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lunedì 27 dicembre 2021

Dorothea Bennett, la moglie di Terence Young che seppe brillare anche di luce propria

Si può essere abbastanza famosi e rimanerlo almeno un po' anche post mortem, anche quando si è passata praticamente tutta la vita all'ombra di un coniuge ancora più famoso. È più frequente di quanto si possa pensare: ma il caso meno comune è quello in cui la modesta fama propria consiste nel brillare di luce propria.

Un esempio tipico è quello rappresentato da Dorothea Bennett, moglie del regista Terence Young.

Terence Young e Dorothe Bennett negli anni '60

La Bennett (Dorothea Alice Bennett, detta Dosia), nacque in Irlanda il 28 gennaio 1914, figlia di un medico militare e della figlia di un ecclesiastico, entrambi irlandesi non cattolici, provenienti dalla regione di Cork.

Non si hanno molte notizie della sua formazione, ma è facile immaginare che abbia compiuto studi a indirizzo artistico o letterario. Molto più conosciuta è la sua vivace vita sentimentale: dal 1933 al 1935 fu sposata all'artista Francis Cook (1907-78) e dal 1935 al 1942 fu sposata al drammaturgo norvegese Erik Martin Rütz-Nissen (1907-80), più noto come fratello dell'attrice Greta Nissen (1905-88), star degli ultimi anni del cinema muto.

autoritratto di Francis Cook
foto di scena di Greta Nissen

Infine, dal 1942 alla morte fu sposata con il regista Terence Young (1915-94), dal quale ebbe il figlio Sean (1943-2021).

Morì a Londra il 6 maggio 1985.

La notorietà di Dorothea Bennett si deve alla sua attività di sceneggiatrice e romanziera, intrapresa peraltro non da giovanissima. Il suo primo libro pubblicato, The Dry Taste of Fear, risale infatti al 1960. 


Da allora fino al 1984 ne ha pubblicati altri 4 complessivamente. Due di essi sono stati anche tradotti in Italiano e da uno è stato tratto un film di notevole successo, The Jigsaw Man (in Italiano, Triplo gioco), diretto proprio dal marito nel 1983.



Il titolo del libro, uscito nel 1977, è lo stesso del film; ma, nella traduzione italiana, uscita in Segretissimo Mondadori con il numero 727 della collana il 3 novembre dello stesso anno, diventa Spia a rendere.



In questa vicenda molto ingarbugliata ma affascinante nella sua successione di colpi di scena, abbiamo un agente segreto inglese, Philip Kimberly, che ha sempre fatto il doppio gioco per l'Urss e, trovandosi sul punto di essere scoperto, è fuggito da qualche anno oltre la Cortina di Ferro. Poiché Kimberly, prima di fuggire, ha nascosto dei documenti con i nomi di tutti gli agenti doppi di cui l'Urss dispone in Regno Unito, a un certo punto i sovietici decidono di rispedirlo in patria a recuperarlo, dopo una serie di interventi estetici che lo hanno reso irriconoscibile, dandogli l'identità di un diplomatico, tale Sergej Grimauski.

Tuttavia, Kimberly subodora l'intenzione di eliminarlo al ritorno dalla missione e, una volta rimesso piede nella madrepatria, prima cerca di chiedere asilo politico senza smettere di spacciarsi per Grimauski e poi fugge.

Nonostante le ricerche coordinate dal suo ex superiore Scaith e condotte anche da Harold Farquar, un agente che è il compagno della figlia di Kimberly, Penelope, Kimberly riesce a rimanere nascosto senza farsi scoprire, aiutato da Penelope stessa all'insaputa di tutti gli altri. Ma, quando il cerchio comincia a stringersi intorno a lui, con gli inglesi che lo cercano per una ragione dopo averlo identificato dalle impronte e i sovietici che lo cercano per altre ragioni non meno importanti, comincia a lasciare dietro di sé una terrificante scia di sangue.

Nel film, il ruolo di Kimberly è interpretato da Michael Caine, quello di Scaith da Laurence Olivier, quello di Penelope da Susan George e quello di Farquar (ribattezzato, chissà perché, Jamie Fraser) da Robert Powell.

