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venerdì 18 dicembre 2020

La violenza politica, l'odio cieco e il puro caso: la morte di un bravo ragazzo, Roberto Crescenzio

 Per introdurre questa storia, prendiamo in prestito l'incipit di un'altra.

Alfio Caruso, un eccellente scrittore di thriller d'impegno e di fatti storici controversi, inizia così il suo “Noi moriamo a Stalingrado”, in cui narra la vicenda di 77 militari italiani dell'Armir, neppure appartenenti ai reparti combattenti, che un giorno del 1942 partirono per una semplice consegna di legname e si ritrovarono prigionieri di un inferno dal quale tornarono vivi solo in 2:

Il più vecchio andava per i trentacinque anni, il più giovane ne aveva venti. La moneta volò per aria, da una parte c'era scritto morte, dall'altra vita. Uscì morte.”

Il libro da cui è tratta la citazione

L'autore, Alfio Caruso (1950)

La mattina del 1° ottobre 1977, mentre Roberto Crescenzio si sta preparando a uscire, nell'appartamento in cui vive con i genitori a Torino, zona Vanchiglia, la stessa moneta vola in aria per lui. E anche stavolta esce morte.

Roberto Crescenzio

Questa è una delle storie più dolorose degli anni di piombo, forse la più dolorosa in assoluto. Ma anche una delle più dimenticate, al di fuori della città che ne fu teatro. Perché la memoria storica non nasce mai obiettiva, e la sua costruzione deriva innanzitutto dal confronto tra le diverse fonti originali, tutte orientate a una lettura strumentale dei fatti. I nomi che ci vengono proposti da esempio con le etichette di “eroi” o addirittura di “martiri” sono tali solo per chi scrive e spesso lo sono diventati loro malgrado, perché se avessero potuto scegliere avrebbero preferito mille volte continuare a vivere. Non di rado accade che la canonizzazione postuma di qualcuno coinvolga perfino quelli che, da vivo, gliene avevano sempre dette di tutti i colori (caso esemplare, Giovanni Falcone). La regola sembra essere sempre quella del giornalismo di bassa lega, quello che vende copie (e oggi ottiene click e like) eccitando i più bassi istinti del lettore: un morto è come il porco, non si butta via niente. Sempre che però la sua morte sia funzionale al tipo di propaganda che si vuole portare avanti.

Se esistesse una vera giustizia, la damnatio memoriae dovrebbe colpire i criminali, cancellandone l'odioso ricordo. Invece, la regola è che colpisca le vittime innocenti, quanto più sono innocenti. Perché chi è veramente innocente, chi è veramente estraneo a tutti i tipi di logica criminale, non può essere rivendicato da nessun contendente, e quindi nessuno avrà interesse a ricordarlo.

Questo significa soltanto che, a oltre quarant'anni di distanza, ricordare Roberto Crescenzio non significa solo scrivere un articolo più originale della media, ma soprattutto adempiere a un preciso dovere civile. A patto di ricordarlo come si deve, a differenza della (fortunatamente) pochissimo seguita pagina a lui intitolata su Facebook, gestita spudoratamente e strumentalmente da neofascisti senza vergogna.

Roberto, nato a Torino il 15 luglio 1955, è un ragazzo con la testa sulle spalle, che ha ereditato dagli antenati, contadini veneti, una operosità instancabile. Diplomato perito chimico, si è messo presto a lavorare come assistente tecnico nella stessa scuola in cui ha studiato e, visto che gli rimane spesso il pomeriggio libero, svolge anche un altro lavoro per un'industria cosmetica. A volte aiuta anche il padre, Giovanni, che ha un'attività di decoratore. La sera, poi, va a seguire i corsi per studenti lavoratori dell'Università, Facoltà di Farmacia, corso di laurea in Chimica e Tecnologie farmaceutiche. Insomma, che siano poche o tante le occasioni che la vita gli metterà davanti, non vuole sprecarne nessuna. Di politica si interessa poco, al punto che nessuno ricorda le sue opinioni al riguardo (quindi, non ha alcun fondamento la strumentalizzazione di alcune pagine di estrema destra che lo qualificano come “camerata”). È fidanzato da tempo e sta già pensando di mettere su famiglia. Ma prima di tutto c'è da superare lo scoglio dell'inevitabile servizio di leva. Perciò quell'anno non ha fatto il rinvio universitario e si prepara a partire, meglio togliersi presto il pensiero. Deve presentarsi in caserma il 3 ottobre. Due giorni prima, approfittando di una mattinata libera, va a tagliarsi i capelli, così si troverà una cosa già fatta.

Tornando a casa, passando per via Po, incontra un amico, Diego Mainardo. I due scambiano qualche chiacchiera e decidono di andare a prendere un caffè al bar. Il bar più vicino, in cui si infilano, è un locale che la sera funge anche da discoteca, “L'angelo azzurro”. Quando entrano, sono gli unici clienti. Insieme a loro, dentro, ci sono il proprietario, Luigi De Maria, sua moglie Maria Benedetta Evangelista, e il barista Bruno Cattin.

"L'angelo azzurro" dopo i fatti

Lasciamoli un attimo lì, in quello che sarà l'ultimo attimo di serenità della loro vita, e parliamo di ciò che sta succedendo intorno a loro, che ne sono del tutto ignari. Farne una sintesi è veramente molto difficile, trattandosi di un periodo quanto mai controverso.

Il 1977 è un anno particolarmente “caldo” per quanto riguarda la politica italiana. È riesplosa la contestazione globale come quella del '68, ma è molto meno rivoluzionaria e molto più violenta di quella del '68. Se allora si usavano slogan come “L'immaginazione al potere” o “Una risata vi seppellirà”, gli slogan del '77 sono estremamente truculenti e inneggiano alla lotta all'ultimo sangue contro praticamente tutti. Dalla furia dei nuovi contestatori, che si dichiarano appartenenti alla sinistra extraparlamentare, non si salva nessuno, nemmeno la Cgil e il PCI che sono anzi tra i bersagli privilegiati. Uno dei fatti più simbolici della stagione è la “cacciata di Lama”, che avviene il 17 febbraio di quell'anno, quando a Luciano Lama, segretario della Cgil, intervenuto per convincere gli studenti a sgomberare alcune facoltà dell'Università La Sapienza di Roma, occupate per protesta in seguito a una serie di violenze da parte di neofascisti, viene impedito di parlare da un gruppo di militanti del gruppo “Autonomia operaia”, che prima copre la sua voce con il rumore e poi prende a sassate il suo palco, costringendolo alla fuga.




