venerdì 13 ottobre 2017

Christian Ranucci: spietato criminale o capro espiatorio innocente?

In una notte di mezza estate, nel carcere di Baumettes, a Marsiglia, un ragazzo di 22 anni viene svegliato dalle guardie entrate nella sua cella. Fa un po' di resistenza, poi viene immobilizzato e si rassegna. Alla presenza degli avvocati che lo hanno assistito durante il processo, il direttore del carcere gli comunica che la sua domanda di grazia è stata rigettata dal Presidente della Repubblica e che la sua esecuzione capitale avverrà immediatamente. Lo invita a vestirsi, ma il ragazzo, sconvolto, rifiuta di farlo e si tiene addosso solo il pigiama in cui stava dormendo. Rifiuta anche, con una sola parola (“Negativo”) la compagnia del prete che si avvicina per confortarlo. Gli vengono offerti un bicchierino di cognac e rifiuta anche quello, poi una sigaretta, che invece accetta. Mentre viene condotto in cortile, dove c'è la ghigliottina, forse (le testimonianze non sono concordi), si rivolge due volte ai suoi avvocati, la prima per fare una battuta (“Ora non vorrete che mi congratuli con voi”) e l'altra per un'ultima, disperata richiesta “”Riabilitatemi!”).
Mancano oltre due ore all'alba, sono le 4,13 del 28 luglio 1976, quando la lama tronca la testa di Christian Ranucci, nato ad Avignone il 6 aprile 1954, il penultimo condannato a essere giustiziato in Francia prima dell'abolizione definitiva della pena capitale.

Christian Ranucci

Anche se l'argomento era in discussione da parecchio tempo, il caso Ranucci diede un impulso decisivo a questa scelta di civiltà. Il guardasigilli Robert Badinter, nel suo discorso al Parlamento per chiedere l'abolizione della pena di morte, citò appunto il caso di Ranucci come esempio di abuso della pena stessa.
Ma quali fatti, quale delitto aveva portato Ranucci ad affrontare quel destino?
Torniamo indietro di poco più di due anni, al 3 giugno 1974. Quella mattina, tra le 11,05 (ora in cui vengono visti dalla madre) e le 11,20 (ora in cui il padre rientra dal lavoro), due bambini stanno giocando per strada nel quartiere popolare di Les Chartreux, a Sainte-Agnès, circoscrizione di Marsiglia: sono Marie-Dolores Rambla, di 8 anni, e il fratello Jean-Baptiste, di 6. Un uomo parcheggia l'auto di fronte a loro, scende e chiede ai bambini di aiutarlo a cercare il suo cane, che si è smarrito. Jean-Baptiste si mette alla ricerca, mentre Marie-Dolores resta sola con lo sconosciuto, il quale la convince a salire sulla sua auto. Il carrozziere Eugène Spinelli, che abita di fronte, mentre esce di casa per andare ad aprire l'officina, assiste alla scena e identifica l'auto come una Simca 1100, grigia.
I genitori di Marie-Dolores Rambla durante le ricerche

Più tardi, poco distante, un fatto apparentemente del tutto sconnesso dal rapimento.
Sono le 12,30 e Vincent Martinez si sta recando a Tolone con la sua ragazza, nella loro Renault 16 bianca, sulla strada statale N96 (oggi D908). All'incrocio detto “de la pomme”, nel comune di Belcodène, dove c'è uno stop per le auto provenienti da Marsiglia, una Peugeot 304 coupé grigia metallizzata non rispetta lo stop e gli taglia la strada: le due auto si urtano, la Renault è costretta a fermarsi mentre l'altra si allontana. Un altro automobilista, Alain Aubert, che ha anche la moglie a bordo, insegue la Peugeot 304 e la raggiunge dopo circa 1 km, ma si limita ad annotarne il numero di targa, 1369SG06 e a notare che il guidatore si è fermato per scaricare un grosso pacco sul ciglio della strada. Martinez intanto va a denunciare l'incidente alla gendarmeria del paese più vicino, Gréasque, distante 35 km da Marsiglia, e dichiara che il guidatore dell'auto che gli ha tagliato la strada era solo in auto.
Poi c'è un terzo episodio, che pure non sembra avere alcuna attinenza con gli altri.
Sono le 17, quando, a due km dall'incrocio “de la pomme”, in territorio del comune di Peypin, Mohammed Rahou sta davanti casa sua su una collina attraversata da diverse gallerie scavate per praticare la funghicoltura. Un giovane ben vestito e dai modi gentili gli chiede di aiutarlo perché la sua auto, una Peugeot 304 grigia, si è impantanata in una delle gallerie. Anche se le spiegazioni del giovane sul perché si trovasse proprio lì non gli sembrano molto convincenti, Rahou chiama il caposquadra della fungaia, Henri Guazzone, e questi, con il suo trattore, tira fuori l'auto dal pantano. Rahou annota la targa dell'auto prima di salutare il ragazzo, che resta a casa sua a prendere un té e se ne va solo verso le 18,30, dicendo che torna a Nizza, dove abita con la madre.
Una Simca 1100

