Visualizzazione post con etichetta Discriminazioni razziali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Discriminazioni razziali. Mostra tutti i post

venerdì 19 giugno 2020

Myles Fukunaga e le tensioni razziali nelle Hawaii


Le manifestazioni antirazziste cui stiamo assistendo in questo periodo in seguito all'uccisione di George Floyd non sono certo una novità per gli Stati Uniti. In una nazione che rappresenta un enorme crogiolo di etnie e sempre soggetta a importanti flussi migratori, la convivenza civile non è stata sempre pacifica, anzi non lo è stata quasi mai.
Un episodio meno noto, ma tutt'altro che marginale, di questa lunga storia di sangue, violenze e ingiustizie, è quello che vide contrapposti i Nisei (discendenti di seconda generazione degli immigrati giapponesi) agli Haole (bianchi e di origine anglosassone) nelle Hawaii della fine anni '20, in seguito al delitto di Myles Yutaka Fukunaga.

Myles Yutaka Fukunaga

Il conflitto era stato latente a lungo. I lavoratori Nisei sfruttati nelle piantagioni di canna da zucchero avevano già affrontato scioperi di massa nel 1909 e nel 1920. Questo delitto e il processo che ne seguì evidenziarono in modo palese le discriminazioni razziali.

Lavoratori Nisei hawaiiani della canna da zucchero, primo '900

Fukunaga era nato il 4 febbraio 1909 a Waialua. Nel 1928 lavorava come inserviente nella dispensa di un hotel di Honolulu. Era un ragazzo solitario e infelice, che una volta aveva già tentato il suicidio. Benché fosse letteralmente spremuto come un limone (il suo orario di lavoro ammontava a 80 ore settimanali), guadagnava pochissimo e viveva in una famiglia oppressa dai problemi economici. In particolare, i suoi genitori erano stati appena sfrattati da casa ad opera della Hawaiian Trust Bank, forse per iniziativa di Frederick Jamieson, un dirigente della banca stessa.
Come vendetta verso questo atto, e forse anche suggestionato dal delito di Leopold e Loeb, Fukunaga decise di rapire e uccidere il figlio decenne di Jamieson, George, detto Gill.

Gill Jamieson

Il 18 settembre 1928, Fukunaga si travestì da infermiere e si recò alla scuola di Punahou frequantata dal piccolo Gill, fece uscire il bambino dalla classe e lo convinse a seguirlo con la scusa di portarlo in ospedale dalla madre ferita in un incidente. I due fecero almeno una parte del viaggio in taxi. Una volta scesi, Fukunaga portò il bambino in un nascondiglio predisposto ad hoc e lo uccise colpendolo alla testa con uno scalpello d'acciaio. Poi inviò una richiesta di riscatto alla famiglia Jamieson, firmandola “I Re Magi” e chiedendo 10.000 dollari. La sera stessa, telefonò anche alla famiglia Jamieson, chiedendo 4.000 dollari. Il padre del bambino glieli portò subito nel luogo designato, Fukunaga si presentò mascherato e li prese, poi andò via annunciando la prossima liberazione del bambino. Ovviamente, non fu liberato nessuno.
Appena si diffuse la notizia, la polizia dichiarò che il messaggio e l'eloquio del rapitore sembravano richiamarsi alla parlata Nisei, scatenando le prime ostilità della popolazione Haole contro i giapponesi. Peraltro, in un primo tempo, fu fermato l'ex autista degli Jamieson, Harry Kaisan, che si riteneva potesse avere forti motivi di rancore verso di loro. Nonostante le pressioni dei poliziotti, che arrivarono fino a drogarlo, Kaisan si rifiutò di confessare qualsiasi addebito.
Il 20 settembre, Fukunaga scrisse una lettera al giornale Honolulu Star-Bulletin, di fatto annunciando che Gill Jamieson era morto. Infatti, il corpo del bambino fu ritrovato quella sera stessa, in una radura vicino al canale Ala Wai, quasi di fronte al Royal Hawaiian Hotel.

