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martedì 19 gennaio 2021

La scomparsa della "Admiral Karpfanger" dalle parti di Capo Horn nel 1938

Anche chi non capisce nulla di mare e di imbarcazioni conosce di fama la “Amerigo Vespucci”, “la più bella nave del mondo”, il veliero a tre alberi, in servizio dal lontano 1931, che è la più antica e la più celebre nave scuola della Marina Militare Italiana.

Tutte le Marine dei diversi Stati addestrano i loro ufficiali su navi di questo tipo, spesso con lunghe “crociere” che sono tali per la lunghezza del percorso e il numero degli scali, non certo perché vi si viaggi comodi come nelle crociere turistiche, perché la vita di bordo è molto impegnativa per tutto il personale, senza distinzione di grado.

Meno conosciuta di quella dell'addestramento militare è la prassi seguita da alcune compagnie marittime mercantili, oggi caduta in disuso, di addestrare i propri ufficiali in crociere analoghe a quelle della Marina Militare.

A tal scopo, infatti, all'inizio del XX secolo, furono commissionate e costruite alcune navi appositamente progettate per questo servizio, ossia navi mercantili in grado di trasportare, oltre a un adeguato carico, anche un certo numero di passeggeri in grandi camerate anziché in piccole cabine.

Di queste navi, tutte a vela, risulta che ne siano state costruite almeno cinque, secondo uno schema che illustra come il mondo della cantieristica navale fosse decisamente globalizzato già a quel tempo: la “Kobenhavn” (chiatta a 5 alberi commissionata da una società danese) e la “Compte de Smet de Naeyer” (fregata a 3 alberi commissionata da una società belga) furono realizzate in cantieri inglesi; la “Herzogin Cecilie” (brigantino a 4 alberi commissionato da una società tedesca) e la “L'Avenir” (“barque” a 4 alberi commissionata da una società belga) furono realizzate in cantieri tedeschi; la “Viking” (“barque” a 4 alberi commissionata da una società danese) fu realizzata in cantieri danesi.


La "Kobenhavn"

La "Compte de Smet de Naeyer"

La "Herzogin Cecilie"

"L'Avenir"

La "Viking"

Tutte queste imbarcazioni hanno avuto carriere piuttosto lunghe e spesso avventurose. Fa eccezione la “Compte de Smet de Naeyer”, una nave decisamente sfortunata, che già si capovolse e affondò in cantiere prima del varo, nel 1904, e finì per affondare durante uno dei primi viaggi, mentre andava da Anversa a Durban con un carico misto di 2750 tonnellate, il 19 aprile 1906, nel Golfo di Biscaglia. Nonostante i soccorsi prontamente prestati da una nave di passaggio, la francese “Dunkerque”, che salvò 22 persone, altri 34 tra i presenti a bordo morirono.






Immagini dall'affondamento della "Compte de Smet de Naeyer"

Localizzazione del Golfo di Biscaglia

Questa tragedia, però, appare subito di entità meno rilevante rispetto a quella che determinò la fine di un'altra delle navi costruite nello stesso periodo, quella che era stata chiamata “L'Avenir”.

“L'Avenir”, dunque, varata a Bremerhaven nel 1908, di proprietà della Association Maritime Belge, SA, entrò in servizio proprio per sostituire la “Compte de Smet de Naeyer” e assolse egregiamente a questo compito per quasi un quarto di secolo, fino al 1932. Fu poi acquistata dall'armatore Gustav Erickson, un armatore finlandese attivissimo nei traffici di grano tra Europa e Australia, che la tenne tra i suoi velieri commerciali fino al 1937, anno in cui la vendette alla Hamburg America Line (HAPAG). L'HAPAG la ribattezzò “Admiral Karpfanger”.

Lo scafo della nave era in acciaio, la sua lunghezza era di 87,1 metri, la sua larghezza di 13,8 metri, la sua altezza di 7,7 metri. La stazza era di 2738 tonnellate.

Compì il suo primo viaggio con la nuova compagnia partendo da Amburgo il 20 settembre 1937 con un equipaggio di 60 uomini, comprendente 33 cadetti. Dopo 107 giorni di viaggio, il 6 gennaio 1938 giunse a Port Germein, a Nord di Adelaide, in Australia, dove caricò 3052 tonnellate di grano in sacchi e ripartì l'8 febbraio 1938 alla volta di Falmouth, Regno Unito, tramite la rotta di Capo Horn. In pratica, a fine viaggio avrebbe compiuto quasi un'intera circumnavigazione del globo terrestre.

