversa a Durban con un carico misto di 2750 tonnellate, il 19 aprile 1906, nel Golfo di Biscaglia. Nonostante i soccorsi prontamente prestati da una nave di passaggio, la francese “Dunkerque”, che salvò 22 persone, altri 34 tra i presenti a bordo morirono.






Immagini dall'affondamento della "Compte de Smet de Naeyer"

Localizzazione del Golfo di Biscaglia

Questa tragedia, però, appare subito di entità meno rilevante rispetto a quella che determinò la fine di un'altra delle navi costruite nello stesso periodo, quella che era stata chiamata “L'Avenir”.

“L'Avenir”, dunque, varata a Bremerhaven nel 1908, di proprietà della Association Maritime Belge, SA, entrò in servizio proprio per sostituire la “Compte de Smet de Naeyer” e assolse egregiamente a questo compito per quasi un quarto di secolo, fino al 1932. Fu poi acquistata dall'armatore Gustav Erickson, un armatore finlandese attivissimo nei traffici di grano tra Europa e Australia, che la tenne tra i suoi velieri commerciali fino al 1937, anno in cui la vendette alla Hamburg America Line (HAPAG). L'HAPAG la ribattezzò “Admiral Karpfanger”.

Lo scafo della nave era in acciaio, la sua lunghezza era di 87,1 metri, la sua larghezza di 13,8 metri, la sua altezza di 7,7 metri. La stazza era di 2738 tonnellate.

Compì il suo primo viaggio con la nuova compagnia partendo da Amburgo il 20 settembre 1937 con un equipaggio di 60 uomini, comprendente 33 cadetti. Dopo 107 giorni di viaggio, il 6 gennaio 1938 giunse a Port Germein, a Nord di Adelaide, in Australia, dove caricò 3052 tonnellate di grano in sacchi e ripartì l'8 febbraio 1938 alla volta di Falmouth, Regno Unito, tramite la rotta di Capo Horn. In pratica, a fine viaggio avrebbe compiuto quasi un'intera circumnavigazione del globo terrestre.

Localizzazione di Port Germein

L'ultima foto della "Admiral Karpfanger", scattata a Port Germein

Il 1° marzo, con un messaggio, segnalò la sua posizione a 51° Sud e 172° Est, qualche centinaio di km a Sud della Nuova Zelanda (Isola del Sud). Il 12 marzo, inviò un nuovo messaggio, segnalando di essere in avvicinamento a Capo Horn.

Capo Horn

Da quel momento, la nave scomparve letteralmente, senza lasciare tracce. Dopo qualche mese di inutile attesa, gli armatori diedero l'allarme. La prima a mettersi in cerca della nave scomparsa fu la motonave argentina “Bahia Blanca”, che non trovò nulla. Un'altra nave della HAPAG, in viaggio sulla stessa rotta, cercò eventuali rottami senza risultati. In ottobre, una nave cilena che pattugliava l'area di Capo Horn, attraccando nella Windhound Bay dell'isola di Navarino, trovò sulla spiaggia alcuni relitti di legno e di metallo, con i quali c'era una corda chiaramente appartenente a quelle in dotazione solo nella marina belga e montate anche sulla nave scomparsa.

Isola Navarino con le sue baie ben visibili

Secondo i libri di bordo di un altro mercantile di passaggio nella stessa area durante il mese di marzo del 1938, quell'anno gli iceberg staccatisi dalla banchisa antartica si spinsero insolitamente a Nord.

Gli armatori e i Lloyds di Londra, che l'avevano assicurata, dopo una breve inchiesta, la dichiararono “persa con tutto l'equipaggio ”.

Dall'inchiesta giudiziaria tenuta ad Amburgo nel 1939, che dichiarò la nave “persa per cause di forza maggiore”, emersero altresì delle criticità che, nonostante le buone condizioni e la relativa sicurezza della nave, potevano rappresentare occasioni di rischio.

