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martedì 19 novembre 2019

Avvistamento, equivoco o burla? Il Dover Demon del 1977


Dover, nella contea di Norfolk, Massachusetts, è una cittadina ricca e prospera immersa tra le aree rurali e quelle boschive, per cui è facilmente visitata da animali da allevamento o selvatici. Tuttavia, la creatura che alcuni adolescenti affermarono di aver visto nella primavera del 1977 non è stata ancora identificata con certezza.
Tutto cominciò la sera del 21 aprile di quell'anno, quando il 17enne William Bartlett, che stava guidando lungo la strada chiamata Farm Street, circondata da campi e boschi, vide uno strano essere che si arrampicava su un muro di pietra, alla sua sinistra. L'essere sembrava alto circa 150 cm, con una testa ovale grande come il tronco e lunghe braccia e gambe. Il volto sembrava privo di lineamenti e la pelle color pesca, lucida come quella di un pesce. Erano circa le 22.

William Bartlett al tempo dei fatti

Il suo disegno

Più tardi, verso le 00,30, un altro giovane, il 15enne John Baxter, che stava tornando a casa dopo aver incontrato la sua ragazza, arrivato all'incrocio tra Farm Street e Miller Hill Road, si vide venire incontro un conoscente, tale Bourchard, un ragazzo che soffriva di idrocefalia. Ma, quando questo arrivò a circa 5 metri, John si rese conto che non era Bourchard, bensì un essere di circa 150 cm dalla testa molto grande, molto rassomigliante alla creatura appena vista da Baxter e con gli occhi luminosi. L'essere scappò verso nel bosco vicino e John lo inseguì per un tratto, fino al fiume. Qui, i due restarono per qualche istante a guardarsi, finché John ebbe paura e scappò a casa.

Il disegno di John Baxter

La notte successiva, verso mezzanotte, il 18enne Will Taintor e la 15enne Abby Brabham erano in giro in macchina lungo Springdale Avenue, quando la ragazza vide una figura sul ciglio della strada, dal lato sinistro, vicino al ponte. La creatura aveva la testa oblunga e li guardava con occhi luminosi.
In tutti e tre i casi, gli autori degli avvistamenti realizzarono, subito dopo, dei disegni di ciò che avevano visto, ma ne parlarono poco in giro.
Tuttavia, rendendosi conto che altri avevano avuto la sua stessa visione, William Bartlett realizzò dei disegni dettagliati della creatura e li distribuì in giro, alla ricerca di altri testimoni. La storia si diffuse al punto da finire sui giornali, il Boston Herald e il Boston Globe, che pubblicarono degli articoli al riguardo il 16 maggio.
Un articolo del tempo con la mappa degli avvistamenti

Bartlett risollevò la questione l'anno dopo, quando affermò che, mentre era con la sua ragazza nella macchina parcheggiata in Farm Street, sentì un urto contro il veicolo e vide una creatura simile a quella vista l'anno prima, che si allontanava.
Anche se molti hanno subito parlato di invasione aliena, le teoria sulla natura della visione sono tante e molto variegate. Per esempio, si è parlato dei Mannegishi, ossia delle ipotetiche piccole creature umanoidi che sarebbero state avvistate dai nativi americani Cree nel Canada meridionale. I Mannegishi sono una delle tante forme con cui le tradizioni locali di parecchie parti del mondo identificano il Piccolo Popolo di umanoidi che ritengono vivere nei boschi.

Raffigurazione artistica del Mannegishi

Altri, più realisticamente, hanno parlato di un animale selvatico ancora non descritto o mutante. L'ufologo (sempre piuttosto scettico) Martin Kottmeyer ha ipotizzato che potesse essere un giovane alce, di un'età tale da non avere ancora le corna.
Martin Kottmeyer

A studiare maggiormente il fatto fu un criptozoologo, Loren Coleman, colpito dalla frequenza delle apparizioni in zona. Infatti, nell'area di Dover, questo tipo di avvistamenti è un fenomeno che si è già verificato. Ce ne sono stati almeno tre precedenti. Coleman ipotizzò anche che la collina rocciosa vicina a Farm Street, Polka Stone, si chiami in realtà Pooka Stone, con un chiaro riferimento al Piccolo Popolo.
Loren Coleman e una ricostruzione del Bigfoot