Copie delle lettere di Fukunaga

Il 21 settembre, poiché la comunità Nisei si sentiva molto toccata dai fatti e, oltre a esprimere il proprio cordoglio alla famiglia Jamieson, aveva messo una taglia sul responsabile e organizzato squadre di ricerca, Fukunaga tentò di arruolarsi in una di queste squadre, ma non fu accettato in quanto troppo giovane e gracile.

Scuola Nisei hawaiiana, circa 1920

Il 22 settembre, Fukunaga commise l'imprudenza di acquistare un biglietto ferroviario per la sua città natale usando una delle banconote del riscatto. I numeri di serie di queste, infatti, erano stati segnati e, dopo la segnalazione della biglietteria, la polizia lo identificò immediatamente. La polizia perquisì la sua casa, trovando alcuni indizi della sua partecipazione al delitto, e lo arrestò al ritorno da Waialua, la sera del 23.
Foto segnaletiche di Fukunaga

Fukunaga confessò immediatamente e fu mandato a processo nel giro di soli dieci giorni. Il dibattimento si svolse in un clima caratterizzato da manifestazioni degli Haole che chiedevano la pena capitale. Il giudice Alva E. Steadman condusse il processo in modo frettoloso e approssimativo, impedendo di fatto al legale di Fukunaga di citare testimoni a discarico e ignorando le richieste di perizia psichiatrica avanzate dall'insigne psichiatra Lockwood Myrick, per il quale Fukunaga era palesemente infermo di mente. Anche alcuni membri della giuria la pensavano allo stesso modo e rimasero molto perplessi quando Steadman, l'8 ottobre, condannò Fukunaga a morte per impiccagione.
I Nisei protestarono in massa, in particolare dal loro quotidiano Hawaii Hochi, sul quale il direttore Fred Makino denunciò non solo l'abuso costituito dalla condanna di una persona incapace di intendere e volere, ma anche la difformità di trattamento rispetto a delinquenti Haole che avevano ucciso vittime Nisei. Le loro insistenze portarono a petizioni e richieste ufficiali per la revisione del processo. La Corte Suprema delle Hawaii rigettò il ricorso con un provvedimento che conteneva degli errori formali ma che, nonostante questo, fu confermato anche dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.
Fukunaga fu impiccato a Honolulu il 19 novembre 1929.
La posizione dei Nisei non è stata sempre compatta. Jasutaro Soga, direttore del giornale Nippu Jiji, accusò Fred Makino di travisare i fatti. Tuttavia, dopo che nel 1932 cinque ragazzi non Haole, tra i quali c'era anche il Nisei Horace Ida, furono ingiustamente accusati dello stupro di una ragazza Haole, le voci di denuncia delle discriminazioni si moltiplicarono. Studiosi più recenti come Dennis Ogawa e Jonathan Okamura hanno ripreso le posizioni di Fred Makino riguardo la condanna di un infermo di mente con lo scopo palesemente intimidatorio di affermare l'intoccabilità della popolazione bianca. Le Hawaii non sono mai state il paradiso di felice convivenza razziale che alcuni hanno descritto.

soldati Nisei Hawaiiani nella Seconda Guerra Mondiale

Stella Nakadate, Miss Nisei Hawaii, 1955

Ragazze Nisei Hawaiiane in costume tradizionale, 1966



sabato 9 settembre 2017

Lonnie Athens e la socializzazione violenta

Tutti gli psicologi, i sociologi e i criminologi che si sono occupati dell'origine della violenza criminale, hanno sempre proposto teorie che spiegavano il fenomeno solo parzialmente, perché comprendevano parecchie eccezioni.
Esempi classici sono quello del bambino sottoposto a violenza che poi diviene a sua volta violento, o quello del violento che trova nella prepotenza inflitta agli altri il rimedio alla propria mancanza di autostima. Benché questi modelli possano andare bene per descrivere molti casi, è innegabile che al mondo esistono persone che non sono diventate violente pur subendo violenze da bambini e persone violente che hanno di se stesse una considerazione da semidei, pompata dal timore che ispirano negli altri.
La teoria più esaustiva sull'origine della violenza si deve al criminologo americano Lonnie H. Athens, nato a Richmond, Virginia, il 25 marzo 1949 e formatosi alla Virginia Tech e poi alla University State of Wisconsin, oggi docente di criminologia alla Seton Hall University.
Lonnie Athens



