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lunedì 30 aprile 2018

L'impossibile profilo del serial killer celeste: “Il ponte di San Luis Rey” di Thornton Wilder


Il 20 luglio 1714, a mezzogiorno, il ponte sospeso sulla strada tra Lima e Cuzco, non lontano dal santuario di Santa Maria da Cluxambuqua, in Perù, si spezza all'improvviso, precipitando nel vuoto (un abisso di oltre 100 metri) le 5 persone che lo attraversavano.
Il fatto ha non pochi testimoni e uno di essi è un monaco italiano, frate Ginepro, da tempo attraversato da dubbi sulla propria fede. Ginepro si è messo in testa di dimostrare logicamente come la volontà di Dio influenzi direttamente la vita degli uomini e, da tempo, sta raccogliendo rudimentali statistiche sul rapporto tra virtù e fortuna. Tuttavia, i suoi calcoli mostrano sistematicamente che le persone più virtuose sono solo raramente le più fortunate. Lo spettacolo dell'incidente lo induce a ricostruire le esistenze delle 5 vittime per vedere cosa può avere indotto il Signore a scegliere proprio loro per una fine così assurda e tragica.
L'indagine sistematica di Ginepro, che interroga centinaia di persone e riempie pagine e pagine di appunti, poi raccolti in un libro, non sfugge all'Inquisizione, che giudica eretico sia il frate sia il libro e manda entrambi al rogo. Per la popolazione, però, il frate è un santo e infatti Ginepro accetterà serenamente il suo destino, confortato dalla folla di fedeli che assiste, triste e impotente, al suo supplizio. Si salva, tuttavia, una copia del libro, grazie alla quale si possono conoscere le vite delle 5 persone defunte in ogni minimo dettaglio.
Il gruppo era formato da due coppie (una formata da una donna anziana e da una ragazza, l'altra da un uomo anziano e un bambino) e da un uomo giovane. Tra di loro, le coppie e l'uomo, non si conoscevano: ma una intricata rete di rapporti li connetteva strettamente.
Le loro identità sono: la Marquesa de Montemayor, aristocratica e madre della moglie di un importante dignitario di corte spagnolo; la sua damigella di compagnia Pepita; l'ex copista Esteban, che stava per riprendere la vita da marinaio dopo la morte del fratello gemello Manuel; l'avventuriero chiamato Zio Pio e il piccolo don Jaime, figlio del viceré Don Andrès e della sua amante, l'attrice Camila Perichole.
I legami tra tutti loro passano per altre figure, soprattutto la madre badessa del convento di Santa Maria Rosa de las Rosas, madre Maria del Pilar, che ha allevato sia Pepita sia Esteban, entrambi orfani; e la Perichole che, oltre a essere la madre di don Jaime, è stata la pupilla dello zio Pio, ha goduto di un momento di particolare notorietà dopo aver dileggiato pubblicamente la Marquesa durante uno spettacolo ed è stata l'oggetto di una passione sfrenata e insoddisfatta da parte di Manuel, il gemello morto di Esteban.
Altre figure importanti sono quelle di Dona Clara, figlia della Marquesa e destinataria di tutta la sua corrispondenza, e del capitano Alvarado, che stava aiutando Esteban a superare il trauma della perdita del fratello.
Le esistenze delle 5 vittime sono state tormentate da dilanianti vicissitudini affettive. La Marquesa adorava la figlia almeno quanto questa la ignorava, e pativa enormemente la sua distanza; Pepita era affezionatissima a madre Maria e desiderava ritornare il prima possibile al convento; Esteban si rimproverava, senza ragione, di aver impedito, con la propria presenza, che si concretizzasse il legame tra Manuel e la Perichole; lo zio Pio adorava la Perichole, che aveva tirato su da piccola orfana ad attrice di successo, considerandola il proprio capolavoro: ma la donna lo aveva escluso dalla sua vita dopo essere diventata l'amante ufficiale del viceré; don Jaime, sofferente di epilessia, era per questo tenuto a distanza dalla madre, e ne soffriva molto.
