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mercoledì 25 agosto 2021

Elisabeth Lamouly, prima donna ghigliottinata per reati comuni dal regime di Vichy

Chi fa ricerca senza essere un ricercatore professionista è continuamente costretto a fare i conti con la scarsità e l'inaccessibilità delle fonti. Soprattutto per il semplice amatore, che se ne occupa senza ricavarne alcun lucro, il rischio di affrontare spese non trascurabili è sempre dietro l'angolo. Gli archivi ormai stanno diventando tutti ad accesso a pagamento e i pochi libri che trattano di questo o quel fatto vanno spesso presi a scatola chiusa, senza sapere fino a quanto siano attendibili, perché tutte le valutazioni che si trovano su di essi sono pubblicitarie.

Non è un caso che si finisca sempre più facilmente a scrivere delle stesse cose, sperando di imbattersi in lettori che ancora non le conoscono.

Dunque, inevitabilmente, un articolo ricavato dai mezzi normalmente disponibili, anche dopo molte ricerche, dovrà essere per forza ridotto a quanto si riesce a sapere: ossia, di solito, non molto.

Nei Paesi occidentali l'esecuzione capitale delle donne è diventata gradualmente un tabù. Forse per un oscuro senso di colpa per lo sterminio di donne innocenti durante i secoli della persecuzione delle streghe, forse per il riconoscimento della realtà per cui, in una società sessista, il sesso considerato inferiore non può vedersi attribuire lo stesso livello di responsabilità di quello considerato superiore. Ci sono state però eccezioni a questa tendenza, in particolare nelle aree dominate dal nazismo (e anche dalle altre dittature, ma dal nazismo in modo particolare), specie quando questo trovava l'appoggio di un collaborazionismo locale per lo più di tendenza cattolica (che, a quel tempo, era ancora piuttosto antisemita e quindi non incline a rifiutare in toto il nazismo).

Un caso esemplare è quello della Francia. Dal 1877 non si eseguivano condanne capitali di donne in Francia, durante il regime di Vichy, duranto appena 3 anni, se ne eseguiranno 5: Elisabeth Lamouly, Georgette Monneron, Germaine Legrand (da alcuni indicata come Germaine Philippe Besse), Marie Louise Giraud, Czeslawa Bilicki.

L'eredità della dominazione nazista si conserverà ancora per qualche anno: infatti, fino al 1949, saranno giustiziate altre 4 donne francesi: Lucienne Thioux, Genèvieve Danelle Calame, Madeleine Mouton, Germaine Leloy-Godefroy. Dopo di quest'ultima, non ci sono state più esecuzioni di donne nei 28 anni in cui la Francia ha conservato la pena capitale.

Tranne Marie Louise Giraud, condannata per aver praticato aborti clandestini (sotto il nazismo la pratica era punita con la morte e anche un uomo fu giustiziato per la stessa ragione), tutte queste donne si erano rese responsabili di delitti efferati, a volte con complici uomini. In questi casi, anche gli uomini coinvolti erano stati condannati alla stessa pena. Tranne che in un caso, nel quale i complici di sesso maschile, a un certo punto, scompaiono dalla vicenda e non risultano tra i giustiziati.

Si tratta della vicenda di Elisabeth Lamouly, coniugata Ducourneau, un'avvelenatrice seriale che sembra uscita da un romanzo di Georges Simenon.

Elisabeth Lamouly dopo l'arresto

Sulla vicenda della Lamouly è uscito recentemente un romanzo, L'empoissoneuse à la digitaline, di Viviane Janouin-Benanti, un'autrice poco nota ma che scrive spesso di delitti, cercando di ricostruire con la fantasia ciò che non risulta dai documenti. Il libro appare comunque arricchito da un discreto repertorio iconografico. Un altro recente volume che tratta questa vicenda in un capitolo è Crimes passionnels de France, di Sylvain Larue, un altro autore che tratta spesso di questi argomenti.


I due libri che trattano il caso

Il resto, lo si apprende dalle poche fonti d'epoca disponibili.

La Lamouly era originaria di Belin, nella Gironda, ed era nata nel 1905. Piuttosto giovane, dopo una normale infanzia borghese, aveva sposato Roger (da alcuni indicato come Jean) Ducourneau, di poco più grande, un uomo tranquillo e probabilmente piuttosto ingenuo, dal quale aveva avuto due figli che, verso la fine degli anni '30, stavano entrando nell'adolescenza (la figlia maggiore Simone, poi coniugata Hultsch, dovrebbe essere nata nel 1923).


La Lamouly da ragazza e un'immagine del suo matrimonio

A posteriori, la Lamouly fu descritta come una donna fredda e cinica, da sempre interessata all'uso dei veleni, al punto che qualcuno arrivò a paragonarla alla Marquise de Brinvilliers. Non si sa se questo sia vero ed è possibile che sia un'invenzione per rendere più appetibile la sua storia da parte dei giornalisti, ma resta il fatto che la sua difesa si basò sul fatto che fosse stata letteralmente costretta da altri (i suoi amanti) ad avvelenare le sue vittime, ma lei fu condannata mentre i suoi amanti non lo risultano, quindi è evidente che il tribunale non giudicò attendibile questa ricostruzione.

La Lamouly non mostrò alcuna tendenza criminale fino al 1937. Quell'anno, la madre, Emma Lamouly, che viveva con lei e la sua famiglia, la scoprì a farsela con un amante, un giovane algerino che i vari resoconti indicano con nomi diversi (Ahmed, Hamoud, Amar) e che non si sa nemmeno di preciso cosa facesse, secondo alcune fonti un bracciante che lei aveva fatto assumere dal marito per lavorare nella proprietà di famiglia e secondo altre un militare.