Luciano Lama a Roma il 7 febbraio 1977 e altre immagini di quel giorno

Enrico Berlinguer definisce senza mezzi termini i contestatori del '77 “squadristi rossi” e “untorelli”, chiudendo a ogni possibilità di dialogo con essi e sollecitando le istituzioni alla loro repressione. Anche se la scelta di Berlinguer appare obbligatoria per un rappresentante della democrazia parlamentare, questa avrà (almeno, secondo l'opinione di Alberto Asor Rosa, un intellettuale di gran peso nel PCI del tempo) successive conseguenza molto pesanti.

Enrico Berlinguer nel 1977

“Autonomia operaia”, che era nata come un movimento operaista non marxista, addirittura rivendicando (per mezzo di uno dei suoi fondatori, Toni Negri) una matrice ideologica cattolica simile a quella della Solidarnosc' polacca, finisce per diventare una fucina di terroristi sanguinari, protagonisti della più efferata stagione di delitti delle Brigate Rosse. La stessa cosa succede a “Lotta continua”, un movimento simile ma di stampo più dichiaratamente marxista. Nel tempo, man mano che la situazione degenera, molti membri dei due movimenti prenderanno le distanze dalle ali più violente di essi e proseguiranno l'attività politica tramite i mezzi d'informazione o facendosi eleggere tra le file di qualche partito, ma questo è ancora di là da venire.

In quello scorcio di autunno del 1977, “Autonomia operaia” e “Lotta continua” sono in pieno fervore. Perché non bisogna dimenticare che, nello stesso periodo, l'Italia è soggetta anche alle frequenti azioni criminali del terrorismo nero, quello di stampo neofascista, che non contesta apertamente nessuno, ma colpisce nel mucchio ferendo e uccidendo chi capita, portando avanti quella “strategia della tensione” che, nelle intenzioni, dovrebbe portare alla fine a un golpe e all'instaurazione di una dittatura militare. Un terrorismo che gode di parecchie protezioni e collusioni presso i rappresentanti delle istituzioni, specie nella pubblica sicurezza. L'escalation delle violenze neofasciste a Roma porta, alla fine di settembre del 1977, prima al ferimento di una ragazza colpita in strada da revolverate sparate da un'auto di passaggio, poi all'uccisione del giovane militante di “Lotta continua” Walter Rossi, 20 anni, sparato alla testa durante un volantinaggio di protesta per questo episodio, davanti a una sede del MSI. Questo delitto appare particolarmente significativo in quanto verificatosi nonostante la presenza sul posto di alcune camionette di polizia, con gli agenti che non solo non disarmano i neofascisti armati ma ne coprono la fuga e ostacolano l'arrivo dei soccorsi.


Walter Rossi

Il giorno dopo, 1°ottobre, “Lotta continua”, “Autonomia operaia” e altre organizzazioni minori chiamano a raccolta iscritti e simpatizzanti per manifestazioni di protesta in tutta Italia. La principale è quella organizzata a Torino, cui partecipano circa 3000 persone. La protesta parte subito male, con lanci di bulloni, sanpietrini e bottiglie molotov contro sedi dell'MSI o del suo sindacato (la Cisnal) e la polizia schierata a difesa di queste. Seguono alcuni scontri con la polizia, che però coinvolgono solo alcuni manifestanti. Il grosso del corteo si dirige verso Palazzo Nuovo, dove è in programma un'assemblea. Per fare questo, deve attraversare via Po.


Manifestazione romana dopo l'assassinio di Walter Rossi

Torniamo al bar dove Roberto e Diego sono entrati a prendere un caffè. “L'angelo azzurro”, al numero 46 di via Po, è un bar discoteca che ha sempre ospitato una clientela di ogni genere. Ma le dicerie volano e sono tempi in cui quasi nessuno perde tempo a verificarle. Qualche mese prima, un giovane esponente dell'estrema destra lo affittato per tenerci una fastosa festa di compleanno. Tanto è bastato perché si spargesse la voce che il locale è “un covo di neofascisti”.

Mentre quasi tutto il corteo prosegue verso Palazzo Nuovo, circa dieci manifestanti, con il volto coperto da passamontagna, si staccano da esso e attaccano il bar. Entrano all'interno, cominciano a spaccare tutto e aggrediscono i presenti. La coppia di proprietari e il barista, protetti dal bancone, hanno il tempo di scappare dal retro. Non così i due clienti. Diego viene pestato duramente, trascinato fuori e pestato ancora. Roberto, prima di essere preso, scappa nel bagno e si chiude dentro. A quel punto, l'ottusa ferocia criminale degli assassini si scatena nella sua forma peggiore. Escono fuori e lanciano all'interno delle bottiglie molotov. Tra la benzina, l'alcol delle bottiglie spaccate e la moquette infiammabile, il bar diventa un inferno di fuoco. Roberto capisce che deve andarsene ma non trova una via d'uscita. Con un incredibile sforzo di volontà attraversa il bar in fiamme, con gli abiti che bruciano anche loro. Alcuni passanti sbigottiti lo vedono spuntare fuori dal locale distrutto, ridotto a una torcia umana, e lo soccorrono. La foto che lo ritrae seduto su una sedia in mezzo alla strada, quasi carbonizzato, in attesa dell'arrivo dell'ambulanza, farà il giro del mondo accompagnata da un fremito di orrore.




Non c'è la minima speranza di salvarlo. Le ustioni coprono il 90% del corpo. Assistito dai genitori e dalla fidanzata, cessa di vivere all'ospedale CTO il 3 ottobre. Durante l'agonia sarà sempre lucidissimo, come attestato anche dal sindaco comunista Diego Novelli, che va a visitarlo e si sorprende che sia ancora vivo in quelle condizioni.

