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domenica 26 aprile 2020

Il Destino di Burton Abbott, la vittima giudicata colpevole


Che la sfortuna possa perseguitare un uomo innocente fino a ucciderlo si mette in conto nella realtà, ma che a essa possa aggiungersi anche la legge diventa un'ipotesi inaccettabile per il buon senso. Eppure questo è accaduto molte volte durante i processi penali, soprattutto nei Paesi come gli Usa, in cui le condanne capitali sono state spesso comminate ed eseguite con una disinvoltura indegna di un Paese civile.
I casi che potrebbero essere citati sono tanti, ma uno dei più celebri è relativo a un processo che alla metà degli anni '50 appassionò tutta l'America durante il suo svolgimento, che peraltro non fu affatto tra i più corretti. I tentativi della difesa di annullarlo per ottenere un nuovo giudizio furono poi frustrati dalla volontà dell'amministrazione di chiudere il caso alla svelta, anche a costo di affrettare i tempi dell'esecuzione al di là di quello che era permesso da leggi e regolamenti.
Ma andiamo per ordine.
Si parte naturalmente da un delitto, un delitto mostruoso ed efferato. La vittima si chiama Stephanie Bryan ed è una studentessa di 14 anni, figlia di un medico di Berkeley, California, che scompare nel pomeriggio del 28 aprile 1955 dopo aver attraversato il parcheggio dell'Hotel Claremont. Il 1° e il 5 maggio arrivano due lettere con richieste di riscatto alla famiglia, poi i rapitori non si fanno più sentire.

Stephanie Bryan

Il 16 luglio 1955, una donna di nome Georgia Abbott, residente ad Alameda, poco distante da Berkeley, contatta la polizia perché, nel seminterrato della casa che divide con il marito, il figlio di 4 anni e la suocera, ha trovato una borsa contenente un documento di identità intestato a Stephanie. La polizia compie un sopralluogo sul posto e scopre altri effetti personali della ragazza, come gli occhiali e il reggiseno. La suocera di Georgia, Elsie Moore, dichiara di aver già visto la borsa nel seminterrato e di non averla aperta, non sospettando nulla.
Viene interrogato anche il marito di Georgia, Burton Abbott, un ventisettenne che studia Contabilità all'Università della California. Quando gli viene chiesto l'alibi per il 28 aprile, Abbott dichiara che si trovava presso un capanno di proprietà della sua famiglia nella campagne di Weaverville, sempe in Califormia ma a oltre 500 km di distanza. Il 20 luglio, mentre il capanno viene ispezionato, uno dei tanti civili che si sono uniti alle ricerche, un venditore di automobili di nome Leroy Myers, richiama l'attenzione del giornalista Edward Montgomery del San Francisco Examiner e del fotografo Bob Bryant su un tumulo di terra smossa qualche centinaio di metri dietro il capanno stesso. Dallo scavo che segue, emerge il corpo già notevolmente decomposto di Stephanie.

Il luogo in cui venne rinvenuto il corpo

Burton Abbott viene arrestato e incriminato con l'accusa di stupro e omicidio.


Burton Abbott durante gli interrogatori

Il processo si tiene a Oakland. Le prove sono solo circostanziali: nulla indica che Burton Abbott abbia direttamente avuto a che fare con la ragazza. Tuttavia, il procuratore distrettuale J. Frank Coakley non rinuncia a nulla pur di ottenere un verdetto di colpevolezza. Descrive, non si sa in base a quali risultanze scientifiche, Abbott come un maniaco sessuale, che avrebbe ucciso Stephanie perché questa si sarebbe difesa durante uno stupro. Ma in realtà lo stato di decomposizione del corpo non ha permesso di accertare né le cause della morte (che si presume avvenuta per strangolamento) né se vi sia stata una violenza sessuale. Né Abbott sembra un tale energumeno dal quale ci si possa aspettare chissà quali violenze: tra l'altro, soffre anche di tubercolosi e ha notevoli problemi respiratori, non avrebbe mai la forza di trascinare e seppellire un cadavere.

J. Frank Coakley (1897-1983)

Coakley porta in aula come prove anche i reperti disponibili, compresi i residui di abiti trovati addosso al corpo quando è stato disseppellito, impregnati di un odore di decomposizione che impressiona tutti. L'avvocato della difesa, Stanley D. Withney, protesterà inutilmente.