Susan George e Michael Caine nel film

Laurence Olivier e Robert Powell nel film

L'altro libro della Bennett tradotto in Italiano è The Maynard Hayes Affair, uscito originariamente nel 1979 e proposto nel Giallo Mondadori in 19 settembre 1982 con il titolo L'affare Maynard Hayes.



Al centro di questa vicenda, ambientata tra i rampolli della classe dirigente inglese, abbiamo un torbido rapporto di amicizia tra due ex compagni di collegio, il volonteroso ma vulnerabile Bruce Moore e il cinico manipolatore Maynard Hayes. Maynard ha sempre preteso di scegliere o approvare tutto ciò che entra nella vita di Bruce, e resta esterrefatto quando Bruce sposa, senza dirgli nulla, la bella e innamorata Ellen McLennan. Dopo aver fatto di tutto per mettere in crisi la loro unione, Maynard si spingerà fino a coinvolgere Bruce in un delitto insulso e del tutto immotivato, per poterlo tenere successivamente sotto ricatto. Nonostante i suoi dettagliati piani, però, il delitto si rivelerà tutt'altro che perfetto.

Questo romanzo piacque molto a Gore Vidal, notoriamente critico molto severo, che lo definì “una meravigliosa suspense story”. La quarta di copertina riporta un palese riferimento al caso di cronaca nera americano che nel 1924 vide al centro la coppia di amici/amanti Nathan Leopold (1904-71) e Richard Loeb (1905-36), assassini dell'adolescente Bobby Franks (1910-24) con il delirante proposito di “commettere il delitto perfetto.

Gore Vidal (1925-2012)

Richard Loeb e Nathan Leopold

Bobby Franks

Com'è noto, questo delitto ha ispirato una miriade di opere, tra le quali le più famose sono la pièce teatrale Rope (1929), di Patrick Hamilton (1904-62) e il film da essa tratto, il celeberrimo Nodo alla gola (1948) di Hitchcock.


Patrick Hamilton


Una scena di Nodo alla gola

Hitchcock

Sia l'ambientazione alto-borghese sia il rapporto tra Maynard, Bruce e la loro vittima si richiamano appunto a questo fatto.

Ma nel tratteggiare la figura di Maynard Hayes, la Bennett trasse ispirazione dal protagonista di un altro delitto, consumato a Londra il 7 novembre 1974. In quest'occasione, come appare certo anche in assenza di una verità processuale, Richard John Bingham, settimo conte di Lucan, penetrò nella villetta di Belgravia in cui si erano trasferiti l'ex moglie Veronica Duncan e i loro due figli dopo la separazione, e uccise barbaramente la bambinaia Sandra Rivett, scambiandola sicuramente per la ex consorte.

Lord Lucan e Veronica Duncan

Sandra Rivett

La scena del crimine

Lucan fece poi perdere le sue tracce, o perché si suicidò o perché (come appare più probabile) fu aiutato da amici influenti a espatriare. A tutt'oggi non si sa che fine abbia fatto: la morte presunta è stata dichiarata nel 2016 (era nato nel 1934).

La vicenda di questo delitto è raccontata in dettaglio da un romanzo molto ben documentato scritto dall'autrice Jill Dawson, intitolato The Language of the Birds, uscito nel 2019 e tradotto in Italiano con il titolo Un inutile delitto dall'editore Carbonio.



Il libro, la sua versione italiana e l'autrice





mercoledì 25 agosto 2021

Elisabeth Lamouly, prima donna ghigliottinata per reati comuni dal regime di Vichy

Chi fa ricerca senza essere un ricercatore professionista è continuamente costretto a fare i conti con la scarsità e l'inaccessibilità delle fonti. Soprattutto per il semplice amatore, che se ne occupa senza ricavarne alcun lucro, il rischio di affrontare spese non trascurabili è sempre dietro l'angolo. Gli archivi ormai stanno diventando tutti ad accesso a pagamento e i pochi libri che trattano di questo o quel fatto vanno spesso presi a scatola chiusa, senza sapere fino a quanto siano attendibili, perché tutte le valutazioni che si trovano su di essi sono pubblicitarie.

Non è un caso che si finisca sempre più facilmente a scrivere delle stesse cose, sperando di imbattersi in lettori che ancora non le conoscono.