Per Torino è uno choc. I funerali, nella Chiesa di San Giulio in Orta, a spese del Comune di Torino (sarà invece la Regione Piemonte a risarcire i proprietari dei danni), vedono una enorme partecipazione popolare, specie di ragazzi e studenti, parecchi dei quali iscritti alla FIGC. Molti non ci stanno più a contestare, se questi devono essere i risultati. Dalle colonne dello stesso giornale di “Lotta Continua” arrivano prese di posizione che si dissociano da questo tipo di violenze. Però nessuno fa i nomi di chi è stato e non arriva nessuna rivendicazione ufficiale.



I familiari e gli amici al funerale

Per poterne sapere di più, occorre aspettare il “pentimento”, tre anni dopo, di un terrorista delle BR, Roberto Sandalo, precedentemente espulso da “Lotta continua” per la sua condotta troppo violenta. Arrestato nel 1980, Sandalo vuota il sacco su parecchie questioni e fa i nomi di due che erano presenti al fatto pur non partecipandovi direttamente, Roberto Vacca e Daniele Sacco Lanzoni, che gli avrebbero raccontato tutto. I due confermano e la loro testimonianza permette di condannare (sia pure a ridicole pene tra 3 e 4 anni per omicidio colposo) i militanti di “Lotta Continua” Stefano Della Casa (oggi famoso critico cinematografico, imputato del solo “concorso morale” e sempre proclamatosi innocente), Angelo Luparia, Alberto Bonvicini, Angelo Di Stefano e Francesco D'Ursi. Il fatto che si sia basato su testimonianze come quella di Sandalo (forse mentalmente disturbato: uscito dalle BR, entrò sotto falso nome nella Lega Nord, da cui fu espulso dopo essere stato riconosciuto da Mario Borghezio; allora fondò un'organizzazione terroristica anti-islamica che compì alcuni attentati presso le moschee di Milano, Abbiategrasso e Brescia, per i quali fu arrestato e condannato di nuovo: è morto in carcere nel 2014 a 56 anni) ha fatto dire ad alcuni che non si trattò di un processo regolare. Ma il fatto che un imputato poi assolto, il medico Silvio Viale, abbia sentito il bisogno di scrivere in una lettera aperta ai giornali, nel 2002, “È giusto chiedere pubblicamente perdono alla madre di Roberto Crescenzio. Lo faccio per chi non può più farlo.”, indica che evidentemente la verità era proprio lì o poco distante, e che i condannati, se davvero innocenti, avrebbero potuto benissimo liberarsi facendo i nomi dei veri responsabili.

Roberto Sandalo



Il Comune di Torino ricorda Roberto Crescenzio intitolandogli una strada nei pressi di via Guido Reni e una porzione del Parco Dora, chiamata appunto “Parco Crescenzio”, vicino alla casa in cui era cresciuto. Nel 2017, l'apposizione di una targa alla sua memoria da parte dell'Associazione vittime del terrorismo (di cui ha fatto parte sua madre Elvira fino alla sua scomparsa, nel 2014. Il padre Giovanni si ammalò e morì poco dopo il fatto, da cui non si era più ripreso) ha scatenato una stucchevole polemica sulla dizione che riporta, in quanto secondo alcuni, la dizione “vittima del terrorismo” fa pensare che fosse proprio Crescenzio l'obiettivo dell'azione criminale, e dunque sarebbe molto più corretto scrivere più genericamente “vittima della violenza politica”. Ma c'è anche chi ha obiettato che sarebbe ancora più sensato scrivere “vittima del caso”, se questo non suonasse assolutorio verso i suoi assassini.

La tomba di Roberto Crescenzio

Il borgo di Vanchiglia, del quale era originario e in cui oggi è ricordato

La "Cittadella dello Sport" con alcune strutture a lui intitolate


Due immagini del "Parco Crescenzio"



sabato 14 novembre 2020

Una molotov dal buio: l'assurda morte di Iolanda Palladino

 

Il fondo dell'orrore, fino ad allora soltanto subito, fu appena intravisto, per la prima volta, da Anton Cechov, il grande scrittore russo. Era il 1890 e Cechov si trovava alla colonia penale di Sachalin, un'isola del Pacifico settentrionale, dove si era recato per scrivere un reportage sulle condizioni dei prigionieri. Tali condizioni, come si può immaginare, erano terrificanti, e il lavoro di Cechov ebbe una tale risonanza da indurre il governo russo a ordinare una serie di ispezioni e emanare una serie di regolamenti per limitare e sanzionare gli abusi dei sorveglianti sui prigionieri.

Un giorno, Cechov assistette a una fustigazione pubblica e, da medico quale era, intuì che la violenza del supplizio, sicuramente spropositato rispetto a qualsiasi violazione potesse essere stata attribuita al condannato, avrebbe facilmente condotto quest'ultimo alla morte. Ma, a colpirlo, più ancora dell'assurdità del sistema sanzionatorio, fu il compiaciuto sadismo con cui il sorvegliante incaricato di frustare il condannato continuava a menare colpi di una violenza inaudita, certo provando una perversa soddisfazione al pensiero di uccidere l'uomo che aveva davanti. Cechov, a un certo punto, dovette andarsene, disgustato oltre ogni limite; ma registrò nei suoi appunti una considerazione che è rimasta celebre. Scrisse infatti che, se fosse mai stato costretto a scegliere se essere il condannato o il carnefice, avrebbe preferito mille volte essere il condannato, che era senz'altro l'ultimo degli uomini, ma almeno un uomo; mentre il carnefice, per lui, non era degno neppure di essere considerato un essere umano.


A. P. Cechov (1860-1904) in un ritratto del 1898


Due edizioni italiane di L'isola di Sachalin

Davanti a quello che pare un orrore senza fine, l'istinto e l'emozione ci portano a dimenticare che l'orrore non ha fine, che ce ne può sempre essere uno ancora peggiore.