La madre le diede l'ultimatum: o chiudeva con l'amante o avrebbe detto tutto al marito. La Lamouly promise di sistemare la faccenda ma prese tempo e, intanto, il 31 agosto 1937, la madre morì improvvisamente per quello che a tutti (compresi i medici) sembrò un attacco di cuore.

Dopo la perdita della madre, la Lamouly sembrava molto abbattuta e il marito, pensando di farle cosa gradita, le propose di lasciare il soffocante mondo provinciale di Belin e di trasferirsi a Bordeaux, dove contava di prendere in gestione un bar molto frequentato in Rue de Faures. Elisabeth fu subito d'accordo, ma solo a patto di portarsi dietro l'algerino come lavorante.

Il bar dei Ducourneau

Il marito accettò, ma dovette evidentemente rendersi conto che qualcosa non andava, perché dopo un poco pretese di allontanare l'algerino dalla loro famiglia. A questo punto, l'algerino tornò in Africa, non si capisce bene se rispedito in Algeria tramite foglio di via per qualche malefatta minore o se trasferito in Marocco in quanto militare (le fonti divergono).

Elisabeth si abituò facilmente all'assenza del suo amante perché nel frattempo lo aveva già rimpiazzato con un altro. Gilbert-Édouard Camou, nato nel 1918, descritto come uno scioperato e anche piuttosto violento. Camou pretendeva che Elisabeth divorziasse dal marito ma conservasse la proprietà del bar: cosa impossibile perché i capitali investiti nell'impresa erano soprattutto del marito. Quando Elisabeth glielo fece finalmente presente, Camou le procurò (così affermò lei) una certa quantità di digitalina, una sostanza ricavata dalla Digitalis purpurea, pianta appartenente alle Plantaginacee, impiegata da molto tempo sia come farmaco utile per affrontare certe affezioni circolatorie, sia come veleno. Poiché la composizione della digitalina e il suo meccanismo di azione sono stati scoperti solo nel dopoguerra, oggi il suo uso è regolato da protocolli sanitari che garantiscono una certa sicurezza e un basso rischio di effetti collaterali, grazie anche all'esistenza di antidoti. A quel tempo, i dosaggi erano molto più approssimativi, i rischi parecchio più elevati e gli antidoti non esistevano.


La Digitalis purpurea

La Digossina, uno dei suoi principi attivi


Un primo tentativo di avvelenare Ducourneau fallì perché il dosaggio non si rivelò sufficiente. Al secondo tentativo, Elisabeth somministrò al marito una dose da cavallo e l'uomo morì, in circostanze analoghe a quelle della morte di Emma Lamouly, il 25 ottobre 1938.

Il resto della storia è quasi banale. Sebbene i Ducourneau fossero nuovi di Bordeaux, Camou era invece ben noto a tutti e la sua relazione con una donna sposata era già di dominio pubblico (probabilmente lo stesso Ducourneau ne era al corrente). La morte improvvisa del marito, ancora giovane e in ottima salute, insospettì qualcuno e la Gendarmeria si ritrovò tempestata di lettere anonime che accusavano la moglie.

Convocata dai gendarmi, davanti alla prospettiva di esumare il corpo di Ducourneau per cercare i residui di qualche veleno, Elisabeth crollò immediatamente e ammise di avergli somministrato la digitale, ma affermando di essere stata costretta con le minacce da Camou. Presa dalla foga, confessò anche l'omicidio della madre, affermando in quel caso di essere stata costretta con le minacce dall'algerino.

La sua linea di difesa era chiaramente incongruente. Se era stato Camou a consigliarle di servirsi dela digitale, come mai lei l'aveva già usata l'anno prima e non ci aveva pensato da sola? Lo aveva dimenticato nel frattempo?

Una pubblicazione periodica che nel 1938 raccontò la vicenda

Non si sa se l'algerino sia stato rintracciato e abbia deposto al processo. Alcuni giornali parlano di ricerche in corso, ma a un certo punto la sua figura svanisce dai resoconti. Camou invece fu sicuramente processato per complicità, ma riuscì a evitare la pena capitale.

Nell'aprile del 1940, Elisabeth Lamouly fu condannata a morte tramite ghigliottina per il duplice omicidio della madre e del marito. Gli appelli e la domanda di grazia servirono solo a differire l'esecuzione ai primi giorni dell'anno successivo.


Testata d'epoca e articolo sul processo Lamouly

Fino ad allora, a Bordeaux, le esecuzioni capitali erano state pubbliche e molto seguite, l'ultima risaliva al 1933. La ghigliottina era stata spostata in vari punti della città ma, in tempi recenti, si era deciso di riservare lo spettacolo delle esecuzioni capitali ai soli testimoni autorizzati. La ghigliottina si trovava dunque all'interno delle mura del centro di custodia cautelare Hâ.

La precauzione di rendere il più possibile discrete le esecuzioni si rivelò quanto mai opportuna in questo caso. Elisabeth Lamouly, con l'approssimarsi del momento, aveva dato sempre maggiori segni di perdita del controllo. Quando i gendarmi andarono a prelevarla nella sua cella, la mattina del 9 gennaio 1941, si dibatté al punto che essi dovettero legarla e portarla di peso alla ghigliottina. Non fu neanche possibile vestirla, per cui la donna venne giustiziata nuda.

Questi dettagli, taciuti dalla stampa del tempo per una sorta di ipocrita pruderie, sarebbero emersi solo in tempi successivi.




La notizia dell'esecuzione, ripresa dallo stesso lancio di agenzia, riportata da due quotidiani del tempo






venerdì 29 maggio 2020

Frankie Stewart Silver: la storia dietro la canzone


Un delitto senza testimoni e il controverso processo che ne segue, terminato con una condanna piuttosto frettolosa, sono alla base di una storia capace di superare gli angusti limiti dell'area rurale in cui matura per interessare diverse generazioni di appassionati cultori, che se la sono tramandata in vari modi, inclusa una canzone popolare.