Dunque, inevitabilmente, un articolo ricavato dai mezzi normalmente disponibili, anche dopo molte ricerche, dovrà essere per forza ridotto a quanto si riesce a sapere: ossia, di solito, non molto.

Nei Paesi occidentali l'esecuzione capitale delle donne è diventata gradualmente un tabù. Forse per un oscuro senso di colpa per lo sterminio di donne innocenti durante i secoli della persecuzione delle streghe, forse per il riconoscimento della realtà per cui, in una società sessista, il sesso considerato inferiore non può vedersi attribuire lo stesso livello di responsabilità di quello considerato superiore. Ci sono state però eccezioni a questa tendenza, in particolare nelle aree dominate dal nazismo (e anche dalle altre dittature, ma dal nazismo in modo particolare), specie quando questo trovava l'appoggio di un collaborazionismo locale per lo più di tendenza cattolica (che, a quel tempo, era ancora piuttosto antisemita e quindi non incline a rifiutare in toto il nazismo).

Un caso esemplare è quello della Francia. Dal 1877 non si eseguivano condanne capitali di donne in Francia, durante il regime di Vichy, duranto appena 3 anni, se ne eseguiranno 5: Elisabeth Lamouly, Georgette Monneron, Germaine Legrand (da alcuni indicata come Germaine Philippe Besse), Marie Louise Giraud, Czeslawa Bilicki.

L'eredità della dominazione nazista si conserverà ancora per qualche anno: infatti, fino al 1949, saranno giustiziate altre 4 donne francesi: Lucienne Thioux, Genèvieve Danelle Calame, Madeleine Mouton, Germaine Leloy-Godefroy. Dopo di quest'ultima, non ci sono state più esecuzioni di donne nei 28 anni in cui la Francia ha conservato la pena capitale.

Tranne Marie Louise Giraud, condannata per aver praticato aborti clandestini (sotto il nazismo la pratica era punita con la morte e anche un uomo fu giustiziato per la stessa ragione), tutte queste donne si erano rese responsabili di delitti efferati, a volte con complici uomini. In questi casi, anche gli uomini coinvolti erano stati condannati alla stessa pena. Tranne che in un caso, nel quale i complici di sesso maschile, a un certo punto, scompaiono dalla vicenda e non risultano tra i giustiziati.

Si tratta della vicenda di Elisabeth Lamouly, coniugata Ducourneau, un'avvelenatrice seriale che sembra uscita da un romanzo di Georges Simenon.

Elisabeth Lamouly dopo l'arresto

Sulla vicenda della Lamouly è uscito recentemente un romanzo, L'empoissoneuse à la digitaline, di Viviane Janouin-Benanti, un'autrice poco nota ma che scrive spesso di delitti, cercando di ricostruire con la fantasia ciò che non risulta dai documenti. Il libro appare comunque arricchito da un discreto repertorio iconografico. Un altro recente volume che tratta questa vicenda in un capitolo è Crimes passionnels de France, di Sylvain Larue, un altro autore che tratta spesso di questi argomenti.


I due libri che trattano il caso

Il resto, lo si apprende dalle poche fonti d'epoca disponibili.

La Lamouly era originaria di Belin, nella Gironda, ed era nata nel 1905. Piuttosto giovane, dopo una normale infanzia borghese, aveva sposato Roger (da alcuni indicato come Jean) Ducourneau, di poco più grande, un uomo tranquillo e probabilmente piuttosto ingenuo, dal quale aveva avuto due figli che, verso la fine degli anni '30, stavano entrando nell'adolescenza (la figlia maggiore Simone, poi coniugata Hultsch, dovrebbe essere nata nel 1923).


La Lamouly da ragazza e un'immagine del suo matrimonio

A posteriori, la Lamouly fu descritta come una donna fredda e cinica, da sempre interessata all'uso dei veleni, al punto che qualcuno arrivò a paragonarla alla Marquise de Brinvilliers. Non si sa se questo sia vero ed è possibile che sia un'invenzione per rendere più appetibile la sua storia da parte dei giornalisti, ma resta il fatto che la sua difesa si basò sul fatto che fosse stata letteralmente costretta da altri (i suoi amanti) ad avvelenare le sue vittime, ma lei fu condannata mentre i suoi amanti non lo risultano, quindi è evidente che il tribunale non giudicò attendibile questa ricostruzione.