I criminali che, ebbri di un fanatismo accecante, scagliarono le loro bottiglie Molotov contro il bar “L'Angelo azzurro” a Torino il 1° ottobre 1977 erano convinti, nella loro perversa idiozia, di colpire davvero qualcuno che rappresentava un “nemico” per la loro causa. Era la mentalità della faida, quell'idea tribale di giustizia che caratterizzava le società in cui l'arbitrio si faceva legge, legittimato dalla prepotenza. Un atto barbaro, sanguinario, pre-civile, eppure sgradevolmente umano, tipico del peggio dell'umanità.

Invece i criminali che, ebbri di un fanatismo analogo, scagliarono le loro bottiglie Molotov in mezzo alle auto che attraversavano via Foria a Napoli il 17 giugno 1975, sapevano perfettamente che tra la gente che avrebbero colpito c'erano persone ignare ed estranee a ogni logica di “lotta”, eppure le lanciarono lo stesso. Con questo, si posero letteralmente al di fuori del genere umano. Un atto ferino, bestiale, pre-umano, capace di provocare orrore perfino al peggio dell'umanità.

E, per questo, anche è sempre doloroso parlarne, anche se si vorrebbe cancellare ogni loro ricordo dalla memoria individuale e collettiva, si deve parlare ancora di loro. Sia perché è Storia e chi non conosce la Storia è condannato a ripeterla; sia perché è doveroso dare voce alle esistenze spezzate delle vittime, vittime completamente innocenti cui spetta ogni diritto di continuare a esistere almeno nella memoria di chi sa.

Su Roberto Crescenzio, ucciso nel rogo dell'Angelo Azzurro, scriveremo in un prossimo pezzo. Oggi parliamo invece di Iolanda Palladino, morta a 21 anni il 21 giugno 1975 per opera di quelle che possiamo definire mani disumanamente criminali.

Iolanda Palladino è una studentessa di Legge, ultima dei 4 figli del cuoco di un celebre ristorante, “Mimì alla Ferrovia”. Diplomata geometra all'istituto tecnico “Della Porta”, guadagna qualcosa lavorando come generica in teatro, soprattutto nelle “sceneggiate”, che in quel periodo richiamano folle di spettatori. È una ragazza bellissima, che ricorda (in meglio) Ornella Muti, diva emergente del periodo. Una scherzosa leggenda del tempo racconta che, quando esce in strada insieme alla sorella maggiore Nilde (che l'attrice la fa sul serio), non si ferma solo il traffico, si fermano pure gli orologi.

"Mimì alla Ferrovia", oggi

Ha passato il pomeriggio di martedì 17 giugno a studiare per un esame. In serata, le viene in mente all'improvviso qualcosa che deve dire al suo ragazzo, il figlio del proprietario del cinema “2000” di piazza Carlo III. Cerca di telefonargli, ma la linea di casa è isolata. Allora raccoglie un po' di gettoni, scende in strada e va a chiamarlo da una cabina telefonica, proprio di fronte. Ma è isolata anche questa, c'è un guasto e non c'è linea in tutta la zona intorno alla chiesa del Carmine, dove abita. Allora decide di andare a parlargli personalmente, al cinema, dove lui adesso sta lavorando. È una passeggiata che a piedi durerebbe una ventina di minuti, ma lei ha la macchina (la Fiat 500 che le hanno regalato i genitori per la maturità) e prende quella. Conta di metterci molto poco e infatti non sale neppure a cambiarsi, si tiene addosso il largo abito estivo e gli zoccoli che porta normalmente in casa.

Piazza Carlo III, oggi

La Chiesa del Carmine

Al cinema “2000” si trattiene un po', forse le viene voglia di vedere un po' del film in proiezione, forse lei e il fidanzato si mettono a chiacchierare e non si rendono conto del passare del tempo. Quando si rimette in moto verso casa, è ormai notte: deve avviarsi per via Foria, svoltare per via Carbonara e tagliare il Rettifilo. Non ci vuole molto, in assenza di traffico.

Ma stasera, nonostante l'orario, le strade sono piene di gente. Nei due giorni precedenti, 15 e 16 giugno, si sono tenute le elezioni amministrative e oggi è stato completato lo spoglio. Per la prima volta nella storia di Napoli, la corsa a sindaco è stata vinta da un candidato del PCI, Maurizio Valenzi, un pittore di non trascurabile rilievo nel panorama dell'arte italiana del '900 (alcune sue opere sono visibili nel museo “Napoli Novecento” a Castel Sant'Elmo), rompendo l'egemonia della DC che durava dalla caduta di Achille Lauro, il celebre sindaco monarchico che aveva dominato la scena politica degli anni '50 (e fatto la fortuna della più selvaggia speculazione edilizia, innescando vorticosi giri di mazzette, così come raccontato dal film “Le mani sulla città” di Francesco Rosi). 

Maurizio Valenzi appena eletto sindaco



Alcune opere di Valenzi

Il PCI, in realtà, ha vinto sul filo di lana: ha ottenuto poco più del 32% dei voti e, anche se resta il partito più votato, per mettere in piedi una giunta e avere la maggioranza in Consiglio Comunale, dovrà comunque ricorrere a delle alleanze con democristiani e socialisti. Fatto che sarà, alla lunga, la fortuna di Valenzi, che resterà alla guida della città per 8 anni, cercando inutilmente di cooptare le migliori intelligenze cittadine alla causa del bene comune. Infatti, i suoi continui tentativi di rendere più efficiente l'elefantiaca macchina amministrativa municipale si scontreranno sempre con le resistenze di onnipotenti gruppi di potere interno (specie vigili urbani, dipendenti del trasporto pubblico e netturbini) che non vogliono saperne di rinunciare ai tanti privilegi concessi dai precedenti sindaci; anche perché sono spalleggiati da sindacati corporativi e clientelari di ogni colore, che fanno il bello e il cattivo tempo e sono spesso trampolino di lancio per fulminanti carriere politiche che successivamente naufragheranno sugli scogli di inchieste giudiziarie, già prima di Tangentopoli. Sono tempi in cui i sindaci non hanno il potere che hanno avuto dopo le riforme degli anni '90, non esiste nemmeno una regolamentazione del diritto di sciopero e chiunque può permettersi di paralizzare l'intera città senza scontare conseguenze. Valenzi rischierà dunque spesso di essere “abbattuto dal fuoco amico”, e a salvarlo saranno sempre le sue eterogenee alleanze.