Localizzazione di Port Germein

L'ultima foto della "Admiral Karpfanger", scattata a Port Germein

Il 1° marzo, con un messaggio, segnalò la sua posizione a 51° Sud e 172° Est, qualche centinaio di km a Sud della Nuova Zelanda (Isola del Sud). Il 12 marzo, inviò un nuovo messaggio, segnalando di essere in avvicinamento a Capo Horn.

Capo Horn

Da quel momento, la nave scomparve letteralmente, senza lasciare tracce. Dopo qualche mese di inutile attesa, gli armatori diedero l'allarme. La prima a mettersi in cerca della nave scomparsa fu la motonave argentina “Bahia Blanca”, che non trovò nulla. Un'altra nave della HAPAG, in viaggio sulla stessa rotta, cercò eventuali rottami senza risultati. In ottobre, una nave cilena che pattugliava l'area di Capo Horn, attraccando nella Windhound Bay dell'isola di Navarino, trovò sulla spiaggia alcuni relitti di legno e di metallo, con i quali c'era una corda chiaramente appartenente a quelle in dotazione solo nella marina belga e montate anche sulla nave scomparsa.

Isola Navarino con le sue baie ben visibili

Secondo i libri di bordo di un altro mercantile di passaggio nella stessa area durante il mese di marzo del 1938, quell'anno gli iceberg staccatisi dalla banchisa antartica si spinsero insolitamente a Nord.

Gli armatori e i Lloyds di Londra, che l'avevano assicurata, dopo una breve inchiesta, la dichiararono “persa con tutto l'equipaggio ”.

Dall'inchiesta giudiziaria tenuta ad Amburgo nel 1939, che dichiarò la nave “persa per cause di forza maggiore”, emersero altresì delle criticità che, nonostante le buone condizioni e la relativa sicurezza della nave, potevano rappresentare occasioni di rischio.

Ad esempio, la nave era dotata di due timoni, uno a poppa e uno che era stato aggiunto da qualche tempo, su richiesta del capitano Emil Zander, al centro. Il doppio timone, pur richiedendo la presenza di due timonieri, era utile nello stabilizzare la nave nel mare tempestoso, soprattutto nel caso delle temibili onde da poppa. Tuttavia, le onde da poppa richiedevano un rinforzo del timone al centro, cosa che nel caso avrebbe richiesto qualche secondo, dato che la postazione centrale era sopraelevata. Non intervenendo in tempo, la nave avrebbe rischiato di orzare (voltare la prua nella direzione di provenienza del vento) bruscamente, rischiando di capovolgersi.

Un'altra ipotesi che proposta fu quella per cui la nave portava troppe vele per essere stabile in tempesta. Era infatti tradizione della marina tedesca a quel tempo: e infatti la traversata, fino a quel punto, era stata rapida. Ma mancando i libri di bordo, questa possibilità non poté essere confermata.

Qualsiasi cosa avesse affondato la “Admiral Karpfanger”, doveva essere stata insolitamente rapida perché, pur dotata di regolare impianto radio, la nave non aveva avuto il tempo di lanciare alcun SOS.

Si escluse, sulla base dei collaudi svolti prima della partenza, che potesse esserci stato un cedimento degli alberi. Allo stesso modo, il tipo di carico escludeva la possibilità che questo, spostandosi, compromettesse la statica dell'imbarcazione.

Si escluse anche che la nave potesse essere stata appesantita dall'infiltrazione di acqua all'interno dello scafo. L'eventualità, negli scafi in acciaio rivettato, esisteva, in conseguenza della perdita di qualche rivetto: tuttavia, nelle numerose ispezioni subite in tal senso durante la sua lunga carriera, la nave non aveva mai mostrato alcun problema del genere.

Tutte le stive erano dotate di paratie in acciaio a doppio fondo e quelle contenenti il carico erano sigillate a tenuta stagna. Anche in caso di collisione notturna con un iceberg, era molto difficile che tutti i compartimenti si allagassero in un tempo così breve da impedire anche l'invio di un messaggio radio. Le scialuppe erano più che sufficienti per caricare tutti i presenti a bordo in breve tempo. La nave aveva già subito un incidente del genere urtando contro una barriera corallina alle Bahamas nel 1929 e se l'era cavata benissimo.

In occasione dell'incidente del 1929, la nave aveva riportato dei danni al timone di poppa, che erano stati scoperti solo in un secondo tempo e riparati in cantiere. Era possibile che una tempesta avesse potuto danneggiare il timone, o portare addirittura al suo distacco? Questa eventualità non si poté escludere.

Dato il tipo di carico, era molto improbabile che vi fosse stato un incendio a bordo, tanto più così rapido da impedire l'invio di un segnale radio.