Coleman, per verificare tutte le ipotesi, controllò presso tutti gli allevatori di cavalli della zona se fosse scappato un puledro in quei giorni, ma non ne erano scappati. Gli alci sono stati visti qualche volta in quell'area ma, in quella stagione, se ce ne fosse stato uno, avrebbe raggiunto i 300 kg di peso.
Molti anni dopo, un altro ragazzo di quel periodo, Mark Sennott di Sherborn, un paese vicino, dichiarò di aver visto fuggevolmente un qualcosa che poteva assomigliare all'avvistamento di Dover nella Springdale Avenue di Channing Pond, nel 1972.
La vicenda ha portato molta fama e molti turisti a Dover, oltre a ispirare personaggi di fumetti e serie tv, ma gli stessi abitanti sono in gran parte scettici. La polizia locale finì per archiviare il caso come uno scherzo goliardico di alcuni adolescenti che si erano messi d'accordo tra loro.

mercoledì 21 dicembre 2016

Le verità nascoste e le verità e basta: il caso del mostro marino pescato dallo Zuiyo Maru nel 1977

La mattina del 25 aprile 1977, in un punto dell'Oceano Pacifico che si trova circa 30 miglia a Est di Christchurch, Nuova Zelanda, il pescherccio giapponese Zuiyo Maru aveva gettato le reti a strascico in mare, per pescare sgombri alla profondità di circa 300 metri. Nel tirarle su, i marinai si resero conto di aver preso qualcosa di molto più pesante del solito: qualcosa che appena riemersa apparve come un'unica carcassa, pesante quasi 2 tonnellate e dall'aspetto mai visto prima.
Un'immagine della Zuiyo Maru

La carcassa era già parzialmente decomposta, e il capitano Akira Tanaka pensò in un primo tempo che fosse una balena morta, ragione per cui decise di disfarsene prima che infettasse il pescato che era accumulato sul ponte. Gli altri 17 membri dell'equipaggio non erano così sicuri che si trattasse di una balena: ad alcuni, sembrava piuttosto una tartaruga con il guscio staccato.
Un tecnico della compagnia Tayo Fish Company, per conto della quale la Zuiyo Maru navigava, Michihiko Yano, che era imbarcato a bordo e aveva compiuto studi di oceanografia, volle vederci più chiaro. Intanto che il capitano decideva cosa fare, si fece prestare una fotocamera da un marinaio e scattò 5 immagini della creatura. Si avvicinò poi ad essa e, oltre a prendere una serie di misure, prelevò da una delle pinne, che aveva a portata di mano, una serie di 42 piccoli frammenti, con l'intenzione di farli analizzare da un laboratorio una volta tornato a terra.


Tre delle cinque foto scattate da Michihiko Yano
Uno schizzo con cui Yano ricostruì i dettagli della carcassa in base alle misure prese

Infine, il capitano ordinò di scaricare la carcassa in mare. Dal momento in cui era emersa a quello in cui affondò rapidamente, era passata meno di un'ora.
Yano tormò in Giappone, dopo essere stato trasbordato su un'altra nave, il 10 giugno 1977, e subito portò a sviluppare le immagini che aveva scattato alla creatura. Poi realizzò una serie di schizzi che illustravano l'aspetto della creatura, ricavandoli dalle immagini e delle misure che aveva preso. Infine portò ad analizzare i campioni nei laboratori della Tayo Fish Company.
I dirigenti della Tayo Fish Company, messi al corrente del fatto, contattarono alcuni scienziati, i quali affermarono di non aver mai visto nulla di simile. L'opinione comune era che si trattasse di un Plesiosauro, ossia che appartenesse a una classe di grandi rettili marini (oltre 15 metri di lunghezza) vissuti tra il Triassico Superiore (che inizia circa 330 milioni di anni fa) e il Cretaceo Superiore (che termina circa 65 milioni di anni fa), ritenuti estinti come tutti gli altri dinosauri.
Il 20 luglio 1977, dato che la notizia cominciava a diffondersi in modo ufficioso, i vertici della Tayo Fish Company convocarono una conferenza stampa e rivelarono la scoperta, anche se le analisi dei 42 frammenti prelevati da Yano non era ancora stata completata. La notizia ebbe molto risalto sui quotidiani, così come nelle stazioni radiofoniche e televisive, che intervistarono scienziati famosi in tutto il Paese, come gli zoologi Yoshinori Imaizumi del Museo Nazionale di Tokio e Tokio Shikama della Yokohama National University, ricevendo, se non esplicite conferme, almeno delle aperture (Imaizumi affermò che la creatura non appariva né un pesce né un mammifero ma quasi sicuramente un rettile gigante marino e Shikama confermò che anche a lui sembrava un Plesiosauro).
Una ricostruzione di un Plesiosauro basata su dati paleontologici
Uno scheletro completo di Plesiosauro neonato recentemente ritrovato

