venerdì 25 ottobre 2019

Sangue sugli studi classici: la "polemica etrusca" tra Carlo Battisti e Francesco Pironti


Carlo Battisti, nato a Trento il 10 ottobre 1882 e morto a Empoli il 6 marzo 1977, è universalmente noto come il protagonista di uno dei film più importanti del neorealismo italiano e del cinema in generale, Umberto D., diretto da Vittorio De Sica nel 1952.

Carlo Battisti sulla copertina del dvd del film e in una scena dello stesso

Meno conosciuta è invece la sua carriera di studioso nell'ambito della Linguistica e della Glottologia. Laureato a Vienna, pagò il suo irredentismo con la negazione della cattedra universitaria e, arruolato nell'esercito austro-ungarico durante la Grande Guerra, fu inviato in Russia, dove fu preso prigioniero, ma riuscì a sopravvivere alla prigionia e a tornare a casa.
Inizialmente nominato direttore di una biblioteca a Gorizia, nel 1925 vinse il concorso da docente universitario a Firenze e vi si trasferì. Fu accademico della Crusca, accademico d'Italia, aderì senza troppa convinzione al Fascismo, scrisse importanti testi di Fonetica e di Latino e un Dizionario Etimologico Italiano che ancora oggi è ritenuto un'opera fondamentale.
Carlo Battisti

Negli anni '30, si ritrovò suo malgrado coinvolto in una diatriba scientifica destinata a finire in modo particolarmente tragico.
Per comprendere i fatti, occorre ricordare che, in quel periodo, l'università italiana era piuttosto politicizzata, ma non come quella tedesca, perché il fascismo non vantava le stesse basi culturali del nazismo e non intendeva riformare nessuna scienza. Non esistevano in nessun ambito delle scuole improntate a una prospettiva fascista. L'interesse per il passato storico, alla ricerca di antenati di rilievo con cui nobilitarsi, aveva destato un notevole interesse per l'archeologia e in particolare per l'etruscologia. Anche perché l'etruscologia, oltre a essere una specialità quasi esclusivamente italiana (anche se in passato aveva destato l'interesse di molti studiosi stranieri, specie tedeschi o scandinavi), rappresentava un campo ancora quasi tutto da studiare, perché gran parte delle iscrizioni in Etrusco erano (e in molti casi sono) ancora da decifrare.
Gli studiosi di etruscologia italiani potevano essere divisi in tre scuole: quella epigrafica, che studiava le iscrizioni rinvenute cercando di contestualizzarle storicamente, quella combinatoristica, che si avvale del complesso metodo combinatorio (che si avvale di analisi archeologiche-antiquarie per elaborare ipotesi sulla natura di un testo redatto in una lingua sconosciuta; di analisi formali-strutturali che dividono i termini della lingua sconosciuta in morfemi, ossia elementi di base, secondo il confronto con altri testi redatti nella stessa lingua; di analisi di contenuto e contesto, una volta che sia possibile fare ipotesi sul significato di qualche termine) e quella etimologica, che cerca parentele con altre lingue note confrontando i lemmi già decifrati.
In realtà, a livello accademico, si stava definitivamente affermando il metodo combinatorio, di cui il maggior esponente sarebbe stato Massimo Pallottino (1909-95), la cui influenza avrebbe portato nel tempo all'esclusione delle altre due direttrici dall'ambito accademico. Quello etimologico sarebbe stato (e lo è ancora) particolarmente disprezzato, perché si presta facilmente ai dilettantismi e alle conclusioni arbitrarie.
Massimo Pallottino

Al profano possono sembrare questioni di poco conto: ma gli accademici degli anni '30 si scannavano continuamente su temi di questo tipo. E, a loro, andavano aggiunti i dilettanti (almeno un paio l'anno) che producevano continuamente fantasiosi studi sull'interpretazione delle iscrizioni etrusche, puntualmente in contrasto con le posizioni accademiche.
La quasi totalità di questi dilettanti passava inosservata, ma uno di essi riuscì ad assurgere a un notevole livello di notorietà, grazie ai numerosi appoggi di cui godeva sia presso gli esponenti del regime sia presso la Chiesa. Si chiamava Francesco Pironti, era nato nel 1891 e insegnava Greco e Latino in un liceo di Napoli.


Tre immagini di Francesco Pironti

Pironti, il 26 aprile 1933, sul quotidiano politico napoletano Il Lavoro Fascista, annunciò che era imminente la pubblicazione del primo dei 4 volumi con cui avrebbe spiegato al mondo che l'Etrusco, in definitiva, non era altro che un dialetto greco.