La Lamouly non mostrò alcuna tendenza criminale fino al 1937. Quell'anno, la madre, Emma Lamouly, che viveva con lei e la sua famiglia, la scoprì a farsela con un amante, un giovane algerino che i vari resoconti indicano con nomi diversi (Ahmed, Hamoud, Amar) e che non si sa nemmeno di preciso cosa facesse, secondo alcune fonti un bracciante che lei aveva fatto assumere dal marito per lavorare nella proprietà di famiglia e secondo altre un militare.

La madre le diede l'ultimatum: o chiudeva con l'amante o avrebbe detto tutto al marito. La Lamouly promise di sistemare la faccenda ma prese tempo e, intanto, il 31 agosto 1937, la madre morì improvvisamente per quello che a tutti (compresi i medici) sembrò un attacco di cuore.

Dopo la perdita della madre, la Lamouly sembrava molto abbattuta e il marito, pensando di farle cosa gradita, le propose di lasciare il soffocante mondo provinciale di Belin e di trasferirsi a Bordeaux, dove contava di prendere in gestione un bar molto frequentato in Rue de Faures. Elisabeth fu subito d'accordo, ma solo a patto di portarsi dietro l'algerino come lavorante.

Il bar dei Ducourneau

Il marito accettò, ma dovette evidentemente rendersi conto che qualcosa non andava, perché dopo un poco pretese di allontanare l'algerino dalla loro famiglia. A questo punto, l'algerino tornò in Africa, non si capisce bene se rispedito in Algeria tramite foglio di via per qualche malefatta minore o se trasferito in Marocco in quanto militare (le fonti divergono).

Elisabeth si abituò facilmente all'assenza del suo amante perché nel frattempo lo aveva già rimpiazzato con un altro. Gilbert-Édouard Camou, nato nel 1918, descritto come uno scioperato e anche piuttosto violento. Camou pretendeva che Elisabeth divorziasse dal marito ma conservasse la proprietà del bar: cosa impossibile perché i capitali investiti nell'impresa erano soprattutto del marito. Quando Elisabeth glielo fece finalmente presente, Camou le procurò (così affermò lei) una certa quantità di digitalina, una sostanza ricavata dalla Digitalis purpurea, pianta appartenente alle Plantaginacee, impiegata da molto tempo sia come farmaco utile per affrontare certe affezioni circolatorie, sia come veleno. Poiché la composizione della digitalina e il suo meccanismo di azione sono stati scoperti solo nel dopoguerra, oggi il suo uso è regolato da protocolli sanitari che garantiscono una certa sicurezza e un basso rischio di effetti collaterali, grazie anche all'esistenza di antidoti. A quel tempo, i dosaggi erano molto più approssimativi, i rischi parecchio più elevati e gli antidoti non esistevano.


La Digitalis purpurea

La Digossina, uno dei suoi principi attivi


Un primo tentativo di avvelenare Ducourneau fallì perché il dosaggio non si rivelò sufficiente. Al secondo tentativo, Elisabeth somministrò al marito una dose da cavallo e l'uomo morì, in circostanze analoghe a quelle della morte di Emma Lamouly, il 25 ottobre 1938.

Il resto della storia è quasi banale. Sebbene i Ducourneau fossero nuovi di Bordeaux, Camou era invece ben noto a tutti e la sua relazione con una donna sposata era già di dominio pubblico (probabilmente lo stesso Ducourneau ne era al corrente). La morte improvvisa del marito, ancora giovane e in ottima salute, insospettì qualcuno e la Gendarmeria si ritrovò tempestata di lettere anonime che accusavano la moglie.

Convocata dai gendarmi, davanti alla prospettiva di esumare il corpo di Ducourneau per cercare i residui di qualche veleno, Elisabeth crollò immediatamente e ammise di avergli somministrato la digitale, ma affermando di essere stata costretta con le minacce da Camou. Presa dalla foga, confessò anche l'omicidio della madre, affermando in quel caso di essere stata costretta con le minacce dall'algerino.

La sua linea di difesa era chiaramente incongruente. Se era stato Camou a consigliarle di servirsi dela digitale, come mai lei l'aveva già usata l'anno prima e non ci aveva pensato da sola? Lo aveva dimenticato nel frattempo?

