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lunedì 22 gennaio 2024

Rosemary Kutak: due bestseller e poi un lungo oblio

La storia della narrativa gialla è piena di autori misteriosi, dalle carriere singolari, che firmano uno o pochi libri di successo, oppure destinati a essere riscoperti e rivalutati, mentre degli autori stessi si perderà quasi ogni traccia. Ne abbiamo già incontrati diversi su queste pagine e sicuramente ne incontreremo ancora altri.

Un notevole esempio della categoria è rappresentato da Rosemary Kutak, pseudonimo di Margaret Norris, nata ad Anderson, Indiana nel 1905 e morta a Louisville, Kentucky, nel 1999. Questa autrice ha firmato solo due romanzi, usciti nel 1944 e nel 1948 e, giusto in mezzo a essi, un racconto pubblicato nel 1946. Dopodiché, per quanto se ne sa, non ha scritto più niente. Poco si sa anche della sua vita precedente, a parte un viaggio in Europa con il marito (dal quale prese il cognome Kutak) nel 1933.

Il primo romanzo fu coperto di lodi dalla critica, tra hardcover e tascabile ebbe almeno 5 edizioni e, con 42 anni di ritardo, è arrivato anche in Italia. Si tratta di Darkness of Slumber, uscito con Lippincott nel 1944 e tradotto nel Giallo Mondadori con il titolo Profondo sonno e il numero 1938 della collana il 23 marzo 1986.

Edizione originale del 1944

Edizione tascabile del 1947

Edizione italiana del 1986

In questo romanzo, troviamo già l'investigatore presente anche nelle altre due opere della Kutak, che però non è un poliziotto o un detective, bensì un giovane psichiatra, Marc Castleman.

Qui, Castleman lavora in una clinica di Oaklawn, imprecisata cittadina del Midwest. Siamo nel 1943. Eve, figlia del defunto giudice Ladbrooke, sorella del facoltoso avvocato Scott Ladbrooke ed ex moglie del socio di questi, Phil Minary, giace in uno stato di demenza soporifera da dieci anni. Un giorno, poco dopo aver partorito il figlio Jonathan, nel giro di poche ore si sentì male e da allora non riuscì più a connettersi con la realtà. Fisicamente però è sana e il suo male non fu preceduto da alcuna avvisaglia, ragione per cui gli psichiatri pensano che a determinarlo sia stato un violento trauma. In effetti, proprio nella notte in cui Eve ha partorito il figlio, il suo amico d'infanzia Hal Crane, collaboratore di Phil, è stato ucciso, ma nessuno è riuscito a trovare un collegamento tra i due fatti. Sette anni dopo, Phil ha ufficializzato il divorzio da Eve, di cui comunque resta il tutore, e si è risposato con la sua segretaria, Barbara, dalla quale ha successivamente avuto un'altra figlia.

Dopo dieci anni, il direttore della clinica, dottor Ian McKeith, ha deciso di sperimentare su Eve una terapia a base di metrazol, che potrebbe risvegliarla. A occuparsene è il giovane dottor Castleman. La terapia sembra funzionare ma, quando le viene somministrata l'ultima dose, Eve ha un collasso e muore. Anche se i familiari sembrano contrari, non avendo intenzione di rassegnarsi a un fallimento, Castleman procede a un'autopsia della donna e scopre che in realtà è morta per avvelenamento tramite una massiccia dose di nicotina, che chiunque poteva procurarsi e somministrarle in diversi modi. 

Nell'ultimo giorno della sua vita, Eve ha ricevuto le visite di sei tra familiari e amici stretti, e potrebbe essere stato chiunque. Ma perché? Qualcuno, evidentemente, ha voluto tapparle la bocca prima che si risvegliasse completamente.