Gli scienziati occidentali apparvero da subito molto più scettici. Il paleontologo americano Bob Schaeffer osservò che almeno una volta ogni dieci anni i pescatori giapponesi si imbattevano in qualche “dinosauro”, che poi si rivelava puntualmente appartenente a specie che si trovano normalmente nei mari. L'inglese Alwyne Wheeler, un altro paleontologo, ipotizzò che fosse uno squalo, giustificando questa possibilità con il particolare tipo di decomposizione cui vanno soggetti gli squali. Altri scienziati proposero altre ipotesi.
Alla soluzione del mistero si aggiunse un tassello decisivo quando il 25 luglio 1977, sollecitato da tutti, il laboratorio di analisi della Tayo Fish Company fornì i risultati dei test biochimici svolti sui 42 campioni attraverso la cromatografia a scambio ionico, una tecnica di laboratorio che permette, tra l'altro, di separare gli amminoacidi di un campione proteico e di deteminare l'abbondanza relativa dei diversi amminoacidi nel campione stesso, che è caratteristica dei dei diversi gruppi di viventi al punto da permettere di determinare con certezza l'appartenenza a un gruppo piuttosto che ad un altro. Tali analisi mostravano che, dal punto di vista biochimico, i campioni provenivano senza ombra di dubbio da uno squalo.
Tuttavia, la notizia non risolse la controversia sulla natura dell'animale. Anzi, in Giappone si continuò a parlare della scoperta di un Plesiosauro e, addirittura, il 2 novembre 1977, il governo giapponese celebrò l'evento emettendo addirittura un francobollo a esso dedicato.
Il francobollo giapponese del 1977 dedicato al Plesiosauro

Frattanto, nei due fronti emergevano voci di dissenso: uno scienziato giapponese, Fujio Yasuda, inizialmente sostenitore della teoria del plesiosauro, riconobbe che i risultati dei test biochimici non potevano essere messi in dubbio. Viceversa, uno scienziato americano, John Koster, in un articolo uscito su una prestigiosa rivista di oceanografia e poi ripreso da diverse altre fonti, sostenne che la questione era tutt'altro che risolta.
Dettaglio quasi comico è quello per cui, nei mesi successivi, alcuni gruppi di creazionisti si impossessarono della storia, utilizzandola per mettere in dubbio qualsiasi affermazione dei geologi e dei paleontologi, a partire dall'età della Terra. Questa era, ovviamente, una sciocchezza madornale. Anche se la carcassa fosse appartenuta davvero a un plesiosauro, il concetto di Evoluzione biologica non ne avrebbe minimamente risentito: si conoscono altre forme di fossili viventi (organismi molto antichi che sono riusciti a sopravvivere per molti milioni di anni senza cambiare molto), tipo il Celacanto e, guarda caso, la maggior parte vive proprio nelle profondità marine.
La gran parte degli scienziati attribuì comunque la carcassa a uno Squalo Elefante, il pesce più grande mai apparso sulla Terra dopo lo Squalo Balena (entrambi questi tipi di squalo sono innocui perché si nutrono solo di plancton). E' noto come, durante la decomposizione, dallo Squalo Elefante si stacchino prima le mascelle, gli archi branchiali e la pinna dorsale, lasciando alla struttura una forma che ricorda appunto quella di un Plesiosauro.
Uno Squalo Elefante
Schema che illustra la decomposizone di uno Squalo Elefante