Un punto critico era rappresentato dall'altezza metacentrica della nave. Il metacentro è il punto al di sopra del quale il centro di massa di un corpo galleggiante non può più tenersi in equilibrio stabile. La distanza tra questo punto e il centro di massa del corpo è detta appunto altezza metacentrica. Più è elevata, più il corpo è stabile, anche se la grande differenza può portare a bruschi movimenti di assestamento. L'altezza metacentrica della “Admiral Karpfanger”, pari a 0,37 m, era del tutto inadeguata a una nave di tali dimensioni, tanto più che il pescaggio a prua era maggiore che a poppa. Il fatto che vi fosse più spazio per il carico a prua che a poppa sarebbe bastato per rendere la nave instabile e ingovernabile con mare mosso.

Una pubblicazione americana del 1997, “Ship of the World” dello storico Lincoln P. Paine, riporta che il relitto della “Admiral Karpfanger” sarebbe stato ritrovato sulle coste della Terra del Fuoco.




In Italia, una eco della scomparsa della "Admiral Karpfanger" è arrivata solo tramite una citazione nel libro "I conquistatori dell'Antartide" (1945) dello scrittore cileno Francisco Coloane.





Francisco Coloane (1910-2002)







venerdì 25 ottobre 2019

Sangue sugli studi classici: la "polemica etrusca" tra Carlo Battisti e Francesco Pironti


Carlo Battisti, nato a Trento il 10 ottobre 1882 e morto a Empoli il 6 marzo 1977, è universalmente noto come il protagonista di uno dei film più importanti del neorealismo italiano e del cinema in generale, Umberto D., diretto da Vittorio De Sica nel 1952.

Carlo Battisti sulla copertina del dvd del film e in una scena dello stesso

Meno conosciuta è invece la sua carriera di studioso nell'ambito della Linguistica e della Glottologia. Laureato a Vienna, pagò il suo irredentismo con la negazione della cattedra universitaria e, arruolato nell'esercito austro-ungarico durante la Grande Guerra, fu inviato in Russia, dove fu preso prigioniero, ma riuscì a sopravvivere alla prigionia e a tornare a casa.
Inizialmente nominato direttore di una biblioteca a Gorizia, nel 1925 vinse il concorso da docente universitario a Firenze e vi si trasferì. Fu accademico della Crusca, accademico d'Italia, aderì senza troppa convinzione al Fascismo, scrisse importanti testi di Fonetica e di Latino e un Dizionario Etimologico Italiano che ancora oggi è ritenuto un'opera fondamentale.
Carlo Battisti

Negli anni '30, si ritrovò suo malgrado coinvolto in una diatriba scientifica destinata a finire in modo particolarmente tragico.
Per comprendere i fatti, occorre ricordare che, in quel periodo, l'università italiana era piuttosto politicizzata, ma non come quella tedesca, perché il fascismo non vantava le stesse basi culturali del nazismo e non intendeva riformare nessuna scienza. Non esistevano in nessun ambito delle scuole improntate a una prospettiva fascista. L'interesse per il passato storico, alla ricerca di antenati di rilievo con cui nobilitarsi, aveva destato un notevole interesse per l'archeologia e in particolare per l'etruscologia. Anche perché l'etruscologia, oltre a essere una specialità quasi esclusivamente italiana (anche se in passato aveva destato l'interesse di molti studiosi stranieri, specie tedeschi o scandinavi), rappresentava un campo ancora quasi tutto da studiare, perché gran parte delle iscrizioni in Etrusco erano (e in molti casi sono) ancora da decifrare.
Gli studiosi di etruscologia italiani potevano essere divisi in tre scuole: quella epigrafica, che studiava le iscrizioni rinvenute cercando di contestualizzarle storicamente, quella combinatoristica, che si avvale del complesso metodo combinatorio (che si avvale di analisi archeologiche-antiquarie per elaborare ipotesi sulla natura di un testo redatto in una lingua sconosciuta; di analisi formali-strutturali che dividono i termini della lingua sconosciuta in morfemi, ossia elementi di base, secondo il confronto con altri testi redatti nella stessa lingua; di analisi di contenuto e contesto, una volta che sia possibile fare ipotesi sul significato di qualche termine) e quella etimologica, che cerca parentele con altre lingue note confrontando i lemmi già decifrati.
In realtà, a livello accademico, si stava definitivamente affermando il metodo combinatorio, di cui il maggior esponente sarebbe stato Massimo Pallottino (1909-95), la cui influenza avrebbe portato nel tempo all'esclusione delle altre due direttrici dall'ambito accademico. Quello etimologico sarebbe stato (e lo è ancora) particolarmente disprezzato, perché si presta facilmente ai dilettantismi e alle conclusioni arbitrarie.
Massimo Pallottino