Le indagini della polizia sono viziate da un problema di fondo. La città è preda della più spudorata corruzione e Phil Minary aveva cominciato una impegnativa battaglia politica per estirparla, sostenuto dalla moglie, prima della malattia di questa. Il capo della polizia, Fletcher, è uno dei personaggi più compromessi e finge di collaborare con Castleman anche se il suo unico obiettivo è incastrare Phil e la moglie Barbara perché non possano più nuocere. Castleman dovrà quindi portare avanti le sue indagini di nascosto della polizia e rischiando in prima persona, fino alla sorprendente rivelazione del colpevole di entrambi i delitti, quello di Crane e quello di Eve.

Per essere un mystery e soprattutto un mystery di quel tempo, Profondo sonno presenta personaggi ben caratterizzati e comportamenti tutt'altro che cervellotici. I due psichiatri, sia McKeith sia Castleman, sono molto professionali nel ricorrere a tutto l'armamentario della loro professione per non farsi manipolare dai bugiardi. Gli sviluppi finali della trama sono tutt'altro che scontati. In sintesi, si tratta di un buon romanzo e di un eccellente giallo. 

Sembra che anche l'altro libro della Kutak, I am the Cat (1948), sia costruito in modo molto simile, ma purtroppo non è mai arrivato in Italia, benchè in patria abbia avuto diverse edizioni. 



Tre edizioni del libro

Né lo è il solo racconto noto di quest'autrice, The one who didn't (1946) apparso sul settimanale canadese Mclean's in un numero del maggio 1946. 


Due copertine del settimanale risalenti al 1946

Come appariva il settimanale all'interno in quel periodo




lunedì 18 settembre 2023

Lorna Nicholl Morgan: la riscoperta di un'autrice della Golden Age of Mystery

La donna che si sarebbe fatta conoscere come scrittrice di romanzi mystery firmati Lorna Nicholl Morgan nacque a Kingston e crebbe a New Malden, due borghi nell'area sudovest di Londra distanti circa 5 km tra loro, il 20 agosto 1913 e fu registrata all'anagrafe con il nome di Lorna Bennett. Era l'ultima delle cinque figlie di Edgar G. Bennett, un cancelliere di tribunale, e di Isabelle A. Watkins.

Nulla sappiamo dei suoi studi. Nei primi mesi del 1937, Lorna sposò Geoffrey Charles Nicholl Morgan, un giornalista nato a Cardiff nel 1910. All'inizio della guerra, Geoffrey si arruolò nella Royal Navy come ufficiale, fu assegnato alla base militare di Thanet, un'isola ormai attaccata alla terra che rappresenta il lembo più orientale dell'Inghilterra meridionale. Qui morì, per cause non note, nella primavera del 1940.

Non si sa bene se Lorna, mentre imperversava la guerra, sia stata impegnata in qualche lavoro. In ogni caso, trovò il tempo di scrivere il suo primo romanzo, Murder in Devils' Hollow, che uscì con World's Work nel 1944. A questo, seguì Talking of Murder, uscito con Harrap nel 1945.

L'unica copia in vendita sul web non ha la sovraccoperta

I due romanzi successivi uscirono con Macdonald & Co.: The Death Box nel 1946 e Another Little Murder nel 1947.

Anche in questo caso si trova solo una copia senza sovraccoperta


Dopo aver tenuto per quattro anni il ritmo di un libro l'anno, Lorna Nicholl Morgan si fermò e smise di scrivere, sembra definitivamente. Nel 1954 si imbarcò sul traghetto S.S. Ryndam, diretto da Southampton a New York, dove sarebbe rimasta a vivere per due anni. In quell'occasione, sulla lista passeggeri, qualificò la sua occupazione come “scrittrice”. Dovette svolgere qualche lavoro anche lì, perché risulta una sua richiesta alla previdenza sociale americana nell'estate del 1975.

Nel 1956 tornò nel Regno Unito e finì per stabilirsi ad Hastings, nel Sussex, sempre sulla costa meridionale inglese, dove morì il 15 novembre 1993.

Come autrice era stata già quasi dimenticata mentre era in vita e, dopo la scomparsa, sembrava destinata a un totale oblio. Tuttavia, fu riscoperta in seguito al grande successo della ristampa di Mystery in White (1937) di J. Jefferson Farjeon da parte della British Library nel 2014.