Ad esempio, la nave era dotata di due timoni, uno a poppa e uno che era stato aggiunto da qualche tempo, su richiesta del capitano Emil Zander, al centro. Il doppio timone, pur richiedendo la presenza di due timonieri, era utile nello stabilizzare la nave nel mare tempestoso, soprattutto nel caso delle temibili onde da poppa. Tuttavia, le onde da poppa richiedevano un rinforzo del timone al centro, cosa che nel caso avrebbe richiesto qualche secondo, dato che la postazione centrale era sopraelevata. Non intervenendo in tempo, la nave avrebbe rischiato di orzare (voltare la prua nella direzione di provenienza del vento) bruscamente, rischiando di capovolgersi.

Un'altra ipotesi che proposta fu quella per cui la nave portava troppe vele per essere stabile in tempesta. Era infatti tradizione della marina tedesca a quel tempo: e infatti la traversata, fino a quel punto, era stata rapida. Ma mancando i libri di bordo, questa possibilità non poté essere confermata.

Qualsiasi cosa avesse affondato la “Admiral Karpfanger”, doveva essere stata insolitamente rapida perché, pur dotata di regolare impianto radio, la nave non aveva avuto il tempo di lanciare alcun SOS.

Si escluse, sulla base dei collaudi svolti prima della partenza, che potesse esserci stato un cedimento degli alberi. Allo stesso modo, il tipo di carico escludeva la possibilità che questo, spostandosi, compromettesse la statica dell'imbarcazione.

Si escluse anche che la nave potesse essere stata appesantita dall'infiltrazione di acqua all'interno dello scafo. L'eventualità, negli scafi in acciaio rivettato, esisteva, in conseguenza della perdita di qualche rivetto: tuttavia, nelle numerose ispezioni subite in tal senso durante la sua lunga carriera, la nave non aveva mai mostrato alcun problema del genere.

Tutte le stive erano dotate di paratie in acciaio a doppio fondo e quelle contenenti il carico erano sigillate a tenuta stagna. Anche in caso di collisione notturna con un iceberg, era molto difficile che tutti i compartimenti si allagassero in un tempo così breve da impedire anche l'invio di un messaggio radio. Le scialuppe erano più che sufficienti per caricare tutti i presenti a bordo in breve tempo. La nave aveva già subito un incidente del genere urtando contro una barriera corallina alle Bahamas nel 1929 e se l'era cavata benissimo.

In occasione dell'incidente del 1929, la nave aveva riportato dei danni al timone di poppa, che erano stati scoperti solo in un secondo tempo e riparati in cantiere. Era possibile che una tempesta avesse potuto danneggiare il timone, o portare addirittura al suo distacco? Questa eventualità non si poté escludere.

Dato il tipo di carico, era molto improbabile che vi fosse stato un incendio a bordo, tanto più così rapido da impedire l'invio di un segnale radio.

Un punto critico era rappresentato dall'altezza metacentrica della nave. Il metacentro è il punto al di sopra del quale il centro di massa di un corpo galleggiante non può più tenersi in equilibrio stabile. La distanza tra questo punto e il centro di massa del corpo è detta appunto altezza metacentrica. Più è elevata, più il corpo è stabile, anche se la grande differenza può portare a bruschi movimenti di assestamento. L'altezza metacentrica della “Admiral Karpfanger”, pari a 0,37 m, era del tutto inadeguata a una nave di tali dimensioni, tanto più che il pescaggio a prua era maggiore che a poppa. Il fatto che vi fosse più spazio per il carico a prua che a poppa sarebbe bastato per rendere la nave instabile e ingovernabile con mare mosso.

Una pubblicazione americana del 1997, “Ship of the World” dello storico Lincoln P. Paine, riporta che il relitto della “Admiral Karpfanger” sarebbe stato ritrovato sulle coste della Terra del Fuoco.




In Italia, una eco della scomparsa della "Admiral Karpfanger" è arrivata solo tramite una citazione nel libro "I conquistatori dell'Antartide" (1945) dello scrittore cileno Francisco Coloane.





