Chi fa ricerca senza essere un
ricercatore professionista è continuamente costretto a fare i conti
con la scarsità e l'inaccessibilità delle fonti. Soprattutto per il
semplice amatore, che se ne occupa senza ricavarne alcun lucro, il
rischio di affrontare spese non trascurabili è sempre dietro
l'angolo. Gli archivi ormai stanno diventando tutti ad accesso a
pagamento e i pochi libri che trattano di questo o quel fatto vanno
spesso presi a scatola chiusa, senza sapere fino a quanto siano
attendibili, perché tutte le valutazioni che si trovano su di essi
sono pubblicitarie.
Non è un caso che si finisca sempre
più facilmente a scrivere delle stesse cose, sperando di imbattersi
in lettori che ancora non le conoscono.
Dunque, inevitabilmente, un articolo
ricavato dai mezzi normalmente disponibili, anche dopo molte
ricerche, dovrà essere per forza ridotto a quanto si riesce a
sapere: ossia, di solito, non molto.
Nei Paesi occidentali l'esecuzione
capitale delle donne è diventata gradualmente un tabù. Forse per un
oscuro senso di colpa per lo sterminio di donne innocenti durante i
secoli della persecuzione delle streghe, forse per il riconoscimento
della realtà per cui, in una società sessista, il sesso considerato
inferiore non può vedersi attribuire lo stesso livello di
responsabilità di quello considerato superiore. Ci sono state però
eccezioni a questa tendenza, in particolare nelle aree dominate dal
nazismo (e anche dalle altre dittature, ma dal nazismo in modo
particolare), specie quando questo trovava l'appoggio di un
collaborazionismo locale per lo più di tendenza cattolica (che, a
quel tempo, era ancora piuttosto antisemita e quindi non incline a
rifiutare in toto il nazismo).
Un caso esemplare è quello della
Francia. Dal 1877 non si eseguivano condanne capitali di donne in
Francia, durante il regime di Vichy, duranto appena 3 anni, se ne
eseguiranno 5: Elisabeth Lamouly, Georgette Monneron, Germaine
Legrand (da alcuni indicata come Germaine Philippe Besse), Marie
Louise Giraud, Czeslawa Bilicki.
L'eredità della dominazione nazista si
conserverà ancora per qualche anno: infatti, fino al 1949, saranno
giustiziate altre 4 donne francesi: Lucienne Thioux, Genèvieve
Danelle Calame, Madeleine Mouton, Germaine Leloy-Godefroy. Dopo di
quest'ultima, non ci sono state più esecuzioni di donne nei 28 anni
in cui la Francia ha conservato la pena capitale.
Tranne Marie Louise Giraud, condannata
per aver praticato aborti clandestini (sotto il nazismo la pratica
era punita con la morte e anche un uomo fu giustiziato per la stessa
ragione), tutte queste donne si erano rese responsabili di delitti
efferati, a volte con complici uomini. In questi casi, anche gli
uomini coinvolti erano stati condannati alla stessa pena. Tranne che
in un caso, nel quale i complici di sesso maschile, a un certo punto,
scompaiono dalla vicenda e non risultano tra i giustiziati.
Si tratta della vicenda di Elisabeth
Lamouly, coniugata Ducourneau, un'avvelenatrice seriale che sembra
uscita da un romanzo di Georges Simenon.
Elisabeth Lamouly dopo l'arresto
Sulla vicenda della Lamouly è uscito
recentemente un romanzo, L'empoissoneuse à la digitaline, di
Viviane Janouin-Benanti, un'autrice poco nota ma che scrive spesso di
delitti, cercando di ricostruire con la fantasia ciò che non risulta
dai documenti. Il libro appare comunque arricchito da un discreto
repertorio iconografico. Un altro recente volume che tratta questa
vicenda in un capitolo è Crimes passionnels de France, di
Sylvain Larue, un altro autore che tratta spesso di questi argomenti.
I due libri che trattano il caso
Il resto, lo si apprende dalle poche
fonti d'epoca disponibili.
La Lamouly era originaria di Belin,
nella Gironda, ed era nata nel 1905. Piuttosto giovane, dopo una
normale infanzia borghese, aveva sposato Roger (da alcuni indicato
come Jean) Ducourneau, di poco più grande, un uomo tranquillo e
probabilmente piuttosto ingenuo, dal quale aveva avuto due figli che,
verso la fine degli anni '30, stavano entrando nell'adolescenza (la
figlia maggiore Simone, poi coniugata Hultsch, dovrebbe essere nata
nel 1923).
La Lamouly da ragazza e un'immagine del suo matrimonio
A posteriori, la Lamouly fu descritta
come una donna fredda e cinica, da sempre interessata all'uso dei
veleni, al punto che qualcuno arrivò a paragonarla alla Marquise de
Brinvilliers. Non si sa se questo sia vero ed è possibile che sia
un'invenzione per rendere più appetibile la sua storia da parte dei
giornalisti, ma resta il fatto che la sua difesa si basò sul fatto
che fosse stata letteralmente costretta da altri (i suoi amanti) ad
avvelenare le sue vittime, ma lei fu condannata mentre i suoi amanti
non lo risultano, quindi è evidente che il tribunale non giudicò
attendibile questa ricostruzione.
La Lamouly non mostrò alcuna tendenza
criminale fino al 1937. Quell'anno, la madre, Emma Lamouly, che
viveva con lei e la sua famiglia, la scoprì a farsela con un amante,
un giovane algerino che i vari resoconti indicano con nomi diversi
(Ahmed, Hamoud, Amar) e che non si sa nemmeno di preciso cosa
facesse, secondo alcune fonti un bracciante che lei aveva fatto
assumere dal marito per lavorare nella proprietà di famiglia e
secondo altre un militare.