Una rappresentazione di J. Jefferson Farjeon (1883-1957)

edizione d'epoca

edizione recente


Due edizioni italiane

A partire da questo romanzo, molti altri titoli della Golden Age del Mystery vennero riproposti con buon successo al pubblico, compresi gli ultimi due di Lorna Nicholl Morgan, che sono arrivati anche in Italia, grazie all'editore Lindau.

The Death Box è stato tradotto con il titolo Il baule della morte nel 2020. In questo romanzo, un affarista londinese, Joe Trayne, che gestisce un locale notturno con un socio, conosce una ragazza attraente, tale Wendy, e ha la sensazione che essa sia in pericolo. La segue all'interno di un appartamento, ma la ragazza sparisce uscendo fulmineamente: subito dopo Trayne trova in una stanza un baule contenente il cadavere di un uomo. A quel punto se ne va ma, dopo essersi consultato con il suo socio, dopo poco torna nell'appartamento accompagnato dal factotum Johnny. I due rinvengono il baule vuoto e la padrona di casa, tale Lysbeth, molto irritata per la loro intrusione. In vicinanza del baule c'è una foto pubblicitaria ritraente una giovane donna. Ritrovano più tardi Wendy e la ragazza sembra sempre in pericolo, ma non ne vuole sapere di essere prudente.


Trayne cerca la donna ritratta sulla foto e scopre che è una musicista, Melda Linklater. Melda non è tanto famosa come artista quanto come modella di un pittore divenuto famosissimo dopo il suo clamoroso suicidio, tale Solby, del quale stanno spuntando quadri dappertutto. Quando scopre che il cadavere visto inizialmente nel baule potrebbe appartenere a tale Carlo Beetz, abilissimo falsario di dipinti, Trayne comincia a capire che il delitto e la storia dei quadri potrebbero essere collegate. Ma il baule finirà per ospitare altri due cadaveri prima che si arrivi alla verità.

Another Little Murder era invece già uscito nel 2019 con il titolo Un piccolo omicidio di Natale. Qui, l'intraprendente Dylis Hughes, una ragazza che lavora come rappresentante di prodotti farmaceutici, resta bloccata con l'auto nella campagna dello Yorkshire durante una bufera di neve. Per sua fortuna, viene raccolta da Inigo Brown, un giovane che lavora nel settore alberghiero e si sta recando a trovare uno zio che abita in un palazzo poco distante, chiamato Wintry Wold. All'arrivo, però, Inigo ha una serie di sorprese: lo zio, oltre che malato così gravemente da non poterlo vedere subito, ha anche sposato la giovanissima Theresa, che ora comanda in casa. A coadiuvarla ci sono alcuni domestici dall'aria poco raccomandabile e un amico di famiglia sempre ubriaco. La casa, che sta andando in rovina, ospita già gli autisti di un furgone anch'esso bloccato e, man mano che passano le ore, si aggiunge sempre più gente che ha bisogno di aiuto tra le strade impraticabili. 


Durante la prima notte trascorsa nel palazzo, Dylis esce dalla sua stanza perché incuriosita da un rumore e, seguendolo, finisce per trovare la stanza in cui è ricoverato lo zio di Inigo. L'uomo è lucido e non sembra stare molto male: esprime il desiderio di vedere al più presto il nipote, ma Dylis non sa in quale stanza dorma Inigo. La mattina dopo, però, Theresa annuncia che il marito si è improvvisamente aggravato ed è morto. Né Dylis né Inigo sono disposti a credere che le cose siano andate in questo modo, ma non hanno prove per dimostrare il contrario. Theresa ha sicuramente qualcosa da nascondere, ma non può aver fatto tutto da sola. Chi potranno essere, tra tutti i presenti, i suoi complici?