Una Peugeot 304

Il 4 giugno, quando la televisione dà la notizia del rapimento di Marie-Dolores, prima Guazzone e poi Aubert contattano le gendarmerie di zona, raccontando quanto accaduto il giorno prima. Lo stesso fa Martinez, il 5. Aiutati da cani poliziotto, i gendarmi cominciano le ricerche a partire dal punto indicato da Aubert come quello di sosta della Peugeot 304 alle 14,05 e, dopo un po', scoprono un maglione rosso in una delle gallerie della fungaia. Su questo maglione, saranno poi rinvenute tracce di sangue.
Alle 15,45, in un'altra galleria, viene ritrovato il cadavere di Marie-Dolores, con il cranio sfondato e 15 ferite da taglio complessive. L'autopsia mostrerà che non ha subito violenze sessuali. In serata, è il padre Pierre a riconoscerla.
Lo stesso giorno, alle 18,15, a Nizza, viene arrestato il proprietario della Peugeot 304, identificato grazie al numero di targa, il ventenne Christian Ranucci, rappresentante di commercio. La mattina dopo, viene condotto a Marsiglia e mostrato a Jean-Baptiste Rambla ed Eugène Spinelli, che non lo riconoscono come il rapitore di Marie-Dolores. Ranucci ammette di essere coinvolto nell'incidente all'incrocio “de la pomme” e di essere fuggito per paura del ritiro della patente, che gli è indispensabile per il lavoro. Si sarebbe poi nascosto nella fungaia per non essere visto dagli Aubert, ma lì si è ritrovato impantanato.
In serata, però, ha un doppio confronto con i coniugi Aubert, che non lo identificano in un confronto all'americana ma poi lo riconoscono quando se lo trovano davanti da solo e cambiano versione sul “pacco” scaricato dalla macchina, che diventa un “bambino”. Allo stesso modo, Vincent Martinez si rimangia quanto detto prima e afferma che accanto a Ranucci, nella Peugeot 304, c'era un bambino. Come si può spiegare questo doppio voltafaccia?
L'arresto di Ranucci