I cinque si trovavano sul ponte per ragioni differenti e simili al tempo stesso. La Marquesa, avendo letto di nascosto una lettera di Pepita a madre Maria durante un pellegrinaggio a Santa Maria da Cluxambuqua, era rimasta sconvolta dall'affetto che la ragazza era capace di provare per la badessa e si era resa conto di aver escluso dalla propria vita tutte le persone che la circondavano, fissata com'era sul pensiero della figlia lontana. Esteban seguiva il capitano Alvarado, che lo aveva salvato da un tentativo di suicidio, per imbarcarsi sulla sua nave. Lo zio Pio, visto il rifiuto della Perichole verso il figlio, aveva chiesto alla donna di affidarglielo per un anno in modo da istruirlo, visto che il bambino non aveva nessun precettore; don Jaime aveva seguito con piacere l'avventuriero, lusingato dal suo sincero interesse.
Nell'ultima sequenza del libro, tre donne si ritrovano a parlare tra loro e a ripensare ai morti con il cuore gonfio di rimpianto e pentimento. Dona Clara, tornata in Perù per scoprire tutto ciò che può sulla madre, adorata nel ricordo quanto disprezzata quando era in vita. Madre Maria, cui la perdita di Pepita ha tolto l'unica cui avrebbe voluto affidare la direzione del monastero dopo di sé, mentre quella di Esteban è stata paragonabile a quella di un figlio prediletto. La Perichole, cui il vaiolo ha tolto bellezza e fascino, ricca e dimenticata, che non smette di rimproverarsi l'abbandono dello zio Pio e l'indifferenza verso don Jaime. Dona Clara si reca al convento di Santa Maria Rosa de las Rosas per parlare con madre Maria e la trova intenta a occuparsi con la massima dedizione di malati e invalidi, aiutata anche da una donna matura in cui fatica a riconoscere la Perichole. Solo madre Maria ha il coraggio di rivolgersi ai malati terminali, cui rivolge parole di conforto, ma intanto non smette di pensare ai 5 morti nel disastro del ponte di San Luis Rey, e si rende conto che, nonostante tutto, nonostante le loro vite modeste, tristi e inappagate, hanno lasciato dietro di sé una scia di amore sincero, tanto intenso da sopravvivere alle loro stesse esistenze, un amore che li fa ricordare con struggimento e nostalgia da chi li ha conosciuti. Un amore che di per sé è già un ponte con l'aldilà, perché connette strettamente i vivi con i morti.
L'abilità dell'autore rende questa storia, completamente inventata, avvincente come se fosse proprio vera, ricorrendo alle tecniche narrative tipiche del thriller (nel 1945, Indro Montanelli, grande ammiratore di Wilder, farà lo stesso per il suo romanzo Qui non riposano). La questione principale, quello del perché Dio abbia scelto esattamente quei 5 per quel destino, resta irrisolta: e, d'altronde, non può essere altrimenti. Per quasi tutta la teologia, del resto, è assurdo pensare alla morte, anche prematura, come “punizione”. La volontà di Dio è sempre e comunque imperscrutabile. L'indagine di frate Ginepro serve tutt'al più ad aprire uno spiraglio sul senso della vita terrena e quotidiana, attraverso le vicissitudini di persone che hanno sempre inseguito qualcosa che sembra banale e scontato (dei sinceri legami affettivi), senza però mai ricevere fino in fondo ciò cui anelavano.