 

mercoledì 25 agosto 2021

Elisabeth Lamouly, prima donna ghigliottinata per reati comuni dal regime di Vichy

Chi fa ricerca senza essere un ricercatore professionista è continuamente costretto a fare i conti con la scarsità e l'inaccessibilità delle fonti. Soprattutto per il semplice amatore, che se ne occupa senza ricavarne alcun lucro, il rischio di affrontare spese non trascurabili è sempre dietro l'angolo. Gli archivi ormai stanno diventando tutti ad accesso a pagamento e i pochi libri che trattano di questo o quel fatto vanno spesso presi a scatola chiusa, senza sapere fino a quanto siano attendibili, perché tutte le valutazioni che si trovano su di essi sono pubblicitarie.

Non è un caso che si finisca sempre più facilmente a scrivere delle stesse cose, sperando di imbattersi in lettori che ancora non le conoscono.

Dunque, inevitabilmente, un articolo ricavato dai mezzi normalmente disponibili, anche dopo molte ricerche, dovrà essere per forza ridotto a quanto si riesce a sapere: ossia, di solito, non molto.

Nei Paesi occidentali l'esecuzione capitale delle donne è diventata gradualmente un tabù. Forse per un oscuro senso di colpa per lo sterminio di donne innocenti durante i secoli della persecuzione delle streghe, forse per il riconoscimento della realtà per cui, in una società sessista, il sesso considerato inferiore non può vedersi attribuire lo stesso livello di responsabilità di quello considerato superiore. Ci sono state però eccezioni a questa tendenza, in particolare nelle aree dominate dal nazismo (e anche dalle altre dittature, ma dal nazismo in modo particolare), specie quando questo trovava l'appoggio di un collaborazionismo locale per lo più di tendenza cattolica (che, a quel tempo, era ancora piuttosto antisemita e quindi non incline a rifiutare in toto il nazismo).

Un caso esemplare è quello della Francia. Dal 1877 non si eseguivano condanne capitali di donne in Francia, durante il regime di Vichy, duranto appena 3 anni, se ne eseguiranno 5: Elisabeth Lamouly, Georgette Monneron, Germaine Legrand (da alcuni indicata come Germaine Philippe Besse), Marie Louise Giraud, Czeslawa Bilicki.

L'eredità della dominazione nazista si conserverà ancora per qualche anno: infatti, fino al 1949, saranno giustiziate altre 4 donne francesi: Lucienne Thioux, Genèvieve Danelle Calame, Madeleine Mouton, Germaine Leloy-Godefroy. Dopo di quest'ultima, non ci sono state più esecuzioni di donne nei 28 anni in cui la Francia ha conservato la pena capitale.

Tranne Marie Louise Giraud, condannata per aver praticato aborti clandestini (sotto il nazismo la pratica era punita con la morte e anche un uomo fu giustiziato per la stessa ragione), tutte queste donne si erano rese responsabili di delitti efferati, a volte con complici uomini. In questi casi, anche gli uomini coinvolti erano stati condannati alla stessa pena. Tranne che in un caso, nel quale i complici di sesso maschile, a un certo punto, scompaiono dalla vicenda e non risultano tra i giustiziati.

Si tratta della vicenda di Elisabeth Lamouly, coniugata Ducourneau, un'avvelenatrice seriale che sembra uscita da un romanzo di Georges Simenon.

Elisabeth Lamouly dopo l'arresto

Sulla vicenda della Lamouly è uscito recentemente un romanzo, L'empoissoneuse à la digitaline, di Viviane Janouin-Benanti, un'autrice poco nota ma che scrive spesso di delitti, cercando di ricostruire con la fantasia ciò che non risulta dai documenti. Il libro appare comunque arricchito da un discreto repertorio iconografico. Un altro recente volume che tratta questa vicenda in un capitolo è Crimes passionnels de France, di Sylvain Larue, un altro autore che tratta spesso di questi argomenti.


I due libri che trattano il caso

Il resto, lo si apprende dalle poche fonti d'epoca disponibili.