Al profano possono sembrare questioni di poco conto: ma gli accademici degli anni '30 si scannavano continuamente su temi di questo tipo. E, a loro, andavano aggiunti i dilettanti (almeno un paio l'anno) che producevano continuamente fantasiosi studi sull'interpretazione delle iscrizioni etrusche, puntualmente in contrasto con le posizioni accademiche.
La quasi totalità di questi dilettanti passava inosservata, ma uno di essi riuscì ad assurgere a un notevole livello di notorietà, grazie ai numerosi appoggi di cui godeva sia presso gli esponenti del regime sia presso la Chiesa. Si chiamava Francesco Pironti, era nato nel 1891 e insegnava Greco e Latino in un liceo di Napoli.


Tre immagini di Francesco Pironti

Pironti, il 26 aprile 1933, sul quotidiano politico napoletano Il Lavoro Fascista, annunciò che era imminente la pubblicazione del primo dei 4 volumi con cui avrebbe spiegato al mondo che l'Etrusco, in definitiva, non era altro che un dialetto greco.

Frontespizio e alcuna pagine del libro di Pironti

Sulle colonne di La Nazione, il quotidiano di Firenze, Battisti, consultato come esperto sulla questione, rispose che la notizia lo lasciava piuttosto scettico, ma aspettava la pubblicazione del testo per giudicarlo.
Il 6 maggio, sempre tramite stampa, Pironti gli ribatté, accusandolo di incompetenza.
Battisti, tre giorni dopo, rispose a sua volta che il parere gli era stato chiesto espressamente e ribadì che aspettava di vedere il volume.
La polemica sembrò finire lì.
Il libro uscì a dicembre di quello stesso anno. Aveva un prezzo di copertina altissimo ma fu ugualmente lanciato con una martellante pubblicità. Sul Giornale d'Italia, apparvero anche delle lettere a suo sostegno firmate da un importante studioso (molto considerato in ambiente clericale perché fratello di due arcivescovi, Bartolomeo Nogara, che sosteneva l'idea che gli etrsuchi fossero un popolo ibrido (facendo imbestialire il più importante etruscologo del tempo, Pericle Ducati, un fascistissimo per il quale era un'eresia immaginare che il primo popolo italiano potesse essere stato contaminato).
L'ambiente accademico lesse il libro di Pironti e lo trovò tutt’altro che convincente. Al punto che il ministro per l'Educazione Nazionale, Francesco Ercole, nominò una commissione composta da tre illustri studiosi (il maggiore dei quali era Giacomo Devoto, l'autore del celebre dizionario) perché facesse chiarezza sull'argomento.
Intanto, la polemica divampò, perché due sostenitori di Pironti, Pericle Perali e Ugo Antonielli, sfruttando la ribalta dell'Osservatore Romano, attaccarono ripetutamente il mondo dell'etruscologia accademica (anche a costo di smentire proprie precedenti posizioni). A essi rispose sempre Battisti, che a un certo punto ottenne anche l'inaspettato sostegno di Ducati, con il quale era in pessimi rapporti.
Altri giornali si misero di traverso, pur senza avere particolari interessi nella vicenda. Su Il Regime Fascista, quotidiano politico di Cremona, arrivò una stroncatura dovuta al fatto che il suo direttore, il gerarca Roberto Farinacci, non voleva perdere l'occasione per colpire il suo nemico Ugo Manunta, direttore di Il Lavoro Fascista. Poco dopo ne arrivò un'altra, ancora più pesante, firmata da Massimo Pallottino su La Nuova Antologia, ossia la più importante testata del mondo intellettuale italiano.
La commissione composta da Giacomo Devoto, Francesco Ribezzo e Giorgio Pasquali consegnò il suo parere al Ministero dell'Educazione Nazionale a metà febbraio. Il 15 di quel mese venne reso pubblico, anche se non sarebbe mai stato pubblicato ufficialmente: il testo di Pironti non aveva il minimo valore scientifico.
Il 27 febbraio, Battisti pubblicò un breve volumetto, Polemica Etrusca, in cui riassunse le tappe della vicenda.
Il libro di Battisti