L'edizione originale del libro e alcune edizioni italiane

A scrivere questo romanzo, The bridge of San Luis Rey (Il ponte di San Luis Rey), che nel 1928 vinse il Premio Pulitzer, è stato Thornton Wilder, un autore statunitense nato nel Wisconsin il 17 aprile 1897, figlio di un importante diplomatico e fratello di intellettuali e docenti universitari di buon livello, cresciuto in Cina e con un curriculum accademico di prim'ordine (laurea a Yale, master a Princeton), poliglotta e con un numero sterminato di interessi culturali, primi tra i quali l'archeologia e la Storia antica.
Thornton Wilder

Wilder è conosciuto tanto come narratore (un altro suo romanzo, The Eight Day, L'ottavo giorno, ha vinto il National Book Award nel 1968) quanto come drammaturgo: due sue opere (Our Town, Piccola Città, del 1938 e The skin of our teeth, che in Italiano è stato tradotto come La famiglia Antrobus, 1942) hanno vinto anch'esse il Pulitzer e appartengono sicuramente al novero dei titoli teatrali più originali e moderni, soprattutto nella messa in scena, del XX secolo.






Altri romanzi di Wilder, tutti tradotti in Italiano ma non sempre facilmente reperibili oggi. Dall'ultimo, è stato tratto anche un film, Mr. North, di Danny Huston (1988)



Locandine e un testo teatrale di Wilder


Da una rappresentazione di Our Town




Altre messe in scena di opere teatrali di Wilder: le prime due immagini sono relative a The Matchmaker e le ultime due a The skin of our teeth

Dopo la sua scomparsa, avvenuta per cause naturali in Connecticut il 7 dicembre 1975, è emerso che Wilder, benché avesse condotto una vita irreprensibile e fosse considerato un uomo molto religioso, di stampo prettamente calvinista, era quasi certamente gay (non si sposò mai) e quello che comunemente era considerato uno dei suoi migliore amici, l'intellettuale Samuel M. Steward (che mollò la carriera di docente universitario per diventare tatuatore e autore di romanzi pornografici firmati con uno pseudonimo, Phil Andros, che è già un riferimento a un libro di Wilder), è stato sicuramente un suo amante, dato che parla della sua relazione con Wilder nei suoi diari.
Samuel M. Steward (1909-93)

La fama italiana di Il ponte di San Luis Rey si giova anche della bellissima traduzione in cui è stato presentato al pubblico, opera di Lauro De Bosis, un raffinato poeta e docente universitario italo-americano, amico personale di Wilder, passato alla Storia soprattutto per le circostanze della sua scomparsa: il 3 ottobre 1931, emulando l'impresa di D'Annunzio su Vienna, volò su Roma con un aereo monoposto, lanciando 400.000 volantini inneggianti all'antifascismo e poi, inseguito dai caccia italiani, cadde in mare per l'esaurimento del carburante mentre cercava di riparare a Barcellona. Non si sa con sicurezza dove sia caduto perché non sono state mai ritrovate tracce del suo aereo. Ma, nel 1952, in un punto del Mar Tirreno che si presume quello della caduta, fu calata l'urna con le ceneri della sua compagna, l'attrice americana Ruth Draper.

Lauro De Bosis (1901-31)

Ruth Draper (1884-1952)



sabato 6 maggio 2017

La miniera di Ytterby, un luogo unico al mondo

In chimica, con la dizione ottocentesca di terre rare, si intendono gli elementi il cui numero atomico va da 57 a 71, rintracciabili solo in minerali che sono appunto rari da trovare, molto simili tra loro nel comportamento chimico e quindi difficili da separare e identificare. Nella Tavola Periodica, sono immediatamente visibili perché costituiscono il periodo (riga orizzontale) dei Lantanidi o Lantanoidi.
La Tavola Periodica degli Elementi. I Lantanidi sono rappresentati dalla prima riga in basso

La storia della scoperta di questi elementi è molto particolare e legata a un unico luogo, la miniera di Ytterby che si trova in Svezia, nell'area di Vaxholm, pochi km a NNE di Stoccolma. Vi si estraevano, soprattutto nel XVIII secolo, i minerali chiamati Feldspati, indispensabili per la produzione delle porcellane alla maniera cinese, a loro volta necessarie per la costuzione di stufe capaci di un'ottima efficienza energetica (a quel tempo e con il clima freddo della Scandinavia, un bene preziosissimo).
Qui, nel 1787, l'ufficiale e scienziato dilettante Carl Axel Arrhenius, sovrintendente alle attività della miniera, scoprì un minerale mai visto prima e ne inviò diversi campioni ai più noti chimici del mondo, perché lo indentificassero. A riuscirci fu, solo nel 1792, un chimico finlandese, professore all'università di Turku, Johan Gadolin, che nel determinarne la composizione scoprì quello che a lui e a tutti un nuovo elemento, chiamato provvisoriamente Yttria. Il minerale per intero fu poi chiamato Gadolinite in suo onore.
Una veduta del villaggio di Ytterby