Una pubblicazione periodica che nel 1938 raccontò la vicenda

Non si sa se l'algerino sia stato rintracciato e abbia deposto al processo. Alcuni giornali parlano di ricerche in corso, ma a un certo punto la sua figura svanisce dai resoconti. Camou invece fu sicuramente processato per complicità, ma riuscì a evitare la pena capitale.

Nell'aprile del 1940, Elisabeth Lamouly fu condannata a morte tramite ghigliottina per il duplice omicidio della madre e del marito. Gli appelli e la domanda di grazia servirono solo a differire l'esecuzione ai primi giorni dell'anno successivo.


Testata d'epoca e articolo sul processo Lamouly

Fino ad allora, a Bordeaux, le esecuzioni capitali erano state pubbliche e molto seguite, l'ultima risaliva al 1933. La ghigliottina era stata spostata in vari punti della città ma, in tempi recenti, si era deciso di riservare lo spettacolo delle esecuzioni capitali ai soli testimoni autorizzati. La ghigliottina si trovava dunque all'interno delle mura del centro di custodia cautelare Hâ.

La precauzione di rendere il più possibile discrete le esecuzioni si rivelò quanto mai opportuna in questo caso. Elisabeth Lamouly, con l'approssimarsi del momento, aveva dato sempre maggiori segni di perdita del controllo. Quando i gendarmi andarono a prelevarla nella sua cella, la mattina del 9 gennaio 1941, si dibatté al punto che essi dovettero legarla e portarla di peso alla ghigliottina. Non fu neanche possibile vestirla, per cui la donna venne giustiziata nuda.

Questi dettagli, taciuti dalla stampa del tempo per una sorta di ipocrita pruderie, sarebbero emersi solo in tempi successivi.




La notizia dell'esecuzione, ripresa dallo stesso lancio di agenzia, riportata da due quotidiani del tempo






mercoledì 24 febbraio 2021

Il toyboy assassino: il delitto Burton-Lonergan nel 1943

 Il 24 ottobre 1943 era una domenica. Nonostante la guerra in corso, la popolazione di New York, e soprattutto quella economicamente più benestante, continuava la vita di sempre.

Patricia Burton, detta Patsy, la 22enne ereditiera della birra Burton-Bernheimer, il cui patrimonio era valutato in 7 milioni di dollari del tempo, per quel giorno, aveva degli impegni in famiglia. Ma era abituata ad alzarsi tardi, quindi nessuno si preoccupò, non vedendola arrivare a pranzo.


Patsy Burton 

Quando però la sua assenza cominciò a protrarsi più a lungo, sua madre Lucile andò a cercarla nel suo appartamento di Beekman Hill. Patsy non rispose e non aprì. Preoccupata per la figlia ma anche per il nipotino di pochi mesi che viveva con lei, Lucile Burton chiamò Peter Elser, l'amico con cui Patsy doveva vedersi a cena. Peter forzò la porta d'ingresso ed entrò nell'appartamento.


Lucile Wolfe Burton (1893-1966) in un'immagine giovanile

Patsy era nella stanza da letto, distesa sul pavimento, nuda. Qualcuno l'aveva ripetutamente colpita alla testa con un candelabro d'argento, rinvenuto sporco di sangue rappreso, e poi strangolata. La posizione scomposta e le unghie rotte indicavano che doveva aver lottato, prima di soccombere. Il bambino invece era illeso.

La rimozione del cadavere

L'ispettore Patrick Kenny della polizia di New York, tra i primi ad accorrere sulla scena del delitto, pensò subito a un coinvolgimento del marito da cui Patsy stava divorziando, Wayne Lonergan, un canadese di 26 anni che prestava servizio nell'aeronautica militare del suo Paese ma, durante il weekend, era stato a New York in licenza.


Patsy Burton e Wayne Lonergan

Il procuratore distrettuale Jacob Grumet inviò, durante la notte, un telegramma a Toronto, per chiedere alla polizia locale di fermare Lonergan in attesa che arrivassero i detective newyorkesi. L'indirizzo dell'uomo era stato facile da trovare, perché scritto nelle agende della moglie: Lonergan abitava nella pensione chiamata Belvidere Manor in Blow Street West.