La Lamouly era originaria di Belin, nella Gironda, ed era nata nel 1905. Piuttosto giovane, dopo una normale infanzia borghese, aveva sposato Roger (da alcuni indicato come Jean) Ducourneau, di poco più grande, un uomo tranquillo e probabilmente piuttosto ingenuo, dal quale aveva avuto due figli che, verso la fine degli anni '30, stavano entrando nell'adolescenza (la figlia maggiore Simone, poi coniugata Hultsch, dovrebbe essere nata nel 1923).


La Lamouly da ragazza e un'immagine del suo matrimonio

A posteriori, la Lamouly fu descritta come una donna fredda e cinica, da sempre interessata all'uso dei veleni, al punto che qualcuno arrivò a paragonarla alla Marquise de Brinvilliers. Non si sa se questo sia vero ed è possibile che sia un'invenzione per rendere più appetibile la sua storia da parte dei giornalisti, ma resta il fatto che la sua difesa si basò sul fatto che fosse stata letteralmente costretta da altri (i suoi amanti) ad avvelenare le sue vittime, ma lei fu condannata mentre i suoi amanti non lo risultano, quindi è evidente che il tribunale non giudicò attendibile questa ricostruzione.

La Lamouly non mostrò alcuna tendenza criminale fino al 1937. Quell'anno, la madre, Emma Lamouly, che viveva con lei e la sua famiglia, la scoprì a farsela con un amante, un giovane algerino che i vari resoconti indicano con nomi diversi (Ahmed, Hamoud, Amar) e che non si sa nemmeno di preciso cosa facesse, secondo alcune fonti un bracciante che lei aveva fatto assumere dal marito per lavorare nella proprietà di famiglia e secondo altre un militare.

La madre le diede l'ultimatum: o chiudeva con l'amante o avrebbe detto tutto al marito. La Lamouly promise di sistemare la faccenda ma prese tempo e, intanto, il 31 agosto 1937, la madre morì improvvisamente per quello che a tutti (compresi i medici) sembrò un attacco di cuore.

Dopo la perdita della madre, la Lamouly sembrava molto abbattuta e il marito, pensando di farle cosa gradita, le propose di lasciare il soffocante mondo provinciale di Belin e di trasferirsi a Bordeaux, dove contava di prendere in gestione un bar molto frequentato in Rue de Faures. Elisabeth fu subito d'accordo, ma solo a patto di portarsi dietro l'algerino come lavorante.

Il bar dei Ducourneau

Il marito accettò, ma dovette evidentemente rendersi conto che qualcosa non andava, perché dopo un poco pretese di allontanare l'algerino dalla loro famiglia. A questo punto, l'algerino tornò in Africa, non si capisce bene se rispedito in Algeria tramite foglio di via per qualche malefatta minore o se trasferito in Marocco in quanto militare (le fonti divergono).

Elisabeth si abituò facilmente all'assenza del suo amante perché nel frattempo lo aveva già rimpiazzato con un altro. Gilbert-Édouard Camou, nato nel 1918, descritto come uno scioperato e anche piuttosto violento. Camou pretendeva che Elisabeth divorziasse dal marito ma conservasse la proprietà del bar: cosa impossibile perché i capitali investiti nell'impresa erano soprattutto del marito. Quando Elisabeth glielo fece finalmente presente, Camou le procurò (così affermò lei) una certa quantità di digitalina, una sostanza ricavata dalla Digitalis purpurea, pianta appartenente alle Plantaginacee, impiegata da molto tempo sia come farmaco utile per affrontare certe affezioni circolatorie, sia come veleno. Poiché la composizione della digitalina e il suo meccanismo di azione sono stati scoperti solo nel dopoguerra, oggi il suo uso è regolato da protocolli sanitari che garantiscono una certa sicurezza e un basso rischio di effetti collaterali, grazie anche all'esistenza di antidoti. A quel tempo, i dosaggi erano molto più approssimativi, i rischi parecchio più elevati e gli antidoti non esistevano.


La Digitalis purpurea

La Digossina, uno dei suoi principi attivi


Un primo tentativo di avvelenare Ducourneau fallì perché il dosaggio non si rivelò sufficiente. Al secondo tentativo, Elisabeth somministrò al marito una dose da cavallo e l'uomo morì, in circostanze analoghe a quelle della morte di Emma Lamouly, il 25 ottobre 1938.