I reperti esibiti al processo

La madre di Stephanie al processo, insieme alla testimone che aveva visto la ragazza per ultima

L'opinione pubblica sembra favorevole alla colpevolezza di Abbott e questo orienta la scelta dei giurati: che, dopo 47 giorni di dibattimento e 51 ore di camera di consiglio, lo giudicano colpevole di entrambi i reati, dopodiché il giudice Wade Snook lo condanna alla camera a gas.
Tra ricorsi e appelli, passano 13 mesi dalla condanna.
L'esecuzione avviene in circostanze particolarmente drammatiche, il 15 marzo 1957, a San Quentin. L'orario previsto è le 10 del mattino. Il nuovo legale di Abbott, George T. Davis, un fiero avversario della pena capitale, passa tutta la mattinata a cercare di ottenere un rinvio, perché la data è stata fissata troppo presto (ci sono almeno 2 settimane di anticipo rispetto ai termini di legge) e non tutte le autorità deputate hanno avuto la possibilità di visionare gli incartamenti del processo, per cui non è ancora detto che Abbott non possa ottenerne una revisione. Ma gli uffici giudiziari statali e federali fanno a scaricabarile e l'unico che possa smuovere la situazione è il governatore della California, Goodwin J. Knight. Il quale, però, in quel momento, è in visita ufficiale sulla portaerei Hancock nella Baia di San Francisco. Non riuscendo a raggiungerlo in altri modi, Davis gli lancia un appello tramite un canale televisivo: Knight risponde e concede una sospensione di un'ora. Durante questo tempo, gli appelli di Davis alla Corte Suprema e al Tribunale distrettuale federale vengono respinti. Ma ci sono le condizioni per chiedere un ulteriore rinvio a Knight. Tuttavia, questo è irreperibile. Ha dato a Davis due numeri telefonici assicurando che li avrebbe lasciati liberi, invece Davis li trova a lungo occupati entrambi. Quando finalmente Knight risponde, sono le 11,12 e Burton Abbott sta uscendo dalla cella per raggiungere la camera a gas. La discussione tra Knight e Davis è rapida, ma non abbastanza. Knight concede un nuovo rinvio e chiama il suo segretario, Joseph Babich, perché avvisi la direzione del carcere.

George T. Davis (1908-2006)

Goodwin Knight (1896-1970) con Richard Nixon nel 1958 

Sono le 11,18, quando arriva la telefonata di Babich alla linea diretta del braccio della morte, ma in quel momento le 16 palline che sciogliendosi nell'acido solforico avrebbero liberato il gas letale sono già cadute nel relativo recipiente. Il giornalista George Draper di The Chronicle, uno dei testimoni ufficiali, dirà poi che Abbott aveva inizialmente trattenuto il fiato, ma al primo respiro morì rapidamente.
Subito dopo che Abbott ha reclinato la testa, arriva la telefonata di Babich, e il guardiano Harley Teets gli risponde che ormai è troppo tardi per fermare l'esecuzione.
La moglie di Abbott, Georgia, se ne andò a vivere altrove. Il figlio, Christopher, era troppo piccolo per ricordare i fatti: solo da adulto apprese delle circostanze della morte del padre. Sia i fratelli sia soprattutto la madre di Burton Abbott erano fermamente convinti della sua innocenza e, anche dopo l'esecuzione, cercarono di farla riconoscere, soprattutto la madre, che sarebbe morta all'età di 100 anni nel 2004. Elsie Moore, in particolare, insistette sostenendo che bisognava indagare di più su suo fratello, un camionista di San Leandro di nome Wilbur Moore, che frequentava sia casa loro sia il capanno di Weaverville e che avrebbe avuto ogni possibilità di seminare indizi capaci di incastrare Burton. La Moore dichiarò di avere dei testimoni che il tribunale non aveva ammesso al dibattimento.

Elsie Moore al processo, al centro, con la moglie di Burton, Georgia, in primo piano

Sicuramente, la colpevolezza di Burton Abbott fu tutt'altro che provata. Anzi, sembra certo che fosse innocente e che sia stato incastrato. Ma da chi?
Una teoria alquanto sconvolgente in tal senso arriva da John W. Cameron, un ex poliziotto che dopo la pensione si è messo a fare ricerche sui cold cases. Nel 2014, Cameron scrive un libro in cui sostiene che una enorme quantità di delitti irrisolti o dalla dubbia attribuzione potrebbe essere stata commessa da Edward Wayne Edwards (1933-2011), un istrionico serial killer condannato infine a morte per l'omicidio del figlio adottivo allo scopo di incassare una polizza assicurativa e deceduto per cause naturali in carcere quattro mesi prima dell'esecuzione, ma sicuramente coinvolto in almeno altri 5 delitti.

Il libro di John Cameron


Due immagini, da giovane e da anziano, di Edward Wayne Edwards

Cameron ipotizza perfino che Edwards possa essere responsabile di delitti famosi e atroci, come quello di Elizabeth Short, la Black Dahlia, nel 1947, e quello della piccola JonBenét Ramsey nel 1996. Le sue teorie sono state molto criticate, ma la sua ricostruzione del ruolo di Edwards nel caso Bryan appare abbastanza credibile, anche perché desunta da una serie di informazioni contenute in uno dei libri autobiografici che Edwards scrisse per vantarsi delle sue prodezze, però alterando sistematicamente i nomi delle vittime.