Ma tutto questo è molto di là da venire e a molti napoletani sembra davvero che la sua elezione metta la parola “fine” a una interminabile stagione di clientele e bustarelle. Perciò, all'annuncio del risultato elettorale, sono scesi in strada a festeggiare e via Foria è piena di caroselli di auto che suonano il clacson. Anche Iolanda lo ha votato e, forse, nonostante la seccatura delle code, questa situazione le mette pure allegria. Però a stare chiusa nel piccolo abitacolo fa caldo, e quindi spalanca il tettuccio apribile dell'auto.

Ma c'è anche chi non è per nulla contento dell'elezione di Valenzi. Via Foria ospita una sezione del MSI che ha già avuto problemi con la polizia per via delle intemperanze di alcuni suoi iscritti. Il nome è già tutto un programma: “Giovanni Berta”. Giovanni Berta, fiorentino, classe 1894, è stato un reduce della Libia e della Grande Guerra, e soprattutto uno squadrista della prima ora. Fu ucciso in circostanze mai del tutto chiarite (forse in uno scontro tra fascisti e comunisti, forse aggredito da un gruppo di comunisti che lo aveva riconosciuto mentre era in strada, forse anche in altri modi: l'unica cosa certa è che fu gettato nell'Arno dal Ponte Sospeso e vi annegò) nel febbraio 1921. La propaganda fascista ne fece un vero martire, superando ogni limite di decenza (esiste anche una celebre canzone, diffusissima nel Ventennio, in cui Berta viene addirittura spacciato per uno studentello quattordicenne) e il suo “culto” è tuttora vivo nelle file dell'estrema destra. A dirigerla è Michele Florino, un giovane molto ambizioso che, in queste amministrative coglie il suo primo importante successo, venendo eletto al Consiglio Comunale (del resto, il MSI in città va benissimo, supera il 18% dei consensi). L'esperienza municipale sarà solo il primo passo della carriera fortunata politica di Florino, che negli anni successivi diventa una presenza abbastanza assidua sulle tv private partenopee (tutte in mano a imprenditori simpatizzanti del MSI) anche se non arriva alla popolarità di qualche suo compagno di partito, come i pittoreschi neoborbonici Angelo Manna e Ugo Fedi, che pure vivranno carriere politiche di tutto rispetto.

via Foria, oggi

I personaggi che frequentano la “Giovanni Berta” sono spesso soggetti molto pericolosi. A Napoli, come in tutte le città italiane, è rimasta una certa quota di popolazione che rimpiange gli anni del fascismo come l'età d'oro della propria vita. Il regime, che prima ancora di abolire le libertà abolì le coscienze, viene rimpianto per la sua fin troppo esagerata generosità verso i sostenitori (nei primi anni da Duce, Mussolini decuplicò gli organici della pubblica amministrazione per sistemarne quanti più possibile) e perché, essendo già corrottissimo di suo, chiudeva facilmente tutti e due gli occhi su ogni genere di traffico e contrabbando, purché ognuno ricevesse la propria parte. Per non dir niente delle avventure coloniali dell'Impero, tutte rivelatesi occasioni di facile arricchimento per un esercito di maneggioni, e poco importa delle atrocità commesse ai danni degli indigeni. Si rimpiangono del pari anche gli anni in cui si era liberi di depredare gli ebrei, privati di qualunque diritto. Qualcuno non ne ha approfittato, pochi si sono opposti, ma molti ci hanno mangiato a quattro palmenti, con tutta la protervia dei pezzenti risaliti.

La caduta del fascismo, per tutta questa fauna, ha rappresentato soltanto la fine della pacchia, e l'impossibilità a partecipare alla successiva spartizione dei favori regalati per ragioni clientelari dai nuovi padroni, in quanto segnati a vita da un marchio d'infamia. Per questo, non poche famiglie hanno cresciuto letteralmente i propri figli a pane e odio, coltivando sistematicamente un rancore sempre più cupo e feroce, ossessivo, paranoico, verso tutti i non fascisti; ad alimentarlo, volenti o nolenti, si sono aggiunti i profughi istriani che, arrivati in gran numero alla fine degli anni '40, hanno raccontato delle nefandezze che gli slavi hanno riservato agli italiani di quell'area, guardandosi bene però dal precisare che in precedenza i fascisti avevano riservato lo stesso trattamento agli slavi stessi; ci sono perfino famiglie che il 25 aprile si chiudono in casa e tengono spente radio e televisione perché per loro quello della Liberazione è un giorno di lutto, anche se non hanno perso nessuno.

Il giorno che Valenzi vince le elezioni amministrative, ai neofascisti della “Giovanni Berta” (ma non solo a loro) viene letteralmente un travaso di bile. Valenzi non è solo comunista, è pure ebreo. Qualcosa che a loro suona veramente intollerabile.

Di ciò che avviene dopo, abbiamo le risultanze processuali, che hanno sempre lasciato molti dubbi aperti ma sono l'unica testimonianza che ha valore ufficiale.