Un paesaggio della contea di Burke in una foto d'epoca

Siamo nella contea di Burke, in North Carolina, all'inizio dell'inverno 1831. Una realtà sociale di contadini e cacciatori, per lo più analfabeti. In una baita di montagna vicino al fiume Toe, affluente del Tennessee, vive una giovane coppia che sembra ben assortita: lui, Charles (Charlie) Silver, nato nel 1812, è un ragazzo alto e forte conosciuto come l'anima delle feste per le sue capacità di ballerino e suonatore; lei, Frances (Frankie) Stuart (riportato più spesso come Stewart), nata tra il 1811 e il 1813, è una ragazza piccola e bionda di un'avvenenza che non è mai passata inosservata, nonché eccellente tessitrice. Si sono sposati prestissimo e hanno una figlia di 13 mesi, Nancy.
La sera del 22 dicembre 1831, nella loro baita, accade qualcosa che non è mai stato definitivamente chiarito. Non si sa se Charlie aggredisca Frankie e se sia o meno la prima volta che accade. Sta di fatto che la moglie reagisce e lo uccide a colpi di ascia.



Non esistono ritratti di Frankie, ma solo interpretazioni artistiche della sua storia

Subito dopo, Frankie si rivolge ai suoi familiari perché la aiutino. La cosa più sensata da fare, se davvero ha colpito il marito per reagire a un'aggressione, sarebbe costituirsi e affrontare un processo. Tuttavia, il panico prende il sopravvento, forse anche per timori legate all'inferiorità sociale: i Silver sono molto più benestanti e influenti degli Stuart.
Di fatto, Frankie, aiutata dalla madre Barbara e dal fratello Blackston, fece a pezzi il corpo del marito e poi cercò di farlo sparire, in parte bruciandolo nel camino e in parte seppellendone le varie parti in luoghi molto distanti tra loro.
Tuttavia, la scomparsa di Charlie non passò inosservata. Il giorno dopo, avrebbe dovuto partecipare a una battuta di caccia con l'amico George Young ma ovviamente non si fece vedere. Frankie dichierò che se n'era andato a caccia in montagna da solo. Presto cominciarono le ricerche. Un amico della famiglia Silver, Jack Collis, si introdusse nella baita della coppia mentre Frankie era assente e la ispezionò accuratamente, ritrovando diversi frammenti di ossa nel camino e le tracce di una grossa chiazza di sangue sul pavimento. Altri resti furono rinvenuti sotto le assi del pavimento. Frankie, sua madre e suo fratello non seppero spiegare la presenza di questi reperti, caddero in contraddizione e furono arrestati tutti e tre il 9 gennaio 1832.
Le iniziative intraprese dal padre di Frankie, Isaiah, portarono alla scarcerazione di Barbara e Blackstone dopo qualche giorno, mentre Frankie fu trattenuta. Il 17 marzo fu formalizzata contro di lei l'accusa di omicidio volontario e fu dunque mandata a processo.
Il dibattimento cominciò il 29 marzo. Si ritiene più o meno unanimemente che la strategia decisa dall'avvocato di Frankie, Thomas Wilson, fosse quella più sbagliata. Infatti Frankie si dichiarò non colpevole, anche se risultavano a verbale delle sue dichiarazioni in cui affermava di aver aggredito suo marito con l'ascia perché lui, mezzo ubriaco, la stava minacciando con una pistola.
Benché non esistano molti riscontri ufficiali in tal senso, in quel periodo, l'idea generale dei loro amici e conoscenti era che Charlie maltrattasse abitualmente Frankie. Nella zona, culturalmente molto arretrata, si dava per scontato che gli uomini godessero del diritto di commettere qualunque tipo di abuso sulle donne e vi erano stati anche dei casi di mariti assolti dopo aver ucciso le mogli perché ritenuti giustificati dalla gelosia o da altre ragioni non meno futili.
I legali dei familiari di Charlie sostennero invece che Frankie avesse ucciso suo marito mentre questo stava dormendo, probabilmente per gelosia, o perché aizzata dai suoi familiari che miravano a venire in possesso dei terreni agricoli che il padre aveva intestato a Charlie al momento del suo matrimonio.
Quello contro Frankie Stuart fu davvero uno strano processo, se rapportato agli standard attuali. Innanzitutto, le leggi in vigore in North Carolina non permettevano agli imputati di essere ascoltati anche come testimoni, quindi il delitto fu illustrato solo attraverso l'interpretazione di indizi assai dubbi. A un certo punto, la giuria sembrava orientata in maggioranza verso un verdetto di non colpevolezza e decise quindi di riascoltare alcune testimonianze. Dopo questo passaggio, all'unanimità, la giuria si espresse per la colpevolezza. Benché non restino trascrizioni delle deposizioni dei testimoni prima e dopo, l'unica interpretazione possibile è che alcune testimonianze siano cambiate, e ci si domanda perché.
Frankie fu quindi condannata all'impiccagione.
Poiché l'avvocato continuava a presentare ricorsi, ci volle più di un anno per arrivare a eseguire la sentenza. Intanto, Frankie trovò il modo di farsi conoscere, perorando la propria causa con lettere che dettava all'avvocato stesso, nelle quali raccontava la vita d'inferno che aveva condotto insieme al marito, violento e spesso ubriaco. Il governatore Montfort Stokes ricevette diverse petizioni che chiedevano la commutazione della pena, ed è piuttosto significativo che tra i firmatari di queste vi fossero anche ben 7 dei 12 giurati che l'avevano giudicata colpevole. Tuttavia, le successive elezioni portarono a uno stallo. Al posto di Stokes, fu eletto proprio il giudice che aveva condannato Frankie, David Swain, che tenne un atteggiamento molto ambiguo sulla faccenda, non chiudendo mai ufficialmente all'ipotesi di grazia, ma temporeggiando fino ad affermare che avrebbe voluto concedere la grazia ma non aveva avuto il tempo di farlo perché l'esecuzione era stata fissata troppo presto. In realtà, rispetto al suo primo termine, l'esecuzione fu posticipata di due settimane, ma Swain dovette affrontare le conseguenze di una caduta da cavallo che ne limitarono le possibilità di lavoro. Anche se, com'è stato notato da più parti, prima della caduta, avrebbe avuto tutto il tempo di provvedere. Si è sostenuto che entrambi i governatori non concessero la grazia perché non tutti i 12 giurati del processo erano favorevoli alla sua concessione.
Certamente, alcune scelte della famiglia di Frankie non lo aiutarono a prendere una decisione a suo favore. Il 18 maggio 1833, visto che la grazia non arrivava, il padre e lo zio della ragazza corruppero delle guardie della prigione di Morganton, dov'era detenuta, e la portarono fuori dopo averle tagliato i capelli e averla fatta vestire con abiti da uomo. L'evasione, però, durò solo qualche ora, perché i tre furono riacciuffati poco prima di riuscire a superare il confine con lo Stato del Tennessee.
La solidarietà popolare per Frankie si espresse in molti modi, di cui il più celebre è una ballata composta da un maestro di Morganton, Thomas S. Scott, che sembra sia stata cantata dal pubblico accorso all'esecuzione della ragazza. Per molto tempo, i versi di questa canzone sono stati attribuiti a Frankie stessa. Il testo è il seguente:

This dreadful, dark and dismal day
Has swept my glories all away,
My sun goes down, my days are past,
And I must leave this world at last.

Oh! Lord, what will become of me?
I am condemned you all now see,
To heaven or hell my soul must fly
All in a moment when I die.”

(“Questa terribile, oscura e lugubre giornata
Ha spazzato via le mie glorie
Il mio sole tramonta, i miei giorni sono passati,
E devo finalmente lasciare questo mondo.

Oh! Signore, che ne sarà di me?
Sono condannato a tutti voi ora vedete,

In paradiso o all'inferno la mia anima deve volare
Tutto in un momento in cui muoio.”)


Su Internet si possono ascoltare diverse versioni della stessa. Eccone un esempio.


Frankie fu impiccata il 12 luglio 1833. Con il cappio al collo, prima che si aprisse la botola, affermò di avere delle dichiarazioni da fare. Ma il padre, che era sotto il palco della forca, le ordinò di tacere. Non sapremo mai quali segreti abbia portato nella tomba.
Per molto tempo si è sostenuto che fu la prima donna a salire sul patibolo nella Storia della contea di Burke, e così è riportato anche sulla sua lapide. In realtà, si tratta di una leggenda, perché prima di lei altre donne erano state giustiziate, soprattutto per stregoneria. Nei 77 anni sucessivi alla sua morte, prima che lo Stato della North Carolina avocasse a sé i processi penali, sottraendoli alla giurisdizione dei tribunali locali, altre 15 donne furono condannate alla pena capitale.
Il padre di Frankie aveva deciso di seppellirla nelle proprietà di famiglia ma, tra il tempo necessario a farsi consegnare il corpo e il caldo umido di luglio, il cadavere cominciò a decomporsi rapidamente, per cui il carro su cui viaggiava fece una sosta in campagna, di lato al sentiero che stava percorrendo, e la ragazza fu sepolta in un punto di terra demaniale solo approssimativamente segnato, poco fuori Morganton. Non avrebbe avuto una lapide fino al 1952, quando Beatrice Cobb, editrice del Morganton News-Herald, ne fece apporre una a proprie spese.





Alcune immagini della tomba di Frankie (il cui cognome da coniugata è riportato erroneamente come Silvers) tratte dal sito http://www.deweyfox.com/frankiesilver.htm

Come destino postumo, le andò comunque meglio che a Charlie, il quale ha tre tombe, poiché i suoi resti vennero rinvenuti in momenti diversi e seppelliti in luoghi distanti tra loro.
Non si sa bene quali nonni allevarono la figlia Nancy, ma tutto lascia credere che visse a lungo. Sposò in prime nozze un certo David Parker, morto nella guerra di secessione, e in seconde nozze un certo William Robinson, dal quale avrebbe avuto un figlio destinato a diventare un importante ufficiale della Marina Militare. Il secondo matrimonio non finì bene, perché il marito si mise a molestare sessualmente una delle sue figlie di primo letto e Nancy lo lasciò. Nessun documento riporta l'anno della sua morte, probabilmente risalente alla fine del XIX o all'inizio del XX.. Sulla tomba, che si trova a Mount Grove, nella contea di Macon, quindi lontano da quelle dei suoi genitori, è registrata come Nancy Parker.






domenica 26 aprile 2020

Il Destino di Burton Abbott, la vittima giudicata colpevole


Che la sfortuna possa perseguitare un uomo innocente fino a ucciderlo si mette in conto nella realtà, ma che a essa possa aggiungersi anche la legge diventa un'ipotesi inaccettabile per il buon senso. Eppure questo è accaduto molte volte durante i processi penali, soprattutto nei Paesi come gli Usa, in cui le condanne capitali sono state spesso comminate ed eseguite con una disinvoltura indegna di un Paese civile.
I casi che potrebbero essere citati sono tanti, ma uno dei più celebri è relativo a un processo che alla metà degli anni '50 appassionò tutta l'America durante il suo svolgimento, che peraltro non fu affatto tra i più corretti. I tentativi della difesa di annullarlo per ottenere un nuovo giudizio furono poi frustrati dalla volontà dell'amministrazione di chiudere il caso alla svelta, anche a costo di affrettare i tempi dell'esecuzione al di là di quello che era permesso da leggi e regolamenti.
Ma andiamo per ordine.
Si parte naturalmente da un delitto, un delitto mostruoso ed efferato. La vittima si chiama Stephanie Bryan ed è una studentessa di 14 anni, figlia di un medico di Berkeley, California, che scompare nel pomeriggio del 28 aprile 1955 dopo aver attraversato il parcheggio dell'Hotel Claremont. Il 1° e il 5 maggio arrivano due lettere con richieste di riscatto alla famiglia, poi i rapitori non si fanno più sentire.