Francisco Coloane (1910-2002)







venerdì 25 ottobre 2019

Sangue sugli studi classici: la "polemica etrusca" tra Carlo Battisti e Francesco Pironti


Carlo Battisti, nato a Trento il 10 ottobre 1882 e morto a Empoli il 6 marzo 1977, è universalmente noto come il protagonista di uno dei film più importanti del neorealismo italiano e del cinema in generale, Umberto D., diretto da Vittorio De Sica nel 1952.

Carlo Battisti sulla copertina del dvd del film e in una scena dello stesso

Meno conosciuta è invece la sua carriera di studioso nell'ambito della Linguistica e della Glottologia. Laureato a Vienna, pagò il suo irredentismo con la negazione della cattedra universitaria e, arruolato nell'esercito austro-ungarico durante la Grande Guerra, fu inviato in Russia, dove fu preso prigioniero, ma riuscì a sopravvivere alla prigionia e a tornare a casa.
Inizialmente nominato direttore di una biblioteca a Gorizia, nel 1925 vinse il concorso da docente universitario a Firenze e vi si trasferì. Fu accademico della Crusca, accademico d'Italia, aderì senza troppa convinzione al Fascismo, scrisse importanti testi di Fonetica e di Latino e un Dizionario Etimologico Italiano che ancora oggi è ritenuto un'opera fondamentale.
Carlo Battisti

Negli anni '30, si ritrovò suo malgrado coinvolto in una diatriba scientifica destinata a finire in modo particolarmente tragico.
Per comprendere i fatti, occorre ricordare che, in quel periodo, l'università italiana era piuttosto politicizzata, ma non come quella tedesca, perché il fascismo non vantava le stesse basi culturali del nazismo e non intendeva riformare nessuna scienza. Non esistevano in nessun ambito delle scuole improntate a una prospettiva fascista. L'interesse per il passato storico, alla ricerca di antenati di rilievo con cui nobilitarsi, aveva destato un notevole interesse per l'archeologia e in particolare per l'etruscologia. Anche perché l'etruscologia, oltre a essere una specialità quasi esclusivamente italiana (anche se in passato aveva destato l'interesse di molti studiosi stranieri, specie tedeschi o scandinavi), rappresentava un campo ancora quasi tutto da studiare, perché gran parte delle iscrizioni in Etrusco erano (e in molti casi sono) ancora da decifrare.
Gli studiosi di etruscologia italiani potevano essere divisi in tre scuole: quella epigrafica, che studiava le iscrizioni rinvenute cercando di contestualizzarle storicamente, quella combinatoristica, che si avvale del complesso metodo combinatorio (che si avvale di analisi archeologiche-antiquarie per elaborare ipotesi sulla natura di un testo redatto in una lingua sconosciuta; di analisi formali-strutturali che dividono i termini della lingua sconosciuta in morfemi, ossia elementi di base, secondo il confronto con altri testi redatti nella stessa lingua; di analisi di contenuto e contesto, una volta che sia possibile fare ipotesi sul significato di qualche termine) e quella etimologica, che cerca parentele con altre lingue note confrontando i lemmi già decifrati.
In realtà, a livello accademico, si stava definitivamente affermando il metodo combinatorio, di cui il maggior esponente sarebbe stato Massimo Pallottino (1909-95), la cui influenza avrebbe portato nel tempo all'esclusione delle altre due direttrici dall'ambito accademico. Quello etimologico sarebbe stato (e lo è ancora) particolarmente disprezzato, perché si presta facilmente ai dilettantismi e alle conclusioni arbitrarie.
Massimo Pallottino

Al profano possono sembrare questioni di poco conto: ma gli accademici degli anni '30 si scannavano continuamente su temi di questo tipo. E, a loro, andavano aggiunti i dilettanti (almeno un paio l'anno) che producevano continuamente fantasiosi studi sull'interpretazione delle iscrizioni etrusche, puntualmente in contrasto con le posizioni accademiche.
La quasi totalità di questi dilettanti passava inosservata, ma uno di essi riuscì ad assurgere a un notevole livello di notorietà, grazie ai numerosi appoggi di cui godeva sia presso gli esponenti del regime sia presso la Chiesa. Si chiamava Francesco Pironti, era nato nel 1891 e insegnava Greco e Latino in un liceo di Napoli.