Sono circa le 23,15 quando la 500 di Iolanda Palladino passa davanti alla scalinata di via Michele Tenore, di lato all'Orto Botanico, che conduce alla Facoltà di Veterinaria. Da lì, ancora pochi metri, poi svolterebbe a sinistra per via Carbonara e lascerebbe via Foria. Proprio in quel momento, però, l'abitacolo dell'auto esplode in una improvvisa fiammata. Iolanda quasi non capisce cosa stia accadendo, ma ha la presenza di spirito di spalancare lo sportello e gettarsi fuori dall'auto. La gente intorno sta fuggendo in tutte le direzioni, ma alcuni si precipitano a soccorrere quella ragazza che corre per strada con i capelli e gli abiti in fiamme. Un giovane, Orlando Giannuzzi Savelli, spegne le fiamme che la avvolgono soffocandole con la propria camicia. Poi, facendosi aiutare da un altro passante, Vincenzo Giacco, la carica sulla propria auto e la porta all'ospedale più vicino, quello degli Incurabili. Iolanda è talmente sotto choc che non sembra rendersi conto delle sue condizioni: chiede da fumare, si preoccupa dell'auto e dei capelli, dice che forse avrebbe fatto meglio a non uscire.

via Carbonara, oggi

All'ospedale, trovano che è coperta di ustioni per oltre il 60% del corpo. Agli Incurabili non sono attrezzati per curarla: la portano al maggiore ospedale napoletano, il Cardarelli. Passato lo choc, la sofferenza si fa terribile: i familiari, appena accorsi, la sentono gridare di dolore dall'interno del reparto. I medici dicono che ci sono meno del 10% di probabilità di salvarla, ma le tentano tutte. Le trovano anche un posto al centro grandi ustionati dell'ospedale Sant'Eugenio di Roma, in quel momento il più importante d'Italia. Viene trasferita qui il 19, ma non serve a nulla. Il 21 giugno, Iolanda Palladino, dopo essersi confessata con il cappellano, perde definitivamente conoscenza e in poche ore l'elettroencefalogramma diventa piatto. Non ha ancora compiuto 21 anni.

I quotidiani danno la notizia del decesso di Iolanda

La polizia, compiendo i primi rilievi, scopre subito cosa è successo. La 500 di Iolanda è stata colpita da una bottiglia Molotov, che è penetrata nel tettuccio aperto prima di esplodere. Sui gradini di via Tenore, sono rimaste altre quattro bottiglie incendiarie pronte a essere lanciate, una tanica contenente ancora mezzo litro di benzina e altro materiale che serve a preparare gli inneschi. Qualcuno racconta che qualche giorno prima un netturbino aveva trovato nello stesso punto altre 4 bottiglie incendiarie e che pure si era pensato che fossero roba dei tipi della “Giovanni Berta”, ma nessuno ha fatto nulla. Ora però non si può più far finta di niente. Tutti gli iscritti alla sezione missina finiscono fermati e interrogati in questura. Due sono arrestati subito: i fratelli Giuseppe e Bruno Torsi, operai, di 19 e 16 anni. Qualche giorno dopo viene arrestato anche un cameriere di 20 anni, Umberto Fiore, che ha tentato inutilmente di fuggire e di nascondersi a Ischia. Finiscono processati con l'accusa di omicidio volontario, insieme a Florino accusato di favoreggiamento. L'esito del processo è a dir poco ridicolo, per un delitto di tale gravità. Umberto Fiore si becca sei anni e otto mesi, i due Torsi pene minori (al punto che il maggiore, Giuseppe, già nel 1979 sarà libero di farsi arrestare di nuovo, in quanto appartenente a un altro gruppo di terroristi di destra, quella di Paolo Bianchi, noto sia per le rapine sia per le soffiate alla polizia, grazie alle quali sono stati arrestati personaggi come Vallanzasca e Concutelli). In Appello le pene vengono ridotte e poi perfino in parte condonate. Florino è assolto per insufficienza di prove: tutti i “camerati” affermano che i tre si allontanarono spontaneamente dalla sezione mentre lui era andato a prendere delle pizze con cui festeggiare l'avvenuta elezione al Consiglio Comunale.

Al funerale di Iolanda, il 24 giugno, i neofascisti arrivano addirittura alla spudoratezza di provocare la folla dei partecipanti, appendendo lungo il tratto che il corteo doveva percorrere uno striscione con su scritto “Né Dio né gli uomini fermeranno la violenza fascista” (altri riportano: “Solo Iddio può piegare la volontà fascista, gli uomini e le cose mai”). Alcuni dei presenti lo strappano via, altri si scagliano contro la sede della “Giovanni Berta”, ma la polizia la sta presidiando e non esita a caricare un corteo funebre, mentre i neofascisti ne approfittano per far esplodere bombe carta. Il giorno dopo la stampa di sinistra tuonerà pesantemente contro il questore di Napoli, Zamparelli, di cui sono note le simpatie fasciste, ma nessuno prenderà mai il minimo provvedimento.


Due momenti del funerale

Un articolo sul funerale

La famiglia Palladino non ha mai ricevuto alcun risarcimento, ma forse sarebbe il caso di dire alcuna attenzione dallo Stato Italiano. Il sindaco Valenzi regala loro una piccola cappella nel cimitero di Poggioreale, dove oggi Iolanda riposa accanto ai genitori e alle sorelle Teresa e Nilde, anch'esse morte giovani, ma per cause naturali. L'unico superstite della famiglia, il fratello Ciro, se n'è andato a lavorare in Veneto, ha una figlia che si chiama Iolanda ed è un convinto attivista dell'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo e dell'Odio Politico, presieduta da Marco Falvella, fratello di Carlo, uno studente missino di Salerno che fu ucciso durante una rissa con degli anarchici nell'estate del 1972.

La carriera politica di Michele Florino, per molto tempo, non ha conosciuto pause. Dal Comune di Napoli è finito in Parlamento, prima tra le file del MSI (1984), poi di AN (fino al 2006), per poi seguire Francesco Storace in La Destra, poi Fiamma Tricolore e infine approdare a Casapound, con cui non è sceso direttamente in campo, preferendo candidare sua figlia Emanuela. Nel trentennale della scomparsa di Iolanda, fa scalpore (ma solo per un breve periodo) la sua decisione di tappezzare l'area del centro di Napoli, soprattutto a via Foria, con una serie di manifesti che stigmatizzavano la pena troppo lieve (15 anni) inflitta all'assassino di Fabio Nunneri, un ragazzo accoltellato mentre cercava di sedare una rissa. Ma nessuno va a chiedergli conto delle pene ricevute trent'anni prima dai suoi “camerati”.

Nel quarantennale, un'associazione culturale della zona ottiene dal Comune il permesso di porre una targa in memoria di Iolanda nel luogo in cui fu uccisa. Dopo pochi giorni, la targa sparisce. Ne viene posta un'altra identica e sparisce pure questa. Poco distante, nella ex sede della “Giovanni Berta”, c'è una sezione di Casapound. Ma forse è solo un caso.