Elizabeth Short (1924-47) in primo piano

JonBenét Ramsey (1990-96)

Secondo Cameron, Edwards, che nel 1955 si trovava nella Califormia meridionale e si faceva passare per il dottor James Garfield Langley, sarebbe riuscito ad attirare la ragazza in trappola promettendole di procurarle per 10 dollari una torta per il compleanno del padre, cui Stephanie intendeva fare una sorpresa, risparmiando la somma ad hoc. Una volta uccisa la ragazza, Edwards avrebbe scelto Abbott quale capro espiatorio perché i due si assomigliavano fisicamente e possedevano un'auto dello stesso tipo, una Chevy del 1949-50. In seguito, Edwards si sarebbe disfatto della sua, vendendola a Minneapolis.
Dopo aver nascosto la borsa e gli altri reperti del delitto nel seminterrato degli Abbott (che, tra il delitto e il ritrovamento degli effetti personali della ragazza, era stato visitato da parecchie persone senza che nessuno vi notasse nulla), il 15 luglio 1955 (quindi il giorno prima del ritrovamento), Edwards avrebbe poi assunto l'identità del venditore di auto Leroy Myers e guidato il giornalista Montgomery e il fotografo Bryant al corpo che lui stesso aveva sepppellito.


venerdì 8 febbraio 2019

Il fascino perverso della follia criminale di Olga Hepnarová


Le storie con al centro le figure di adolescenti criminali hanno sempre fatto vendere parecchie copie di libri e parecchi biglietti cinematografici, e non smettono di eccitare le folle di spettatori, che di solito, nella loro ignoranza, vedono in queste vicende o la conferma delle proprie sgangherate teorie educative o degli esempi di ribellione spontanea a un mondo ingiusto.
Invece, quasi tutti i casi di questi crimini riguardano ragazzi con grossi problemi, non semplici nevrosi, ma vere e proprie psicosi come la paranoia o la schizofrenia, che le famiglie scambiano per normali passaggi della crescita, sottovalutandone enormemente il pericolo, forse anche per il rifiuto dello stigma sociale dell'avere “un pazzo in casa” e delle dicerie che sicuramente nascerebbero in giro sull'origine della follia.
Alcuni casi sono diventati addirittura quasi leggendari, benché riguardino figure che, al di là dell'efferatezza dei loro crimini, dovrebbero se mai ispirare un senso di pena, come il Pierre Rivière raccontato dal grande storico Michel Foucault, il primo vero pazzo assassino che riuscì a sollecitare, nella Francia del 1835, una seria discussione sull'infermità mentale e l'incapacità di intendere e volere che può nascondersi dietro spaventosi delitti. Il libro di Foucault, che ha ispirato negli anni '70 anche un film di René Allio, è ancora un classico da leggere ad ogni costo per avvicinarsi al tema.

Michel Foucault (1926-84)

Una edizione francese del suo libro su Pierre Rivière

Una delle edizioni italiane

Locandina del film di Allio

Il protagonista Claude Hébert in una scena del film

La lucidità e l'umanità di Foucault sembrano invece lasciate in disparte da chi successivamente ha trattato il tema ispirandosi a fatti reali. Un esempio evidente sembra essere quello del veneziano Roberto Succo, assassino dei propri genitori che sembrava riabilitato nonostante una diagnosi di schizofrenia, fuggito dal carcere approfittando di un permesso di studio, efferato serial killer di almeno 5 vittime oltre i genitori durante una fuga per mezza Europa caratterizzata da una sequenza di rapine e stupri, infine suicida a 27 anni subito dopo essere stato ricatturato. A Succo, oltre alle più svariate opere d'arte, sono stati dedicati diversi libri, uno dei quali (Je te tue, di Pascale Froment, 1991) è stato tradotto anche in un film (Roberto Succo, di Cédric Kahn, 2001) molto criticato per quella che è stata definita una vera vacuità di contenuto.

Roberto Succo (1962-88)

Il libro di Pascale Froment

Locandina del film

Un caso molto meno noto in Occidente, ma che nel suo Paese ha ispirato un altro film, è quello dell'ultima donna vittima della pena capitale in Cecoslovacchia, Olga Hepnarová, responsabile però non di una serie di delitti ma di uno solo, una strage in cui persero la vita 8 persone.
La Hepnarová, nata a Praga il 30 giugno 1951 in una famiglia piuttosto benestante (padre bancario, madre dentista), fu inizialmente solo una bambina con problemi relazionali, che nel tempo la portarono a lasciare la scuola per un centro psichiatrico, dopo del quale riuscì a terminare l'obbligo scolastico e a seguire un corso per rilegatrice, anche se poi trovò lavoro come autista.
In questo periodo, visse in alcuni villaggi intorno a Praga. Il rapporto con la famiglia, specie con il padre e la sorella maggiore, era pessimo, solo la madre si sforzava di recuperarlo. Aveva grossi problemi con la sua sessualità, mai del tutto definita, che dall'età di 17 anni la portava ad avere rapporti sia con uomini sia con donne, con preferenza per queste ultime.