Stephanie Bryan

Il 16 luglio 1955, una donna di nome Georgia Abbott, residente ad Alameda, poco distante da Berkeley, contatta la polizia perché, nel seminterrato della casa che divide con il marito, il figlio di 4 anni e la suocera, ha trovato una borsa contenente un documento di identità intestato a Stephanie. La polizia compie un sopralluogo sul posto e scopre altri effetti personali della ragazza, come gli occhiali e il reggiseno. La suocera di Georgia, Elsie Moore, dichiara di aver già visto la borsa nel seminterrato e di non averla aperta, non sospettando nulla.
Viene interrogato anche il marito di Georgia, Burton Abbott, un ventisettenne che studia Contabilità all'Università della California. Quando gli viene chiesto l'alibi per il 28 aprile, Abbott dichiara che si trovava presso un capanno di proprietà della sua famiglia nella campagne di Weaverville, sempe in Califormia ma a oltre 500 km di distanza. Il 20 luglio, mentre il capanno viene ispezionato, uno dei tanti civili che si sono uniti alle ricerche, un venditore di automobili di nome Leroy Myers, richiama l'attenzione del giornalista Edward Montgomery del San Francisco Examiner e del fotografo Bob Bryant su un tumulo di terra smossa qualche centinaio di metri dietro il capanno stesso. Dallo scavo che segue, emerge il corpo già notevolmente decomposto di Stephanie.

Il luogo in cui venne rinvenuto il corpo

Burton Abbott viene arrestato e incriminato con l'accusa di stupro e omicidio.


Burton Abbott durante gli interrogatori

Il processo si tiene a Oakland. Le prove sono solo circostanziali: nulla indica che Burton Abbott abbia direttamente avuto a che fare con la ragazza. Tuttavia, il procuratore distrettuale J. Frank Coakley non rinuncia a nulla pur di ottenere un verdetto di colpevolezza. Descrive, non si sa in base a quali risultanze scientifiche, Abbott come un maniaco sessuale, che avrebbe ucciso Stephanie perché questa si sarebbe difesa durante uno stupro. Ma in realtà lo stato di decomposizione del corpo non ha permesso di accertare né le cause della morte (che si presume avvenuta per strangolamento) né se vi sia stata una violenza sessuale. Né Abbott sembra un tale energumeno dal quale ci si possa aspettare chissà quali violenze: tra l'altro, soffre anche di tubercolosi e ha notevoli problemi respiratori, non avrebbe mai la forza di trascinare e seppellire un cadavere.

J. Frank Coakley (1897-1983)

Coakley porta in aula come prove anche i reperti disponibili, compresi i residui di abiti trovati addosso al corpo quando è stato disseppellito, impregnati di un odore di decomposizione che impressiona tutti. L'avvocato della difesa, Stanley D. Withney, protesterà inutilmente.

I reperti esibiti al processo

La madre di Stephanie al processo, insieme alla testimone che aveva visto la ragazza per ultima

L'opinione pubblica sembra favorevole alla colpevolezza di Abbott e questo orienta la scelta dei giurati: che, dopo 47 giorni di dibattimento e 51 ore di camera di consiglio, lo giudicano colpevole di entrambi i reati, dopodiché il giudice Wade Snook lo condanna alla camera a gas.
Tra ricorsi e appelli, passano 13 mesi dalla condanna.
L'esecuzione avviene in circostanze particolarmente drammatiche, il 15 marzo 1957, a San Quentin. L'orario previsto è le 10 del mattino. Il nuovo legale di Abbott, George T. Davis, un fiero avversario della pena capitale, passa tutta la mattinata a cercare di ottenere un rinvio, perché la data è stata fissata troppo presto (ci sono almeno 2 settimane di anticipo rispetto ai termini di legge) e non tutte le autorità deputate hanno avuto la possibilità di visionare gli incartamenti del processo, per cui non è ancora detto che Abbott non possa ottenerne una revisione. Ma gli uffici giudiziari statali e federali fanno a scaricabarile e l'unico che possa smuovere la situazione è il governatore della California, Goodwin J. Knight. Il quale, però, in quel momento, è in visita ufficiale sulla portaerei Hancock nella Baia di San Francisco. Non riuscendo a raggiungerlo in altri modi, Davis gli lancia un appello tramite un canale televisivo: Knight risponde e concede una sospensione di un'ora. Durante questo tempo, gli appelli di Davis alla Corte Suprema e al Tribunale distrettuale federale vengono respinti. Ma ci sono le condizioni per chiedere un ulteriore rinvio a Knight. Tuttavia, questo è irreperibile. Ha dato a Davis due numeri telefonici assicurando che li avrebbe lasciati liberi, invece Davis li trova a lungo occupati entrambi. Quando finalmente Knight risponde, sono le 11,12 e Burton Abbott sta uscendo dalla cella per raggiungere la camera a gas. La discussione tra Knight e Davis è rapida, ma non abbastanza. Knight concede un nuovo rinvio e chiama il suo segretario, Joseph Babich, perché avvisi la direzione del carcere.

