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martedì 27 agosto 2019

Jean Harlow: la morte evitabile di una star di Hollywood


In realtà si chiamava Harlean Carpenter, ma si fece conoscere con il nome d'arte di Jean Harlow, che era il nome di sua madre. Sua madre che era nata nel 1891 in una ricca famiglia di immobiliaristi di Kansas City ed era stata data in sposa a 17 anni, senza tenere molto da conto la sua volontà, a un non meno facoltoso dentista, Mont Carpenter, che aveva 14 anni più di lei. Il matrimonio era fallito presto e il suo unico risultato era stato la nascita di Harlean, il 2 marzo 1911.




Jean Harlow al culmine del suo successo

Jean Harlow madre, che ottenne la tutela esclusiva della bambina, la fece crescere come una piccola principessa, anche se ne trascurò non poco l'educazione, trasportandola fino all'Illinois per seguire il nuovo compagno, un certo Marino Bello. Harlean lasciò e riprese la scuola ma poi non la finì, perché già nel 1927 sposò un certo Chuck Fremont McGrew, rampollo diciannovenne di una ricca famiglia locale.
Harlean Carpenter da adolescente

Fu proprio Chuck a portarla a Los Angeles, l'anno dopo, per sottrarla alla fastidiosa influenza della madre. La giovane coppia viveva di rendita passando da una festa all'altra. Finché Harlean accompagnò un'amica, Rosalie Roy, che ambiva a diventare attrice, ai casting di un film. La Roy non superò le selezioni, mentre Harlean fu notata subito. Incoraggiata dalla madre, che nel frattempo l'aveva raggiunta, si presentò anche lei a un provino e, dopo essere stata impiegata in alcune piccole produzioni, fu ingaggiata dagli Hal Roach Studios con un contratto quinquennale e l'eccellente paga di 100 dollari a settimana. Assunse allora il nome della madre, Jean Harlow. Il contratto fu rescisso dopo solo 3 mesi, durante i quali però riuscì a partecipare a 3 comiche con Stanlio e Ollio che la fecero conoscere al grande pubblico.
A quel punto divorziò da Chuck e tornò a vivere insieme alla madre, che le faceva da agente. L'avvento del cinema sonoro la favorì, perché mise in difficoltà molte dive di origine straniera che parlavano l'Inglese con forte accento.
L'attrice insieme alla madre

Si impose abbastanza rapidamente come star, soprattutto dopo il successo di “La donna di platino” in cui fu diretta dal grande Frank Capra ed esibì per la prima volta quel colore di capelli che sarebbe stato il suo marchio caratteristico, insieme al tipico disegno delle sopracciglia. Sembra che il colore fosse il risultato dell'applicazione settimanale di una mistura di sapone Lux, acqua ossigenata, ammoniaca e candeggina Clorox. Questa pratica finì comunque per indebolire i capelli al punto che l'attrice a un certo punto prese a perderli e dovette sostituirli in scena con delle parrucche. Le sopracciglia, invece, venivano rasate e ridisegnate a matita.
Locandina di "La donna di platino"

La carriera di Jean Harlow come diva di Hollywood è durata giusto 6 anni, costellati anche da singolari scandali: l'inspiegabile suicidio del suo secondo marito, il regista, sceneggiatore e produttore Paul Bern (che si sparò per ragioni mai appurate il 5 settembre 1932; due giorni dopo, l'ex compagna di Bern, l'ex attrice Dorothy Millette, che gli aveva fatto visita la notte del suicidio, si uccise a sua volta gettandosi nel fiume Sacramento mentre lo attraversava in battello); la frequentazione di alcuni importanti rappresentanti della malavita organizzata, come Abner Zwillman e Bugsy Siegel, che aveva conosciuto tramite il patrigno Marino Bello; una storia con il pugile Max Baer nonostante questo fosse a sua volta sposato; un matrimonio forse bianco, di sola apparenza per tacitare proprio la fama di sfasciafamiglie conseguente alla storia con Baer, con uno dei suoi migliori amici, il direttore della fotografia Harold Rosson. 