Due immagini di Olga Hepnarová

Nel 1970, il padre ereditò una fattoria a Zábrodí, in campagna, e nello stesso anno la madre propose a Olga di passare un periodo di vacanza lì in estate. Durante la permanenza, Olga concepì un piano per distruggere l'immobile, facendo esplodere delle bombole di gas in modo da provocare un incendio. Mise in atto questo proposito la notte del 7 agosto, ma i presenti, sua sorella e l'anziana coppia di inquilini che era andata a vivere nella fattoria, si svegliarono per l'esplosione e spensero l'incendio prima che facesse danni. Lo scoppio fu giudicato accidentale e considerato tale finché Olga stessa ne parlò, nel corso di una visita psichiatrica, nel 1973. Addusse come movente l'esasperazione per le continue dispute economiche in famiglia.
Successivamente, il suo stato psicologico peggiorò, fino a sfociare in una paranoia conclamata. Era convinta che tutti ce l'avessero con lei e raccontava di non poter andare in giro, perché veniva aggredita per strada senza che nessuno la difendesse. Parlava di suicidarsi, ma in realtà aveva in mente un gesto clamoroso, qualcosa che l'avrebbe posta all'attenzione di tutti.Cercò inutilmente di procurarsi un'arma da fuoco per compiere una strage sparando sui passanti in piazza Venceslao.
Dai primi del 1973, lasciata definitivamente, viveva in un ostello, anche se aveva comprato una piccola casa di legno in campagna, nel villaggio di Oleško. Qui si ritirò in solitudine nel luglio dello stesso anno, per alcuni giorni, al termine dei quali abbandonò la sua auto, una Trabant, di cui aveva sempre avuto una cura maniacale, e tornò a Praga.
Il 10 luglio, doveva sostenere l'esame per la patente che l'avrebbe abilitata a guidare i camion. Prima di andarci, spedì due lettere quasi identiche alle agenzie giornalistiche The Free Word e The Young World, spiegando le ragioni di ciò che stava per fare.
Le lettere si concludevano entrambe così:
Sono una solitaria, una donna distrutta. Una donna distrutta dalla gente. Ho una sola scelta: uccidermi o uccidere gli altri. Ho scelto di ripagare chi mi odia. Sarebbe troppo facile lasciare questo mondo come un’anonima suicida, la società è troppo indifferente. Quindi, la mia sentenza è: Io, Olga Hepnarova, vittima della vostra bestialità, vi condanno a morte.
Alle 13,30, appena sostenuto l'esame, con lo stesso camion di cui si era servita, un Praga RN, si diresse lungo l'attuale via Milada Horáková e puntò il mezzo contro la piccola folla, circa una trentina di persone, che stava aspettando il tram in piazza Strossmayer, piombando su di essa a tutta velocità.
Tre persone morirono all'istante, altre tre nello stesso giorno e due nei giorni successivi, per un totale di otto. Ci furono anche dodici feriti, sei dei quali in modo grave.




Alcune immagini scattate sul luogo dell'incidente nei minuti successivi

Il luogo come è oggi 

Olga fuggì dal mezzo, inseguita dai passanti, che in realtà pensavano che avesse perso accidentalmente il controllo del mezzo e fosse in stato di choc, per cui volevano aiutarla prima che si facesse male a sua volta. Quando fu finalmente fermata, dichiarò subito che si era trattato di un atto deliberato e, di conseguenza, fu arrestata.
Il processo si svolse tra la fine del 1973 e i primi mesi del 1974. Sebbene la linea di difesa dei suoi avvocati fosse centrata sulla schizofrenia e sulla conseguente incapacità di intendere e volere, Olga non diede loro la minima collaborazione e si limitò a dichiarare che non era pentita di ciò che aveva fatto, ma solo rammaricata che ci fossero stati così pochi morti e che i suoi genitori non fossero tra le vittime.
Dopo che un collegio di periti psichiatrici l'ebbe dichiarata sana di mente e capace di intendere e volere, il 6 aprile 1974, Olga fu condannata a morte. Sua madre non si arrese e propose appelli prima alla Corte Suprema, poi alla Corte Suprema Federale e infine si appellò al premier Ludovic Strougal, che in quel periodo faceva anche le veci del presidente della Repubblica Ludwig Svoboda, chiedendo la grazia.
Tutti questi tentativi furono respinti e la condanna confermata.
Il 13 marzo 1975, Olga Hepnarová fu impiccata nel carcere praghese di Pankrác.
Il nome di Olga Hepnarová ritornò alla ribalta delle cronache nel 2006, durante il processo a Viktor Kalivoda, un ex poliziotto che aveva ucciso tre persone scelte a caso nell'ottobre del 2005. Dal carcere, in cui si sarebbe poi suicidato dopo la condanna all'ergastolo, Kalivoda scrisse di essersi ispirato proprio a Olga Hepnarová (sebbene fosse nato oltre due anni dopo la sua esecuzione).
Viktor Kalivoda (1977-2010)