Il secondo volume dell'opera di Pironti, già pronto e stampato in alcune copie di prova, restò inedito. Una delle copie di prova è stata donata da Giorgio Pasquali, insieme ad altri libri, alla Scuola Normale di Pisa.
Sebbene i suoi sostenitori continuassero sporadicamente a pubblicare articoli in suo sostegno, Pironti finì per ritrovarsi completamente squalificato. Sembra che fosse un eccellente classicista, ma aveva fatto il passo più lungo della gamba. Non si sa per quali esatte ragioni, l'anno successivo (1935) finì per dimettersi dall'insegnamento. Cadde in depressione e, la mattina del 6 ottobre 1935, si chiuse nel suo studio e si impiccò. Lasciava una numerosa famiglia: moglie e 6 figli, con un settimo in arrivo.
Battisti non era stato il più feroce dei suoi detrattori, ma sicuramente quello che si era esposto di più. Ancora oggi si trovano sul web articoli che polemizzano con gli etruscologi accademici non tanto perché Pironti potesse avere ragione (questo ormai è definitivamente assodato) ma per la veemenza con cui si continuò ad attaccarlo anche a questione chiusa, forse arrivando al punto da spingerlo al suicidio.




sabato 27 ottobre 2018

La poetica disincantata di Raymond Guérin


Raymond Guérin è uno scrittore poco noto oggi, ma sempre molto stimato dai critici.
Nacque a Parigi il 2 agosto 1905, figlio del direttore di sala di un importante ristorante, la Taverne Duménil di Montparnasse. Dopo le scuole, il padre lo indirizzò verso diversi percorsi professionali, tra cui quello di restauratore e quello di cameriere d'albergo (di cui avrebbe trattato nel suo romanzo più noto, L'apprenti, del 1946), ma presto si palesarono le inclinazioni letterarie, con la fondazione di una piccola rivista, la Revue Libre, che durò sette numeri. Intanto, la famiglia Guérin si era trasferita a Bordeaux, dove il padre aveva aperto un'agenzia di assicurazioni. In questa agenzia, Raymond avrebbe lavorato per tutto il resto della vita.
Raymond Guérin

Dopo un precoce matrimonio, durato dal 1928 al 1933, si mise a scrivere ispirandosi alle proprie vicende autobiografiche e il primo romanzo, Zobain (1936), che tratta proprio del fallimento di un matrimonio, ottenne buoni giudizi critici. Ancora meglio andò Quand vient la fin (1940), ispirato alla malattia e alla morte del padre, che piacque a gente come Albert Camus e Jean Paulhan.
Durante la guerra del 1940, fu preso prigioniero e deportato in Germania, dove rimase fino al 1944. Le esperienze di prigionia furono particolarmente importanti nell'evoluzione della sua poetica. Al ritorno, si risposò con Sonja Benjacob, che sarebbe rimasta con lui fino alla morte.
Riprese a fare l'agente assicurativo, perché i suoi romanzi vendevano poco, nonostante le ottime critiche. Continuò a scrivere romanzi di stampo autobiografico, come Les poulpes (1953). ispirato alla prigionia in Germania, in cui compare il personaggio del suo “doppio”, Mr. Hermes, destinato a ritornare in altre opere.



Amico di Curzio Malaparte, dopo uno scambio epistolare con questo, fu invitato a raggiungerlo a Capri e, nel marzo del 1950, trascorse tre settimane ospite dell'autore italiano.
Guérin con Malaparte a Capri

Guérin era un forte fumatore e l'esperienza della prigionia aveva ulteriormente minato la sua salute. Nel 1952 una infezione respiratoria degenerò in una pleurite che si cronicizzò. Nonostante questo, lo scrittore sottovalutò il pericolo che correva e si fece curare troppo tardi. Le conseguenze della malattia (cui dedicò anche un diario, uscito postumo nel 1982, Le pus de la plaie) lo condussero a morte il 12 settembre 1955.
Guérin è un osservatore lucido e disincantato della condizione umana, un autore che non crede in nulla ed è anzi convinto che tutte le nostre convinzioni siano solo il frutto dell'esposizione alla propaganda di qualcuno. Appare in questo senso particolarmente significativo uno scritto apparso postumo nel 2006, Représailles, risalente al 1944, in cui racconta del ritorno a casa dalla prigionia, ma l'euforia della libertà ritrovata si scontra con la ripugnanza di fronte ai tanti processi sommari in cui vengono giudicati e condannati i collaborazionisti.