Abner Zwillmam (1904-59): morì per un suicidio molto dubbio

Benjamin "Bugsy" Siegel (1906-47): morì ucciso da un killer
La Harlow con Paul Bern (1889-1932)

La Harlow con Max Baer (1909-59)
La Harlow con Harold Rosson (1895-1988)

Ma fu caratterizzata soprattutto dall'interpretazione di diversi film dal successo planetario, come “Pranzo alle otto”, “Argento vivo” o “La donna del giorno”, in cui lavorò accanto ai più famosi divi del periodo, soprattutto Clark Gable, insieme al quale formò un'accoppiata pressoché irresistibile sullo schermo.
In scena con Clark Gable



Altre immagini in scena

Durante la lavorazione del musical “Tentazione bionda” (1933), in cui fu doppiata nelle parti musicali dalla cantante Virginia Verrill, incontrò l'attore William Powell, che si era da poco separato da un'altra diva emergente, Carole Lombard. Powell, considerato il più raffinato gentiluomo dell'ambiente di Hollywood, la fece innamorare sul serio e, anche se i due non si sposarono mai, questa fu la storia più importante della sua vita.
La locandina di "Tentazione bionda"

Insieme a William Powell

L'epilogo della sua vita arrivò, apparentemente, all'improvviso.
Fino al 1937, sembrava che la giovane diva (26 anni) scoppiasse di salute e vitalità. Ma, nel gennaio di quell'anno, durante un viaggio a Washington per partecipare a delle raccolte di fondi di beneficenza, si ammalò di una influenza che la tenne a letto fino alla notte degli Oscar. Dopo la cerimonia, sembrava che stesse meglio: doveva lavorare alle riprese di un nuovo film, “Saratoga”, ma queste dovettero essere rinviate per il sopraggiungere di una infezione del sangue che la colpì, per la quale fu ricoverata in ospedale e le furono estratti i denti del giudizio.
Locandina di "Saratoga"

Le riprese del film cominciarono il 22 aprile di quell'anno. Jean Harlow vi partecipò sentendosi sempre peggio, fino al 20 maggio, quando cominciò a lamentarsi di spossatezza, nausea, ritenzione di liquidi e dolori addominali. Il medico che la seguiva, Ernest Fishbaugh, conoscendo la sua anamnesi, attribuì i disturbi a patologie di cui la Harlow soffriva periodicamente, come la colecistite, e a una nuova infezione virale. Purtroppo, il medico ignorava che, da qualche tempo, la Harlow contraeva infezioni in continuazione e si scottava molto facilmente appena si esponeva per poco tempo al sole.
Dopo aver girato l'ultima scena il 29 maggio, la Harlow dovette essere trasportata in camerino dal suo partner Gable, che chiamò subito Powell perché la portasse a casa. Il giorno dopo, visto che la Harlw non migliorava, Powell contattò la madre della stessa, che era in viaggio, chiedendole di tornare per assisterla stabilmente.
L'ultima foto della Harlow, scattata proprio il 29 maggio 1937 pochi minuti prima che si sentisse male, con il regista Jack Conway e Clark Gable

Powell e la madre ebbero cura di allestire una piccola camera di degenza dotata di tutti i requisiti necessari per l'assistenza sanitaria e di ingaggiare delle infermiere che la seguissero 24 ore su 24. Jean Harlow fu curata così, a casa, per la colecistite, mostrando qualche piccolo miglioramento. Ma il 6 giugno, un giorno prima del suo previsto rientro sul set, Clark Gable osservò che appariva molto gonfia e che il suo alito sapeva di urina. Richiamato il dottor Fishbaugh, questo si portò dietro un collega, Leland Chapman, che diagnosticò una grave insufficienza renale e dispose l'immediato trasferimento della donna al Good Samaritan Hospital di Los Angeles, la sera stessa. A quel punto, la Harlow aveva anche problemi di vista e non riconosceva le persone che la circondavano.
Jean Harlow, scivolata nel come poco dopo il ricovero, morì alle 11,37 del 7 giugno 1937. Come causa di morte, il certificato ufficiale riporta un edema cerebrale conseguente a un'insufficienza renale irreversibile.
Powell e la madre dell'attrice durante il funerale della Harlow