Il resto della storia è quasi banale. Sebbene i Ducourneau fossero nuovi di Bordeaux, Camou era invece ben noto a tutti e la sua relazione con una donna sposata era già di dominio pubblico (probabilmente lo stesso Ducourneau ne era al corrente). La morte improvvisa del marito, ancora giovane e in ottima salute, insospettì qualcuno e la Gendarmeria si ritrovò tempestata di lettere anonime che accusavano la moglie.

Convocata dai gendarmi, davanti alla prospettiva di esumare il corpo di Ducourneau per cercare i residui di qualche veleno, Elisabeth crollò immediatamente e ammise di avergli somministrato la digitale, ma affermando di essere stata costretta con le minacce da Camou. Presa dalla foga, confessò anche l'omicidio della madre, affermando in quel caso di essere stata costretta con le minacce dall'algerino.

La sua linea di difesa era chiaramente incongruente. Se era stato Camou a consigliarle di servirsi dela digitale, come mai lei l'aveva già usata l'anno prima e non ci aveva pensato da sola? Lo aveva dimenticato nel frattempo?

Una pubblicazione periodica che nel 1938 raccontò la vicenda

Non si sa se l'algerino sia stato rintracciato e abbia deposto al processo. Alcuni giornali parlano di ricerche in corso, ma a un certo punto la sua figura svanisce dai resoconti. Camou invece fu sicuramente processato per complicità, ma riuscì a evitare la pena capitale.

Nell'aprile del 1940, Elisabeth Lamouly fu condannata a morte tramite ghigliottina per il duplice omicidio della madre e del marito. Gli appelli e la domanda di grazia servirono solo a differire l'esecuzione ai primi giorni dell'anno successivo.


Testata d'epoca e articolo sul processo Lamouly

Fino ad allora, a Bordeaux, le esecuzioni capitali erano state pubbliche e molto seguite, l'ultima risaliva al 1933. La ghigliottina era stata spostata in vari punti della città ma, in tempi recenti, si era deciso di riservare lo spettacolo delle esecuzioni capitali ai soli testimoni autorizzati. La ghigliottina si trovava dunque all'interno delle mura del centro di custodia cautelare Hâ.

La precauzione di rendere il più possibile discrete le esecuzioni si rivelò quanto mai opportuna in questo caso. Elisabeth Lamouly, con l'approssimarsi del momento, aveva dato sempre maggiori segni di perdita del controllo. Quando i gendarmi andarono a prelevarla nella sua cella, la mattina del 9 gennaio 1941, si dibatté al punto che essi dovettero legarla e portarla di peso alla ghigliottina. Non fu neanche possibile vestirla, per cui la donna venne giustiziata nuda.

Questi dettagli, taciuti dalla stampa del tempo per una sorta di ipocrita pruderie, sarebbero emersi solo in tempi successivi.




La notizia dell'esecuzione, ripresa dallo stesso lancio di agenzia, riportata da due quotidiani del tempo






sabato 27 marzo 2021

Il faro di Scotch Cap, quel 1° aprile 1946

 L'isola di Unimak è la maggiore e la più orientale delle isole Aleutine, con le quali l'Alaska si prolunga nel mare di Bering verso l'Asia.

Le isole Aleutine

Nonostante le sue dimensioni, è poco abitata: non arriva a 100 residenti (64 secondo l'ultimo censimento). Questo dipende in parte dal suo clima particolarmente inospitale e in parte alla presenza di alcuni vulcani attivi, il maggiore dei quali è lo Shishaldin, alto 2.857 m.

I residenti di Unimak si concentrano nell'abitato di False Pass, sulla costa orientale, ossia rivolta al continente.

Le Aleutine formano un semicerchio che divide il mare di Bering dall'Oceano Pacifico. Nonostante il clima gelido e il fatto che si tratta di una delle aree più nebbiose del pianeta, la posizione tra due continenti e le ricche opportunità di pesca hanno determinato un notevole traffico navale, intensificatosi soprattutto nel XIX secolo.