In Italiano, di Guérin, sono state tradotte solo due opere relativamente “minori”, ossia il lungo racconto La peau dure (La pelle dura) del 1948 e il romanzo La tête vide (La testa vuota) del 1952, entrambi grazie a Il Melangolo.
La pelle dura vede al centro le vicende parallele di tre sorelle (Clara, Louison e Jacquotte) che sono state letteralmente cacciate di casa dopo il nuovo matrimonio del padre, perché invise alla matrigna. Erano già state educate con una severità fatta di botte e divieti, perché si facessero, come dice il genitore, “la pelle dura”, in vista di ciò che le aspetta da adulte. Le tre si arrangiano a fare i mestieri che hanno imparato, soprattutto cameriere e cucitrici, ma poi vengono spedite come lavoratrici coatte in Germania durante l'occupazione. Qui passano per diverse privazioni ma anche per una vita promiscua e alla giornata, tra amanti, aborti e un figlio di Clara che muore dopo pochi mesi, ma riescono a tornare a casa tutte e tre quando la guerra finisce.
Clara, la più mite e meno ambiziosa delle tre, viene arrestata per essersi procurata un aborto, anche se in realtà ha perso spontaneamente il bambino. La sua posizione si chiarisce con qualche difficoltà e, dopo qualche tempo, può tornare a servizio dai suoi ex padroni, che l'hanno sempre sostenuta.
Jacquotte, che sembra aver fatto un buon matrimonio con un piccolo commerciante, in realtà vive una difficile realtà familiare che la porta a separarsi dal marito, il quale però trova il modo di sottrarle la figlia, cui è legatissima, con la scusa della sua pessima salute. Infatti la donna entra e esce da sanatori e ospedali, ma questo non le impedisce di legarsi a un altro uomo, relativamente benestante ma non intenzionato a sposarla, che la mette incinta di nuovo.
Louison, che è la più cinica e ambiziosa delle tre, passa da un uomo all'altro a seconda della disponibilità di questi a sovvenzionarla e si sforza di aiutare le sorelle a uscire dai guai. Benché la sua sia la condizione moralmente più riprovevole, è la sola delle tre a poter vantare una minima autonomia.
Il libro apre un importante finestra sulla condizione femminile del tempo ed è composto dalla successione di tre capitoli, in cui ognuna delle tre donne racconta la propria vita e il proprio punto di vista sulle altre in prima persona.


Molto più complesso è La testa vuota, che utilizza lo stile del giallo per indagare sui più reconditi recessi della mente umana. Nelle campagne della sonnacchiosa provincia bordolese, nell'inverno 1945-46, vengono rinvenuti i cadaveri di un uomo e di una donna, morti mentre stavano facendo l'amore vestiti sull'erba. Tutto sembra indicare che l'uomo ha ucciso la donna con un colpo di pistola alla tempia e poi si è suicidato nello stesso modo.
La narrazione si apre con una serie di verbali di polizia che descrivono il rinvenimento dei corpi e le prime indagini. Seguono poi le testimonianze di parenti e familiari. I due sono persone diversissime tra loro e nessuno sapeva che avessero una relazione, anche se delle lettere scritte dall'uomo, scoperte dopo qualche giorno, mostrano che durava già da qualche tempo. Lui era Gustave Tonnellier, un ufficiale giudiziario di mezza età, un tipo chiuso sposato da molto tempo con una bigotta e padre di un figlio; lei, Suzanne Chicoine sposata Barcenas, moglie ancora giovane di un ricco pellicciaio e madre di quattro figli, cosa che però non le impediva di condurre una vita privata piuttosto vivace e libertina. Le testimonianze esprimono punti di vista quanto mai soggettivi: Victor, il marito di Suzanne, afferma che il loro matrimonio era felice e di non aver avuto mai ragioni di dubitare della fedeltà della moglie; la cameriera Marie sostiene invece che Suzanne si sentiva prigioniera e non vedeva l'ora di lasciarlo; anche Yvonne, la moglie di Gustave, afferma che il loro matrimonio era felice.
Un'ulteriore dettaglio è che Suzanne era rimasta incinta di Gustave e che entrambi erano entusiasti di questo sviluppo ed avevano deciso di lasciare le rispettive famiglie e andare a vivere insieme al più presto.
L'omicidio-suicidio appare dunque inspiegabile.
L'ultima parte del romanzo comprende il diario di Claude Pellegrin, un possidente che si diletta di giornalismo e che è stato tra i primi a scoprire i corpi. Pellegrin è letteralmente ossessionato dal caso e setaccia in tutti i modi le deposizioni, cercando di rilevare qualsiasi incongruenza. Ve ne sono molte, ma ciò comunque non spiega la folle scelta di Tonnellier. Ma intanto l'ossessione di Pellegrin, che è rimasto solo per qualche tempo con i cadaveri e ne ha approfittato per toccarli ripetutamente, diventa irresistibile. Casualmente, sul luogo dei fatti, scopre una molletta per giarrettiere persa da Suzanne e la conserva. Non riesce a smettere di pensarci e alla fine la porta nel bordello che frequenta, chiedendo alla sua prostituta preferita di indossarla.