La diffusissima leggenda per cui la Harlow non sarebbe stata curata fino al 6 giugno, per colpa della madre che, fanatica seguace di una setta religiosa, l'avrebbe segregata in casa limitandosi a interminabili sedute di preghiera, finché Powell e Gable, forzando la porta, avrebbero finalmente scoperto le reali condizioni dell'attrice, facendola ricoverare troppo tardi in ospedale, è destituita di ogni fondamento.
Resta però il fatto che la gravità delle condizioni della Harlow fu molto sottovalutata finché queste non precipitarono. Nemmeno era completamente nota la sua storia clinica. Da ragazza, nel 1926, aveva sofferto di una grave scarlattina, malattia che lascia spesso strascichi a livello renale, come la glomerulonefrite. Alcuni segni, come la carnagione sempre più grigiastra, il gonfiore da ritenzione idrica e la facilità a scottarsi, dovevano chiaramente orientare da subito la diagnosi verso un grave problema renale.
Il suo ultimo film, “Saratoga”, fu completato riscrivendo alcune scene senza il suo personaggio e utilizzando delle controfigure, ed ottenne un notevole successo.

sabato 22 dicembre 2018

La strana morte di Robert Walker, attore di successo


Non si dice aggiunge nulla di nuovo, quando si racconta degli scandali sessuali e delle morti sospette nell'ambiente di Hollywood. Il contrasto tra i “valori tradizionali” propagandati dal cinema delle majors americane nel periodo del codice Hays e i comportamenti privati degli autori e interpreti degli stessi film è stato oggetto di tali e tanti opere di rivelazioni biografiche che ormai si può parlare di una vera e propria mitologia messa in piedi in tal senso, non si sa neanche fino a che punto del tutto vera.
In particolare, una vera enciclopedia del genere si può trovare nei due ponderosi tomi della serie “Hollywood Babylon”, scritti dal cineasta Kenneth Anger (nato nel 1927). Mentre un altro volume, più piccolo e di facile lettura, è “The Casting Couch”, opera di un attore e sceneggiatore inglese, Alan Selwyn (1926-2002), e di un regista pure britannico, Derek Ford (1932-95), uscito nel 1990 e tradotto in Italiano l'anno dopo.
Il primo dei volumi di Anger


Il libro di Selwyn e Ford e la sua traduzione italiana

Tra i casi di abusi, sessuali e non solo, trattati da Selwyn e Ford, spicca in particolare la vicenda che, tra la seconda metà degli anni '40 e i primi anni del decennio successivo, coinvolse il famoso produttore David Selznick, la celeberrima attrice Jennifer Jones, sua futura moglie, e l'allora marito della Jones, l'attore Robert Walker, a quel tempo tra i più quotati della sua generazione.
Walker, nato nello Utah nel 1918, e la Jones (che all'epoca si chiamava ancora Phyllis Lee Isley), nata in Oklahoma nel 1919, si incontrarono per la prima volta mentre erano allievi dell'American Academic of Dramatic Arts di New York e si sposarono poco tempo dopo, il 2 gennaio 1939. Inizialmente tentarono la fortuna a Hollywood, ma gli scarsi risultati li indussero a tornare a New York, dove Walker lavorò con successo alla radio mentre la moglie dava alla luce, nel 1940 e 1941, i loro due figli, Robert Junior e Michael.