Alcuni libri di Athens

L'unico tradotto finora in Italiano

Athens è stato, prima che un ricercatore sul campo, uno studioso attentissimo al metodo, capace di riallacciarsi alla classica tradizione della filosofia neoempirista, in particolare a quella di David Hume (1711-76), dal quale ha mutuato il “metodo degli universali”, che identifica a posteriori la causa e l'effetto (in modo sempre provvisorio e perfettibile) tramite l'individuazione degli attributi specifici di una popolazione campione. In più, ha studiato a fondo la “psicologia sociale” di George Herbert Mead (1867-1931), uno dei padri della Sociologia, attentissimo a identificare e definire i rapporti tra l'individuo e l'ambiente in cui si forma e le loro conseguenze.
David Hume

George Herbert Mead

Dopo aver lavorato a lungo sulle popolazioni carcerarie di California e Iowa ed essere stato garante per la libertà vigilata e sulla parola in Virginia, Athens ha elaborato una nuova teoria sulla genesi della violenza nell'uomo, quella della socializzazione violenta.
La teoria di Athens, oltre a essere la più omnicomprensiva, è l'unica che si concentri anche sulla violenza istituzionalizzata, ossia quella di forze dell'ordine e forze armate, e non a caso è stata ripetutamente citata da storici che si sono occupati di stragi di civili da parte dei nazisti. In particolare, dall'americano Richard Rhodes (nato nel 1937) che ha studiato a fondo l'attività degli Einsatzgruppen, ossia i gruppi speciali di SS creati per procedere all'eliminazione di intere comunità di civili durante le invasioni sul fronte orientale, in Polonia e in Urss.
Richard Rhodes