Frontespizio e alcuna pagine del libro di Pironti

Sulle colonne di La Nazione, il quotidiano di Firenze, Battisti, consultato come esperto sulla questione, rispose che la notizia lo lasciava piuttosto scettico, ma aspettava la pubblicazione del testo per giudicarlo.
Il 6 maggio, sempre tramite stampa, Pironti gli ribatté, accusandolo di incompetenza.
Battisti, tre giorni dopo, rispose a sua volta che il parere gli era stato chiesto espressamente e ribadì che aspettava di vedere il volume.
La polemica sembrò finire lì.
Il libro uscì a dicembre di quello stesso anno. Aveva un prezzo di copertina altissimo ma fu ugualmente lanciato con una martellante pubblicità. Sul Giornale d'Italia, apparvero anche delle lettere a suo sostegno firmate da un importante studioso (molto considerato in ambiente clericale perché fratello di due arcivescovi, Bartolomeo Nogara, che sosteneva l'idea che gli etrsuchi fossero un popolo ibrido (facendo imbestialire il più importante etruscologo del tempo, Pericle Ducati, un fascistissimo per il quale era un'eresia immaginare che il primo popolo italiano potesse essere stato contaminato).
L'ambiente accademico lesse il libro di Pironti e lo trovò tutt’altro che convincente. Al punto che il ministro per l'Educazione Nazionale, Francesco Ercole, nominò una commissione composta da tre illustri studiosi (il maggiore dei quali era Giacomo Devoto, l'autore del celebre dizionario) perché facesse chiarezza sull'argomento.
Intanto, la polemica divampò, perché due sostenitori di Pironti, Pericle Perali e Ugo Antonielli, sfruttando la ribalta dell'Osservatore Romano, attaccarono ripetutamente il mondo dell'etruscologia accademica (anche a costo di smentire proprie precedenti posizioni). A essi rispose sempre Battisti, che a un certo punto ottenne anche l'inaspettato sostegno di Ducati, con il quale era in pessimi rapporti.
Altri giornali si misero di traverso, pur senza avere particolari interessi nella vicenda. Su Il Regime Fascista, quotidiano politico di Cremona, arrivò una stroncatura dovuta al fatto che il suo direttore, il gerarca Roberto Farinacci, non voleva perdere l'occasione per colpire il suo nemico Ugo Manunta, direttore di Il Lavoro Fascista. Poco dopo ne arrivò un'altra, ancora più pesante, firmata da Massimo Pallottino su La Nuova Antologia, ossia la più importante testata del mondo intellettuale italiano.
La commissione composta da Giacomo Devoto, Francesco Ribezzo e Giorgio Pasquali consegnò il suo parere al Ministero dell'Educazione Nazionale a metà febbraio. Il 15 di quel mese venne reso pubblico, anche se non sarebbe mai stato pubblicato ufficialmente: il testo di Pironti non aveva il minimo valore scientifico.
Il 27 febbraio, Battisti pubblicò un breve volumetto, Polemica Etrusca, in cui riassunse le tappe della vicenda.
Il libro di Battisti

Il secondo volume dell'opera di Pironti, già pronto e stampato in alcune copie di prova, restò inedito. Una delle copie di prova è stata donata da Giorgio Pasquali, insieme ad altri libri, alla Scuola Normale di Pisa.
Sebbene i suoi sostenitori continuassero sporadicamente a pubblicare articoli in suo sostegno, Pironti finì per ritrovarsi completamente squalificato. Sembra che fosse un eccellente classicista, ma aveva fatto il passo più lungo della gamba. Non si sa per quali esatte ragioni, l'anno successivo (1935) finì per dimettersi dall'insegnamento. Cadde in depressione e, la mattina del 6 ottobre 1935, si chiuse nel suo studio e si impiccò. Lasciava una numerosa famiglia: moglie e 6 figli, con un settimo in arrivo.
Battisti non era stato il più feroce dei suoi detrattori, ma sicuramente quello che si era esposto di più. Ancora oggi si trovano sul web articoli che polemizzano con gli etruscologi accademici non tanto perché Pironti potesse avere ragione (questo ormai è definitivamente assodato) ma per la veemenza con cui si continuò ad attaccarlo anche a questione chiusa, forse arrivando al punto da spingerlo al suicidio.




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