L'ingresso della miniera di Ytterby

La posizione geografica di Ytterby

Gadolin era appunto un esperto di porcellane, amico di penna del più importante produttore inglese del settore, Josiah Wedgwood, e lo studio delle nuove tecnologie di produzione lo rendeva particolarmente abile nella separazione degli elementi dai minerali d'origine.
Gadolin era stato bravo, ma anche fortunato. Con la tecnologia disponibile a quel tempo, non era affatto facile separare i diversi elementi che costituivano un minerale, tanto più quando questi avevano caratteristiche che si assomigliavano.
Johan Gadolin (1760-1852)

Carl Axel Arrhenius (1757-1824)

Josiah Wedgwood (1730-95)

Nei decenni successivi, un esercito di chimici si giocò la reputazione cercando di identificare e isolare i materiali che costituivano le rocce estratte dalla miniera di Ytterby, e i risultati furono davvero sorprendenti.
Il tedesco Fredrich Woehler, il grande chimico che nel 1828 dimostrò che non esiste alcuna differenza tra la Chimica Organica e quella Inorganica, sintetizzando l'Urea (organica) in laboratorio, a partire da Cianato di Argento e Cloruro di Ammonio (inorganici), nello stesso anno, riuscì a isolare dall'Yttria (ribattezzata nel frattempo Ittrite) un nuovo elemento, che fu chiamato Ittrio. L'Yttrite fu identificata come tri-ossido di di-ittrio.
Friedrich Woehler (1800-82)

Un pezzo di Gadolinite

Un pezzo di Ittrio isolato

Polvere di Ossido di Ittrio

Nel 1843, sempre lavorando sulla Gadolinite, il chimico svedese Carl Gustav Moisander riuscì a identificare, uno dietro l'altro, due elementi fino ad allora sconosciuti, l'Erbio e il Terbio (entrambi i nomi derivano dal toponimo Ytterby).
Carl Gustav Moisander (1797-1858)

L'Erbio isolato

Il Terbio isolato

Nel 1878, il chimico svizzero Jean Charles Galissard de Marignac, riuscì a isolare dalla Gadolinite un nuovo elemento, che chiamò Itterbio, sempre da Ytterby.
Jean Charles Galissard de Marignac (1817-94)

L'Itterbio isolato

Sempre nel 1878, due ricercatori francesi (Marc Delafontaine e Jacques-Louis Soret) intuirono che nella Gadolinite doveva essere presente un nuovo elemento ancora; ma questo fu scoperto, lo stesso anno, dallo svedese Per Teodor Cleve, che lo chiamò Olmio (da Holmia, antico nome latino di Stoccolma); nel corso della stessa ricerca, Cleve scoprì anche un ulteriore elemento precedentemente sconosciuto, che chiamò Thulio (da Thule, il nome della misteriosa terra nord-atlantica scoperta dal navigatore fenicio Pitea da Marsiglia nel IV secolo a. C., identificata come la Scandinavia o l'Islanda).
Per Teodor Cleve (1840-1905)
L'Olmio isolato

Il Thulio isolato


Nel 1879, un altro chimico svedese, Lars Fredrick Nilson, isolò dalla Gadolinite un ennesimo elemento, che chiamò Scandio (da Scandia). Nello stesso anno, Per Teodor Cleve raggiunse lo stesso risultato e in più scoprì che lo Scandio coincideva con l'Eka-Boro, ossia uno degli elementi la cui esistenza era stata predetta da Dimitrj Mendeleev per riempire i vuoti rimasti nella sua Tavola Periodica. In effetti, la scoperta dello Scandio (come quelle del Gallio e del Germanio negli anni successivi) fu la principale conferma della validità del sistema periodico di Mendeleev.
Lo Scandio isolato
Lars Fredrick Nilsson (1840-99)
Dmitrij I. Mendeleev (1834-1907)

