giovedì 28 settembre 2017

Il caso Nizzola

I primi anni del fascismo al potere in Italia sono, nonostante la fama di “pacificatori” di cui vorrebbero accreditarsi i nuovi capi, anni estremamente violenti, caratterizzati da un ininterrotto regolamento di conti. Non solo con l'opposizione, sempre più tenue, ma anche tra fascisti stessi, divisi in più fazioni in mezzo alle quali spiccano quella più vicina al Duce, incline al compromesso di governo con i detentori del capitale economico, e quella di marca più squadrista che sogna una rivoluzione radicale. Vincerà, com'è noto, la prima, ma non sarà una vittoria facile.
In questa situazione, matureranno diversi delitti su cui, nonostante il tanto tempo trascorso e il bavaglio imposto alla stampa, grazie alle carte giudiziarie, negli ultimi anni si sta finalmente facendo un po' di chiarezza.
Un piccolo volume di Roberto Garibbo, Il caso Nizzola, edito da Il melangolo, ricorda uno dei più imbarazzanti per il regime tra questi episodi, avvenuto a Genova nel 1926.
La copertina del libro

I fatti sono i seguenti: il 31 ottobre di quell'anno, mentre presenzia a una manifestazione a Bologna, Mussolini subisce un goffo tentativo di uccisione da parte di un ragazzino di 15 anni, Anteo Zamboni, che gli spara un colpo di pistola senza colpirlo. E' del tutto inverosimile l'idea che un ragazzo così giovane e inesperto, soprannominato Patata perché è un tontolone, possa aver concepito un piano simile da solo, ma la verità non si saprà mai, perché Anteo verrà linciato, nei minuti successivi, da alcuni fascisti dal passato notoriamente violento e criminale come Arconovaldo Bonacorsi (futuro massacratore di prigionieri a Maiorca durante la guerra civile spagnola) e Albino Volpi (uno del commando che due anni prima aveva assassinato Giacomo Matteotti), anche se la versione ufficiale sarà che “la folla presente ha fatto giustizia”.
Anteo Zamboni: le prime due immagini furono scattate durante l'autopsia del suo corpo

Mussolini a Bologna il 31 ottobre 1926: era domenica e inaugurò il nuovo stadio

Arconovaldo Bonacorsi (1898-1962)

L'orientamento di tutta la storiografia tranne quella di parte fascista è che il ragazzo sia stato armato da alcuni fascisti che intendevano forzare la mano del Duce e dell'opinione pubblica sull'approvazione di nuove leggi di pubblica sicurezza con cui lo Stato diventava ancora più autoritario (ripristino della pena capitale, istituzione di tribunali speciali, scioglimento di partiti d'opposizione, divieto di espatrio clandestino) e si zittiva l'opposizione chiudendone i giornali.
Le leggi invocate arriveranno prontamente, ma saranno precedute da una serie di violenze contro gli oppositori, che attraversa tutta l'Italia e, insieme a tanti danni, fa anche qualche vittima.
Uno degli episodi più importanti si verifica a Genova il giorno dopo, 1° novembre. Mentre il Vicesegretario del Partito Gerardo Bonelli, il federale Giovanni Pala e l'onorevole Ferruccio Lantini arringano la folla in Galleria Mazzini e in teatro l'attrice Emma Gramatica deplora l'avvenimento, un gruppo di squadristi assalta la Villetta Di Negro, dov'è la sede del giornale d'opposizione Il lavoro e la incendia, approfittando della latitanza della forza pubblica. Altri loro compari si recano invece in via Roma 10, dove c'è la casa dell'onorevole Francesco Rossi, editore del giornale e, non potendo forzare il portone per la presenza di alcuni finanzieri a presidiarlo, entrano all'interno passando dall'ingresso di un'agenzia di macchine da scrivere, che immette nella scala del caseggiato. Da lì, devastazione totale con distruzione e lancio dalla finestra di oggetti e mobili. La strada dovrà essere interdetta al traffico per alcuni giorni.
Giovanni Pala 

Ferruccio Lantini

La Villetta Di Negro, oggi

Francesco Rossi

via Roma, oggi

Anche se non c'è nessuna resistenza, vista anche l'assenza dei proprietari, il bilancio sarà pesante: 15 feriti e 2 morti, uno squadrista e un carabiniere.
La Procura, non asservita al regime, indaga e comincia ad arrestare un paio di fascisti. Le testimonianze non legate allo squadrismo concordano su un punto: il carabiniere (Elia Bernardini, tra l'altro un fascista della prima ora, fondatore del fascio di Migliarina) è stato ammazzato da uno squadrista che, sorpreso a rubare monete da una cassettiera, gli ha sparato alla schiena.
Lo squadrista assassino viene identificato come Vittorio Nizzola, uno dei 5 figli di un altro fascista della prima ora, Garibaldo, tutti squadristi e piuttosto violenti. Uno dei suoi fratelli, Marcello, lottatore di libera e di greco-romana, vincerà la medaglia d'argento ai Giochi Olimpici del 1932 e sarà campione europeo di categoria nel 1935. Finirà poi misteriosamente ucciso da un colpo di pistola sparatogli in strada il 22 febbraio 1947: si è parlato di “regolamento di conti politico” ma questa tesi non è supportata da nessuna prova.
Marcello Nizzola (1900-47). Di suo fratello Vittorio, sul web, non ci sono immagini