Il criptozoologo (studioso di forme viventi di cui si suppone l'esistenza, ma mai viste e mai descritte) Bernard Heuvelmans, già nel 1968, ricordava come altre volte dei presunti “dinosauri” o “serpenti di mare” si fossero rivelati carcasse di squali parzialmente decomposte (citando casi di celebri mostri marini come quelli avvistati alle Isole Orcadi nel 1808 o davanti alla costa del New Jersey nel 1822; ma ce ne sono anche molti altri, e altri ancora se ne osservano perfino ai giorni nostri). Gli squali elefante tendono a essere confusi con “serpenti marini” anche da vivi, mentre nuotano, perché la forma delle pinne dorsale e caudale, viste in movimento o da lontano, possono dare l'impressione di testa e gobba di un mostro serpentiforme.
Il lavoro decisivo per dirimere la controversia fu quello condotto dall'Università di Tokio tra il 1977 e il 1978, quando il prof. Tadayoshi Sasaki organizzò un gruppo multidisciplinare comprendente biochimici, paleontologi, ittiologi e altri scienziati per studiare la questione da ogni punto di vista. Le conclusioni di questo gruppo, pubblicate in un rapporto della Società Franco-Giapponese di Oceanografia, furono che la carcassa apparteneva senza dubbio a uno Squalo Elefante parzialmente decomposto.
A livello microscopico, infatti, i campioni mostravano fibre cornee rigide rinvenute, rastremate verso entrambe le estremità, di colore marrone chiaro trasparente, secondo lo schema detto “ceratotrichia”, tipico della cartilagine che costituisce lo scheletro degli squali. Vi era poi una notevole quantità di Elastoidina, una proteina del connettivo che si trova solo negli squali, mentre è assente in rettili e pesci ossei. Le stesse percentuali complessive dei singoli amminoacidi (le molecole che unendosi formano le proteine) dei tessuti corrispondevano quasi esattamente alle percentuali che si registrano negli squali, diverse da quelle dei rettili.
Dalle foto e dagli schizzi appariva che le vertebre cervicali non potevano essere più di 7, come negli squali, mentre un Plesiosauro avrebbe dovuto averne almeno 13. La forma del cranio ricordava quella di una tartaruga, così come nello Squalo Elefante, mentre il cranio di un Plesiosauro avrebbe dovuto essere molto più triangolare. Un Plesiosauro morto non avrebbe potuto assumere la posizione della carcassa quando fu tirata a bordo, perché il suo grande sterno gli avrebbe impedito di piegarsi. Era poi strano che la carcassa avesse ancora gli arti attaccati, quando nel Plesiosauro sarebbero stati i primi a staccarsi durante la decomposizione, e non avesse i denti e le mascelle, che un Plesiosauro avrebbe conservato e uno Squalo Elefante no.
Le prove, ovviamente, non finivano qui.
Restava comunque qualche dubbio, circa il puzzo della carcassa (di solito gli squali in decomposizione puzzano di ammoniaca, ma dipende anche dallo stadio della decomposizione), la presenza di grasso o di particolare tessuto muscolare, l'interpretazione della forma di certi organi come le pinne o le costole, ma tutto poteva essere spiegato ipotizzando che la carcassa fosse già in uno stato avanzato di decomposizione.
La vicenda, dal punto di vista scientifico, finisce qui.
Non altrettanto si può dire dal punto di vista mediatico. Dal 1977 a oggi, senza sosta, moltissimi creazionisti e complottisti hanno ripreso questa storia, sempre aggiungendo interpretazioni fantasiose e citandosi a vicenda, per denunciare delle ipotetiche e paranoiche “congiure del silenzio” in cui gli scienziati si sarebbero prestati a coprire con la loro autorità delle verità scomode da rivelare a vantaggio di una versione di comodo. Basta farsi un giro sul web per rendersi conto che gran parte dei documenti consultabili sposa la tesi del Plesiosauro.
Occorrerebbe chiedersi quanto sarebbe difficile confutare certe fantasiose interpretazioni se Michihiko Yano, quel giorno, non avesse avuto la prontezza di spirito di prelevare i 42 campioni che hanno permesso le analisi biochimiche decisive per la soluzione della controversia. E chiedersi anche quante “verità nascoste”, proposte ogni tanto con grande strombazzamento mediatico, si rivelerebbero altrettante invenzioni di menti troppo fervide e poco disciplinate, se i fatti potessero essere affrontati e spiegati disponendo di tutto il materiale utilizzato in questo caso.