Nel 1880, Malignac identificò nella Gadolinite anche un ulteriore elemento, che fu poi separato dagli altri ad opera del francese Paul Emile Lecoq de Boisboudran nel 1886. E' stato possibile isolarlo solo in tempi recenti ed è stato chiamato Gadolinio in onore di Gadolin.
Il Gadolinio isolato

Paul Emile Lecoq de Boisboudran (1836-1912)

Le terre rare sono tali solo sulla superficie terrestre, perché in realtà il sottosuolo ne contiene delle discrete quantità. Il difficile è arrivarci. In Svezia è particolarmente facile per via della particolare storia della sua superficie. La penisola scandinava, infatti, è un'area della crosta continentale molto antica, emersa già nei lontanissimi tempi dell'Orogenesi Caledoniana, tra i 490 e i 390 milioni di anni fa (è la fase più antica tra quelle databili cui è possibile far risalire l'innalzamento delle catene montuose visibili oggi; dopo quella Caledoniana ci sono state quella Ercinica e quella Alpina, che è ancora in corso ed è responsabile dell'innalzamento delle catene montuose che ci appaiono più alte; prima della Caledoniana, ce ne sono state sicuramente altre, ma le catene innalzatesi allora, oggi, sono completamente erose dagli agenti atmosferici), quindi è andata soggetta a un lunghissimo periodo di erosione. Questa erosione è stata poi accentuata dalle particolari condizioni climatiche della zona, vicina al Polo Nord e soggetta a frequenti movimenti dei ghiacciai durante le fasi di riscaldamento e raffreddamento dell'atmosfera terrestre, dovute alle più svariate cause, tra cui alcune imprevedibili come eruzioni vulcaniche o caduta di asteroidi. Sia il ghiacciaio che si forma sia quello che si scioglie si muovono sul suolo grattando via detriti (detti morene, da cui l'aggettivo morenico per indicare le strutture che formano quando sono poi abbandonati dal ghiacciaio sciolto) e accelerando l'erosione della superficie. L'alleggerimento del suolo da parte dei ghiacciai sciolti ha fatto sì che poi questo si sollevasse e non restasse sprofondato, per cui gli strati che altrove si trovano in profondità, qui, sono quasi al livello del mare.
Inoltre, la miniera di Ytterby era stata aperta per produrre feldspati, quindi tutto ciò che non era utile alla ricerca di feldspati, come la Gadolinite, veniva abbandonato in superficie come rifiuto, e dunque i chimici si trovarono a portata di mano una riserva di materiale già estratto su cui lavorare.
Dovunque si trovino, le terre rare hanno comunque la tendenza a mescolarsi tra loro e quindi è facile che, dove se ne trova una, si riesca a trovarne anche le altre. La difficoltà è stata, per molto tempo, quella di separarle tra loro, dato il loro comportamento chimico sempre molto simile.
Benché indicata su molti siti e testi come un luogo importantissimo di ricerca scientifica, la miniera di Ytterby oggi non è facile da raggiungere, per via della scarsezza delle indicazioni stradali, anche se al suo esterno oggi è stata apposta una targa che ricorda la sua importanza.
E' anche chiusa ai visitatori, e non potrebbe essere altimenti, visto il suo alto tasso di radioattività naturale.
I tassi di radioattività si calcolano in molti modi, ma il più opportuno a determinarne la pericolosità è quello che usa come unità di misura il Sievert (elaborato dallo scienziato svedese Rolf Sievert) che mette in correlazione l'assorbimento di radioattività e i danni che questo può produrre.
Rolf Sievert (1896-1966)