Due immagini di Robert Walker


Due immagini di Jennifer Jones

Due immagini di Walker con i figli 

Nello stesso 1941, un agente propose Walker al produttore David O. Selznick, nato nel 1902, reduce dall'enorme successo di “Via col vento”. Selznick non fu particolarmente impressionato da Walker ma prese letteralmente una sbandata per la moglie di questo, che convinse a cambiare il nome in Jennifer Jones e impose quale protagonista di un filmetto non memorabile intitolato “Claudia”, benché al provino non avesse convinto né il regista né la sceneggiatrice, né il co-protagonista Cary Grant, che addirittura lasciò la produzione. L'anno dopo, dopo averla messa sotto contratto, Selznick la prestò alla 20th Century Fox per un nuovo kolossal, stavolta di argomento religioso, “Bernadette”, grazie al quale la nuova stella vinse l'Oscar quale migliore protagonista e divenne rapidamente famosissima.
David O. Selznick

Le voci per cui Selznick imponesse la sua protetta soprattutto in quanto sua amante si moltiplicarono. La vicinanza a Selznick permise a Walker di avere alcune buonissime occasioni, ad esempio con il film bellico “Bataan” in cui diede un'ottima prova, affermandosi come un interprete davvero valido. Tuttavia, il suo rapporto con la moglie finì per deteriorarsi e i due divorziarono nel 1945. Contemporaneamente, anche Selznick affrontò una dura battaglia legale per divorziare dalla moglie, Irene, figlia del produttore Louis B. Mayer.
Irene Mayer Selznick (1907-90)

Intanto, nel 1944, Selznick aveva fatto recitare Walker e la Jones fianco a fianco, in un delicato dramma familiare ambientato durante la guerra, intitolato “Since you went away”, diretto da John Cromwell. Walker faceva la parte del fidanzato della Jones, una ragazza in pena per il padre combattente in Europa, interpretato da Joseph Cotten. Il fidanzato partiva e moriva in guerra (mentre invece il padre sarebbe tornato). Prima della partenza, però, la coppia aveva diversi momenti di intimità piuttosto intensi (nei limiti di quanto permetteva la Hollywood del tempo) e, per la coppia in aperta crisi, l'interpretazione di queste scene fu un'esperienza piuttosto devastante. La Jones fuggiva in camerino e doveva essere riportata sul set in lacrime, mentre Walker si mise a bere smodatamente.

Una locandina e una scena del film (in Italiano, "Da quando te ne andasti")

Dopo il divorzio di Selznick, questo poté finalmente sposare la Jones, nel 1949. Due anni prima, Walker si era risposato con Barbara Ford, attrice figlia del regista John, ma l'unione era durata solo cinque mesi. Tuttavia, non gli mancavano le compagnie femminili né le occasioni di lavoro, anche senza la spinta interessata di Selznick.
Walker con Barbara Ford (1922-85)

Nel 1950 diede una straordinaria prova d'interprete, coronata da grande successo, in “Strangers on a train” di Hitchcock, in cui interpretò un affascinante psicopatico. Tuttavia, il vizio del bere non lo lasciava più ed era sempre più spesso ubriaco.
Locandina di "Strangers on a train"

Fino alla sera del 28 agosto 1951, in cui, non si sa per quale ragione, ritirandosi a casa sbronzo come sempre, trovò ad aspettarlo uno o due medici (le versioni sono contrastanti) che, con la scusa di sedarlo, gli somministrarono una iniezione di un sedativo, l'amobarbital, che preso in combinazione con l'alcol è quasi sempre micidiale. Walker era ancora abbastanza lucido da chiedere aiuto e resistere, ma i sanitari chiamarono degli inservienti che lo tennero fermo permettendo l'iniezione. Walker perse conoscenza e morì tre ore dopo.
Il dettaglio più significativo è che, dopo la successiva inchiesta giudiziaria, il coroner stabilì quale causa della morte l'alcolismo, senza mai citare l'iniezione.
Selznick è stato ripetutamente chiamato in causa come mandante del delitto, anche se il movente non è stato mai chiarito. Va detto che in quel periodo gli Usa stavano entrando nella fase storica del Maccarthismo, caratterizzata da un paranoico anticomunismo, nella quale Hollywood fu coinvolta sia per le accuse di corrompere la popolazione raccontando storie poco patriottiche nei film, sia attraverso la produzione di film di propaganda anticomunista. Per alcuni anni, ci fu una vera “caccia alle streghe” pere ripulire anche dai soli sospetti comunisti tutto il mondo della cultura e dello spettacolo, e alcune persecuzioni finirono per concludersi con delle morti sospette, la più celebre delle quali è quella dell'attore John Garfield, che non aveva voluto collaborare con la “Commissione per le attività antiamericane”, che si occupava appunto di scoprire e “punire” i comunisti.
John Garfield (1913-52)