Il personaggio di Olga Hepnarová non ha ispirato solo delitti, ma anche canzoni, saggi, romanzi (in particolare uno famoso di Bohumir Hrabal, Ponorné říčky (L'uragano di novembre, 1990), in cui il boia che esegue la condanna, per il rimorso, diventa un fiero oppositore della pena capitale) e almeno un film, una coproduzione ceco-slovacco-polacco-francese del 2016, intitolata Já, Olgá Hepnarová (Io, Olgá Hepnarová), la cui protagonista è l'attrice polacca Michalina Olzańska, diretto da Petr Kadza. Questo film, mai arrivato in Italia, ha ottenuto diversi riconoscimenti sia in patria sia all'estero.
Bohumir Hrabal (1914-97)


Il suo libro e la traduzione in Italiano


Michalina Olzańska in alcune scene del film

Locandina del film







domenica 23 ottobre 2016

Il Dottore contro Barbablù: Bernard Spilsbury smaschera George Joseph Smith

Erano tre donne sole, non più giovanissime, ma neanche tanto vecchie da aver abbandonato ogni speranza di farsi una famiglia in futuro. Avevano la sfortuna di essere cresciute nell'Inghilterra tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, quando l'emigrazione verso le Americhe, l'Australia e le colonie, portava via molti giovani uomini, che partivano in cerca di fortuna e difficilmente tornavano. Intorno al 1910, tutti i giornali che pubblicavano annunci matrimoniali erano pieni di inserzioni di giovani donne nubili, mentre quelle di uomini celibi erano molto più rare.
Si chiamavano Bessie Mundy, nata nel 1877, Alice Burnham, nata nel 1888, e Margaret Lofty, nata nel 1876. Erano tutte e tre ragazze di famiglie medio-borghesi, non troppo istruite ma sufficientemente ambiziose da sognare, oltre al matrimonio e ai figli, anche un lavoro che permettesse una minima autonomia economica. Bessie aveva studiato da segretaria, Alice da infermiera e Margaret era una dama di compagnia.
Bessie Mundy

Alice Burnham

Margaret Lofty

Tutte e tre coronarono il loro sogno di sposare un uomo affascinante, sempre conosciuto attraverso un'inserzione, ma la frase conclusiva delle loro fiabe non fu la consueta “e vissero felici e contenti”.
Il 26 agosto 1910, a Bristol, Bessie sposò un certo Henry Williams, che poche settimane dopo la lasciò perché impegnato in viaggi di lavoro. Il matrimonio andò avanti tra alti e bassi, con lui spesso distante e lei che era costretta a sovvenzionarlo attingendo ai risparmi faticosamente messi da parte, finché sembrò che Henry avesse finalmente fatto l'affare della vita e, libero da preoccupazioni economiche, la portò in vacanza in una pensione dotata di tutti i confort nella rinomata località turistica di Herne Bay, nel Kent, subito a Est della Manica. Era il luglio del 1912. Purtroppo Bessie non stava molto bene, soffriva soprattutto di dolori di testa e di spossatezza, ragione per cui fu visitata alcune volte da un medico locale, che le diagnosticò una forma di epilessia. La mattina del 13 luglio, mentre il marito era al mercato per comprare del pesce fresco, Bessie decise di farsi un bagno nella vasca che era stata installata ad hoc nella loro stanza. Al ritorno, il marito la trovò priva di conoscenza e con la testa sott'acqua; chiamò lo stesso medico che l'aveva visitata, Frank French, ma questi non poté far altro che constatarne la morte. Ne seguì una breve inchiesta giudiziaria, tenutasi il 15 luglio, conclusa con il verdetto di morte accidentale in seguito a un attacco epilettico. Bessie fu sepolta a Herne Bay il 16. Dopo aver scritto alcune lettere ai parenti di lei, il 18 luglio Henry Williams partì da Herne Bey e da allora non si seppe più nulla di lui.
Bessie Mundy con il marito Henry Williams