George T. Davis (1908-2006)

Goodwin Knight (1896-1970) con Richard Nixon nel 1958 

Sono le 11,18, quando arriva la telefonata di Babich alla linea diretta del braccio della morte, ma in quel momento le 16 palline che sciogliendosi nell'acido solforico avrebbero liberato il gas letale sono già cadute nel relativo recipiente. Il giornalista George Draper di The Chronicle, uno dei testimoni ufficiali, dirà poi che Abbott aveva inizialmente trattenuto il fiato, ma al primo respiro morì rapidamente.
Subito dopo che Abbott ha reclinato la testa, arriva la telefonata di Babich, e il guardiano Harley Teets gli risponde che ormai è troppo tardi per fermare l'esecuzione.
La moglie di Abbott, Georgia, se ne andò a vivere altrove. Il figlio, Christopher, era troppo piccolo per ricordare i fatti: solo da adulto apprese delle circostanze della morte del padre. Sia i fratelli sia soprattutto la madre di Burton Abbott erano fermamente convinti della sua innocenza e, anche dopo l'esecuzione, cercarono di farla riconoscere, soprattutto la madre, che sarebbe morta all'età di 100 anni nel 2004. Elsie Moore, in particolare, insistette sostenendo che bisognava indagare di più su suo fratello, un camionista di San Leandro di nome Wilbur Moore, che frequentava sia casa loro sia il capanno di Weaverville e che avrebbe avuto ogni possibilità di seminare indizi capaci di incastrare Burton. La Moore dichiarò di avere dei testimoni che il tribunale non aveva ammesso al dibattimento.

Elsie Moore al processo, al centro, con la moglie di Burton, Georgia, in primo piano

Sicuramente, la colpevolezza di Burton Abbott fu tutt'altro che provata. Anzi, sembra certo che fosse innocente e che sia stato incastrato. Ma da chi?
Una teoria alquanto sconvolgente in tal senso arriva da John W. Cameron, un ex poliziotto che dopo la pensione si è messo a fare ricerche sui cold cases. Nel 2014, Cameron scrive un libro in cui sostiene che una enorme quantità di delitti irrisolti o dalla dubbia attribuzione potrebbe essere stata commessa da Edward Wayne Edwards (1933-2011), un istrionico serial killer condannato infine a morte per l'omicidio del figlio adottivo allo scopo di incassare una polizza assicurativa e deceduto per cause naturali in carcere quattro mesi prima dell'esecuzione, ma sicuramente coinvolto in almeno altri 5 delitti.

Il libro di John Cameron


Due immagini, da giovane e da anziano, di Edward Wayne Edwards

Cameron ipotizza perfino che Edwards possa essere responsabile di delitti famosi e atroci, come quello di Elizabeth Short, la Black Dahlia, nel 1947, e quello della piccola JonBenét Ramsey nel 1996. Le sue teorie sono state molto criticate, ma la sua ricostruzione del ruolo di Edwards nel caso Bryan appare abbastanza credibile, anche perché desunta da una serie di informazioni contenute in uno dei libri autobiografici che Edwards scrisse per vantarsi delle sue prodezze, però alterando sistematicamente i nomi delle vittime.

Elizabeth Short (1924-47) in primo piano

JonBenét Ramsey (1990-96)

Secondo Cameron, Edwards, che nel 1955 si trovava nella Califormia meridionale e si faceva passare per il dottor James Garfield Langley, sarebbe riuscito ad attirare la ragazza in trappola promettendole di procurarle per 10 dollari una torta per il compleanno del padre, cui Stephanie intendeva fare una sorpresa, risparmiando la somma ad hoc. Una volta uccisa la ragazza, Edwards avrebbe scelto Abbott quale capro espiatorio perché i due si assomigliavano fisicamente e possedevano un'auto dello stesso tipo, una Chevy del 1949-50. In seguito, Edwards si sarebbe disfatto della sua, vendendola a Minneapolis.
Dopo aver nascosto la borsa e gli altri reperti del delitto nel seminterrato degli Abbott (che, tra il delitto e il ritrovamento degli effetti personali della ragazza, era stato visitato da parecchie persone senza che nessuno vi notasse nulla), il 15 luglio 1955 (quindi il giorno prima del ritrovamento), Edwards avrebbe poi assunto l'identità del venditore di auto Leroy Myers e guidato il giornalista Montgomery e il fotografo Bryant al corpo che lui stesso aveva sepppellito.


venerdì 28 febbraio 2020

Barbara Graham prima di "I want to live!"


Una persona dal destino segnato, reso evidente sin dalla nascita: ma questo destino prenderà la forma di un caso giudiziario che, grazie anche alla cassa di risonanza dei mass media, avrà un enorme seguito di pubblico.
Non è una storia di oggi, ma di molto tempo fa. Alla protagonista, se fosse viva, mancherebbe poco per diventare centenaria. Invece, visse poco meno di 32 anni.
Nacque come Barbara Elaine Ford il 26 giugno 1923 a Oakland, California, figlia della prostituta diciassettenne Hortense Ford, di origine portoghese (il nome originario era Furtado) e di un padre rimasto sempre sconosciuto. Dopo un anno e mezzo, nel 1925, da un altro uomo, la madre ebbe un'altra figlia, Claire; poi sposò un certo Joseph Wood e nel 1930 ebbe un terzo figlio, chiamato anche lui Joseph. Alla nascita del bambino, però, il padre era già morto e la madre non poté fare altro che riprendere la sua vita di prima, entrando e uscendo di galera.