I coniugi Aubert
Ranucci in un confronto all'americana

Dopo 20 ore consecutive di interrogatori e senza alcuna assistenza legale, Ranucci confessa il delitto e spiega la meccanica del sequestro in uno schizzo. Riconosce come suo anche un coltello marca “Virginia-Inox” che è stato trovato nella fungaia e che si presume sia l'arma del delitto, in quanto è macchiato di sangue dello stesso gruppo della vittima (che però è lo stesso di Ranucci). Ripete poi la stessa confessione davanti al magistrato inquirente e davanti agli psichiatri che lo vedono il giorno dopo.
Più tardi, però, quando potrà finalmente godere di assistenza legale, ritratterà tutto e dirà di essere stato costretto a confessare dalla pressione degli inquirenti, guidati dal commissario Gèrard Alessandra.
Il pubblico ministero Ilda Di Martino ordina un incidente probatorio, in cui Ranucci viene portato sul luogo del ritrovamento del cadavere ma si trincera dietro una serie di “Non ricordo, non è possibile”. La giudice, in quest'occasione, ha un atteggiamento molto intimidatorio con Ranucci, il quale finisce per avere una crisi isterica. Nei giorni successivi, i genitori di due bambini oggetto di tentativi falliti di rapimento a Nizza negli ultimi mesi si presentano agli inquirenti: la madre di Sandra Spineck non riconosce Ranucci, il padre di Patrice Pappalardo invece sì, ma solo da una foto.
Negli interrogatori successivi (saranno solo 5 in tutto, di cui appena 2 in presenza dei suoi legali) Ranucci continua a dire di non ricordare nulla. L'11 marzo 1975 viene rinviato a giudizio. Intanto, è sottoposto ad alcune perizie psichiatriche, da cui risulta sano di mente. Emergono però dettagli inquietanti della sua infanzia: la madre, dopo la separazione dal padre, ha impedito a quest'ultimo di vederlo e ha fatto crescere il figlio nel terrore di essere rapito. Benché abbia fatto anche il servizio militare, Ranucci sembra dipendere psicologicamente da lei in tutto. Non ha nemmeno chiara la portata del rischio che corre a essere condannato.
Dei suoi tre avvocati, tutti piuttosto giovani e destinati in seguito a diventare importanti principi del foro, Paul Lombard e Jean-Francois De Forsonney, sono convinti che la linea difensiva debba basarsi sulla dichiarazione di innocenza, mentre il terzo, Andrè Fraticelli, ritiene che sia più opportuno ammettere il delitto e puntare sulle attenuanti per evitare il patibolo. Prevale, anche per volontà di Ranucci, la prima linea.
Il processo è quasi totalmente basato su indizi, le prove mancano completamente: non si sa se il maglione appartenga o meno a Ranucci (lui e la madre affermano di no); i suoi pantaloni recano piccole tracce di sangue, che lui dice dovute alle conseguenze di una caduta dallo scooter (il fatto che si trovino sul lato esterno del tessuto può significare tutto o nulla); i suoi avambracci hanno alcune abrasioni, che secondo i poliziotti sono dovute alla resistenza della bambina mentre veniva uccisa (ma nessuno si è preso il disturbo di andare a controllare se ci fossero frammenti di pelle sotto le unghie della bambina) mentre lui dice di essersele fatte cercando di farsi strada verso la casa di Rahou, in mezzo ai rovi della vegetazione; nulla dimostra che il coltello di Ranucci (che lui dice di aver perso mentre cercava di spingere l'auto fuori del pantano) sia davvero l'arma del delitto.
C'è poi la faccenda del movente; secondo la ricostruzione, Ranucci si sarebbe comportato con una stupidità che ha dell'incredibile: dopo aver rapito la bambina, avrebbe guidato in modo così imprudente da provocare un incidente e poi, ben sapendo di essere stato visto e seguito da testimoni, avrebbe ucciso la bambina poco distante.
L'avvocato Paul Lombard durante il processo

Il processo, celebrato ad Aix-en-Provence, va in modo disastroso per Ranucci: i suoi avvocati non riescono a smontare le deposizioni dei testimoni e lui stesso dà una pessima impressione al pubblico e alla giuria, presentandosi in aula vestito tutto di nero, con un enorme crocifisso sul petto e poi rispondendo in modo arrogante alle domande, quando viene interrogato. Le indagini, però, hanno preso solo in minima considerazione la testimonianza di una certa Jeannine Mattei di Marsiglia, secondo la quale un uomo con un pullover rosso, che guidava una Simca 1100 grigia, avrebbe tentato di rapire, in momenti diversi, poco prima del delitto, sua figlia e un altro bambino abitante nelle vicinanze. Né la Mattei né i due bambini, messi di fronte a Ranucci, lo identificano. Tuttavia, né la testimonianza della Mattei né quella del carrozziere Spinelli fanno una grande impressione alla corte e alla giuria.
Benché perfino Gilbert Collard, avvocato dei Rambla, raffinato giurista e filosofo del Diritto, raccomandi alla giuria e alla corte di concedere le attenuanti all'imputato onde evitargli la pena capitale, il 10 marzo 1976, la colpevolezza viene dichiarata senza attenuanti e la condanna è a morte.
La sentenza è accolta in modo isterico dal pubblico presente in tribunale, che pretende l'immediata esecuzione del condannato e, non potendola avere, se la prende con sua madre e con l'avvocato Collard, che aveva osato chiedere pietà per lui. I due, per uscire, devono essere protetti dalla polizia.
A questo, contribuisce sicuramente anche il clima di quel periodo. Poco tempo prima, il 18 febbraio 1976, a Troyes, un altro bambino, Philippe Bertrand, è stato ucciso da un certo Patrick Henry. L'unica donna della giuria, Geneviève Donadini, scriverà poi in un libro, “Le procès Ranucci” (2016) che la pressione dell'opinione pubblica era ossessiva, le scritte sui muri e le grida della folla per chiedere la condanna di Ranucci si susseguivano tutti i giorni e, alla fine, i giurati stessi decisero rapidamente, in sole tre ore, di uscire da quell'incubo il più rapidamente possibile, contando sui successivi gradi di giustizia e sulla grazia presidenziale.

