domenica 18 giugno 2017

Scienziati contro il verme assassino: l'Ancylostoma e i trafori alpini

Il mondo industriale moderno sembra aver dimenticato il peso delle parassitosi nella mortalità della gente comune vissuta fino a pochi decenni fa. Spaventati come siamo dalle nostre tipiche malattie da sedentarietà e ipernutrizione (cardiopatie e tumori), ignoriamo completamente che i nostri antenati venivano sterminati da microrganismi e piccoli vermi che entravano all'interno del loro corpo in condizioni di scarsa igiene, solitamente tipiche di contesti sociali degradati o di sfruttamento lavorativo indiscriminato.
La malattia che ha ucciso più persone nella Storia è la malaria, che accompagna l'Uomo da almeno 50.000 anni, è stata documentata con precisione già in Cina nel 2700 a.C. ed era presente in ampie zone costiere e paludose dell'Italia fino agli anni '30, mentre è ancora diffusissima nei Paesi del Terzo Mondo dove uccide ancora oltre 400.000 persone ogni anno; è dovuta all'infestazione da parte di un protozoo, il Plasmodium (ne esistono diverse varietà, ma la più diffusa è il P. Falciparum, che è anche quello che provoca l'infezione più grave), trasmesso dalla puntura delle zanzare anofele. I plasmodi si riproducono asessualmente all'interno dei globuli rossi del sangue, distruggendoli per uscirne fuori e infettarne di nuovi. Si manifesta con attacchi di febbre molto alta che vanno e vengono, gonfiore di fegato e milza, grave anemia, tachicardia e delirio. La morte sopraggiunge in seguito ai gravi danni epatici, renali e cerebrali conseguenti.
Campione di sangue umano infetto da P. Falciparum

Il ciclo vitale dei plasmodi

La zanzara anofele, che ne è il vettore

Le aree tropicali, per la loro ricchissima biodiversità dovuta all'abbondanza di luce solare e acqua piovana, dalle quali partono innumerevoli catene alimentari, sono piene di insidie di questo genere per l'uomo, il cui sistema immunitario non è quasi mai in grado di difendersi stroncando l'infestazione all'inizio. Un altro caso notissimo è quello della Malattia del sonno, dovuta a un altro protozoo, il Trypanosoma, trasmesso dalla puntura della mosca tze tze. Si manifesta con una fase emolinfatica caratterizzata da dolori, febbre e ingrossamento dei linfonodi del collo, cui segue una fase neurologica con apatia e letargia che rendono il malato incapace di provvedere ai propri elementari bisogni, finché i danni cerebrali non lo conducono a morte.
Campione di sangue umano infetto da Trypanosoma

Il ciclo vitale dei tripanosomi

La mosca tze tze che ne è il vettore

Ma un problema altrettanto importante è quello rappresentato dalle infestazioni da vermi, come le Tenie (noti anche come vermi solitari), le Filarie e gli Ancylostomi.
Le Tenie si prendono mangiando carne infetta delle loro larve, alcuni tipi (T. Solium, T. Saginata) si stabiliscono nell'intestino e assorbono le sostanze nutritive attraverso la cute, mentre altri (Echinococco) possono raggiungere ogni distretto del corpo, dando vita a cisti che producono sintomi da compressione analoghi a quelli delle masse tumorali.
Una tenia estratta da un intestino umano

La testa (scolice) della tenia, con cui l'animale si attacca alle pareti interne del lume intestinale

Il ciclo vitale delle tenie

Le Filarie si prendono dalla puntura della zanzara, specie quella tigre, e si stabiliscono nel sistema circolatorio o in quello linfatico. Possono provocare enormi gonfiori degli arti occludendo i vasi linfatici e gravi danni cardiaci, spesso mortali (soprattutto in cani e gatti, che ne sono facilmente soggetti anche in Italia).
Un esemplare di filaria 

Cuore di cane infestato da filarie

Arto umano anormalmente gonfio in seguito a infestazione da filarie

Il ciclo vitale delle filarie

Questi parassiti possono essere combattuti in molti modi, sia direttamente sia sterminando gli insetti che ne sono i vettori. Infatti, in molte zone, l'incidenza della loro infestazione è stata drasticamente abbassata da adeguati interventi di igiene pubblica.
Il più infido dei parassiti di questo tipo è, però, l'Ancylostoma. Questo è un verme che allo stato larvale è praticamente invisibile e vive nel terreno. Da qui può passare all'uomo attraverso ogni tipo di contatto diretto. Nell'uomo, si moltiplica e invade soprattutto le vie digerenti e respiratorie, succhiando il sangue dai tessuti e provocando gravi emorragie e infezioni, fino alla morte del malato.
Testa di Ancylostoma

Ancylostoma maschio e femmina

Ciclo vitale dell'Ancylostoma

Organi riproduttivi del maschio

Duodeno umano infestato da Ancylostoma
Segni della penetrazione dell'Ancylostoma in un piede umano

La storia dell'Ancylostoma, in Italia, è strettamente legata a quella dei trafori ferroviari alpini realizzati, soprattutto con la Svizzera, tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX. Anche se l'infestazione è stata sempre diffusa nelle campagne e nelle miniere, la sua incidenza sulla popolazione non aveva mai raggiunto i livelli che furono toccati tra gli operai addetti allo scavo dei trafori, così alti da indurre la sospensione dei lavori di scavo del San Gottardo, nel 1879-80.
Il traforo ferroviario del San Gottardo oggi, dal lato svizzero