Hortense Ford negli anni '50, con il nipote Tommy

Barbara fu separata dalla madre per la prima volta poco dopo la nascita della sorella, quando la donna finì in carcere e finì allevata da estranei che si curarono poco di lei, ragione per cui ebbe un'istruzione limitata e finì presto per mettersi nei guai. Appena entrata nell'adolescenza, si ritrovò condannata al riformatorio per vagabondaggio e fu rinchiusa nello stesso istituto correzionale in cui era stata più volte reclusa anche la madre, il Ventura State School for Girls, dove restò fino al 1939.
Uscita dal riformatorio, benché avesse solo 16 anni, sposò un marinaio della Guardia Costiera, Harry Kielhammer, che aveva 10 anni più di lei. Nonostante la nascita di due figli, il matrimonio non fu felice e i due si separarono già nel 1942. Harry ottenne la custodia dei bambini.
Durante la guerra, Barbara esercitò la prostituzione inizialmente presso il porto di Oakland, una importante base militare per la guerra nel Pacifico; successivamente si spostò a Long Beanch, a san Diego e a San Pedro, sempre sulla costa pacifica, venendo puntualmente arrestata e schedata dalla polizia.
Barbara Graham

Dopo la guerra, andò a esercitare sempre lo stesso mestiere, ma stavolta in un bordello, a San Francisco. Il bordello era una istituzione clandestina ma di gran lusso, la cui tenutaria era una certa Sally Stanford, una donna molto attiva socialmente e politicamente grazie ai numerosi agganci che le garantiva questa attività. Il locale era frequentato da artisti soprattutto del cinema e da politici di tutte le correnti. Alla fine, negli anni '70, Sally Stanford sarebbe stata eletta sindaco di Sausalito.
Sally Stanford (1903-82)

Barbara non fu altrettanto fortunata. Finì a frequentare tipi molto poco raccomandabili che la introdussero negli ambienti della droga e del gioco d'azzardo. Si mise di nuovo nei guai testimoniando il falso in favore di due di essi durante un processo e si beccò una condanna a cinque anni che scontò nella prigione statale femminile di Teachapi.
Di nuovo libera, nel 1953, andò a Los Angeles, dove provò a lavorare come inserviente in un ospedale e come cameriera. Sposò un barista, Henry Graham, ed ebbe da lui un altro figlio, Thomas.
Barbara Graham con il marito Henry e il figlio Tommy

Graham era un tossico e uno spacciatore e le fece conoscere altri soggetti ancora meno raccomandabili di quelli frequentati fino a quel momento. Per uno di questi, Emmett Perkins, Barbara lasciò il marito. Perkins era fissato su una vedova sessantaquattrenne di Burbank, Mabel Monohan, che a suo dire teneva in casa grandi quantità di denaro contante e di gioielli, in gran parte frutto delle attività dell'ex genero, Tutor Scherer, noto giocatore d'azzardo di Las Vegas. Perkins formò quindi una banda per entare nella casa della donna e fare il colpo. Oltre a lui e a Barbara, c'erano altri pregiudicati dalla fedina penale lunga chilometri: Jack Santo, John True e Baxter Shorter.
Jack Santo, Emmett Perkins e Barbara Graham

Baxter Shorter

John True

La vittima, Mabel Monahan


La sera del 9 marzo 1953, Barbara si presentò alla casa della donna, chiedendo di poter usare il telefono. Appena la Monahan aprì la porta, spuntarono dal buio gli altri 4 ed entrarono con lei, chiudendosi la porta alle spalle.
Su quanto accadde subito dopo, abbiamo le versioni rilasciate al processo da tutti i diretti interessati tranne due che nel frattempo erano morti. Pare che True, Santo e Perkins picchiarono la Monahan per farle dire dove tenesse nascosti il denaro e i gioielli, ma la donna non parlò. Quando entrò in casa anche Shorter, che avrebbe dovuto aprire la cassaforte, Barbara teneva una pistola in mano ed esortava i suoi complici a colpire più forte. Shorter, nonostante fosse pregiudicato per omicidio, non voleva essere coinvolto in un delitto così stupido e si rivoltò contro gli altri, obbligandoli a smettere di colpire la donna e ad allentare il bavaglio che sembrava sul punto di soffocarla.
La banda mise a soqquadro la casa in cerca della refurtiva, ma non trovò nulla. Per ironia della sorte, nessuno guardò in un armadio che si trovava proprio lì, nel punto dove avevano lasciato la Monahan moribonda, nel quale era custodita una valigia piena di soldi (circa 15.000 dollari).
Quando si resero conto che la Monahan non respirava più, i cinque fuggirono. Una volta rimasto solo, Shorter raggiunse una cabina telefonica e chiamò un'ambulanza per la Monahan, dando l'indirizzo corretto ma dimenticando di precisare che era a Burbank e non a Los Angeles. Infatti, l'ambulanza non arrivò mai a destinazione e il cadavere della Monahan fu scoperto solo due giorni dopo, dal guardiniere che aveva sentito il cane della donna uggiolare dall'interno della casa e aveva scoperto la porta lasciata socchiusa. La polizia mise una taglia di 5000 dollari sui responsabili del delitto.
Già il 26 marzo furono effettuati i primi cinque fermi, tra noti delinquenti della zona. Quattro non c'entravano nulla, ma il quinto era Shorter, che capì subito come la situazione potesse portarlo alla camera a gas e spifferò tutto quanto sapeva sul delitto, affermando di aver fatto solo da palo al resto della banda. Non si sa bene perché, i poliziotti decisero di lasciarlo libero mentre raccoglievano le prove per incastrare gli altri. Inoltre, qualcuno in centrale dovette dire una parola di troppo in giro perché, subito dopo il suo rilascio, Shorter scomparve. Il suo corpo non fu mai ritrovato.
Ma i poliziotti arrivarono lo stesso ai responsabili e li arrestarono nel mese di maggio. Durante gli interrogatori, il primo a cedere fu John True, cui fu proposto un accordo: sarebbe scampato alla pena capitale se si fosse prestato ad accusare gli altri. True non se lo fece ripetere due volte.
Secondo la versione di True, il ruolo di Barbara nel delitto sarebbe stato fondamentale. Sarebbe stata lei a colpire più volte alla testa la Monahan con il calcio della pistola, fino a fratturarle il cranio, e ancora lei le avrebbe coperto la testa con una federa di cuscino, rendendole impossibile la respirazione.
Barbara Graham durante gli interrogatori