Non risulta che Walker fosse in qualche modo legato ai comunisti ma, quando morì, stava recitando come protagonista nel film “My son John”, uno dei più incredibili prodotti della paranoia del tempo, in cui una madre preferisce uccidere il figlio piuttosto che vederlo diventare un nemico della patria. La pellicola dovette essere terminata con l'uso di controfigure e altri artifici tecnici.
Selznick continuò poi a imporre la Jones come protagonista di diversi film, ma i numerosi insuccessi collezionati lo indussero a desistere nei primi anni '60. Morì improvvisamente nel 1965.
Selznick e la Jones da coniugi

Jennifer Jones è sopravvissuta fino al 2009, lavorando ancora raramente in ruoli secondari fino al 1974. L'ultima sua apparizione fu in “L'inferno di cristallo”. I due figli suoi e di Walker, entrambi molto rassomiglianti al padre, hanno avuto discrete carriere di attori caratteristi, specie il primo. 
Robert Walker jr.

Michael Walker



giovedì 1 marzo 2018

Vita sregolata e morte misteriosa di un ribelle: Mark Frechette


Lo star system di Hollywood è famoso, tra le tante ragioni, per la facilità con cui riesce a riciclare, per fini pubblicitari, anche le figure dei personaggi morti prematuramente, sulle quali vengono imbastite leggende più o meno posticce in modo da farle aderine a un qualche schema di notevole gradimento per il pubblico poco esigente, alimentando un merchandising pressoché inarrestabile.
Di esempi, ce ne sono a iosa: i più noti sono sicuramente quelli di Marilyn Monroe e di James Dean, la cui dimensione umana sembra completamente dissolta nel calderone di due “personaggi” in cui chiunque può proiettare qualunque tipo di fantasia relativa a qualcuno che era “bello e dannato” ed è morto giovane.
Marilyn Monroe (1926-62) durante la lavorazione di "River of no return" (1953)

In particolare, il personaggio di James Dean sembra costruito apposta per incarnare una certa mentalità giovanilistica ribelle ma superficiale, eternamente adolescenziale e del tutto inconcludente, un “dannato” a misura di giovani faciloni e di adulti che disprezzano i giovani. L'operazione è resa particolarmente facile dall'identificazione di Dean con i suoi pochi personaggi, dal ragazzo tormentato di “La valle dell'Eden” al teddy boy di “Gioventù bruciata”, fino all'improbabile self made man di “Il gigante”: tutti film che all'epoca destarono una notevole impressione nel pubblico ma che oggi appaiono parecchio datati e sempre piuttosto conformi alla mentalità del Codice Hays, del quale superarono tranquillamente il visto di censura.
Tutto questo, indipendentemente da qualunque cosa sia stato realmente Dean nella vita, di cui non importa nulla a nessuno.

Due immagini di James Dean (1931-55)

Hollywood, tuttavia, non ha potuto appropriarsi di una figura che, pur avendo lasciato una piccola ma indelebile traccia nella storia del cinema, si è sempre tenuta lontana dai suoi riflettori. Anche Mark Frechette ha girato solo 3 film, uno negli States diretto da un regista italiano (Michelangelo Antonioni) in una produzione indipendente e due in Italia; anche Frechette è morto prematuramente, in circostanze quanto meno sospette, dopo una vita ben più esagerata di quella di Dean. Se fosse passato per Hollywood, oggi, sicuramente lo vedremmo dappertutto.
Mark Frechette