Alle 8 di mattina del 25 ottobre, due detective della polizia di Toronto, Arthur Harris e Alex Deans, si presentarono al Belvidere Manor e, dopo essersi identificati presso la proprietaria, signora Miller, le chiesero se Lonergan fosse presente, dato che la stanza in cui avrebbe dovuto trovarsi risultava in realtà affittata a un altro (che poi si rivelò essere un suo amico). La signora Miller rispose che Lonergan abitava lì e che la sera precedente si era ritirato molto tardi.

Lonergan, pur essendo militare, quando aprì, era in borghese. Ammise di essere stato a New York il giorno prima e aggiunse che, mentre era lì, la divisa gli era stata rubata. I poliziotti notarono che aveva dei graffi ben visibili sul mento e sul petto.

I poliziotti dissero a Lonergan che doveva seguirli in centrale per un interrogatorio e che su di lui pendeva una richiesta di estradizione. Lonergan era già al corrente del delitto, poiché era già uscito prima del loro arrivo e aveva comprato una copia del “Toronto Globe and Mail” che riportava la notizia.

I poliziotti portarono Lonergan in centrale, passando però prima per la sede del Comando dell'aviazione per spiegare cosa stava succedendo.

Lonergan si era lasciato prelevare senza opporre resistenza, portandosi dietro solo un sacchetto con tre bottiglie di brandy che aveva comprato a New York. Strada facendo, rispondendo alle ripetute domande su che fine avesse fatto la sua uniforme, raccontò che il sabato sera, a New York, si era appartato con un soldato di nome Maurice Worchester, il quale lo aveva poi derubato dell'uniforme e dell'orologio.

I due detective e il fermato erano talmente tranquilli che si fermarono anche a fare colazione, prima di salire in centrale.

La polizia di Toronto trattenne Lonergan per circa 24 ore, senza interrogarlo. Restò a chiacchierare con i poliziotti, dividendo con loro le sigarette, mentre il brandy gli era stato sequestrato all'arrivo.

Finalmente, dopo le 22, in netto ritardo sul previsto per via di un disservizio della linea aerea, arrivò da New York il sostituto procuratore John Loher, incaricato di interrogare Lonergan. Solo alle 8 del giorno dopo sarebbero arrivati anche i detective William Prendergast e Nicholas Looram che dovevano interrogarlo a loro volta e avevano viaggiato in treno.

Lonergan aveva avvisato suo zio della situazione. Lo zio chiamò un avvocato, Michael Doyle, che raggiunse la centrale di polizia. Qui avvenne forse un equivoco, perché gli fu risposto che nessun Wayne Lonergan era stato fermato e fu invitato a tornare più tardi. Quando poi si ripresentò, il giorno dopo, gli fu risposto che non poteva essere autorizzato a vedere il suo cliente perché questo era già in custodia dalla polizia di New York.

In seguito, Doyle avrebbe dichiarato che non gli era stato permesso di assistere Lonergan e che, quindi, questo era stato facilmente persuaso ad accettare l'estradizione negli Usa senza fare ricorso. Un altro avvocato, Lionel Davis, avrebbe invece scritto una lettera ai giornali per protestare contro le tante anomalie della procedura che aveva portato all'estradizione di Lonergan, prima tra tutte il fatto che non fosse mai comparso davanti a un magistrato mentre era in stato di fermo.

Lonergan fu interrogato solo da Loher e volle innanzitutto sapere se correva il rischio di essere incriminato. Per il resto, si mostrò estremamente collaborativo.

Lonergan durante gli interrogatori

Lonergan fu dunque estradato rapidamente, senza alcun intoppo.

Interrogato da Grumet a New York, Lonergan finì per ammettere che l'uniforme l'aveva distrutta lui, perché troppo macchiata del sangue della moglie. Le cose, a suo dire, sarebbero andate nel seguente modo.

Lonergan e Patsy si stanno separando, ma sono ancora in buoni rapporti. Il 23 ottobre, Lonergan va a New York per vedere suo figlio, il piccolo Anthony, di quasi due anni. La mattina di quel giorno si reca nel lussuoso appartamento di Patsy, appartenente al complesso denominato Beekman Hill, nella 51esima strada. Patsy non c'è ma si ritira quando lui è appena arrivato, reduce da una delle tante notti trascorse tra feste e locali notturni che ormai sono la sua principale occupazione. Ha un accompagnatore fisso, un arredatore d'interni italoamericano di nome Mario Gabelline, un 43enne per il quale si è separata da Lonergan.