In realtà, a parte la testimonianza di True, l'accusa non aveva nulla contro Barbara che, a differenza di Santo e Perkins, non aveva lasciato tracce sulla scena del crimine. Tuttavia, Barbara si complicò la situazione da sola, cadendo in una trappola tesale dalla polizia. Le fecero credere, attraverso una sua compagna di cella cui fu promessa una riduzione della pena, che qualcuno fosse disposto a pagare 25.000 dollari per scagionarla attraverso la falsa testimonianza di un'altra detenuta, che avrebbe giurato di essere stata con lei per tutto il tempo, la notte del delitto. Barbara accettò di incontrare questa falsa testimone e discusse con lei dell'alibi, ammettendo ripetutamente di aver partecipato alla rapina, senza sapere che la donna in realtà era una poliziotta e stava registrando la conversazione.
Una volta ascoltata in aula, la registrazione demolì completamente la credibilità di Barbara, che non fu più creduta da nessuno quando provò a rispondere alle accuse.
Shirley Olson, la poliziotta che incastrò Barbara Graham in carcere

L'opinione pubblica, che l'aveva soprannominata “Bloody Babs”, la detestò da subito, esercitando continue pressioni perché fosse condannata. In questo, c'entra sicuramente anche il fatto che fu assistita da un difensore d'ufficio, poco avvezzo a suggerirle una giusta strategia nel presentarsi. L'essere l'unica donna della banda poteva giocare a suo favore se si fosse mostrata come una figura passiva e facilmente influenzabile, ma Barbara tenne per tutto il processo degli atteggiamenti spavaldi, vestendo in modo vistoso, fumando continuamente e assumendo un atteggiamento polemico con gli accusatori. Quando le chiesero conto del suo tentativo di procurarsi un falso alibi, rispose: “Siete mai stati disperati? Sapete cosa significa non sapere cosa fare?”
Barbara Graham durante il processo

Barbara Graham con l'avvocato d'ufficio, Jack Hardy

Fu condannata a morte insieme a Santo e a Perkins. Passò diversi mesi in un carcere femminile di Chino aspettando l'esito dell'appello, ma la condanna fu confermata. Il 2 giugno 1955 fu trasferita a San Quentin, dove si sarebbe svolta l'esecuzione, tramite camera a gas.
Questa era pianificata per le 10 del mattino seguente ma, per rispondere (negativamente) alle domande di grazia, il governatore Goodwin Knight la posticipò prima alle 10,45 e poi alle 11,30. I rinvii resero Barbara isterica, fino a farle gridare: “Perché continuate a torturarmi?” A fatica, padre Edward Dingbuerg, cappellano cattolico del carcere, riuscì a calmarla. Alle 11,28 fu chiusa nella camera a gas. Si era preparata con eleganza, come per un'uscita serale, ma chiese di essere bendata per non vedere i testimoni dell'esecuzione. Un addetto, Joe Ferretti, le suggerì di trattenere il fiato e poi fare un respiro profondo per abbreviare i tempi, ma lei gli rispose: “E tu come fai a saperlo?”, insultandolo. Le sue ultime parole furono: “Le brave persone sono sempre così sicure di avere ragione”. Alle 11,36 le capsule di cianuro furono sganciate. Barbara si dibatté per qualche minuto, poi sembrò abbandonarsi all'indietro, per poi ricadere in avanti. Alle 11,42 fu dichiarata morta. Fu poi sepolta in un cimitero di San Rafael.
Durante il processo, tra i pochi a sostenere le sue ragioni, c'era stato un personagio tra i meno probabili per una cosa del genere, il giornalista Edward Montgomery del “San Francisco Examiner”. 

Edward S. Montgomery (1910-92), premio Pulitzer 1951 

Montgomery era un falco repubblicano che collaborava con l'FBI, di solito si schierava a favore di pene duramente esemplari per i delinquenti e, in seguito, avrebbe scritto un delirante opuscolo in cui accusava gli studenti contestatori degli anni '60 di essere al soldo dei comunisti russi. Secondo alcune interpretazioni, Montgomery era talmente attratto da Barbara che provò in tutti i modi a salvarla. Non essendoci riuscito, portò allora la sua storia a Walter Wager, un produttore che realizzava spesso film di grande impegno civile e si prestò a collaborare alla sceneggiatura di quello che sarebbe poi diventato il più importante film americano contro la pena capitale, “I want to live”, un vero capolavoro diretto dal grande Robert Wise e interpretato da Susan Hayward, che diede una prova eccezionale e vinse l'Oscar come migliore attrice protagonista nel 1959. Ironia della sorte, anche la Hayward apparteneva politicamente all'area dei falchi repubblicani.




La locandina e tre immagini del film

Il film contiene alcune inesattezze, dovute allo sforzo di presentare la figura di Barbara nel modo più favorevole possibile, ma ricostruisce abbastanza fedelmente la vicenda. Nella sequenza dell'esecuzione, sembra citare un classico del giornalismo americano, la foto scattata da Tom Howard con la fotocamera legata alla caviglia per nasconderla alle guardie, durante l'esecuzione sulla sedia elettrica dell'uxoricida Rurh Brown Snyder, il 12 gennaio 1928 a New York.

L'esecuzione nel film

L'esecuzione di Ruth Brown Snyder