Frechette era di famiglia franco-canadese e cattolica, nato a Boston il 4 dicembre 1947. Si dice che, da bambino, frequentando la locale parrocchia, fu abusato da un sacerdote (Laurence Francis Xavier Brett, della diocesi di Bridgeport). Comunque, la sua famiglia non lo seguì molto e, dopo aver lasciato la High School di Fairfield, connecticut, dove era cresciuto, senza terminarla, nel 1966, a soli 18 anni, si trovò a dover mantenere una moglie e una figlia, intanto che vagabondava tra Boston e New York. Trovò lavoro come operaio presso una falegnameria di Roxbury, una periferia di Boston abitata soprattutto da neri. Nella zona, a Fort Hill, c'era una comune guidata da un ex musicista che alla fine degli anni '50 aveva goduto di grande notorietà, Mel Lyman. Era una strana comune, che nasceva come esperienza analoga a quella degli hippies ma seguiva delle regole nettamente anti-hippie: tutt'altro che pacifista, tendeva a incoraggiare la violenza e l'uso delle armi, non permetteva il libero amore ed era costantemente sotto il controllo della polizia locale. Questa comune pubblicava una bollettino, intitolato “Avatar”, del quale Frechette divenne accanito lettore. Dopo qualche tempo, chiese di essere ammesso alla comune insieme alla moglie e alla figlia, ma con scarsi risultati, perché Lyman lo giudicò un poveraccio buono a nulla.
Mel Lyman (1938-78)

Tuttavia, la sua vita era destinata a cambiare in seguito a un singolare episodio. Nell'estate del 1969, Michelangelo Antonioni era disperato perché non riusciva a trovare un protagonista adatto al film che aveva in mente, “Zabriskie Point”, nonostante stesse battendo tutti gli States con i casting. Una delle assistenti di Antonioni, Sally Dennison, mentre era in strada, si imbatté in Frechette mentre questo stava litigando con una donna, forse affacciata a una finestra, contro la quale gettò un vaso di fiori. La carica di aggressività del giovane impressionò la Dennison, che chiamò subito Antonioni, proponendo di ingaggiare Frechette. Questi si dimostrò interessato a lavorare in un film ma non particolarmente entusiasta della sceneggiatura.
Michelangelo Antonioni (1912-2007)

“Zabriskie Point” è un film controverso sulla contestazione giovanile degli anni '60, incentrato sulla fuga nel deserto di una giovane coppia incontratasi per caso (uno studente ricercato dalla polizia per aver ucciso un agente durante una manifestazione e una ragazza in cerca di lavoro) fino ad arrivare alla villa di un ricco e cinico pubblicitario, presso il quale la ragazza dovrebbe sostenere un colloquio. Lui vi arriva su un piccolo aereo rubato, lei in macchina. I due hanno una breve storia, poi lei convince lui a riportare l'aereo dove lo aveva preso: ma, nel farlo, lui viene sorpreso e ucciso dai poliziotti. Sconvolta dalla notizia, appresa per radio, la ragazza vorrebbe far esplodere la villa del pubblicitario, ma può solo immaginarlo.
La locandina di "Zabriskie Point"

Frechette insieme a Daria Halprin (nata nel 1948)

Critica e pubblico furono molto divisi e gli incassi furono modesti (2 milioni di dollari dopo che ne erano stati spesi 7 per la produzione). Frechette fu comunque pagato 60.000 dollari così come pattuito, cercò di nuovo di entrare nella comune di Lyman e, stavolta, fu ammesso. Donò interamente il suo compenso alla comune e convinse anche l'altra protagonista del film, Daria Halprin, con cui aveva una storia, a seguirlo. La Halprin restò pochissimo tempo nella comune, perché i metodi di Lyman non le piacevano affatto. Innamoratasi di un altro attore, l'autore e protagonista di “Easy rider”, Dennis Hopper, se ne andò per sposarlo.
Dennis Hopper (1936-2010) a sinistra, insieme a Peter Fonda (1939) in "Easy Rider"

La prestanza e l'avvenenza fisica di Frechette gli garantirono comunque una certa notorietà a prescindere dal successo del film. Tra il 1969 e il 1970, sia “Look Magazine” sia “Rolling Stone” dedicarono servizi e copertine a lui e alla Halprin, così come altre pubblicazioni meno note. Lavorò anche come modello per un servizio uscito su “Vogue”, sempre nel 1969.