L'incapacità di arrivare a una verità definita a livello di movente mostra con la massima evidenza la difficoltà a tradurre le azioni altrui in ragioni che stanno alla loro base e lascia il dubbio che spesso queste ragioni non esistano, che le persone agiscano spesso seguendo oscuri impulsi di cui ignorano qualunque origine, eppure talmente forti da far passare in secondo piano la questione delle conseguenze.


giovedì 10 maggio 2018

Bruno Franceschini, il "traditore" di Cesare Battisti


Un argomento storico frequentemente oggetto di fastidiose intromissioni da parte di improvvisati revisionisti è quello relativo alla figura di Cesare Battisti. Attualmente, infatti, non è raro imbattersi in pagine che, esibendo una improbabile “filo-asburgicità” ai limiti dell'assurdo, si lasciano andare a tirate pesantemente offensive nei confronti del “traditore”, non di rado compiacendosi anche di esibire, accompagnate da commenti entusiastici, le impressionanti immagini fotografiche della sua esecuzione.
Più che alla necessità di revisione storica, certe pagine devono evidentemente la loro esistenza a qualche forma di psicopatologia criminale da cui sono affetti i loro autori, ed è veramente un problema il fatto che solo raramente il web riesca a censurarle o l'autorità giudiziaria riesca a perseguire certi soggetti nel modo che sarebbe lecito aspettarsi in uno Stato di Diritto.
Va aggiunto, però, che la figura di Battisti è stata sempre oggetto di ogni forma di strumentalizzazioni, anche di stampo patriottico, le quali, pur non raggiungendo i livelli di delirio dei revisionisti filo-asburgici, appaiono all'occhio imparziale come esagerate e fastidiose. Una di queste è, probabilmente, quella che vede al centro la figura di Bruno Franceschini, l'alfiere (originario di Tres, oggi confluito in Pedraia, vicino Trento) dell'Esercito austriaco da sempre additato dagli italiani come il “traditore” che svelò agli austriaci la reale identità di Battisti dopo la cattura di quest'ultimo.
In realtà, moltissime delle pubblicazioni d'epoca che trattano della vicenda rivelano già a una prima lettura una posizione pesantemente preconcetta verso il Franceschini, che il giornale irredentista “La libertà”, già nel 1917 indicava non solo come traditore di Battisti ma anche come notorio vigliacco che mandava i suoi subordinati a morire restandosene ben nascosto al sicuro. Tale affermazione sembra chiaramente smentita dal fatto che Franceschini, qualche tempo dopo l'esecuzione di Battisti, fu ferito in combattimento abbastanza gravemente da trascorrere poi una lunghissima degenza e convalescenza all'ospedale militare di Vienna, dove era ancora al momento dell'armistizio del 4 novembre 1918.
Di Franceschini, il web non riporta alcuna immagine. Si sa che era nato 2 gennaio 1894 da una numerosa famiglia borghese (padre direttore didattico, madre maestra), che fu un ottimo studente e si laureò in Ingegneria a Vienna. Qui si trasferì definitivamente dopo l'annessione del Trentino all'Italia, senza più tornare al suo paese perché continuamente minacciato di morte, e diresse una piccola azienda di cui finì per diventare comproprietario. Morì il 30 agosto 1970.
Secondo le interpretazioni moderne, basate anche sulle rivelazioni dello storico dilettante (ed ex cartografo reduce della Seconda Guerra Mondiale) Gianni Pieropan, il ruolo di Franceschini nella cattura ed esecuzione di Battisti va molto ridimensionato. Sembra che, già da qualche giorno prima dell'offensiva di Monte Corno in cui l'irredentista fu catturato, gli austriaci sapessero della sua presenza in zona d'operazioni, per via delle rivelazioni di alcuni prigionieri che si erano lamentati di un ufficiale fanatico che li mandava tutti a morire senza alcuno scrupolo, identificato appunto come Battisti, e che da Vienna fossero arrivati ordini ben precisi sull'opportunità di catturare, processare e uccidere il “traditore”. Va aperta a questo punto una parentesi per chiarire cosa eventualmente dovettero dire i prigionieri a proposito di Battisti, perché la figura dell'ufficiale sanguinario sembra troppo costruita su misura della propaganda. Infatti, pare che Battisti fosse molto insistente (ma non più della media degli ufficiali italiani del suo tempo, stiamo pur sempre parlando di un Esercito su cui un macellaio come Luigi Cadorna aveva un potere assoluto) con i suoi uomini, ma che usasse motivarli all'attacco dicendo che, se si fossero impegnati coraggiosamente, la guerra sarebbe finita prima.
Gianni Pieropan (1914-2000)