Tre immagini di Francesco Pironti

Pironti, il 26 aprile 1933, sul quotidiano politico napoletano Il Lavoro Fascista, annunciò che era imminente la pubblicazione del primo dei 4 volumi con cui avrebbe spiegato al mondo che l'Etrusco, in definitiva, non era altro che un dialetto greco.

Frontespizio e alcuna pagine del libro di Pironti

Sulle colonne di La Nazione, il quotidiano di Firenze, Battisti, consultato come esperto sulla questione, rispose che la notizia lo lasciava piuttosto scettico, ma aspettava la pubblicazione del testo per giudicarlo.
Il 6 maggio, sempre tramite stampa, Pironti gli ribatté, accusandolo di incompetenza.
Battisti, tre giorni dopo, rispose a sua volta che il parere gli era stato chiesto espressamente e ribadì che aspettava di vedere il volume.
La polemica sembrò finire lì.
Il libro uscì a dicembre di quello stesso anno. Aveva un prezzo di copertina altissimo ma fu ugualmente lanciato con una martellante pubblicità. Sul Giornale d'Italia, apparvero anche delle lettere a suo sostegno firmate da un importante studioso (molto considerato in ambiente clericale perché fratello di due arcivescovi, Bartolomeo Nogara, che sosteneva l'idea che gli etrsuchi fossero un popolo ibrido (facendo imbestialire il più importante etruscologo del tempo, Pericle Ducati, un fascistissimo per il quale era un'eresia immaginare che il primo popolo italiano potesse essere stato contaminato).
L'ambiente accademico lesse il libro di Pironti e lo trovò tutt’altro che convincente. Al punto che il ministro per l'Educazione Nazionale, Francesco Ercole, nominò una commissione composta da tre illustri studiosi (il maggiore dei quali era Giacomo Devoto, l'autore del celebre dizionario) perché facesse chiarezza sull'argomento.
Intanto, la polemica divampò, perché due sostenitori di Pironti, Pericle Perali e Ugo Antonielli, sfruttando la ribalta dell'Osservatore Romano, attaccarono ripetutamente il mondo dell'etruscologia accademica (anche a costo di smentire proprie precedenti posizioni). A essi rispose sempre Battisti, che a un certo punto ottenne anche l'inaspettato sostegno di Ducati, con il quale era in pessimi rapporti.
Altri giornali si misero di traverso, pur senza avere particolari interessi nella vicenda. Su Il Regime Fascista, quotidiano politico di Cremona, arrivò una stroncatura dovuta al fatto che il suo direttore, il gerarca Roberto Farinacci, non voleva perdere l'occasione per colpire il suo nemico Ugo Manunta, direttore di Il Lavoro Fascista. Poco dopo ne arrivò un'altra, ancora più pesante, firmata da Massimo Pallottino su La Nuova Antologia, ossia la più importante testata del mondo intellettuale italiano.
La commissione composta da Giacomo Devoto, Francesco Ribezzo e Giorgio Pasquali consegnò il suo parere al Ministero dell'Educazione Nazionale a metà febbraio. Il 15 di quel mese venne reso pubblico, anche se non sarebbe mai stato pubblicato ufficialmente: il testo di Pironti non aveva il minimo valore scientifico.
Il 27 febbraio, Battisti pubblicò un breve volumetto, Polemica Etrusca, in cui riassunse le tappe della vicenda.
Il libro di Battisti