I numerosi naufragi sulle scogliere della costa indussero la Marina degli Stati Uniti a edificare, sulla punta meridionale di Unimak un faro che segnalasse la posizione della costa alle navi al largo. Come località fu scelto il capo denominato Scotch Cap.


La posizione di Scotch Cap su Unimak

I lavori, cominciati nell'estate del 1902 con l'arrivo del materiale e delle maestranze da Seattle, si protrassero fino al mese di novembre, prima che il rigido inverno locale impedisse di proseguirli. Nel maggio dell'anno successivo ripresero e completarono l'opera in luglio. Tuttavia, una serie di guasti alle valvole dell'impianto di illuminazione fecero sì che questo cominciasse a funzionare a pieno regime solo il 16 settembre di quell'anno.

In origine, il faro di Scotch Cap era una struttura in legno, di forma ottagonale, alta circa 15 metri, che si elevava a circa 30 metri sul livello del mare. L'edificio principale era accompagnato da altri edifici più piccoli usati come alloggi e depositi. Inizialmente, era previsto un organico di 3 unità: un responsabile, un primo assistente e un secondo assistente. L'accesso via mare era molto difficile e il turnover tutt'altro che rapido: il personale, dopo 4 anni di servizio, godeva di un congedo di 1 anno a terra.

Il faro originario di Scotch Cap
Il faro visto dal mare

Inizialmente, la luce era fissa, poi divenne intermittente, con segnali che cambiavano di frequenza secondo un codice in modo da segnalare i cambiamenti meteorologici in corso alle navi di passaggio.

Oltre a prevenire diversi disastri, il faro di Scotch Cap contribuì a rendere meno grave il bilancio di quelli che non riuscì a evitare. Il 30 aprile 1909, una nave dal carico misto (passeggeri e merci), la Columbia, proveniente da San Francisco e diretta alla Bristol Bay (la grande baia delimitata dalle Aleutine) incappò in una tempesta di neve e naufragò, ma tutte e 194 le persone a bordo riuscirono a salire sulle scialuppe e a raggiungere la costa di Scotch Cap, seguendo la luce del faro. Successivamente, rimasero ospiti della struttura per 2 settimane, prima di poter essere raggiunte e recuperate.

Il 30 gennaio 1930 fu la volta dei naufraghi del mercantile giapponese Koshun Maru, incagliatosi davanti a Unimak durante una tempesta di neve mentre andava dagli Usa all'Asia. La nave colò poi a picco il 21 febbraio.


Un'immagine dal naufragio della Koshun Maru

Infine, il 21 novembre 1942, la nave sovietica Turksib, carica di rifornimenti per sostenere lo sforzo bellico contro i nazisti, naufragò davanti a Scotch Cap. A bordo vi erano 35 persone (31 uomini e 4 donne) e furono tutte salvate. I naufraghi restarono per alcune settimane ospiti dei locali annessi al faro perché le condizioni meteorologiche rendevano impossibile il loro recupero.

Nel frattempo, il faro era stato rimodernato più volte, prima dotandolo di linee telefoniche e poi sostituendolo con una solida struttura di cemento armato alta 30 metri, nel 1940.





Il faro di Scotch Cap rimodernato

Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli Usa mantennero un importante contingente militare alle Aleutine, troppo vicine al Giappone per pensare che potessero stare tranquille. In realtà, i giapponesi non attuarono mai nessun piano per attaccarle e i contingenti trascorsero il periodo della ostilità in modo tranquillo.

L'organico del faro di Scotch Cap era stato portato a cinque unità, con l'aggiunta di due terzi assistenti. Nel 1946, i militari in servizio erano i seguenti: 1) Anthony L. Petit (responsabile), 2) Leonard Pickering (primo assistente); 3) Jack Colvin (secondo assistente); 4) Dewey Dykstra (terzo assistente); 5) Paul J. Ness (terzo assistente).