La vasca di Herne Bay in cui annegò Bessie Mundy

Nella tarda estate del 1913, Alice, una ragazza cresciuta nel Buckinghamshire che si era poi trasferita nella località costiera di Southsea, vicino Portsmouth, per lavorare da infermiera in una casa privata, conobbe un uomo di nome George Smith e si fidanzò con lui. Smith non piacque affatto ai genitori di Alice, che lo giudicarono subito un manipolatore: ma Alice non volle intendere ragioni e lo sposò ugualmente, il 4 novembre. Per il viaggio di nozze, la coppia si recò a Blackpool, località turistica di mare del Lancashire, a Nord del Galles, affittando una stanza in una pensione. Qui, quasi subito, Alice cominciò ad accusare sintomi di spossatezza e continui dolori di testa. Il dottor George Billings, cui il marito la portò prontamente a farsi visitare, la trovò in buona salute nonostante il sovrappeso e i postumi di un recente intervento di peritonite, subito all'inizio dell'estate. Ipotizzò invece che soffrisse di una qualche forma di epilessia. Il 12 dicembre 1913, poche ore dopo aver spedito alla madre una cartolina in cui raccontava di stare bene e di essere felicissima insieme al marito, Alice fece un bagno nella vasca che si trovava nella stanza di fronte a quella in cui lei e suo marito avevano preso alloggio. A un certo punto, i padroni di casa, che erano al piano di sotto, notarono l'acqua che sgocciolava dal soffitto e, temendo che la donna avesse riempito troppo la vasca, chiesero al marito di avvertirla. Questi, però, appena aperta la porta del bagno, si mise a gridare, chiedendo di chiamare il dottor Billings. Il dottore, che abitava vicino, accorse subito, ma trovò Alice già morta, annegata nella vasca in cui era svenuta durante il bagno. L'inchiesta, tenutasi il giorno dopo, accertò che la morte era stata accidentale. Il 15 dicembre, subito dopo il funerale di Alice, George Smith partì in treno da Blackpool e da quel momento non si seppe più nulla di lui.
La vasca di Blackpool in cui annegò Alice Burnham

Margaret, tra la fine del 1913 e i primi del 1914, a Bristol, aveva avuto una tumultuosa relazione, probabilmente la prima della sua vita, con un certo Wlliam Gilbert, che però aveva lasciato dopo aver scoperto che era già sposato. Nel dicembre del 1914 se ne andò improvvisamente da casa, lasciando alla madre, alla sorella e al fratello un biglietto in cui spiegava che si recava a Londra a lavorare come dama di compagnia presso un'anziana aristocratica. Con un secondo biglietto, spiegò che il lavoro le era stato procurato da un'amica che anch'esse conoscevano. In realtà, se ne andò a Bath, celebre stazione termale del Somerset, per sposare un certo John Lloyd, da poco conosciuto. La coppia si sposò a Bath il 17 dicembre. Poi si spostarono a Londra, dove però trovarono già occupata la stanza in una pensione che Lloyd aveva prenotato. Ne trovarono un'altra a Highgate ma, quasi subito, Lloyd dovette portare la moglie nello studio del dottor Stephen Bates, lì vicino, dato che essa soffriva di spossatezza e dolori di testa ricorrenti. Poiché aveva anche un po' di febbre, le diagnosticò un'influenza e le raccomandò di riposare. La sera del 18 dicembre 1914, sentendosi meglio, Margaret volle fare un bagno, mentre il marito suonava l'inno sacro Più vicino a te, o Signore (lo stesso che si diceva fosse stato l'ultimo pezzo eseguito dall'orchestra del Titanic durante l'affondamento) sull'armonium di cui la loro stanza era dotata. Poi John Lloyd uscì per comprare dei pomodori per la cena della moglie. Al ritorno, appena salito, giunto alla stanza da bagno, cacciò un grido e chiese aiuto. La padrona di casa lo trovò che cercava di estrarre il corpo esanime della moglie dalla vasca. Accorse anche il poliziotto Stanley Heath, che si trovava di ronda per strada, chiamato dalla padrona di casa; infine arrivò anche il dottor Bates, cui Margaret apparve subito morta. Il giorno dopo, arrivò sul posto un cugino di Margaret, Frederick Kilvington, cui i familiari aveva chiesto di verificare come stessero andando le cose dopo che finalmente Margaret li aveva avvisati del suo matrimonio. Kilvington fu presente anche all'inchiesta, che cominciò il 22 dicembre e si concluse il 1° gennaio 1915 con un verdetto di morte accidentale. Il funerale si svolse comunque il 23 dicembre. Dopo l'inchiesta, John Lloyd partì da Londra e nessuno seppe più nulla di lui.
In quel tempo in cui le notizie venivano diffuse solo dai giornali e quelle di cronaca nera solo dai giornali locali, non era facile che qualcuno collegasse tra loro diverse morti avvenute a notevole distanza l'una dall'altra. Era cominciata anche la prima guerra mondiale, che occupava le pagine di gran parte delle testate. Ma il padre di Alice Burnham, Charles, non era mai stato molto convinto delle circostanze in cui era morta la figlia e, quando lesse le circostanze della morte di Margaret Lofty, contattò immediatamente Scotland Yard, che affidò il caso al detective Arthur Neil, del commissariato di Kentish Town, nato nel 1868. Neil era un segugio che aveva già risolto alcuni casi difficili tra cui quello dell'avvelenatore George Chapman. Quasi subito scoprì che un albergatore di Blackpool, Joseph Crossley, aveva già messo in relazione le due morti e avvisato la polizia.
Le ricerche di Neil, che interrogò ripetutamente tutti i testimoni, tesero inizialmente ad accertare se George Smith e John Lloyd fossero la stessa persona.
Arthur Neil