Normalmente, la radioattività naturale dei luoghi in cui viviamo ci porta ad assorbire sui 2-2,5 milliSievert (mSv) all'anno. A Ytterby se ne assorbono oltre 7, ben più di quelli riscontrati nelle aree evacuate intorno alla centrale nucleare incidentata di Fukushima.
Va detto che gli usi civili della radioattività ci portano ad assorbire occasionalmente altri mSv, per esempio meno di 1 durante una normale radiografia, fino a 20 in una TAC e addirittura 2000 in una seduta di radioterapia, dove però sono concentrati sulle cellule tumorali (le altre cellule, comunque, ne risentono per forza). In più, esistono luoghi della Terra in cui, per le più svariate ragioni (di solito, l'origine vulcanica dei suoli), la radioattività naturale si presenta insolitamente alta, come le spiagge a sabbie nere del Brasile o la zona di Kerala in India. Questi luoghi non presentano, tuttavia, tassi di incidenza dei tumori maggiori della media dei relativi Paesi, in quanto le popolazioni residenti, nel corso delle generazioni, si sono assuefatte al maggiore assorbimento e ne risentono in misura minore di altre. Stiamo pur sempre parlando di livelli di radioattività lontanissimi da quelli cui sono andati soggetti, ad esempio, i pompieri che operarono nello spegnimento dell'incendio della centrale nucleare di Chernobyl nel 1986 (questi assorbirono in poche ore oltre 5-6000 mSv).







mercoledì 14 dicembre 2016

Razionalità contro pregiudizio: Georg Steller combatte e vince lo scorbuto nella spedizione di Vitus Bering

Lo scorbuto è una grave sindrome che colpisce gli organismi che non introducono abbastanza vitamina C (acido L-ascorbico) nella loro dieta. La vitamina C, essendo idrosolubile, non si accumula all'interno dell'organismo: la sua eventuale eccedenza, viene espulsa con le orine e non accumulata: deve, dunque, essere introdotta ogni giorno, tranne che negli animali carnivori tipo canidi o felidi, nei quali è prodotta dal fegato a partire dal glucosio.
Struttura della Vitamina C

La vitamina C svolge diversi ruoli nell'interno dell'organismo umano, alcuni dei quali forse ancora da scoprire. E' noto che la sua carenza provoca la depressione del sistema immunitario e alcuni scienziati illustri hanno imputato a questa carenza e alle altre ipovitaminosi un ruolo importante nella genesi dei tumori maligni. Il grande chimico Linus Pauling (scopritore della struttura delle proteine e delle cause genetiche dell'anemia falciforme, premio Nobel per la Chimica nel 1954 e per la Pace nel 1962 per il suo impegno contro la proliferazione delle armi atomiche) ne era talmente convinto che, per anni, prese supplementi di vitamina C per prevenire questa malattia. Morì per le conseguenze di un cancro alla prostata: ma, comunque, era già ultranovantenne.
Linus Pauling (1901-94)

Ma il ruolo più importante della vitamina C nell'organismo umano è quello svolto nella genesi del collagene, la proteina principale dei tessuti connettivi, che in sua assenza non si forma. Pertanto, l'ipovitaminosi C si presenta innanzitutto con il cedimento di tutte le parti molli ed elastiche del corpo, a cominciare dai tendini e dai muscoli a essi collegati, per arrivare ai tessuti di sostegno delle mucose.
Fibre di Collagene viste al microscopio elettronico

La difficoltà nella conservazione di cibi freschi durante i lungi viaggi, soprattutto per mare, faceva sì che la dieta dei marinai fosse molto ricca in termini calorici (anche 5-6000 calorie al giorno, che peraltro bastavano a fatica a coprire il fabbisogno di una vita durissima) ma molto povera come varietà, essendo basata quasi esclusivamente sulla carne conservata sotto sale. E' un fatto che, dopo la scoperta dell'America e l'inizio dei viaggi oceanici, lo scorbuto cominciò a mietere vittime tra i marinai, che morivano come le mosche: si parla di oltre 2 milioni e mezzo di morti in mare, solo per questa causa, in poco più di 2 secoli.
I viaggi più tragici, in tal senso, erano quelli diretti alle zone polari o nei loro dintorni, soprattutto quelli intrapresi per scoprire il Passaggio a Nord-Ovest (a Nord dell'America) o quello a Nord-Est (a Nord della Russia), nella speranza di evitare i pericolosissimi passaggi a Sud (il Capo di Buona Speranza in Africa e il Capo Horn in America) durante le circumnavigazioni del globo terrestre. Anche una volta scoperti, questi passaggi si dimostrarono di fatto impraticabili.
Uno dei viaggi più importanti e meglio documentati in tal senso, è quello organizzato dalla Russia e comandato dall'esploratore danese Vitus Bering, partito dal Kamchatka (la penisola che si estende in senso Nord-Sud dalla Siberia settentrionale all'Oceano Pacifico) nel 1741 per esplorare il Pacifico del Nord e raggiungere l'Alaska (oggi conosciuto come Secondo Viaggio di Vitus Bering, dopo il primo compiuto alcuni anni prima).
La mappa mostra in verde il primo e in rosso il secondo viaggio di Bering
Vitus Bering (1681-1741)