Il secondo volume dell'opera di Pironti, già pronto e stampato in alcune copie di prova, restò inedito. Una delle copie di prova è stata donata da Giorgio Pasquali, insieme ad altri libri, alla Scuola Normale di Pisa.
Sebbene i suoi sostenitori continuassero sporadicamente a pubblicare articoli in suo sostegno, Pironti finì per ritrovarsi completamente squalificato. Sembra che fosse un eccellente classicista, ma aveva fatto il passo più lungo della gamba. Non si sa per quali esatte ragioni, l'anno successivo (1935) finì per dimettersi dall'insegnamento. Cadde in depressione e, la mattina del 6 ottobre 1935, si chiuse nel suo studio e si impiccò. Lasciava una numerosa famiglia: moglie e 6 figli, con un settimo in arrivo.
Battisti non era stato il più feroce dei suoi detrattori, ma sicuramente quello che si era esposto di più. Ancora oggi si trovano sul web articoli che polemizzano con gli etruscologi accademici non tanto perché Pironti potesse avere ragione (questo ormai è definitivamente assodato) ma per la veemenza con cui si continuò ad attaccarlo anche a questione chiusa, forse arrivando al punto da spingerlo al suicidio.




giovedì 17 ottobre 2019

Una originale idea di horror: da "Benighted" di J.B. Priestley a "The Old Dark House" di James Whale


Era una notte buia e tempestosa. Sembra uno scherzo, ma l'inizio si può sintetizzare così. Siamo alla metà degli anni '20, in qualche posto sperduto nel Galles, e l'architetto londinese Philip Waverton sta tornando a casa, dopo aver trascorso qualche giorno ospite presso degli amici. In auto con lui ci sono la petulante moglie Margaret e il taciturno Roger Penderel, un conoscente che Philip apprezza anche se non è simpatico a Margaret.
La pioggia battente rende la strada di campagna impercorribile, la carta stradale non è di nessun aiuto, la benzina comincia a scarseggiare: percià, appena appare all'orizzonte una casa, una vecchia grande casa circondata da un non meno notevole giardino, i tre decidono di fermarsi e di chiedere ospitalità lì.
Ad aprire loro la porta è il padrone di casa, il Horace Femm, che vive insieme a sua sorella Rebecca, al padre centenario Sir Roderick e al bizzarro maggirodomo muto Morgan. Sir Roderick è confinato a letto, Horace e Rebecca sono terrorizzati da Morgan, che è alcolizzato e violento. Ciò non impedisce loro di cenare con gli ospiti.
Subito dopo, gli occupanti di un'altra auto di passaggio chiedono ospitalità. Si tratta dell'eterogenea coppia costituita dal maturo Sir William Portehouse e dalla giovane ballerina Gladys Perkins, in arte DuCane. I padroni di casa bevono alcolici e fumano insieme agli ospiti, che intanto fraternizzano, parlando con loro, finché si lasciano andare a una terribile confidenza: in una stanza della casa è tenuto prigioniero il loro fratello maggiore, Saul, pazzo e piromane.
La presenza degli ospiti ha disturbato Morgan, che ha liberato Saul. Gli uomini provano a tendergli una trappola per catturarlo e rinchiuderlo di nuovo. Purtroppo, però, qualcosa va storto e Saul, insieme a Penderel, precipita da un pianerottolo. I due muoiono entrambi.
Il mattino dopo, cessata la tempesta, Philip e Sir William escono a chiamare le autorità.
Questa è, in sintesi, la trama di Benighted, il secondo romanzo firmato dal poliedrico autore inglese John Boyton Priestley (1894-1984), uscito per la prima volta nel 1927, più volte ristampato e tradotto, anche in Italiano, con il titolo La casa nella tempesta, sebbene le due edizioni italiane risalgano agli anni '50.
La prima edizione di Benighted