A quel punto, la direzione della clinica medica generale di Torino inviò nella zona un veterinario, Edoardo Perroncito, che aveva già alle spalle l'eradicazione della Cercaria (un altro parassita, dei bovini) dalle campagne del Canavese. Perroncito identificò nelle autopsie degli operai morti (scavatori e addetti ai forni) la presenza di almeno tre diversi parassiti, tra i quali il più frequente e diffuso, nonché quello dai più nefasti effetti, era proprio l'Ancylostoma.
Edoardo Perroncito (1847-1936) ospite di una scuola elementare

Dopo una serie di sopralluoghi nei cantieri, giunse alla conclusione che gli operai si infettavano soprattutto per colpa delle pessime condizioni igieniche in cui lavoravano. Non disponevano di bagni e facevano i loro bisogni negli stessi punti in cui lavoravano. Respiravano poi il fango misto agli escrementi che sollevavano durante i lavori di scavo. Usavano scarpe vecchie e rotte con le quali sguazzavano nel fango pieno di larve, che entravano nel loro corpo attraverso la pelle dei piedi. All'interno degli scavi, la temperatura e l'umidità erano così alte da creare una sorta di sub-clima tropicale.
La sua relazione obbligò le imprese appaltatrici del lavoro a provvedere in modo adeguato all'igiene dei cantieri e il numero delle infestazioni diminuì rapidamente.
Perroncito si ingegnò a trovare quanto prima un rimedio per curare gli operai già infettati e trovò che l'estratto di felce maschio, una pianta perenne comune nei boschi, che spesso cresce alla base delle querce, riusciva ad uccidere rapidamente i vermi.
La felce maschio

Tuttavia, non tutto il mondo medico prese sul serio le sue conclusioni. Molti ritenevano ancora che i vermi avessero un ruolo marginale nella mortalità degli operai, dovuta soprattutto a denutrizione e super-sfruttamento. A questo scetticismo non era estranea una certa scarsa considerazione di Perroncito come studioso, dato che a volte le sue conclusioni erano apparse parecchio fantasiose (secondo studi moderni, Perroncito aveva delle grandi intuizioni ma non disponeva dei mezzi tecnici per dimostrarle a fondo).
Anche se i fattori socio-economici non andavano sottovalutati, l'influenza delle infestazioni elmintiche non poteva essere negata. In soccorso di Perroncito arrivò un brillante medico pavese, direttore dell'ospedale di Varese, Ernesto Parona, che aveva già compiuto importanti lavori di parassitologia anche in collaborazione con Giovan Battista Grassi, lo scienziato che identificò per primo il rapporto tra la zanzara anofele e la diffusione della malaria.
Giovan Battista Grassi (1854-1925). Purtroppo sul web non si trovano immagini di Ernesto Parona (1849-1902)

Parona studiò la diffusione della malattia su 249 pazienti, ex operai del traforo del San Gottardo, ricoverati nel suo ospedale e giunse alle stesse conclusioni di Perroncito. Inoltre, seguendo le indicazioni di quest'ultimo, curò i suoi malati con l'estratto di felce maschio, ottenendo un tasso molto soddisfacente di guarigioni. La sua sperimentazione servì anche a definire con precisione i dosaggi di estratto di felce maschio con cui affrontare l'infestazione senza produrre troppi effetti collaterali.
Dopo l'intervento di Parona, nessuno mise più in dubbio le conclusioni di Perroncito.
Qualche anno dopo, nel 1888, partirono gli scavi per un altro traforo ferroviario, quello del Sempione. Perroncito riuscì a convincere le autorità a inviare sul posto, come ufficiale sanitario, un giovane medico di sua fiducia, Giuseppe Volante. Questo, man mano che prendeva forma la comunità dei minatori (che arrivarono anche a fondare con le loro famiglie una vera e propria cittadina, Balmalonesca, oggi disabitata da tempo ma ancora visitabile, una vera e propria ghost town), si ingegnò a prevenire in tutti i modi la comparsa dell'Ancylostoma, a partire dalle selezioni degli operai, in cui scartò chiunque sembrasse affetto da parassitosi, fino alla costruzione di impianti sanitari molto moderni (docce e bagni con spogliatoi riscaldati). Il risultato fu che, durante i lavori di scavo del Sempione, l'infestazione da Ancylostoma ebbe un'incidenza bassissima e i pochi malati furono tutti prontamente curati.
L'ingresso del tunnel del Sempione, lato italiano

Un cantiere del Sempione 

Veduta d'epoca di Balmalonesca

Una famiglia di emigranti meridionali a Balmalonesca

Perroncito e Giuseppe Volante (1871-1936)

Volante si impegnò, insieme a un parroco, un sindacalista e un direttore didattico provenienti da paesi vicini come Varzo e Iselle, anche ad abituare gli operai (molti dei quali erano emigranti provenienti dal Sud Italia) a rispettare le norme igieniche in casa e a mandare i figli a scuola. Passò tanto tempo nelle gallerie ad assistere i lavoratori, che alla fine si ammalò come loro di insufficienza respiratoria per via delle troppe polveri respirate, malattia di cui sarebbe poi morto nel 1936, a 65 anni.





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