Il libro di Rhodes sugli Einsatzgruppen e la sua traduzione in Italiano

Dalle interviste con migliaia di criminali violenti, Athens ha isolato la sequenza minima di esperienze sociali violente condivise in tutte le loro biografie e ha poi verificato come questa sequenza risultasse assente o incompleta nelle persone che, pur avendo sperimentato la violenza, non hanno poi commesso reati violenti.
E' abbastanza inquietante la rassomiglianza tra i momenti di questa sequenza e l'addestramento militare o paramilitare.
La socializzazione violenta è un processo che passa per quattro fasi, ognuna delle quali propedeutica all'altra, anche se i tempi di passaggio possono essere molto variabili:
  1. la Brutalizzazione;
  2. la Belligeranza;
  3. la Condotta Violenta;
  4. la Virulenza.
La prima è involontaria, viene inflitta al soggetto indipendentemente dalla sua volontà. Le altre sono il frutto di sue decisioni completamente libere.
Una volta completato il processo di socializzazione violenta, ogni ulteriore atto di violenza è un atto deliberato e non una semplice reazione a una qualsiasi provocazione.
La Brutalizzazione si compie attraverso tre tipi di esperienza, che si possono vivere in diversi modi e in diverse circostanze, in qualsiasi ordine: l'Assoggettamento violento (uso o minaccia di violenza per sottomettere il soggetto stesso al suo potere); il Raccapriccio (in seguito allo spettacolo dell'assoggettamento di persone simili o vicine al soggetto); l'Addestramento alla violenza (insegnamento da parte di altre persone violente a reagire violentemente alle provocazioni).
Si può notare come molti bambini, soprattutto cresciuti nei decenni passati (ma avviene ancora in molte parti del mondo), siano stati brutalizzati con la scusa di educarli. In alcuni Paesi, come la Germania della prima parte del XX secolo, queste forme di “educazione” erano la regola e godevano del massimo prestigio sociale, fatto che contribuì sicuramente a facilitare la diffusione di comportamenti criminali durante la dittatura di Hitler.
La Brutalizzazione è un trauma che lascia il soggetto privo di riferimenti e valori, demoralizzato, con una identità personale del tutto disgregata. L'obiettivo della brutalizzazione, infatti, è distruggere la personalità. Una volta raggiunto questo, il soggetto deve riorganizzarsi in qualche modo ed è la violenza stessa ad offrirgli la via più comoda per farlo.
Si passa dunque alla fase successiva, la Belligeranza.
Qui, il soggetto decide di ricorrere alla violenza come strumento per risolvere i suoi rapporti con gli altri. Non si tratta di una violenza incontrollata ma di una violenza che al soggetto stesso appare necessaria per mantenere il benessere fisico e psicologico di se stesso e delle persone care, in pratica una violenza puramente difensiva. Il soggetto belligerante è ancora abbastanza razionale da rendersi conto che l'uso della violenza espone comunque a pericoli, e non ha senso correrne se non si ha una buona ragione per farlo.
Il passaggio successivo è la Condotta Violenta. Qui, il soggetto comincia a perdere di vista i rischi che corre e a essere disposto a tutto pur di reagire a una qualsiasi provocazione. Tanto più grave è la provocazione, tanto più esplosiva potrà essere la sua violenza. E' un momento molto difficile per il soggetto stesso, perché mette alla prova la sua nuova identità personale, basata proprio sull'esercizio della violenza. Se questa non ottiene il successo sperato, il soggetto può rimanerne tanto demoralizzato da suicidarsi. In effetti, nei gruppi sociali caratterizzati da una forte potenzialità criminale, i tassi di violenza e di suicidio sono inversamente proporzionali, tanto che Athens si chiede se il suicidio possa essere una via alternativa per la risoluzione dei conflitti scatenati dalla Brutalizzazione.
Se invece questa Condotta Violenta ha successo, il soggetto ne rimane particolarmente soddisfatto. Non a caso, questo è uno stadio molto stabile, che non comporta necessariamente delle inclinazioni criminali. I Violenti Marginali che ne fanno parte concepiscono la violenza in chiave puramente difensiva e, in quest'ottica, possono essere perfettamente inseriti nella società nelle vesti di difensori delle sue istituzioni, come soldati o poliziotti. L'addestramento di questi è svolto bene quando li lascia in condizioni tali da non superare questo stadio.
Ma basta che arrivino alcuni elementi disturbanti, quali il Rinforzo sociale dell'identità violenta e la conseguente risoluzione a ricorrere a questa a prescindere dalle necessità difensive, per raggiungere il quarto stadio, quello criminale, della Virulenza.
L'esercizio della violenza per assoggettare gli altri può dare al soggetto delle sensazioni molto gratificanti, un senso di potenza che è raro ottenere in altri modi. Lo spettacolo del timore che si incute nel prossimo può essere inebriante, con un effetto simile a quello di una droga. A quel punto, il soggetto non può più aspettare l'occasione difensiva che gli dia la possibilità di provarlo, ma va a crearsi tutte le occasioni possibili attraverso l'uso di una violenza offensiva, indipendentemente da qualunque tipo di provocazione.
Si cade quindi in un comportamento stabilmente criminale, che le società non tollerano, non tanto per i suoi singoli effetti, quanto per i problemi che provoca all'organizzazione di cui il soggetto fa parte. Il soldato o il poliziotto criminale, oltre che essere pericolosi per le potenziali vittime, lo sono anche per i loro commilitoni, dato che la loro condotta non persegue più gli obiettivi del gruppo di cui fanno parte ma degli obiettivi del tutto personali, che non hanno nulla a che fare con i primi. In altri termini, è facile che non ubbidiscano più agli ordini. Per questo, nelle organizzazioni militari e paramilitari, la violenza criminale è sempre poco o nulla tollerata e spesso pesantemente sanzionata.