Beekman Hill al tempo del delitto

Beekman Hill oggi

A parte la storia con Gabelline, non è che a Patsy manchino le ragioni per piantare il marito. Al momento del matrimonio non lo sapeva e pensava che fosse solo un uomo di fiducia del padre, ma la realtà si è rivelata più complessa e sgradevole. Lonergan, omosessuale o più probabilmente bisessuale, cresciuto in una famiglia modesta, si prostituiva fin dall'adolescenza. Il padre di Patsy, il ricco industriale della birra William Burton (1896-1940), aveva ereditato la sua fortuna ed aveva fama di essere un buon pittore dilettante, di grande sensibilità; anche lui interessato alle relazioni con entrambi i sessi, aveva conosciuto casualmente Lonergan a una fiera e ne aveva fatto il proprio toyboy. Ne aveva avuti anche altri, ma questo sarebbe stato speciale. Lonergan si era rivelato molto affettuoso e fedele con Burton, assistendolo quando la malattia cardiaca di cui questo soffriva si era improvvisamente aggravata.

William Burton

Secondo Lonergan, in punto di morte, Burton gli aveva chiesto di sposare sua figlia, l'esuberante Patsy. Certamente, però, con i sette milioni di eredità, un tale consiglio poteva essere superfluo. Tra i due c'era già stato qualcosa, tant'è vero che forse Patsy era già incinta. La coppia, dopo la morte di William Burton, scappò letteralmente a Las Vegas, dove il matrimonio fu celebrato, sette mesi prima della nascita del figlio.

Il piccolo Anthony al tempo del delitto

L'unione era comunque andata rapidamente in crisi, come del resto era ampiamente prevedibile.

Secondo il racconti di Lonergan, lui e Patsy, nel rivedersi, avevano inizialmente avuto una vampata di passione, per cui si erano subito spogliati e messi a letto. Ma, qui, erano riemersi i loro problemi ed era scoppiato un litigio, al culmine del quale la donna gli aveva inflitto un fortissimo dolore fisico, mordendolo al pene o ai testicoli. Questo avrebbe poi determinato la sua reazione che lo avrebbe portato a ucciderla.





Giornali con articoli sul caso

I tempi non permettevano di parlare molto di certi argomenti, ma forse qualche perizia medica dovette confermare questo dettaglio, perché Lonergan fu incriminato e successivamente condannato solo per omicidio di secondo grado. La tesi del procuratore distrettuale, per il quale il movente sarebbero stati i soldi, non fu accolta dal tribunale.


Lonergan durante il processo


Lucile Burton, senza e con il nipote, durante il processo

Le inclinazioni personali di Lonergan e la vita frivola di Patsy fecero sì che questa storia fornisse ispirazione per decenni a eserciti di moralisti.

Lonergan fu condannato a 35 anni di carcere e perse, ovviamente, ogni diritto all'eredità di Patsy. In galera, però, trascorse solo 23 anni: nel 1967 fu liberato per buona condotta, a patto che si trasferisse in Canada e non tornasse più negli Usa. Trovò una nuova donna benestante per farsi mantenere, l'attrice Barbara Hamilton, e visse con lei fino alla morte, sopraggiunta per cancro all'età di 67 anni.



Barbara Hamilton (1926-96) in due immagini datate 1958 e 1977

Fu il figlio, William Anthony Burton, a ereditare, nel 1954, la fortuna che era stata della madre, nel frattempo salita a 15 milioni.

La storia di questo delitto ha ispirato diversi libri, di cui il più famoso è The Big Clock, del poeta e giallista Kenneth Fearing, dal quale sono stati tratti tre film. Negli anni '50, in una collana popolare, uscì invece The Girl in the Murder Flat, di Mel Heimer, che era molto più esplicito sui dettagli, esposti quasi con gusto vouyeuristico. In tempi recentissimi (2020), Detalis are Unprintable, di Allan Levine ha ricostruito la vicenda in modo dettagliato e oggettivo.





Due edizioni in lingua inglese e due edizioni italiane del libro di Fearing


Gli altri due libri