Altre edizioni successive

La traduzione tedesca


Le due edizioni italiane

John Boynton Priestley

Benighted non nasce come opera horror ma come opera che affronta il tema della crisi personale dei sopravvissuti alla Grande Guerra, tema che si presenta in tutte le conversazioni tra i personaggi, nonché delle incertezze che sentono pesare sul loro futuro in una fase storica molto delicata. Non mancano interessanti approfondimenti psicologici, sia sulla crisi coniugale tra Philip e Margaret, sia sulla storia che comincia a nascere, prima di essere stroncata dal destino, tra Penderel e Gladys, due giovani che sembrano perseguitati dalla sfortuna (in particolare lui, che è sopravvissuto ai massacri delle trincee ma, tornando a casa, ha trovato che la fidanzata era morta nel frattempo) eppure capaci di adattarsi con umile coraggio a tutte le circostanze sfavorevoli.
La suspense che domina tutta la vicenda sembra prestarsi sicuramente a una buona trasposizione cinematografica di questa, e infatti ne arriva puntualmente una nel 1932, firmata da James Whale (1889-1957), uno dei primi maestri dell'horror cinematografico, già autore del primo Frankenstein e successivamente regista del primo L'uomo invisibile.
James Whale
Locandina del suo film

Copertina del dvd italiano

Il film di Whale, The old dark house (nella versione italiana, Il castello maledetto), in apparenza, è insolitamente fedele alla trama, tranne che per alcuni dettagli, comprensibili se si pensa al gusto del pubblico del tempo. Nel film, Saul compare molto prima e partecipa anche alla cena con gli ospiti, poi viene sorpreso mentre cerca di dare fuoco alla casa e ha una colluttazione con Penderel, insieme al quale cade da un pianerottolo: ma stavolta solo Saul resta ucciso, e Penderel è solo ferito, tant'è che alla conclusione del film potrà andarsene con Gladys che lo ha soccorso e assistito.











Alcune scene del film

Tuttavia, sceneggiatura e regia non appesantiscono la trama con effetti da Grand Guignol e anzi, lasciano ai personaggi abbastanza spazio da avere tutti un po' di spessore. Ne consegue un film che, mentre si presenta come un horror classico, assomiglia parecchio anche alle commedie brillanti del periodo.
Una soluzione estremamente originale (ma anche un po' bizzarra) consiste nel far interpretare il vecchio Sir Roderick a un'anziana attrice, Elsphet Dudgeon, accreditata come “John Dungeon”.
Boris Karloff (1887-1969) è Morgan

Raymond Massey (1896-1983) è Philip Waverton

Melvyn Douglas (1901-81) è Roger Penderel

Gloria Stuart (1910-2010) è Margaret Waverton

Lilian Bond (1908-91) è Gladys Perkins

Ernest Thesiger (1879-1961) è Horace Femm

Eva Moore (1878.1955) è Rebecca Femm 

Brember Wills (1883-1948) è Saul Femm

Elsphet Dudgeon (1871-1955) è Sir Roderick Femm

Charles Laughton (1899-1962) è Sir William Porterhouse

Il film ottenne, ai tempi, un notevole riscontro sia di pubblico sia di critica ma, entro qualche anno, fu dimenticato. Nel 1963 ne fu realizzato un remake di grande successo, diretto da un altro specialista del genere, William Castle. 

Locandine del film di William Castle, originale e versione italiana
L'originale sembrava invece definitivamente perduto, ma il regista Curtis Harrington (1926-2007), allievo e grande ammiratore di Whale, riuscì a scovarne una copia, sebbene piuttosto malridotta, negli archivi della Universal che ne era stata la casa produttrice. Harrington convinse la Eastman a restaurare il film ricavando da quella pellicola un nuovo negativo, dal quale sono state ottenute le nuove copie attualmente in commercio.
Curtis Harrington

Anche il giudizio del pubblico e della critica moderni sono molto favorevoli. Un sondaggio del 2010 tra autori, attori e tecnici specialisti in film horror sui capolavori del genere, lo ha visto piazzarsi tra i migliori 100, al 71° posto.