Invece, il 17 giugno 1976, la Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dagli avvocati di Ranucci.
Il presidente della Repubblica Valery Giscard d'Estaing si è sempre dichiarato contrario alla pena capitale, per principio. Ma in quel momento, se la passa piuttosto male, per via della crisi economica dovuta alla spirale inflazionistica innescata dallo shock petrolifero del 1973. Ha bisogno del sostegno di un ampio arco parlamentare, del quale fanno parte anche alcuni partiti che invece sono a favore della pena di morte. All'inizio del 1976, la sua decisione di graziare il ventenne Bruno Triplet, assassino di una donna anziana nel 1974, ha sollevato diversi malumori. In più, mentre Giscard decide, un altro bambino, Vincent Gallardo, viene rapito e ritrovato ucciso vicino Tolone. La sorte di Ranucci, a quel punto, è segnata. L'opinione pubblica vuole la sua testa e l'avrà: letteralmente. La grazia viene rifiutata ufficialmente la sera del 27 luglio 1976. Solo poche ore dopo, il destino di Christian Ranucci si compie.
Giscard, successivamente, in tre diverse occasioni, si giustificherà affermando, con un notevole cinismo, che tanto Ranucci era colpevole e quindi giustiziandolo non si commetteva alcuna atrocità.
Giscard d'Estaing

Ranucci dovrà essere sepolto quasi di nascosto, ad Avignone. Il suo nome, sulla lapide, è scritto in alfabeto cirillico, per timore che la lapide stessa possa essere devastata da qualche vandalo.
La tomba di Ranucci

Dopo di Ranucci, salirà sulla ghigliottina solo un altro condannato, Hamida Djandoubi, reo dell'omicidio della sua compagna, aggravato dalla crudeltà, il 10 settembre 1977. Poi, nel 1981, la pena di morte in Francia sarà abolita, dopo che gli ultimi 8 condannati sono stati graziati o assolti in cassazione. Da allora, contrariamente a quanto affermavano gli anti-abolizionisti, il tasso di crimini violenti non è aumentato: anzi, è addirittura diminuito.
L'uscita del libro “Le pull-over rouge” di Gilles Perrault (divenuto anche un film diretto da Michel Drach), nel 1978, aprì una lunga stagione di polemiche tra i sostenitori dell'innocenza di Ranucci (e quelli, molto più numerosi, per cui Ranucci non aveva avuto affatto un giusto processo, a prescindere dal fatto che fosse colpevole o no) e il ministero della Giustizia francese. Che ha sempre rifiutato di riaprire il caso, perfino quando (nel 2006) il quotidiano belga “Le Soir” scrisse di avere le prove per cui il serial killer Michel Fourniret (nato nel 1942 e attualmente all'ergastolo per 8 omicidi di bambine e ragazze) era a Marsiglia nel giugno del 1974 e possedeva una Peugeot 304 identica a quella di Ranucci. La questione non è stata mai approfondita, quindi non ci sono state né conferme né smentite. Esiste ancora un comitato a favore della revisione del caso Ranucci, di cui faceva parte anche la madre, Heloise Mathon, morta nel 2013.
Questa storia ha una ulteriore, tragica sequela. Il fratello di Marie-Dolores, Jean-Baptiste, negli ultimi anni si ritrova al centro di due casi criminali: nel luglio del 2004 uccide una sua amica dai tempi dell'infanzia, Corinne Beidl, e finisce condannato a 18 anni di carcere. Esce in libertà condizionata nel 2016 e, nel luglio del 2017 viene nuovamente arrestato per l'omicidio della ventunenne Cintia Lunimbu.



Michel Fourniret in un'immagine recente






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