Battisti, che era arruolato come alpino con il grado di tenente, fu accerchiato e catturato il 10 luglio 1916. A prendersi il merito dell'operazione furono il tenente Vinzenz Braun e i bersaglieri austriaci Alois Wohlmuth e Franz Strazligg. Un altro soldato, Johann Widegger, cita Franceschini come colui che riconobbe l'altro irredentista catturato nella stessa operazione, Fabio Filzi, di cui era stato compagno di liceo. Filzi, a differenza di Battisti che si era dichiarato subito con il suo vero nome, aveva fornito delle false generalità.
Filzi e Battisti catturati

Battisti condotto nelle retrovie

In realtà, però, nel rapporto ufficiale austriaco, Franceschini è citato semplicemente come interprete. Essendo l'unico militare del reparto a conoscere l'Italiano (quasi tutti i soldati trentini arruolati dall'Austria erano stati spediti altrove perché non avessero la tentazione di fraternizzare con gli italiani. Franceschini no, perché era un così noto austriacante da aver avuto anche problemi per questo con i suoi compagni di scuola), dovette effettuare il riconoscimento ufficiale di Battisti, la cui identità era peraltro già ben nota agli austriaci.
Dunque, Franceschini fu sicuramente anti-italiano, ma non ebbe un ruolo importante nella fine di Batttisti. Molto più dubbia è la sua posizione rispetto a Filzi, che prestava servizio nello stesso reparto di Battisti come sottotenente. La figura di Filzi è tanto oscurata da quella di Battisti (benché abbia ricevuto la stessa decorazione, la medaglia d'oro al valor militare alla memoria) che è difficile sapere se gli austriaci sapessero o meno della sua presenza in zona di operazioni. Secondo gli atti del processo, si faceva passare per un tale Francesco Brusarosco ma fu ugualmente riconosciuto da un roveretano. Siccome Franceschini aveva studiato nello stesso suo liceo a Rovereto, è possibile, se non probabile, che il roveretano in questione sia lui.
La sera del 12 luglio 1916, al Castello del Buonconsiglio di Trento, Battisti e Filzi furono impiccati uno dopo l'altro, dopo essere stati giudicati colpevoli di alto tradimento da una corte marziale.
Battisti condotto al patibolo

L'esecuzione in una stampa del tempo





Altre immagini delle due esecuzioni

Su questo punto, si apre un'altra questione. Il loro processo fu legittimo o no?
Dall'esame delle carte processuali, compiuto anche da qualificati giuristi come Sandro Canestrini, sembra che Filzi potesse essere processato e perfino condannato, ma Battisti no. Filzi, un avvocato nato in Istria nel 1884 ma vissuto prevalentemente in Trentino, aveva disertato dall'Esercito Austriaco, per il quale aveva prestato giuramento nel 1905, emigrando clandestinamente in Italia nel novembre del 1914 per non ritrovarsi a combattere contro gli italiani se questi fossero entrati in guerra. Sin dall'aprile del 1916 era già stato dichiarato ufficialmente come disertore.
La situazione di Battisti era diversa. L'irredentista, docente universitario nato nel 1875, si era trasferito in Italia nell'agosto del 1914 dopo aver ottenuto dalle autorità austroungariche un regolare passaporto. Con l'arruolamento nell'Esercito italiano era diventato cittadino italiano a tutti gli effetti. Ma, anche se questo non gli fosse stato riconosciuto, se fosse stato ancora cittadino austriaco, sarebbe stato anche un deputato al Parlamento austriaco (non esisteva alcun provvedimento formale di decadenza) e quindi non poteva essere giudicato da una corte marziale.
L'esecuzione di Battisti, preceduta dal linciaggio morale della folla e praticata in modo inutilmente sadico dal boia che lasciò spezzare la prima corda per poterlo impiccare una seconda volta, è stata dunque un crimine, senza se e senza ma, checché ne dicano i revisionisti della domenica.
Piuttosto, va sottolineato come la propaganda italiana spostò l'attenzione da Filzi a Battisti per poter fare di Franceschini un capro espiatorio. Sebbene moralmente ripugnante, il suo riconoscimento di Filzi era un atto perfettamente legittimo, dunque non valeva la pena di accostarlo a questo. Come traditore di Battisti, invece, apparve chiaramente come un mostro.