I casi cominciarono a diventare particolarmente interessanti quando si scoprì che le due donne morte avevano stipulato, poco prima del decesso, delle polizze assicurative il cui unico beneficiario era il marito. Neil fece mettere sotto sorveglianza lo studio del notaio Walter Davies di Londra, che John Lloyd aveva incaricato di riscuotere la polizza assicurativa e, il 1° febbraio, i poliziotti di turno fermarono un uomo la cui descrizione coincideva con quella di Lloyd. Costui confermò la propria identità ma negò di essere George Smith. Tuttavia, quando gli dissero che sarebbe stato trattenuto il tempo necessario a far arrivare Charles Burnham, il padre di Alice, ammise di essere George Smith, anzi George Joseph Smith, nato a Bethnal Greem l'11 gennaio 1872. Disse anche che le sue due mogli erano morte entrambe accidentalmente, per pura coincidenza.
George Joseph Smith

Gli indizi a disposizione di Neil per incriminare Smith erano comunque molto scarsi. Non si capiva come avesse potuto annegare le due donne avendo solo pochi secondi a disposizione, senza lasciare il minimo segno di colluttazione e senza usare alcuna droga o alcun veleno. Allora Neil chiese l'aiuto di Bernard Spilsbury, un medico londinese, nato nel 1877, che si stava facendo un gran nome come patologo forense e che aveva dato un grande contributo alla risoluzione di difficili casi giudiziari, primo fra tutti il delitto Crippen.
Bernard Spilsbury nel suo studio

Spilsbury fece esumare entrambe le donne e praticò sui corpi delle scrupolose autopsie, ma senza arrivare a nessuna conclusione definitiva.
Intanto, poiché tutti i giornali trattavano questa storia, cominciarono ad affluire altre notizie. Un ispettore di polizia di Kent Heard avvisò Neil della morte sospetta, analoghe a quelle oggetto delle indagini, a Herne Bay nel luglio 1912. A Neil bastò mostrare le foto di George J. Smith ai conoscenti della coppia per vedersi confermare che anche Bessie Mundy era stata sposata con lui. Due morti dello stesso tipo erano già abbastanza incredibili da accettare come frutto della casualità, tre era assurdo il solo pensarci.
Infatti, appena le notizie trovarono ulteriore diffusione, cominciarono a saltare fuori ulteriori dettagli sulla vita di George J. Smith. Emerse infatti che, dopo un primo matrimonio celebrato nel 1898, senza aver mai divorziato, aveva sposato un'altra donna già l'anno successivo. In ambo i casi, le mogli erano state abbandonate dopo poco, e lasciate a secco di contanti. Nel 1901 era finito in galera, per aver rubato nella casa in cui serviva come domestico. Rilasciato, era emigrato in Canada, per tornare in patria prima del 1908. Dal 1908 al 1914, nascondendosi dietro 7 diverse identità, aveva sposato 7 donne diverse, le 3 vittime e altre 4 che aveva derubato senza ucciderle.
Edith Pegler, un'altra delle donne sposate da Smith sotto falso nome

Alice Reavil, un'altra delle "mogli" di Smith

Intanto, il dottor Spilsbury continuava ad arrovellarsi sulle modalità con cui si sarebbero consumati i delitti, perché di delitti doveva per forza trattarsi. Fino a quel punto, Smith poteva essere processato in quanto bigamo e truffatore, ma nessuna prova metteva in dubbio l'ipotesi che le 3 vittime fossero morte accidentalmente. Spilsbury decise allora di compiere qualche test, simulando l'annegamento di una persona in una vasca da bagno di una lunghezza inferiore all'altezza della donna stessa. Ingaggiò una provetta istruttrice di nuoto e Neil provò ogni tecnica possibile per cacciarle la testa sott'acqua mentre lei era distesa in una vasca. In tutti i casi, la donna si difese in modo tale da non lasciare dubbi sul fatto che l'eventuale colluttazione avrebbe lasciato segni inconfondibili.
Poi, quasi per caso, mentre pensavano di abbandonare queste ricerche, Spilsbury e Neil si fecero venire l'idea di afferrare le caviglie della donna e tirarle bruscamente, in modo da farla finire con la testa sott'acqua in una frazione di secondo. Questo esperimento rischiò di finire in tragedia, perché, pur venendo estratta dalla vasca dopo pochi istanti, la coraggiosa nuotatrice apparve del tutto incosciente, e restò in queste condizioni per quasi mezz'ora, nonostante Spilsbury stesso e altri medici facessero di tutto per rianimarla, riprendendosi a fatica solo quando ormai la situazione sembrava disperata. Raccontò di non ricordare nulla di quanto accaduto.
Una ricostruzione dell'esperimento di Spilsbury
La ricostruzione di un delitto mostrata in cera nel museo di Madame Tussaud