A bordo di una delle due navi, l'ammiraglia Sankt Petr (l'altra era la Sankt Pavlov, sua gemella), era imbarcato anche il giovane medico tedesco Georg Steller, nato vicino Norimberga il 10 marzo 1709, che possedeva una cultura enciclopedica in tutte le scienze e, perciò, sin dall'inizio, si rivelò un fastidio per gli ufficiali che non sapevano che farsene dei suoi consigli non richiesti. Steller intuì abbastanza rapidamente la direzione in cui avrebbero trovato più facilmente la terraferma (era quella da cui provenivano i resti vegetali trasportati dalle correnti marine) e il miglior luogo per approdare e fare rifornimento di acqua (alla foce di un fiume) ma in ambo i casi non fu ascoltato. Né fu ascoltato quando, a bordo, si verificarono i primi casi di scorbuto e la sua reazione fu di scendere a terra a procurarsi piante che potessero contrastare la malattia. Steller forse sapeva che i membri della spedizione francese di Jacques Cartier, che aveva tentato di penetrare nell'interno del Nordamerica seguendo il corso del fiume San Lorenzo nel 1553, inizialmente sterminati dallo scorbuto, erano sopravvissuti dopo aver seguito il consiglio degli indigeni di consumare un decotto di corteccia e foglie di un albero (chiamato “Annedda” e identificato con la Tuia occidentale); mentre era sicuramente al corrente delle qualità della Coclearia, già consigliata dai medici europei e aveva osservato che i nativi della Kamchatka, che consumavano una varietà di Coclearia locale, un'Acetosa, delle Genziane e un tipo di Crescione locale, non andavano soggetti a scorbuto. Pertanto, cercava proprio queste piante, diffusissime nella zona.

Georg Steller (1709-46)
Un albero di Tuia
Una pianta di Coclearia
Una pianta di Acetosa
Fiori di Genziana
 Una pianta di Crescione 

Tuttavia, gli ufficiali continuarono a non ascoltarlo, e i marinai ancora meno, almeno finché cominciarono a morire uno dietro l'altro. A quel punto, i più ragionevoli si rassegnarono a consumare le erbe che il medico aveva raccolto e portato a bordo, ricavandone immediato miglioramento.
Le pessime condizioni di salute del comandante Bering fecero sì che il viaggio di ritorno dall'Alaska verso il Kamchatka si fosse comandato da due ufficiali, Khitrov e Waxell, i quali si rivelarono ottusi e incompetenti, persero la rotta e finirono per approdare sulla terraferma parecchie miglia a Nord del porto di Petropavlosk, dove erano diretti. In realtà, non si trovavano nemmeno sul Kamchatka, ma su un'isola non segnata sulle carte che si trovava davanti alla costa (oggi chiamata Isola di Bering).
Era ormai novembre inoltrato (la spedizione era partita a giugno), la nave era ridotta malissimo e l'equipaggio dovette rassegnarsi a svernare lì, in condizioni terribili. Insieme al suo domestico, a un altro viaggiatore tedesco, a tre marinai tedeschi e due cosacchi e a due servitori personali di Bering, Steller costruì, scavandolo nel terreno e coprendolo con il legname che le onde gettavano sulla spiaggia, un rifugio sotterraneo simile a quelli in cui abitavano gli indigeni della Kamchatka. Constatato che se la passavano meglio di loro, anche gli altri marinai decisero di seguirne l'esempio. Molti marinai morirono comunque, appena furono trasportati a terra dalla nave.
Steller andava continuamente a caccia di animali da mangiare oltre che di erbe per integrare la dieta e, in questo modo, scoprì e descrisse per la prima volta alcuni animali tipici di quelle aree, compresa una specie di sirenide mai visto altrove, che fu poi chiamato Ritina di Steller e oggi si è estinta per la caccia cui è stato sottoposto. Scoprì anche alcune piante.
Ricostruzione della Vacca Marina o Ritina di Steller
Uno scheletro di Ritina di Steller conservato a Helsinki
Il Chryptochiton (mollusco) scoperto da Steller
Un esemplare di Aquila di Steller
Un esemplare di Lontra marina di Steller
Due esemplari di Leone marino di Steller
Un esemplare di Anatra di Steller
Un esemplare di Ghiandaia di Steller
Una pianta di Artemisia, pure scoperta da Steller