Il lavaggio del cervello propagandistico può facilitare il passaggio dalla Condotta Violenta alla Virulenza, semplicemente, facendo percepire come minacciose o pericolose delle persone che non lo sono affatto. Il soggetto si abitua alla Virulenza pur essendo convinto di praticare la violenza solo per difendersi. Ciò fu fatto in modo mostruosamente esemplare durante il regime nazista di Hitler, quando la propaganda indusse i tedeschi a vedere negli ebrei e in altre minoranze il capro espiatorio di ogni male. Con le conseguenze che conosciamo benissimo. 



Alcune immagini che documentano i crimini degli Einsatzgruppen, immortalati dagli stessi autori

lunedì 6 marzo 2017

L'ultima esecuzione capitale a Guam

Guam è un'isola del Pacifico, la maggiore e più meridionale delle Marianne, a Est delle Filippine. Dopo essere stata un possedimento spagnolo a partire dal XVI secolo, dopo la guerra ispano-americana del 1898, passò agli Usa, cui appartiene tuttora come territorio non incorporato (uno status analogo a quello di Porto Rico). Nel dicembre del 1941, come tutto l'arcipelago, fu occupata dai giapponesi ma nell'estate del 1944, dopo una serie di durissimi combattimenti durati dal 21 luglio all'8 agosto, fu riconquistata dagli americani che, una volta riconquistate le Marianne, se ne servirono come base per le incursioni aeree sul territorio giapponese. I due B-29 che nell'agosto 1945 sganciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki partirono da Tinian, che si trova circa 200 km a NNE di Guam.



Immagini dalla seconda battaglia di Guam, quella del 1944

Attualmente, Guam conta circa 160.000 abitanti, in gran parte chamorro (autoctoni) e filippini. Di origine americana o caucasica è solo il 10% della popolazione.
La posizione di Guam nel Pacifico