L'inaugurazione della sede di Casapound in via Foria

Finalmente, nel dicembre del 2016, con una cerimonia accompagnata da grande partecipazione popolare, il sindaco De Magistris intitola alla memoria di Iolanda la scalinata da cui i suoi assassini lanciarono la bottiglia incendiaria. Almeno, questa volta, nessuno potrà far sparire più niente.

Le scale intitolate a Iolanda Palladino





lunedì 5 ottobre 2020

Claudio Miccoli, oltre 40 anni dopo

 

Non ho vinto perché volevo vincere,

ma perché mi avete sconfitto:

perché la più bella vittoria,

per chi non vuole combattere,

è non lottare proprio


Moltissimi adolescenti scrivono poesie, ma poche di esse diventeranno famose. Questa lo è, ma sarebbe meglio se non lo fosse stata. Perché a darle celebrità è stata la morte prematura e violenta del suo autore, un ragazzo che nella sua vita aveva sempre perseguito e predicato la pace. Sono gli ultimi versi di una poesia scritta (datata 4 giugno 1978, in un quaderno privato, non destinato a nessuna pubblicazione) da Claudio Miccoli, nato a Napoli il 3 agosto 1958 e morto il 6 ottobre 1978 in seguito alle ferite riportate durante un'aggressione tanto barbara quanto vigliacca, sei giorni prima.



“Anni di piombo” è una definizione ormai talmente abusata da dare fastidio. Si tratta del titolo di un film (di Margarethe Von Trotta) ispirato alla vicenda di una terrorista tedesca, Gudrun Ensslin, che lasciò una comoda vita borghese (laureata, insegnante, madre di un figlio) per darsi alla lotta clandestina contro il capitalismo e, dopo essere stata arrestata e condannata a 3 anni di carcere, morì misteriosamente durante la detenzione, forse suicida, più probabilmente uccisa dalle guardie per ordine dei servizi segreti. Nel tempo, questa frase è diventata un cliché che si usa soprattutto quando si vuole dare una lettura superficiale di un periodo storico il cui ricordo suona scomodo e imbarazzante per tutti.  


Gudrun Ensslin (1940-77)

Locandina del film

Negli anni di piombo qualunque minimo segno che attestasse una qualunque militanza politica poteva costare la vita. Un bel po' di gente che spesso non capiva nulla delle idee cui dichiarava di fare riferimento, ma aveva una voglia irresponsabile di riempire la noia, aveva trovato nella violenza politica il mezzo ideale per sfogare le proprie frustrazioni sul prossimo. Riesaminando a freddo i delitti politici del tempo, prima ancora della ferocia, quello che balza all'occhio è la loro incredibile stupidità, rileggendone le rivendicazioni si ha l'idea di avere a che fare con menti rimaste sempre perversamente infantili.

E poi ci sono i delitti in cui la politica c'entra solo fino a un certo punto, perché magari vittime e assassini avevano delle definite posizioni politiche, ma i moventi sono molto più vicini a quelli della criminalità comune.

È il caso di Claudio Miccoli, che è dichiaratamente pacifista, ecologista, animalista, antinuclearista e quindi simpatizza chiaramente per la sinistra, dato che solo a sinistra queste idee trovano un qualche ascolto (neanche tanto, perché il vero boom si vedrà solo nel decennio successivo e comunque si esaurirà rapidamente, fagocitato dalle suggestioni delle varie “terze vie” allo sviluppo economico), ma è lontano anni luce da tutto ciò che si può in qualche modo accomunare alle BR o a qualsiasi altra formazione di terroristi “rossi”. A Claudio, che da poco tempo ha preso la maturità al Cuoco, il più antico liceo scientifico napoletano, e sta pensando a cosa fare all'Università, interessano soprattutto i fumetti (da bambino ha vinto un concorso per la migliore copertina su “Topolino”, di cui è ancora lettore abituale) e il WWF, nel quale è consigliere regionale. La sera che viene aggredito, torna appunto da una riunione nella sede cittadina del WWF di Villa Pignatelli. Dopo essere passato brevemente per la Festa dell'Unità che si sta svolgendo poco distante, preferisce trascorrere la serata alla “Lowenbrau”, una birreria di piazza Sannazaro, tra Fuorigrotta e Mergellina, tipica sede di ritrovo dei giovani di sinistra. Mentre la sede preferita di ritrovo dei giovani di destra è piazza Vanvitelli, sulla collina del Vomero.



Immagini della vita di Claudio

Quel sabato sera, qualcuno è sceso da piazza Vanvitelli a piazza Sannazaro. Sono in nove e a guidarli c'è Rosario Lasdica, 21 anni e già una sfilza di precedenti penali. Una fonte (Ugo Maria Tassinari) riporta che la trasferta nasce come “spedizione punitiva” per vendicare la morte di un “camerata” nel suo anniversario, ma il dato è dubbio, perché da un'analisi delle fonti disponibili sul web non risultano giovani di destra uccisi il 30 settembre o nelle settimane precedenti al fatto. Non si sa dunque con certezza perché Lasdica e i suoi compari si rechino proprio quella sera alla “Lowenbrau”.

Si sa invece benissimo cosa fanno. Tra i tavoli all'aperto c'è una ragazza, Paola Albarella, che sta leggendo il quotidiano “Lotta continua”. Glielo strappano di mano e aggrediscono il giovane seduto con lei, Giuseppe Aversa, studente di Medicina 24enne originario di Cosenza, prendendolo a bastonate (sarà poi ricoverato all'ospedale Loreto Crispi per una ferita lacero-contusa alla fronte). Poi, approfittando dello sgomento dei presenti (molti dei quali si danno alla fuga spaventati), si sparpagliano e si allontano, diretti verso la stazione di Mergellina, distante poche centinaia di metri.