Nonostante le cure di Steller, il comandante Bering morì l'8 dicembre 1741. In seguito, il numero di morti diminuì, anche perché, per contrastare la denutrizione, i marinai presero a consumare anche le interiora degli animali catturati, spesso addirittura crude, ossia in condizioni tali da conservare ancora molta della vitamina C originaria.
In primavera, smontarono la Sankt Petr che era stata gettata a riva dalle correnti e dal materiale ricavato ne ricavarono una barca più piccola, cui diedero lo stesso nome. Con questa, il 13 agosto 1742, dopo aver fatto provvista di cibo e acqua, si misero in viaggio verso Petropvlosk, che raggiunsero poche settimane dopo. L'equipaggio, originariamente composto da 78 uomini, si era ridotto a 46.
Steller passò i due anni successivi a esplorare la Kamchatka, e presto si rese conto degli abusi commessi dai funzionari zaristi a danno delle tribù locali. Cercò in tutti i modi di denunciarli, ma finì arrestato e accusato di fomentare una ribellione. Processato e assolto, fu richiamato a San Pietroburgo ma, durante il viaggio, si ammalò di polmonite e morì a Tyumen, importante città siberiana sul fiume Tura, il 14 novembre 1746, all'età di 37 anni.
I suoi diari relativi alla seconda spedizione Bering furono poi salvati e pubblicati dallo scienziato tedesco Peter Simon Pallas.
Peter Simon Pallas (1741-1811)

Nella primavera del 1747, il medico scozzese James Lind, in servizio sulla nave HMS Salisbury, compì quello che è stato successivamente definito il primo esperimento veramente scientifico della Storia, in cui testò alcune sostanze che si ipotizzava potessero avere un effetto sullo scorbuto (sidro, acido diluito, aceto, ecc) somministrandone solo una per ogni gruppo e confrontandone le reazioni rispetto a quelle di un “gruppo di controllo” cui non veniva somministrato nulla. Risultò, entro pochi giorni, che solo i marinai trattati con il succo di lime ottenevano vistosi miglioramenti. Lind estese il trattamento con il succo di lime anche agli altri ed ottenne una percentuale di guarigione del 100%.
James Lind (1716-94)

I risultati dell'esperimento di Lind furono una delle guide della condotta di James Cook, il più grande navigatore della Storia, che era stato anche un attento lettore dei diari di Steller. Cook, che compì tre lunghissimi e avventurosi viaggi intorno al mondo, scoprendo gran parte delle terre del Pacifico e l'Antartide (su cui però non riuscì mai a sbarcare), sebbene viaggiasse sempre in condizioni difficilissime, non perse mai neppure un uomo per lo scorbuto. Oltre che il lime e gli altri agrumi, per contrastare lo scorbuto introdusse nella dieta dei marinai anche i crauti (ricavati dal cavolo) sott'aceto, che si conservavano molto a lungo. Inflessibile sulla disciplina, era solito far frustare i marinai che provassero a disattendere le sue prescrizioni alimentari.
James Cook (1728-79)


La struttura e i meccanismi di azione della vitamina C sono stati scoperti solo nel XX secolo, dal chimico ungherese (ma attivo a Cambridge) Albert Szent-Gyorgy, che ricevette il premio Nobel per questo lavoro.      
Albert Szent-Gyorgy (1893-1986)