La madre le diede l'ultimatum: o
chiudeva con l'amante o avrebbe detto tutto al marito. La Lamouly
promise di sistemare la faccenda ma prese tempo e, intanto, il 31
agosto 1937, la madre morì improvvisamente per quello che a tutti
(compresi i medici) sembrò un attacco di cuore.
Dopo la perdita della madre, la Lamouly
sembrava molto abbattuta e il marito, pensando di farle cosa gradita,
le propose di lasciare il soffocante mondo provinciale di Belin e di
trasferirsi a Bordeaux, dove contava di prendere in gestione un bar
molto frequentato in Rue de Faures. Elisabeth fu subito d'accordo, ma
solo a patto di portarsi dietro l'algerino come lavorante.
Il bar dei Ducourneau
Il marito accettò, ma dovette
evidentemente rendersi conto che qualcosa non andava, perché dopo un
poco pretese di allontanare l'algerino dalla loro famiglia. A questo
punto, l'algerino tornò in Africa, non si capisce bene se rispedito
in Algeria tramite foglio di via per qualche malefatta minore o se
trasferito in Marocco in quanto militare (le fonti divergono).
Elisabeth si abituò facilmente
all'assenza del suo amante perché nel frattempo lo aveva già
rimpiazzato con un altro. Gilbert-Édouard
Camou, nato nel 1918, descritto come uno scioperato e anche piuttosto
violento. Camou pretendeva che Elisabeth divorziasse dal marito ma
conservasse la proprietà del bar: cosa impossibile perché i
capitali investiti nell'impresa erano soprattutto del marito. Quando
Elisabeth glielo fece finalmente presente, Camou le procurò (così
affermò lei) una certa quantità di digitalina, una sostanza
ricavata dalla Digitalis purpurea, pianta appartenente alle
Plantaginacee, impiegata da molto tempo sia come farmaco utile per
affrontare certe affezioni circolatorie, sia come veleno. Poiché la
composizione della digitalina e il suo meccanismo di azione sono
stati scoperti solo nel dopoguerra, oggi il suo uso è regolato da
protocolli sanitari che garantiscono una certa sicurezza e un basso
rischio di effetti collaterali, grazie anche all'esistenza di
antidoti. A quel tempo, i dosaggi erano molto più approssimativi, i
rischi parecchio più elevati e gli antidoti non esistevano.

La Digitalis purpurea
La Digossina, uno dei suoi principi attivi
Un primo tentativo di avvelenare
Ducourneau fallì perché il dosaggio non si rivelò sufficiente. Al
secondo tentativo, Elisabeth somministrò al marito una dose da
cavallo e l'uomo morì, in circostanze analoghe a quelle della morte
di Emma Lamouly, il 25 ottobre 1938.
Il resto della storia è quasi banale.
Sebbene i Ducourneau fossero nuovi di Bordeaux, Camou era invece ben
noto a tutti e la sua relazione con una donna sposata era già di
dominio pubblico (probabilmente lo stesso Ducourneau ne era al
corrente). La morte improvvisa del marito, ancora giovane e in ottima
salute, insospettì qualcuno e la Gendarmeria si ritrovò tempestata
di lettere anonime che accusavano la moglie.
Convocata dai gendarmi, davanti alla
prospettiva di esumare il corpo di Ducourneau per cercare i residui
di qualche veleno, Elisabeth crollò immediatamente e ammise di
avergli somministrato la digitale, ma affermando di essere stata
costretta con le minacce da Camou. Presa dalla foga, confessò anche
l'omicidio della madre, affermando in quel caso di essere stata
costretta con le minacce dall'algerino.
La sua linea di difesa era chiaramente
incongruente. Se era stato Camou a consigliarle di servirsi dela
digitale, come mai lei l'aveva già usata l'anno prima e non ci aveva
pensato da sola? Lo aveva dimenticato nel frattempo?
Una pubblicazione periodica che nel 1938 raccontò la vicenda
Non si sa se l'algerino sia stato
rintracciato e abbia deposto al processo. Alcuni giornali parlano di
ricerche in corso, ma a un certo punto la sua figura svanisce dai
resoconti. Camou invece fu sicuramente processato per complicità, ma
riuscì a evitare la pena capitale.
Nell'aprile del 1940, Elisabeth Lamouly
fu condannata a morte tramite ghigliottina per il duplice omicidio
della madre e del marito. Gli appelli e la domanda di grazia
servirono solo a differire l'esecuzione ai primi giorni dell'anno
successivo.
Testata d'epoca e articolo sul processo Lamouly
Fino ad allora, a Bordeaux, le
esecuzioni capitali erano state pubbliche e molto seguite, l'ultima
risaliva al 1933. La ghigliottina era stata spostata in vari punti
della città ma, in tempi recenti, si era deciso di riservare lo
spettacolo delle esecuzioni capitali ai soli testimoni autorizzati.
La ghigliottina si trovava dunque all'interno delle mura del centro
di custodia cautelare Hâ.
La
precauzione di rendere il più possibile discrete le esecuzioni si
rivelò quanto mai opportuna in questo caso. Elisabeth Lamouly, con
l'approssimarsi del momento, aveva dato sempre maggiori segni di
perdita del controllo. Quando i gendarmi andarono a prelevarla nella
sua cella, la mattina del 9 gennaio 1941, si dibatté al punto che
essi dovettero legarla e portarla di peso alla ghigliottina. Non fu
neanche possibile vestirla, per cui la donna venne giustiziata nuda.
Questi
dettagli, taciuti dalla stampa del tempo per una sorta di ipocrita
pruderie, sarebbero emersi solo in tempi successivi.
La notizia dell'esecuzione, ripresa dallo stesso lancio di agenzia, riportata da due quotidiani del tempo