Tra quelli che hanno assistito al pestaggio, però, qualcuno non è fuggito. Claudio Miccoli, accompagnato da due ragazzini giovanissimi (Massimo Stella di 15 anni e Vincenzo Salemme di 16) si mette sulle tracce dei nove aggressori, deciso a identificarli per andare subito dopo a denunciarli alla polizia. Fanno in tempo a intravvederne quattro che si stanno allontanando nel sottopassaggio ferroviario (c'è anche Lasdica tra essi) ma non a raggiungerli (o, secondo Tassinari, si avvicinano a essi ma decidono di non raggiungerli, probabilmente perché minacciati). Allora, decidono di tornare verso piazza Sannazaro.


Piazza Sannazaro in una immagine d'epoca e oggi

Strada facendo, però, a piazza Piedigrotta, ossia quasi davanti alla stazione, si imbattono in altri tre membri del commando. Sono Ernesto Nonno, 18 anni appena compiuti, Guido Matacena e Pietro Romano, entrambi minorenni. Qui, Claudio compie una scelta che appare folle a posteriori ma è perfettamente coerente con i suoi ideali di pacifismo. Va incontro ai tre e chiede loro spiegazioni riguardo ciò che è accaduto. Per tutta risposta, i tre gli spianano davanti i bastoni e i coltelli che si portano dietro. Claudio a quel punto capisce che non c'è speranza di dialogo e si volta per andarsene, ma Ernesto Nonno ne approfitta per colpirlo alla nuca con una bastonata che lo fa stramazzare per terra. A questo colpo ne seguono altri (almeno quattro solo alla testa, che gli procurano gravi fratture) insieme a diversi calci sferrati anche dagli altri due. Poi i tre si avventano contro i due ragazzini che accompagnavano Claudio. Stella cerca di difendersi a cinghiate, Salemme ripara in un bar, ma intanto i tassisti fermi davanti alla stazione hanno visto tutto e intervengono brandendo i cric e mettendo in fuga i tre.

Interviene finalmente la polizia. Claudio si è inizialmente rialzato, ma poi è caduto ancora, perdendo conoscenza, davanti al portone del cinema Odeon. Viene ricoverato anche lui al Loreto Crispi. Riprende brevemente conoscenza, quanto basta per spiegare “Non mi hanno dato il tempo, io volevo solo parlare...”, poi sprofonda nel coma, dal quale non uscirà più fino al 6 ottobre, giorno in cui il suo cuore smette di battere. L'ultimo suo gesto, per il quale aveva da tempo espresso la propria volontà, è la donazione delle cornee: a riceverle, tornando a vedere, sarà un ragazzo sardo già menomato dalla poliomelite, Francesco Salis.

Diecimila persone seguono il funerale di Claudio nella chiesa di S. Antonio Abate. Anche il presidente della Repubblica, Pertini, invia un messaggio di cordoglio.



Manifestazioni seguite al funerale di Claudio

I nove membri del commando sono tutti arrestati nei giorni successivi. Il processo è lungo e si conclude il 27 marzo 1981. Le pene non sono neanche troppo dure: Nonno, benché riconosciuto colpevole di omicidio volontario, se la cava con 14 anni e 4 mesi. Giudo Matacena e Pietro Romano, condannati per concorso anomalo in omicidio volontario, ricevono 6 anni e 7 mesi; Lasdica e altri quattro si beccano 2 anni per violenza privata e lesioni (per l'aggressione a Giuseppe Aversa). Un altro imputato, Antonio Torre, riceve il perdono giudiziale e un decimo ragazzo che non si capisce se sia coinvolto o meno viene assolto per insufficienza di prove.

La notizia della condanna su L'Unità

Lasdica, appena uscito, se ne va a combattere i russi in Afghanistan. Matacena diventa musicista e oggi rimpiange di non aver fatto scelte diverse. Romano è il più pentito dei tre, quello che incastrò Nonno smentendo la sua dichiarazione per cui Claudio si avvicinò a essi armato e minaccioso: suo fratello viene visto rendere omaggio alla tomba di Claudio.

Nonno sconta la sua pena e intanto termina gli studi. Oggi fa il commercialista e ha anche un profilo Facebook, dal quale si capisce che le sue posizioni non sono cambiate, anche se per lo meno le esprime in modo molto più moderato e composto rispetto alla media dei vari haters e fanatici. Non ha mai cercato di prendere contatto con la famiglia di Claudio.

Il ragazzo che ricevette il perdono giudiziale, Antonio Torre, morto qualche anno fa, è stato uno dei fondatori di Forza Nuova.

La figura di Claudio Miccoli è sempre apparsa molto poco spendibile in termini propagandistici e per questo è stata a lungo condannata all'oblio. Solo la volontà dei familiari e degli amici è riuscita a mantenerla viva nel corso di questi 40 anni. La sua Napoli ci ha messo molto tempo per decidersi a dedicargli una strada, nel 2005, nel quartiere di Poggioreale. Altre strade a lui intitolate si trovano in giro, per esempio a Civitella Alfedena, nel Parco Nazionale d'Abruzzo che lui aveva amato moltissimo da vivo: è la strada che porta al rifugio di Forca Resuni, inaugurata nel 2010.


A Claudio sono intitolate anche l'aula magna dell'Istituto Tecnico “Da Vinci” e la biblioteca della scuola in cui si diplomò, il “Cuoco”.

Nel 2017, il fratello e la sorella sono riusciti finalmente a concretizzare il progetto della pubblicazione di un'opera di Claudio, un fumetto che aveva iniziato a comporre ma non riuscì mai a finire. “La più bella vittoria. Dieci storie di non violenza...più una” comprende il fumetto di Claudio completato dagli amici e altre storie realizzate dai ragazzi della scuola del fumetto di Comix, dedicate ad altri protagonisti della non violenza, come Gandhi o Rosa Parks, con la prefazione di padre Alex Zanotelli. A pubblicarlo, l'editore Marotta & Cafiero, grazie anche a un contributo economico della Chiesa Valdese che, con l'apertura mentale di sempre, ha preso a cuore la figura di un ragazzo che si dichiarava ateo perché non aveva nessun bisogno di consultare testi sacri per decidere cosa fosse giusto e cosa no, gli bastava la sua coscienza per saperlo.

L'iniziativa che ha portato alla pubblicazione del fumetto di Claudio