Una vista aerea dell'isola

Suddivisione amministrativa dell'isola

Nel 1948, la demografia era molto diversa da quella attuale: gli abitanti erano circa 55.000 e chamorro e filippini ne rappresentavano solo la metà. Il resto erano tutti americani, tra cui molti militari.
In quell'anno, la piccola comunità di Guam fu scossa da un delitto impressionante. La sera dell'11 dicembre, una ragazza di 27 anni, Ruth Farnsworth, originaria di S. Francisco, commessa in un negozio di artigianato locale e fidanzata con un sottufficiale dei Marines, fu rapita dal negozio in cui si trovava da sola. Dopo quaranta ore di ricerche, fu ritrovata priva di sensi nella giungla: era stata picchiata a sangue e stuprata più volte. Sebbene portata immediatamente in ospedale, morì nella notte del 14 dicembre senza aver ripreso conoscenza.
Le successive indagini portarono all'incriminazione, nel gennaio 1949, di tre militari appartenti all'aeronautica: il soldato 27enne Calvin Dennis, di Frederick (Maryland); il soldato 20enne Herman Dennis, di Calvert (Texas); il sergente 32enne Robert P. Burns, di Spokane (Washington). I due Dennis, malgrado ciò che scrissero al riguardo i giornali del tempo, non erano parenti tra loro. I tre arrestati avevano un solo elemento in comune: erano tutti di colore.
Un capitolo mai aperto, sicuramente perché troppo imbarazzante, della storia delle forze armate americane è quello relativo alle discriminazioni di cui furono fatti oggetto i militari di colore durante soprattutto la II guerra mondiale e nei periodi successivi. Uno dei pochi episodi dei quali si è a conoscenza è quello relativo all'uccisione, nel campo di prigionia di Fort Lawton (vicino Seattle) del prigioniero italiano Guglielmo Olivotto, un geniere trevigiano nato nel 1911 che era stato catturato in Africa. Olivotto fu trovato impiccato a un palo la mattina del 15 agosto 1944 e, per questo delitto, 43 soldati di una compagnia di colore che si trovava sul posto furono sottoposti a corte marziale e 28 di essi finirono condannati a varie pene detentive. Ricerche successive, culminate nel libro inchiesta “On American soil” di Jack Hamannun, che intervistò tutti i testimoni sopravvissuti, evidenziarono che, invece, Olivotto era stato ucciso da alcuni membri bianchi della Military Police, che erano soliti vessare i prigionieri, specie italiani.
Le prove su cui si basò l'inchiesta contro i due Dennis e il sergente Burns, condotta dal tenente Hackett della Military Police e dall'ispettore di polizia Al Riedel, giunto apposta da Berkeley in California per occuparsi del caso, erano davvero poco consistenti: la meccanica del rapimento mostrava che questo aveva coinvolto almeno due persone; in una jeep che era stata usata da Calvin Dennis fu trovato un grembiule sporco che un testimone dichiarò appartenente a Ruth Farnsworth.
Ufficialmente, Herman Dennis fu smascherato dalla prova del pantografo (macchina della verità) cui fu sottoposto da Riedel, confessando e facendo i nomi dei due complici; ma questa versione era, già in partenza, smentita da altre testimonianze. Un caporale, Moss H. Scroggins, di Baltimora, dichiarò di aver visto Calvin Dennis allontanarsi dal teatro in cui aveva seguito uno spettacolo insieme a dei commilitoni, solo alle 21,00. Ruth Farnsworth era scomparsa già alle 20,30 e dal teatro al suo negozio c'erano da percorrere quasi 15 km. Lo stesso Scroggins disse di essere tornato in caserma, dopo lo spettacolo, insieme a Herman Dennis.
Herman Dennis e Robert P. Burns, a dire il vero, erano già noti alle autorità di Guam. Non per aver commesso delitti di qualche genere, ma solo per aver denunciato che a Guam i soldati di colore erano sottoposti a discriminazioni. Anche il testimone Scroggins, che non fu creduto, era nero come loro. E tutto questo getta una luce particolarmente inquietante sulla vicenda.
Al processo, celebrato tra l'aprile e il maggio del 1949 davanti a una Corte Marziale, Herman Dennis dichiarò che la confessione gli era stata estorta a forza di botte e intimidazioni. Calvin Dennis, invece, confermò la sua confessione di aver partecipato al solo rapimento ma non alle successive violenze, che sarebbero state opera degli altri due da soli. Molti testimoni citati dalla difesa non si presentarono o rilasciarono testimonianze confuse. L'avvocato Daly, che patrocinava Herman Dennis, denunciò di essere stato sottoposto a ogni sorta di minacce da parte dei membri della Military Police.
Herman Dennis e Robert P. Burns furono condannati a morte, Calvin Dennis all'ergastolo.
Il caso ebbe strascichi lunghissimi. La regolarità del processo fu messa in dubbio non solo dai legali e dai familiari dei due condannati a morte, ma anche da molte personalità del mondo intellettuale, accademico e giuridico americano. Per ben due volte, nel 1952 e nel 1953, le azioni legali intraprese per ottenere l'annullamento delle condanne e il rifacimento del processo, arrivarono fino alla Corte Suprema Federale di Washington, che respinse entrambe le istanze: la prima volta dichiarò formalmente corretto il processo e la seconda volta dichiarò che la Corte Marziale era perfettamente competente a giudicare anche per questo tipo di imputazioni.


Il delitto, il processo e l'esecuzione raccontati dai giornali del tempo

Herman Dennis e Robert P. Burns furono impiccati il 27 gennaio 1954. La loro esecuzione è stata l'ultima nella storia di Guam.
Lucy Dennis, la sorella più piccola di Herman Dennis (che non conobbe mai, perché è nata dopo la sua morte), nonché sua unica parente rimasta in vita, si batte da anni perché la memoria di suo fratello sia riabilitata, ma finora senza alcun risultato.