Il meccanismo era chiaro. Smith, che tutti i conoscenti descrivevano come un uomo dallo sguardo magnetico, capace quasi di ipnotizzare chi gli stava davanti, aveva inventato una tecnica infallibile per far perdere conoscenza a una persona distesa in una vasca, così che annegasse in un modo apparentemente naturale.
Il processo, relativo al solo assassinio di Bessie Mundy, cominciò il 22 giugno 1915, in una Londra già provata dai primi bombardamenti compiuti dalla Germania utilizzando dei dirigibili Zeppelin. Smith era abbastanza sicuro di sé: aveva ingaggiato come difensore Edward Marshall Hall, il miglior penalista inglese del tempo, e sapeva di avere contro di sé solo prove indiziarie. Anche allo scrittore Edgar Wallace, che seguiva il processo per conto di alcuni giornali, sembrò tranquillissimo.
Tuttavia, non aveva fatto i conti con la personalità di Spilsbury. Quando il pubblico ministero Archibald Bodkin chiamò a testimoniare il patologo, questi si rivelò una personalità ben più magnetica e convincente dell'accusato. Nonostante Marshall Hall lo controinterrogasse a lungo cercando di farlo cadere in contraddizione, non mostrò mai il minimo segno di cedimento e confermò la sua teoria su tutti i punti.
Smith fotografato durante il processo 

Edward Marshall Hall

Il 1° luglio 1915, dopo soli 22 minuti di camera di consiglio, la giuria dichiarò Smith colpevole dell'assassinio di Bessie Mundy. Il giudice Scrutron lo condannò all'impiccagione. Marshall Hall propose immediatamente appello all'Old Bailey, ma anche questo fu respinto, il 29 luglio, da Lord Reading.
George J. Smith fu impiccato, il 13 agosto 1915, nel carcere di Maidstone, dal celebre boia John Ellis, che poi nelle sue memorie si vantò di aver impiegato complessivamente 46 secondi a svolgere l'intera procedura, dal momento in cui Smith era uscito dalla cella a quello in cui l'effetto combinato del cappio e della caduta lo avevano ucciso istantaneamente. Ellis era un boia molto preciso, e nei giorni precedenti aveva studiato attentamente la conformazione fisica di Smith in maniera da predisporre il tipo giusto di cappio e la lunghezza migliore della corda per determinare una morte istantanea.
Il boia John Ellis

Fino all'ultimo, Smith protestò la sua innocenza, a sorpresa sostenuto anche dal cappellano della prigione e dal vescovo di Croydon, che era stato a visitarlo. L'avvocato Marshall Hall era invece convinto che fosse colpevole ma successivamente dichiarò che lo aveva comunque difeso perché oppositore della pena capitale. La sera prima dell'esecuzione, Smith scrisse a una delle donne che aveva sposato illegalmente, Edith Pegler, dichiarandole il proprio amore eterno, e al notaio Walter Davies per ringraziarlo dei suoi servigi.
Arthur Neil continuò la sua brillante carriera in polizia fino a diventare, nel 1919, uno dei 4 Big Four, ossia i responsabili generali di Scotland Yard. Anche Marshall Hall continuò con successo la sua carriera forense. Spilsbury continuò a essere coinvolto in tutti i maggiori casi criminali del suo tempo, e anche in operazioni militari come la Mincemeat, con cui nel 1943 gli inglesi fecero arrivare via mare ai tedeschi il cadavere di un finto ufficiale annegato (in realtà un clochard morto per un'intossicazione da veleno per topi) che aveva con sé una valigia con carte che trattavano di una imminente invasione del Peloponneso: i tedeschi ci cascarono e concentrarono lì le difese, lasciando sguarnita la Sicilia dove poi avvenne l'effettiva invasione.
Infine, divorziato dalla moglie, colpito da una serie di lutti (un figlio brillante medico morto sotto i bombardamenti nel 1940, la sorella prediletta morta nel 1941 e un figlio disabile che aveva sempre tenuto con sé come assistente, morto di malattia nel 1945) e sfinito da una serie di malattie croniche che la vecchiaia incombente aggravava sempre più, Spilsbury il 17 dicembre 1947, dopo aver lavorato per tutta la giornata, si chiuse nel suo laboratorio e si uccise con il gas. Aveva da poco compiuto 70 anni.
La giornalista Jane Robins gli ha dedicato un bel libro, The magnificent Spilsbury, in cui si tratta in modo particolare del caso delle mogli annegate.
The magnificent Spilsbury (2010)

La traduzione italiana (2011)

L'autrice, Jane Robins

Secondo gli storici e i criminologi moderni, Spilsbury fu un genio e un pioniere nel suo campo, ma la sua fama di infallibilità è sicuramente esagerata. Alcuni si sono spinti ad affermare che in molti dei processi in cui si arrivò a una condanna grazie alle sue perizie (compreso quello celeberrimo del dottor Crippen e perfino quello di Smith), le giurie si lasciarono influenzare dalla sua personalità molto più che dal valore delle prove, che alla luce delle conoscenze attuali appare molto dubbio.