Il comandante Petit e il secondo assistente Colvin

Nella primavera di quell'anno, i cinque uomini erano tranquilli. Il loro servizio volgeva al termine ed avevano superato la guerra riuscendo a sopravvivere.

Il lavoro al faro era strutturato su turni ed è immaginabile che, nelle prime ore del 1° aprile, i cinque si stessero dando il cambio e facendo colazione.

Intorno all'1,30, il suolo tremò violentemente. Tutti pensarono che fosse in corso una eruzione vulcanica, ma non era così. Come fu accertato successivamente, ci fu un movimento della litosfera terrestre in corrispondenza della Fossa delle Aleutine (l'arco sottomarino di confine tra lo stretto di Bering e l'Oceano Pacifico, distante circa 150 km da Unimak), che derterminò una frana sottomarina di notevoli dimensioni. La zona fu attraversata da un violento sommovimento tellurico cui è stata di volta in volta attribuita la magnitudo 7,4 o 8,1 Richter. Il sisma era già di per sé molto forte, ma l'elemento principale che lo caratterizzò fu il conseguente maremoto, che sarebbe stato così violento da attraversare tutto il Pacifico.


La Fossa delle Aleutine

Dell'evento, a Unimak, resta la testimonianza di un tecnico della stazione radio posta su una piattaforma alcune decine di metri sopra il faro, Hoban Sanford, che scrisse una relazione sui fatti.

Sanford riferì di aver percepito il terremoto mentre leggeva nella sua cuccetta alla stazione radio e di aver pensato subito a un'eruzione, ma lo Shishaldin appariva tranquillo nella notte stellata. Circa 20 minuti dopo la prima scossa, ne arrivò una seconda ancora più violenta, anche se più breve. Mentre il personale della stazione radio stava chiedendosi cosa fare, alle 2,18 la stazione radio stessa ricevette un colpo dal lato del mare e subito dopo il suo pavimento si allagò, con l'acqua che raggiungeva l'altezza di circa 20 cm. Sanford riuscì a inviare un messaggio di richiesta di soccorso, poi uscì all'aperto e si rese conto che, sotto di lui, la luce del faro non era più visibile. Né si sentiva la sirena da nebbia che avrebbe dovuto inviare il suo segnale a intervalli fissi.

Appena il cielo fu abbastanza chiaro, verso le 7 del mattino, Sanford e altri commilitoni scesero verso il faro, ma non lo trovarono più. Un'onda alta più di 30 metri lo aveva letteralmente spazzato via.

In un clima surreale, con l'Oceano di fronte tornato calmissimo, gli uomini batterono l'area alla ricerca di tracce dei 5 operatori del faro. Trovarono alcuni resti umani, tra i quali un piede perfettamente amputato alla caviglia. Tre settimane dopo, durante l'installazione di una luce d'emergenza, fu ritrovato un corpo quasi intero, che gli uomini della stazione radio identificarono come quello del terzo assistente Paul Ness. Non fu rinvenuto niente altro dei 5 uomini scomparsi.







I danni lasciati dallo tsunami

Il corpo e gli altri resti furono poi sepolti in un piccolo cimitero a 300 m dal faro, dove già si trovavano le tombe di due naufraghi.

Il faro fu ricostruito nel 1950 e automatizzato a partire dal 1971.


Il faro ricostruito

Lo tsunami che distrusse il faro di Scotch Cap fu solo uno di quelli provocati dal terremoto del 1° aprile 1946. Altre onde attraversarono tutto l'Oceano Pacifico: alcune raggiunsero le Hawaii, dove toccarono anche l'altezza di 17 metri e uccisero 159 persone; altri danni e altri morti si ebbero su altre coste e perfino in Antartide, praticamente dall'altro lato del mondo, un'onda anomala distrusse una capanna costruita sulla costa.

In seguito a questo evento, la Marina degli Stati Uniti cominciò a organizzare un sistema di avvistamento e avvertimento delle onde anomale, che è attivo ancora oggi ma, purtroppo, funziona solo nell'Oceano Pacifico.