Vittorio Nizzola è latitante e lo resterà per sempre. I suoi amici lo nascondono, facendogli ripetutamente cambiare rifugio, mentre la polizia lo cerca. In particolare, a impegnarsi per lui è un certo Gigetto Masini, dirigente del sindacato fascista dei marittimi, un altro squadrista che non si fa scrupoli nemmeno davanti alla prospettiva di bastonare perfino i deputati fascisti che non la pensano come lui, tipo l'onorevole Massimo Rocca che poi lo ha denunciato, senza grandi risultati.
Masini, che si muove perfettamente a suo agio nel mondo di spie e informatori di cui il Porto pullula, procura al latitante un libretto d'imbarco trafugato da un suo scagnozzo di nome Provenzano, a nome di Franco Bruno, validato dalla Capitaneria di Savona. C'è l'ostacolo della visita medica, senza della quale non ci si può imbarcare: non si trova nessuno che voglia sostenerla al posto del Nizzola.
A sbrogliare la matassa, ci pensa un nuovo personaggio che si presenta all'improvviso con il nome falso di Tullio Gallegra. E' Paolo Gullo, un faccendiere ben ammanigliato in alto loco. Grazie ai suoi uffici, il 30 marzo 1927, Vittorio Nizzola, protetto da una scorta di squadristi, raggiunge al Porto il piroscafo Conte Verde in partenza per l'Argentina, passa la visita medica, firma l'ingaggio con il nome di Franco Bruno e parte per non tornare mai più. Pare che altri amici lo aiutino a far perdere le sue tracce all'arrivo.
Poco dopo, però, il vero Franco Bruno viene denunciato per diserzione, dato che risulta espatriato quando invece dovrebbe essere sotto le armi. Ma, sorpresa delle sorprese, il giudice competerente scopre subito che Franco Bruno sta effettivamente svolgendo il servizio militare e un altro è partito al suo posto, Vittorio Nizzola.
Se l'espatrio clandestino è punito severamente, questo vale anche per il suo favoreggiamento. Tanto più quando a espatriare è l'assassino di un carabiniere.
Risalire a Masini, da quel momento, è facile. Masini è arrestato il 10 agosto 1927. Da lui, le indagini portano ancora più in alto, dato che è un uomo di Gerardo Bonelli. E anche Bonelli viene arrestato, il 6 settembre successivo. Finisce in galera anche Gullo.
Nel processo, finiscono per essere coinvolti in tantissimi, pesci piccoli e pesci grandi. Ad incastrare Masini e Bonelli è una ragazza di 18 anni, un tempo ammiratrice di entrambi, Anita Regazzoni, che racconta di una riunione nella redazione del Giornale di Genova (fascista) cui parteciparono entrambi, in cui si parlò proprio di come aiutare gli squadristi che si erano messi nei guai il 1° novembre 1926.
Bonelli pretende di cavarsela attribuendo la sua “persecuzione” a un complotto massonico, ma nessuno lo prende sul serio. Saltano fuori un bel po' di testimoni, compresi dei passeggeri del Conte Verde da cui si apprende che Vittorio Nizzola è partito anche ben fornito di soldi, dei quali si ignora la provenienza.
Masini prova a difendere Nizzola sostenendo che avrebbe sparato al carabiniere avendolo scambiato per uno che poco prima stava colpendo alcuni suoi camerati feriti, ma nessuno gli crede.
La stampa fascista spara bordate di calunnie contro gli inflessibili giudici istruttori pensando di intimidirli, ma senza alcun risultato. Il processo si svolge dal 15 al 25 maggio 1929.
Si concluderà in primo grado con la condanna di tutti gli imputati, ma si ignora a quanti anni di reclusione, perché la sentenza stessa non è mai arrivata all'Archivio di Stato. Se ne conosce soltanto il dispositivo.
Mentre si sta preparando il processo d'appello, il 4 febbraio 1930, arriva l'amnistia concessa del Re in occasione del matrimonio del Principe ereditario.
Nonostante la loro evidente colpevolezza, né l'assassino del carabiniere né quelli che lo sottrassero alla giustizia pagheranno alcun conto.






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