Copertine con Frechette e la Halprin





Frechette modello per "Vogue" nel novembre 1969

Si fece notare in una serie di apparizioni televisive controverse ma di grande impatto mediatico, sia comparendo al fianco dell'attivista anarchico Abbie Hoffman in “The Merv Griffin Show”, sia litigando con un altro ospite mentre si trovava nel celebre “Dick Cavett Show” insieme a Daria Halprin.
Tra il 1970 e il 1971, Frechette soggiornò a lungo in Europa, tra Italia e Jugoslavia, dove girò altri due film: il capolavoro del cinema pacifista “Uomini contro” di Francesco Rosi, tratto dal libro “Un anno sull'altipiano” di Emilio Lussu, in cui recitò accanto a un altro ribelle (ma soprattutto un grandissimo attore), Gian Maria Volontè; e “La grande scrofa nera”, un confuso film contestatario ambientato in una famiglia tradizionale e autoritaria, in cui ritrovò Alain Cuny, il grande attore francese che aveva già avuto accanto in “Uomini contro”.
Locandina di "Uomini contro"

Frechette in "Uomini contro"

Alain Cuny (1908-94) e Gian Maria Volontè (1933-94) in "Uomini contro"

Locandina di "La grande scrofa nera"

Frechette con Rada Rassimov in "La grande scrofa nera"

Anche i compensi di questi film furono devoluti alla comune di Lyman, presso la quale Frechette riprese a vivere una volta tornato negli Usa.
A quel punto, mentre la comune cominciava a dare segni di imminente sfascio (Lyman sarebbe poi morto per cause naturali nel 1978, a 40 anni), Frechette prese a coltivare un proprio personale progetto artistico, quello di girare un film come protagonista, tratto da “Delitto e castigo” di Dostoevskij, ma non trovò nessun produttore disposto a finanziarlo. Ciò nonostante, assicurò l'amico regista Deszo Magyar, ungherese, che divideva con lui la paternità del soggetto, che i soldi si sarebbero trovati. Magyar sarebbe rimasto sbalordito dalla folle idea venuta in mente a Frechette.
Il 29 agosto 1973, Frechette e altri due membri della comune di Lyman tentarono di rapinare la filiale di Roxbury della New England Merchant's Bank. Intervenne la polizia e uno dei complici di Frechette, Christopher Thein, fu ucciso. Frechette e l'altro complice, Sheldon Bernhard, furono catturati, processati per direttissima e condannati a una pena compresa tra i 6 e i 15 anni.
Frechette, che non era considerato socialmente pericoloso, fu così rinchiuso nella prigione statale di minima sicurezza di Norfolk, nel Massachusetts, dove era libero di svolgere diverse attività e fraternizzò facilmente con gli altri detenuti.
Malgrado le buone condizioni in cui era tenuto, tuttavia, dopo qualche tempo cadde in depressione e cominciò a dimagrire. Il suo avvocato tentò di farlo accedere a qualche programma di pene alternative, ma la relativa commissione perse molto tempo prima di occuparsi del caso. Sembra che Frechette non si desse pace per aver coinvolto nella rapina il giovane Thein, di cui era molto amico, e si considerasse responsabile della sua morte.
Tuttavia, le circostanze della morte di Frechette, avvenuta in carcere il carcere la notte tra il 27 e il 28 settembre 1975, non sono state mai ben chiarite. La sera prima, un compagno di detenzione lo aveva lasciato in palestra. La mattina dopo, Frechette fu trovato morto su una panca bassa, ucciso dal peso di un bilanciere di 70 kg che gli sarebbe sfuggito di mano e caduto sul collo, facendogli perdere conoscenza e poi soffocandolo, durante un esercizio.
La ricostruzione non è stata mai considerata molto convincente e da più parti si è sostenuto che in realtà Frechette fu “eliminato”, anche se non sono state mai fornite né prove né ricostruzioni alternative al riguardo.
Il film “Death Valley Superstar” di Michael Yaroshevsky, uscito nel 2008, ha riportato a una certa fama la figura di Frechette, sulla quale il tempo aveva steso un velo di oblio.
Locandina di "Death Valley Superstar", un film mai doppiato in Italiano